“IL SILENZIO è COSA VIVA” – Venerdì del libro

Chandra Livia Candiani è prima di tutto una poetessa, fatto che traspare in modo evidente e indubitabile sin dalle prime righe di questo piccolo libro (piccolo solo per dimensione fisica, visto che il relativo contenuto ha qualcosa di immenso in sé). E’ indubbiamente un testo sulla meditazione, ma forse considerarlo “solo” questo potrebbe rischiare di essere (per il lettore) riduttivo.

Me lo sono letto appositamente con studiata calma, io che nella lettura tendo spesso ad essere parecchio veloce e a volte anche frettolosa, diluendolo nel corso delle settimane, poche pagine per volta, magari la sera prima di andare a dormire. E ogni tanto lo riapro a caso, solo per leggere qualche riga che, sicuramente, porterà consiglio.

Il silenzio è cosa viva” (sottotitolo: l’arte della meditazione) credo sia prima di tutto un libro sulla vita (e sulla morte: che sono poi la stessa cosa, due facce della stessa medaglia, ma cose che nel nostro mondo di oggi non si possono dire a voce alta senza provocare “scandalo”). E’ un libro sul silenzio, quindi sul suono e sullo spazio, quell’infinito imprescindibile dentro e fuori di noi, spesso così disatteso e bistrattato. E’ un libro sull’accoglienza di ciò che accade, sul quotidiano, sul nostro io. Insomma su tutti i temi che i saggi trattano. Naturalmente, dipende come lo fanno.

Questo è un modo sublime.

Gradualmente, col tempo, man mano che ci apriamo ad essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso, un luogo in cui la presenza dello spazio vuoto si estende fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso. E l’adesso non è più il contingente, il senso del presente si amplia nel sapore della pura, nuda presenza. Niente di straordinario, si avverte solo e gradualmente ciò che già esiste. Una volta, in un giardino con un gruppo di bambini, dissi: “Che bell’aria che c’è oggi!” e uno di loro, fissandomi scandalizzato: “Perché chiami aria il cielo?” Solo allora, guardandomi i piedi intimidita, mi accorsi che il cielo arriva fino a terra.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

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“UN’IDEA DI DESTINO” – venerdì del libro


Due pensieri hanno caratterizzato la lettura di questo libro. Il primo, corrispondente più o meno alla prima metà del testo, ha esordito con un mio personalissimo interrogativo, ovvero se fosse davvero il caso di pubblicare – postumi, a distanza di diversi anni dalla morte – i testi dei diari personali di Tiziano Terzani, che abbracciano una durata di circa trent’anni, dal momento in cui venne espulso dalla cina comunista, fino a poco prima della sua morte, avvenuta nell’estate 2004. Il secondo, emerso al termine delle circa 400 pagine di lettura, è che se non avessi letto questo libro sarei sicuramente un po’ più povera.

Spiego il primo pensiero, perché potrebbe essere malinteso, nel senso di non considerare degni di valore i diari di quegli ormai lontani anni. Non è così, naturalmente, ma mi sono domandata se mostrare al mondo la più assoluta intimità della persona, senza filtri, senza revisioni editoriali che rendano certi pensieri più “pubblici o pubblicabili” avesse davvero un senso e non potesse essere considerato un atto poco rispettoso nei confronti di qualcuno che non ha più possibilità di esprimere il proprio punto di vista.

Ed è proprio la seconda parte del libro che meglio risponde a questo interrogativo: mostra il Terzani uomo, con tutte le caratteristiche di umane, inclusi fragilità e difetti, che paradossalmente sembrano in qualche modo passare in secondo piano negli ultimi anni di vita, dopo la scoperta della malattia che gradualmente pare diventare il suo vero percorso di vita, aprendogli la strada verso una consapevolezza prima sconosciuta o solamente intravista.

