SPECCHIO

Domenica scorsa il marito ha scattato una foto a me e a nostro figlio.
È di per sé un evento abbastanza raro, perchè normalmente sono io la “fotografa di casa”, tanto che spesso i nonni si lamentano della mancanza di ritratti miei.
In realtà io non amo essere fotografata, da sempre. C’è stata una sola eccezione alla regola, nel periodo del matrimonio, quando, non so come, forse per fare di necessità virtù, mi prestavo di buon grado all’obiettivo di chiunque (compreso quello del fotografo ufficiale).
Domenica ci eravamo fermati per un pranzo veloce in centro, dopo un giretto al mercatino di Natale. Siamo arrivati a mezzogiorno in riserva di energie e di calore dopo un paio d’ore nell’inverno zurighese e abbiamo deciso che, sì, una pausa pranzo fuori tutti insieme ce la potevamo meritare.
È quasi una settimana che la foto è nel telefono, ma solo poco fa mi sono fermata a guardarla con un po’ di attenzione. E quel che ho visto non mi è per niente piaciuto.
C’è il Patato, sorridente e furbetto come d’abitudine, trattenuto quasi a forza in braccio alla mamma affinché non si catapulti in mezzo ai piedi delle cameriere e degli altri clienti del locale. Gli occhi vivaci e impertinenti, che fissa l’obiettivo quasi con aria di sfida.
E poi ci sono io. Che quasi non mi riconosco. Che era un po’ che in foto non mi guardavo e forse neppure allo specchio.
Il viso smagrito e segnato, le occhiaie infinite, quel velo di trucco sugli occhi inutile a nascondere l’evidenza. Rughe profonde che non avevo mai saputo di avere. Il volto di una persona malata.
D’accordo, il momento non era proprio di quelli da ricordare: reduce da una fastidiosa gastroenterite che aveva funestato il precedente fine settimana in Italia e dalla quale ho parecchio faticato a riprendermi. Giorni di malessere e digiuno forzato, poco riposo per le esigenze di rientro a Zurigo e di accudimento del figlio. 
Però. 
Sarà poi solo quello?
Mi guardo e vedo qualcosa di insopportabile alla mia vista: io, vecchia e stanca.

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LA SCUOLA È FUORI!

Questa mattina le maestre di mio figlio hanno portato l’intera classe dei “piccoli” della scuola dell’infanzia (una ventina di bambini di età compresa tra i tre e i quattro anni) alla Kunsthaus di Zurigo, a vedere alcuni quadri, nell’ambito di un’attività che stanno svolgendo sul tema della natura e dei suoi colori.
Avevo ricevuto la comunicazione del programma di questa giornata “speciale” la scorsa settimana e ne sono stata felicissima.
Qui in Svizzera c’è l’idea molto forte che la scuola debba educare non solo tra i banchi e le quattro mura, ma che la vera educazione si giochi soprattutto “fuori”, nel mondo.
Da qui l’abitudine, molto estrema e difficile per noi italiani, che i bambini debbano crescere imparando a vivere nella natura in qualsiasi situazione e condizione: si esce a giocare, o si va in gita nel bosco, anche col gelo, la pioggia, la neve e le temperature sotto zero.
Alla scuola italiana sono forse un po’ meno “radicali” sul tema, ma sto notando ogni giorno che i piccoli lavori dei bimbi sono sempre molto collegati col mondo, con la vita vera, con le stagioni, le ricorrenze e la natura che ci circonda. Non si perde occasione di far fare ai piccoli esperienze concrete, lavori con le mani, tanta musica per imparare un’altra lingua.
Sentendo sempre più spesso dall’Italia tristi notizie di una scuola che pare essere sempre più “povera”, non solo di risorse economiche, ma anche di idee, di valore, di contenuti significativi e arricchenti, non posso che pensare che siamo tanto fortunati, davvero, a potere fare questa esperienza.
Anche se ci stiamo trasformando in ghiaccioli, anche se siamo già sotto zero da giorni e neppure è finito novembre e la primavera è solo un miraggio lontano lontano 😉

NEVE

Zurigo con la prima neve (foto Carlotta G.)

Zurigo con la prima neve (foto Carlotta G.)

