MEMBRI DI FAMIGLIA

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(Immagine tratta da: http://www.cabbdesign.com)

 

Si sappia che qui si festeggiano i compleanni dei pupazzi, membri onorari della famiglia al rango degli umani. Anzi, direi pure di un livello superiore. Hanno diritto ad una data riservata sul calendario, preparazione di regali, festeggiamenti, torte e candeline.

Da più di ventiquattro ore sta appesa alla finestra una ghirlanda “Happy Birthday” e i genitori sono stati forzatamente obbligati a produrre un disegno originale come cadeau per il primo compleanno di Kuschlino, il topino home made, prodotto lo scorso anno come attività di lavoro a maglia al Kindergarten.

La Creatura si aspetta, tornando da scuola, una fornitura adeguata di dolciumi per il festeggiamento in piena regola, e naturalmente una candelina da spegnere.

Ho avuto qualche momento di smarrimento, della serie “Ma qui siamo impazziti…”, col marito che a tarda sera si sedeva al tavolo davanti ad un foglio di carta bianca, alla ricerca dell’ispirazione per il biglietto d’auguri dell’anno. Ho qualche dubbio sul fatto che un biglietto d’auguri così lo abbia mai fatto per suo figlio 😉

Poi mi sono detta che va benissimo così, e che il contrario non sta scritto da nessuna parte. Men che meno nella testa di un bambino di sette anni.

 

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E TU, CONOSCI I MOMOS?

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(Immagine tratta dal sito http://www.food.ndtv.com)

 

Confesso che uno dei piaceri di viaggiare e di vivere in luoghi diversi dal mio Paese d’origine è costituito per me dalla possibilità di sperimentare e assaggiare cibi provenienti da tradizioni culinarie diverse e lontane anche anni luce dalla propria. A casa ovviamente io preparo cibo italiano, anche perché è quello so fare ;-), ma devo ammettere che, soprattutto negli ultimi anni, mi è davvero venuta una passione per i cibi “diversi”, soprattutto se appartenenti alla categoria “cucina asiatica” per la quale mio marito dice che ho una seria fissa al limite della dipendenza.

Una delle scoperte più interessanti che ho avuto modo di fare qui a Zurigo (e qui sta anche il bello di vivere in una città che, pur non essendo una metropoli, ospita davvero tante culture diverse tra loro!) sono i “Momos”, ovvero i ravioloni ripieni di carne o verdura che costituiscono il piatto tipico tibetano. Ho avuto modo di scoprirli tempo fa, in occasione dello Street Food Festival che si tiene periodicamente con decine di bancarelle che offrono specialità gastronomiche provenienti dai quattro angoli del globo (e a questo proposito, un’altra scoperta stratosferica è stata la cucina afgana, sulla quale non avrei scommesso il becco di un quattrino bucato e che, invece, grazie ad un commerciante che sapeva fare il suo mestiere e accattivarsi pure la curiosità di un seienne, ho avuto la fortuna di provare).

Tornando, invece, ai Momos, pare che questa specialità abbia avuto talmente successo, evidentemente incontrando i gusti della clientela, che dopo qualche tempo è stato aperto  un ristorante che offre praticamente solo questo piatto nel suo menù (nelle tre varianti di carne, vegetariani e vegani). I Momos sono cotti al vapore, così come i ravioli cinesi, ma sono di dimensioni maggiori e vengono serviti con l’accompagnamento di salsa di soia e di una salsa piccantissima (da dosare con estrema cautela!) di peperoncino rosso!

Mi domandavo se anche in Italia questo cibo si sta diffondendo e se, almeno nelle città più grandi, i ravioli tibetani sono diventati famosi, visto che fino al mio trasferimento qui non ne avevo mai sentito parlare. Si tratta, tra l’altro, di un piatto normalmente molto gradito anche ai più piccoli (naturalmente senza salsa piccante), se mio figlio, che notoriamente non è un palato facile, ha sviluppato una vera passione per i Momos di carne, tanto che ogni tanto chiede a gran voce un take away per pranzo, quando le idee brillanti su cosa cucinare in famiglia scarseggiano.

MALATTIA “A META'”

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(Immagine tratta da http://www.meteoweb.eu)

 

Inverno e malanni, si sa, vanno purtroppo spesso a braccetto. Gennaio poi è il classico mese dell’influenza stagionale che, tra i vari problemi di salute del periodo, è quello che più frequentemente richiede un certo periodo di tempo per riprendersi completamente e la necessità di stare a letto nelle giornate di fase acuta della malattia.

Stamattina su un quotidiano locale qui a Zurigo è apparso un articolo secondo cui, a parere di molti datori di lavoro e di alcuni medici, sarebbe assolutamente ragionevole che i dipendenti assenti per l’influenza (anche allo scopo di evitare contagi agli altri colleghi) potessero lavorare da casa, secondo modalità di telelavoro – o home office che dir si voglia – quando le caratteristiche della prestazione lavorativa lo consentano. Diametralmente opposto il parere delle rappresentanze dei lavoratori, secondo cui “se qualcuno è malato, è malato“.

Personalmente ritengo che andrebbe, come sempre, applicato il buonsenso. Quando si è stesi da febbre alta, dolori e altri simpatici sintomi del genere dubito che si sia nelle migliori condizioni, anche dal punto di vista della opportuna lucidità mentale, per lavorare “seriamente”. Diverso è il caso delle giornate di convalescenza, in cui uno sguardo alle e-mail e qualche telefonata in ufficio non possono di certo fare troppi danni, e anzi possono essere un’opportunità per evitare di combattere al rientro con una montagna di arretrati. Il problema è che quando il buon senso deve essere tradotto in regole generali non sempre i risultati sono di particolare successo.

Qui in Svizzera, però, sono in vigore norme inesistenti in Italia che mi hanno stupito positivamente: esiste la possibilità di essere in malattia per una percentuale del proprio orario di lavoro complessivo, mentre in Italia la condizione di malattia comporta sempre una impossibilità totale al lavoro, fino a guarigione avvenuta (compreso quindi l’eventuale periodo di convalescenza).

Ciò significa che in Svizzera la persona, che magari inizia a stare meglio, ma per cui sarebbe ancora prematuro sopportare una intera giornata di lavoro, potrà lavorare ad orario ridotto fino a quando sarà completamente ristabilita. La maestra di mio figlio, ad esempio, qualche tempo fa ha subito un infortunio, in seguito al quale non ha ancora recuperato interamente la capacità lavorativa, ma a parte il primo periodo di assenza totale dalla scuola, ora è presente al 50% del tempo, riuscendo così a garantire la presenza almeno per le attività più importanti, mentre la restante parte viene coperta da supplenti.

In Italia, invece, ciò non è possibile, se non a fronte di “aggiustamenti informali” tra il lavoratore e l’azienda, che spesso rischiano di creare più problemi che vantaggi ad entrambi.

Natale, neve e dintorni

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Non sono mai stata una party-girl natalizia. Fino a quando ho vissuto in Italia, e con la sola esclusione del dorato periodo dell’infanzia, ho sempre sofferto un po’ l’avvicinarsi del Natale, gli obblighi di addobbi e simili, il dover sfoggiare a tutti costi sorrisi e felicità (vere o presunte) insieme ad un albero scintillante o a un presepe ricercatissimo.

Confesso che, dopo il trasferimento a Zurigo, le cose sono gradualmente cambiate. Non tanto per il fatto di avere un figlio che farebbe l’albero di Natale anche a Ferragosto, quanto perché da queste parti il periodo dell’Avvento è davvero molto sentito, si cercano infinite “scuse” per viverlo il più intensamente possibile e, come prima cosa, la città si inonda di luci. E’ ovviamente un modo per ammortizzare per quando possibile il buio e il grigiore incombente di questi mesi, quest’anno particolarmente intenso anche rispetto alla media. Tant’è che gli addobbi natalizi (e non parliamo dei Babbi Natale al supermercato che ormai compaiono a fine ottobre 😦 ) prendono ufficialmente possesso di Zurigo l’ultima settimana di novembre.