Alla fine la prima neve è arrivata, ieri pomeriggio, preceduta da una mattinata gelida in cui ho temuto che l’equipaggiamento invernale accuratamente predisposto non sarebbe stato sufficiente. È arrivata pure un po’ in ritardo rispetto alle medie stagionali, mi dicono.
Solo pochi centimetri per ora, sufficienti a spolverare di bianco i tetti, i balconi e i contorni del bosco. A dare alla città quell’atmosfera un po’ irreale e ancora più austera del solito.
Stamattina ho approfittato della necessità di passare in libreria, a ritirare un libro ordinato ormai qualche settimana, fa per una piccola passeggiata in centro, che mi mancava da un po’.
Ho fatto a piedi un piccolo tratto della passeggiata a lago, coi gabbiani svolazzanti al di sopra delle barche ormeggiate e innevate. Lo sfondo delle colline imbiancate e praticamente nessuno lì intorno, a parte me.
Ho visto il tendone del circo, tradizione natalizia di queste parti, e mi sono ripromessa di portarci mio figlio alla prima occasione, che al circo non c’è mai stato.
Sono passata per la prima volta dopo mesi dal mercato di Burkliplatz, bancarelle di fiori, frutta, verdura e qualche prelibatezza gastronomica.
E lì ho vissuto una strana esperienza sensoriale, straniante e sorprendente, ma rivitalizzante nella sua essenza: in mezzo alla neve, al freddo del nord, coperta da piumino artico, sciarpa, guanti e berretto, ho ad un tratto sentito gli intensi profumi del mediterraneo: le olive, la feta, le spezie. E i miei due neuroni sono andati in temporaneo cortocircuito, cogliendo una contraddizione tra le loro consolidate abitudini e questa strana realtà.
E ancora una volta ho capito. Capito perchè mai qui ci si ostini ad uscire con qualsiasi condizione di tempo, col gelo, la neve, la pioggia. Perchè davvero, a dispetto del freddo, la bellezza del centro storico di questa città vive di uno spirito che, a volte in pochi minuti, spazza via giorni di fatica, malessere, ansia e tristezza.
E scusate se è poco.

LOW BATTERY

Poi ci sono quei giorni così, con le batterie scariche.

Che ti capita di non stare molto bene e di fare fatica a riprenderti.

Il mondo continua a girare, ma tu, ancor più del solito, te ne staresti rintanata sotto il piumone.

Che fuori, ormai, ci sono solo un paio di gradi, l’inverno incombe, il sole non si intravede da giorni.

E tu sogni scenari caraibici, spiagge bianche e mare turchese. Cielo color cobalto e palme mosse dalla brezza leggera dei tropici.

E sai che è un sogno, solo un sogno.

Pensi che vorresti scrivere, ma, all’improvviso anche quello appare quasi troppo faticoso.

E allora, perché non è sempre utile, sano o salutare ammorbare il prossimo con le tue paturnie, te ne vai a dormire.

ALL BY MYSELF

Per una strana congiunzione astrale sono in Italia, a casa da sola, con figlio dai nonni e marito dalla (sua) mamma.
Sola con due giorni per il mio yoga, sola due notti, all by myself, con un bel mal di testa, anche, di quelli che ti fanno rinunciare ad una serata fuori con i compagni di corso, al ristorante vegetariano per chiacchiere libere, pensieri, esperienze, gioie e dolori della vita di tutti.
Ma non importa, va bene così (certo, “cosà” sarebbe stato meglio ;-)). Ieri ho rivisto, dopo mesi, degli amici che mi hanno riempita di gioia. Bisogna anche accontentarsi ogni tanto. Soprattutto quando si sa di vivere un periodo intenso, faticoso e impegnativo, in cui si sta chiedendo tantissimo a se stessi, al proprio corpo e alla propria anima e si sa che tutto si paga.
Una tazza di Earl Gray fuori orario, il divano, Vanity.
E l’ormai insostituibile Skype, per avere vicini anche coloro che sono lontani.

QUELLI CHE

Quelli che:

Non mi piace stare qui e non mi piace questo Paese”;

“Non c’è nessun valore aggiunto rispetto all’Italia e sono anche lontano da casa mia”;

“Non c’è nessuno stimolo culturale”;

“Se proprio devo vivere all’estero almeno vado dall’altra parte del mondo. Allora avrebbe un senso, almeno sarei in un contesto diverso, con cibo diverso e gente diversa”;

“Resto qui solo per il lavoro di mio marito. Almeno fosse, che so, in Francia, o in Germania…”.

Quelli che, nonostante tutto, non se ne vanno.

Io ascolto, osservo, faccio qualche domanda. E cerco di non giudicare.

Ma faccio fatica, molta fatica, a capire.

EXPAT LIFE (& EXPAT MOMS)