In Italia non ho mai neppure pensato di preparare l’albero prima di Sant’Ambrogio o dell’Immacolata (forse pure più tardi), ma qui ormai se resistiamo fino al primo weekend di dicembre è davvero molto! E, sinceramente, la cosa non mi pare affatto fuori luogo o eccessiva, ma semplicemente un modo abbastanza normale di adattarsi ai tempi, ai luoghi e ai riti della realtà in cui ci troviamo a vivere.

Si sa anche che nell’immaginario collettivo dell’uomo occidentale il concetto del Natale è abbinato quasi indissolubilmente a quello della neve. A Zurigo può capitare anche questa fortuna: da alcuni giorni, o forse dovrei dire settimane, di tanto in tanto tutto si colora di bianco e la mattina può capitare di svegliarsi con una nuova sorpresa: e anche la neve qui è considerata molto sul serio. Oggi mio figlio è tornato da scuola con un foglio in cui erano riportati i compiti da fare per domani: “Giocare nella neve” 😉  Naturalmente comando rispettato alla lettera…

 

 

DIVERSE PROSPETTIVE

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(immagine tratta da http://www.finanzaonline.com)

 

Non è stata una giornata particolarmente luminosa, anzi. C’è stato il diluvio all’alba e una breve e provvisoria pausa non faceva presagire nulla di buono per l’evoluzione della giornata.

Mio figlio è stato accompagnato a scuola dalla nonna, la quale ha difficoltà a capacitarsi che possa davvero fare in autonomia la strada di andata e ritorno, per cui ogni volta che capita da queste parti la scorta è garantita.

(io) “Nello zaino ci sono i pantaloni da pioggia: usali nella pausa, altrimenti ti bagni oggi”

(lei) “Ma perché?? Devono andare fuori oggi?!”

(io) “Beh, oggi come tutti i giorni in realtà”

Sguardo di terrore.

Di ritorno, qualche tempo dopo.

(lei) “La porta era già aperta ed è entrato subito a scuola…gli ho chiesto se quando escono per la pausa restano sotto il portico, lì almeno è coperto. Lui mi ha risposto: “E perché dovremmo stare qui sotto il portico quando c’è tutto il cortile?!”

 

IDEE IN CUCINA?

 

Normalmente amo cucinare ed è un’attività che mi pesa molto meno di altre incombenze casalinghe. Da qualche settimana, però, mi pare che il carico sia diventato particolarmente pesante.

Fatico a trovare idee interessanti e spesso quelle che trovo non incontrano i gusti (non sempre facilissimi) del piccolo di casa: tendenzialmente evito per principio di doppi menù, ragion per cui la conseguenza è una sequela quasi infinita di pasta, risotto, zuppe e legumi, verdure varie di accompagnamento (rigorosamente crude, altrimenti cadiamo nel digiuno di protesta), carne, pesce e formaggi in modica quantità (io e il Marito siamo pure intolleranti al lattosio, quindi la scelta rischia di ridursi ancora). E anche le uova sono da maneggiare con cautela, perché ultimamente Lui non gradisce più neppure la frittata!

Mi trovo in quella condizione in cui mi percepisco un po’ esaurita, mi sembra di passare ore a lavare e preparare verdure senza, però, poi avere a disposizione un pasto completo decente. Il tentativo del classico giro al supermercato in cerca di ispirazione, a queste latitudini, rischia di diventare una fonte di ulteriori frustrazioni, anche “grazie” alla sostanziale assenza di soluzioni pronte che siano ragionevoli sia dal punto di vista nutrizionale che da quello organolettico (salvo il classico pollo allo spiedo!)

Stamattina stavo pensando che, alla fine, tutto questo sforzo per cercare di mettere in tavola una dieta “sana” magari è davvero inutile, soprattutto considerate le notizie disperanti che si leggono in tema di pesticidi & co e che, alla fine, non sarebbe così tanto diverso andare di salsiccia e patate fritte 😉 decisamente molto più “easy”!