Fino al momento in cui il “tema” non mi ha toccata molto da vicino, non così tanti mesi fa, ammetto di non avere mai riflettuto con grande attenzione sulle possibilità, difficoltà e caratteristiche di una vita all’estero. Ogni tanto sfioravo l’argomento se qualche collega o conoscente aveva modo di condividere l’esperienza, ma, soprattutto, non avevo mai avuto occasione di confrontarmi da vicino con una “mamma espatriata”.
Non so bene per quale motivo, ma spesso nell’immaginario collettivo (mio compreso), le madri espatriate sono mogli di ambasciatori, diplomatici o altissimi uomini d’affari o delle istituzioni e la loro vita nomade intorno al mondo è un susseguirsi di traslochi in limousine, enormi residenze con cuochi e maggiordomi e, soprattutto, uno stuolo di tate e istitutrici per la (numerosa) prole.
Ecco, ben mi sta l’effetto collaterale del ragionamento per stereotipi, perchè l’esemplare medio di “mamma espatriata“, non necessariamente la sottoscritta, ma quelle che sto conoscendo io in questi primi mesi di vita Svizzera, corrisponde a tutt’altro genere di immagine.
Già che ci siamo sfatiamo subito anche un altro mito: che le madri espatriate non abbiano nessun problema di work life balance, non avendo nella maggior parte dei casi un “work” retribuito e quindi una stringente esigenza di conciliare diversi aspetti della loro vita lavorativa, personale e familiare.
Sbagliato. Nella mia (breve e piccola, per carità) esperienza mi pare vagamente di percepire tutto il contrario.
Il “work” delle madri consiste nel fare da accompagnatrice (sui mezzi pubblici) o da autista (nella peggiore delle ipotesi) della prole che frequenta una scuola a qualche chilometro da casa.
Le fortunate se la cavano in una mezz’ora di tram andata e ritorno (moltiplicato per quattro viaggi al giorno), le meno fotunate in qualche ora di guida nel delirio del traffico zurighese delle ore di punta (no, non sto scherzando, prima di vederlo coi miei occhi non ci credevo neppure io, ma le code esistono anche qui e sono diaboliche).
A questo si aggiunge l’impegno per scorrazzare la suddetta prole a qualche attività extra scolastica, soprattutto in caso di bambini più grandicelli che, però, non siano ancora autosufficienti negli spostamenti cittadini. Le masochiste hanno pane per i loro denti nel selezionare non una, ma almeno due o tre attività pomeridiane, equamente suddivise tra sportive e non.
A questa irrinunciabile base si aggiungono, poi, le incombenze domestiche: pulizie, stiro, cucina, spesa, considerando anche il fatto che gli aiuti professionali, se e quando possibili, sono ridotti all’osso per il costo esorbitante dei servizi: un’ora di una persona che venga a pulire la casa costa circa il triplo di quanto è abitudine in Italia. Idem per baby sitter e affini.
Volendo poi sfidare la legge delle 24 ore di vita disponibile in una giornata c’è pure chi si mette in mente di voler imparare la lingua del luogo: è possibile scegliere tra decine di scuole, corsi, soluzioni di orario e di prezzo (nessuno così cheap, in ogni caso, tanto per cambiare). E allora ci sarà la settimana intensiva, tutte le mattine, da lunedi a venerdì, le tre ore di tedesco incastrate tra la consegna del pargolo a scuola (tra le 8 e le 9, in base all’età) e il suo successivo ritiro alle 13. Oppure il corso di due mattine a settimana, da infilare proprio tra il giorno dedicato a stirare i panni e la spesa pre-fine settimana, oppure quello posizionato nella teorica pausa pranzo, giusto per chi necessita di un po’ di dieta dimagrante che aiuta a saltare il pasto.
È chiaro, poi, che tutte le mamme espatriate sono persone: come tali pertanto tutte diverse tra loro, con storie, vite, aspirazioni, paure e sogni differenti.
E due grandi punti in comune:
1) il fatto di essere, per lo più, sole in un Paese straniero, senza la vicinanza di familiari e amici “storici”, molte con anni di lavoro in Italia lasciato proprio in concomitanza del trasferimento, che cercano magari di reinventarsi una professione completamente nuova e che, caso strano, permetta loro di barcamenarsi con gestione di figli e famiglia,
2) e di avere i mariti o compagni “grandi assenti”: non perchè ne siano state abbandonate alla dogana, quanto perchè la parte maschile della coppia espatriata deve pensare a lavorare.
È (solo) lui, ora, che deve “mandare avanti la baracca’, nel bene e nel male.
E ciò può significare periodi più o meno lunghi di assenza da casa, continui viaggi all’estero o, per i più fortunati, giornate lavorative interminabili, con sveglie all’alba e rientri ben oltre il calar della sera.
Significa nella sostanza vivere in un Paese, ma con ritmi e stili di vita di un altro.
Non la (efficiente) rilassatezza svizzera, con bambini di quattro anni che vanno a scuola da soli, giornate lavorative che si chiudono alle cinque del pomeriggio, cena alle sei e mezza e serata a due dopo aver messo a letto i figli alle otto.
Ma con ritmi milanesi di delirio metropolitano, col padre che rincasa (forse) giusto il tempo per la buonanotte alle creature e che l’indomani mattina deve pretendere un treno alle sei.
Questa è la vera expat life, bellezza.

INCIPIT

Arrivò a quarant’anni e, un mattino, decise di iniziare il suo libro dell’anima. Per molti anni rimasto nascosto nella mente e nel cuore.

Neppure sapeva come sarebbe iniziato, in realtà, ma ciò decise e ciò fece.

Le prime righe recitavano così:

Aveva quarant’anni quando sentì pronunciare, rivolte a sé, queste parole: “Ma come? Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, tu adesso vuoi insegnare yoga?!”

Ascoltò e valutò. Fece quello che lo yoga insegna: osserva e non giudicare. Ciò che vi è di più raro e difficile al mondo.

Non ci riuscì, infatti.

E decise che, forse, i genitori non si possono dividere in buoni e cattivi, meritevoli e immeritevoli. Ma giudicò e decise che per i suoi di figli avrebbe voluto essere, con tutta l’anima e tutte le forze, un genitore diverso. Non migliore, magari, ma uguale mai.