Eventuali idee sono ben accette…

LE ROVINE DI HOHENTVIEL

fortezza

 

Mio figlio, sin dalla più tenera età, è un super appassionato di castelli. Naturalmente più torri hanno, assomigliando all’immaginario collettivo delle favole, meglio è. Alla domanda: “Cosa vorresti fare nel fine settimana?” la risposta è stata: “Andare a vedere un castello”.

Sabato scorso avevamo intenzione di fare un giro fuori porta in Germania, così anche da provvedere alla periodica scorta di prodotti per l’igiene della casa e della persona da DM (avviso per chi non conoscesse: dà dipendenza), quando mio marito, di ritorno dall’ufficio, dice che un collega gli ha consigliato di andare a Singen.

Singen è una cittadina non lontano da Costanza e, diversamente dal più noto centro sul Bodensee, ha il pregio di essere, pur se sicuramente meno affascinante della sua vicina, anche decisamente meno presa d’assalto dai turisti svizzeri dello shopping. In più, dando un’occhiata on line, dato che ci era totalmente sconosciuta, scopriamo che è famosa proprio per le rovine di una fortezza medievale, costruite sulla cima di un vulcano spento (caso rarissimo), che si trova proprio alle porte della città e la cui fondazione risale intorno all’anno 1000.

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Eccoci, dunque, a Hohentviel: la fortezza si trova a circa 700 m sul livello del mare e la salita richiede una certa motivazione. Lasciata l’auto alla biglietteria alle pendici del monte (ingresso per gli adulti 4,50 e per i bambini 2,30 Euro), dove si trova anche un ristorante per rifocillarsi al ritorno ;-), si percorre la salita decisamente notevole! Dopo l’ingresso nel sito è possibile visitare gli ampi spazi ben conservati della struttura interna e la torre della chiesa su cui è anche possibile salire. Il panorama dalla cima è decisamente spettacolare e vale la fatica della salita: nelle giornate limpide è possibile ammirare il lago e le Alpi sullo sfondo; nel giorno della nostra visita c’era bel tempo, ma purtroppo con parecchia foschia all’orizzonte che ci ha un po’ guastato la festa.

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La strada fino all’ingresso della fortezza è quasi tutta asfaltata,  dunque impegnativa per il fiato, ma non difficile da percorrere, mentre l’interno è un acciottolato abbastanza scivoloso, quindi occorre fare attenzione e dotarsi di scarpe idonee per ridurre il rischio di capitomboli.

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(Foto Carlotta G.)

SAGGEZZA

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(Immagine tratta dal sito http://www.movieplayer.it)

 

I film di Kung Fu Panda piacciono moltissimo a mio figlio, e pure a me, in verità, che li riguardo sempre volentieri. Oltre ad essere estremamente divertenti per il pubblico dei più piccoli contengono, ad una lettura un po’ più attenta e approfondita, un sacco di messaggi decisamente ricchi di contenuti e significato.

C’è, tra gli altri, un breve dialogo in Kung Fu Panda 2 tra Po e il nemico Chen che credo possa valere più di migliaia di trattati di psicologia, se solo fossimo capaci di applicarlo nella vita reale.

“Come hai potuto sopravvivere Po? Ti ho portato via tutto quello che avevi!”
“Le cicatrici si rimarginano, Chen”.
“No, le ferite si rimarginano, le cicatrici restano!”
“Non ha nessuna importanza, Chen, devi lasciare andare le cose del passato. L’unica cosa che conta è chi scegli di essere ora.”

 

 

 

 

SCH….

parolacce

(Immagine tratta da http://www.studiosalem.it)

Il bello di un figlio più o meno multilingue sta nel fatto di poterlo vedere giocare su una spiaggia ligure con una creatura più o meno della stessa età, proveniente da nord delle Alpi, in un idioma comune ai due, ma non al luogo in cui si trovano e, contemporaneamente, permettere ai genitori – per i quali le vacanze con loro non sono così spesso vacanze – di mettere per un’oretta il cervello in modalità off-line e godersi il sole autunnale prima che tramonti.

Quando il mio di cervello è in modalità off è off; ad un certo punto il Marito mi domanda:

“Hai sentito quello che ha detto nostro figlio??!!”

“No, perché? Cos’ha detto?!”

“Una parola che mi pare di aver sentito anche prima…mi pare proprio non sia una bella parola…Scheisse!”

(nota a margine: in famiglia quella che parla dovrebbe parlare il tedesco sono io, il Marito dice e capisce due parole basiche del tipo: buongiorno, buonasera e buonanotte, mi chiamo…., sono italiano ecc.)

“E che vuol dire Scheisse??” “Io non l’ho mai sentita…”

“Mi pare proprio che voglia dire…merda!”

Rapido e immediato controllo sul dizionario on line e traduzione confermata.

“Ma è proprio strana ‘sta cosa, io non credo di averla mai sentita! … Tu come fai a saperla, scusa?”

“Beh, in ufficio, non sai quante volte al giorno la sento!”

Alternative:

  1. gli svizzeri, fuori dai luoghi di lavoro, sono educatissimi e non pronunciano mai parolacce in pubblico
  2. in svizzero-tedesco merda si dice in un altro modo, quindi avrò sentito per forza quello senza capire un’acca
  3. il non lavorare a contatto diretto con persone che imprecano in pubblico è un deficit incolmabile per lo sviluppo delle competenze linguistiche
  4. il mio stordimento ormai ha superato i livelli di guardia e mi dovrei seriamente preoccupare.

Propendo per le ipotesi 3 e 4.

 

INCONTRANDO ELASTI

La vita a volte è strana e, per fortuna, succede anche che riservi sorprese (belle!) inaspettate. In occasione delle nostre peregrinazioni italiane durante vacanze autunnali abbiamo programmato qualche giorno da mia suocera a Bologna. Del tutto inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, qualche giorno prima di partire, FB mi comunica che sabato 13 ottobre Claudia De Lillo – Elasti interverrà ad un evento organizzato dalla biblioteca comunale di un piccolo paese a due passi da dove ci troviamo e fortemente voluto dalla giovanissima Sindaca.
Occasione irripetibile e irrinunciabile, appuntamento segnato in agenda: “Alle 16.30 devo essere là”.
Convinco il Marito a restare con me, voleva accompagnarmi e tornare a prendermi al termine dell’evento: riottosità tipicamente maschile (le donne e le donne-mamme, inutile dirlo, solo la schiacciante maggioranza del pubblico), miseramente sbriciolatasi alla fine dell’esperienza.
Claudia De Lillo è come te la immagini leggendo Elasti, e la sua frequentazione virtuale quasi quotidiana fa quell’incredibile effetto di conoscerla da secoli: uno scricciolo di enorme energia, unita ad una commovente combinazione di profondità, ironia e leggerezza. Per tutti i presenti, più volte dichiarato, il desiderio sarebbe stato quello di restare lì, ore, semplicemente ad ascoltarla parlare. C’è un ampio spazio per le domande del pubblico sul suo lavoro (meglio, dei suoi lavori), il blog, l’Elasti-famiglia con i suoi favolosi personaggi.
Vuoi farle una domanda?” “Vuoi fare una foto con lei?” mi domanda a più riprese quello seduto a fianco.
Impossibile. Io sono ammutolita, la testa completamente vuota, paralizzata dalla commozione. Peggio di una tredicenne al concerto della propria rockstar preferita. È un fatto che fatico a spiegarmi e che, appunto, non ricordo di aver provato dopo i quattordici anni. Non vorrei essere, per nulla al mondo, in un luogo diverso da quello in cui mi trovo, e vorrei restare lì per sempre, semplicemente ascoltandola.
Arriva il momento in cui, a malincuore, mi devo alzare e tornare a casa, pensando che la forza delle donne è davvero qualcosa di magico e incredibile e che, a volte, il mondo è davvero un luogo meraviglioso in cui stare.