Per chi già conoscesse l’autore è possibile apprezzare numerosi “dietro le quinte”, incontri, esperienze e spunti utilizzati per la stesura di alcuni tra i suoi libri più noti e di successo. Per me è stata una grande sorpresa conoscere la realtà del processo creativo che ha portato alla pubblicazione di quello che considero un assoluto capolavoro “Un altro giro di giostra”, e che nell’esperienza di Terzani pare essere stato un parto complesso e sofferto, con continui blocchi e ostacoli che lo porteranno a terminare il libro a ridosso degli ultimi momenti di vita.

Ciò che comunque emerge è la grandissima forza interiore di quest’uomo, che al termine di una vita straordinaria (letteralmente “fuori dall’ordinario”) e sicuramente caratterizzata da una forte inquietudine esistenziale, che lo ha infatti portato a una continua ricerca del senso dell’esistenza, arriva a far pace con ciò che è, con la sua storia e le sue radici, andando fiero della propria individualità e unicità che rimarrà orgogliosamente tale anche quando le esperienze di vita sembrano averlo portato lontano anni luce dal luogo di partenza.

Il mio essere qui, ora, a cercare di scrivere, fa continuare la storia e le dà l’ultimo capitolo, il più vero: non ci sono scorciatoie, tanto meno quella di un guru che ti apre la via. Questo è un aspetto che varrà la pena di sottolineare, anche per mettere in guardia futuri giovani viaggiatori dal restare intrappolati da questa idea che “c’è bisogno di uno che fa luce”. Che la faccia, ma poi tocca a noi giudicare, valutare, fare la nostra esperienza. Vivek mi ha aiutato moltissimo (…) perché mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista, nel quale ho trovato conforto, forza e ispirazione per mettere a punto un mio modo di vedere la mia vita. Non per comprare a scatola chiusa un pacchetto di idee che – a essere cattivo – non vedo funzionare bene neppure col suo rivenditore.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

“NON DEVO” o “CHISSENEFREGA”

Una volta qualcuno ha detto che il proibizionismo non paga. Credo abbia ragione.

C’era una tortina alle fragole oggi, al banco della pasticceria, una di quelle che usano qui all’inizio della primavera. Sola soletta, probabilmente le sue compagne avevano già avuto il loro momento di gloria nel corso della giornata.

Ho detto “non devo” e ultimamente faccio fatica a riconoscermi in quella che per quattro decenni mai diceva “non devo” di fronte ad un cibo, ma al massimo “non mi piace” o “ non ne ho voglia”.

Ci sono i momenti “non devo”, e sono diventati parecchi ultimamente, e poi ci sono i momenti “chissenefrega”, quelli che non sarebbero eticamente accettabili se non fossimo esseri umani, tra l’altro misteriosamente comandati per lo più da forze oscure. Per oggi ha vinto il “chissenefrega” accompagnato da té Earl Grey delle cinque.

Dopo sono stata benissimo. Non so per quanto.

IL LIMITE DEL PENSIERO

Da un po’ di tempo mi capita spesso di riflettere sui danni fatti dal famoso “Cogito ergo sum“, frasetta che chissà perché è entrata negli anni nella testa di quasi tutti coloro che hanno un’istruzione superiore di qualche tipo, e che accompagna come un mantra diverse fasi della vita, quasi a pari merito con l’altro best-seller “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce“. Spiace dire che probabilmente ai due eminenti signori di cui sopra era sfuggito qualcosa di un tantino essenziale sulla natura umana.

Come se fosse possibile avere (davvero) cervello senza cuore, e naturalmente viceversa, ed essere esseri umani completi ed assennati. E come se fosse vero che l’essenza dell’uomo fosse contenuta in quel guazzabuglio infernale che oggi chiamiamo comunemente “mente”, con le perversioni (nostre ed altrui naturalmente) a cui il quotidiano ci ha insegnato ad assistere come fosse cosa inevitabile.

Discutevo poco tempo fa con una persona di un’altra generazione, in un contesto complicato da una situazione emotiva difficile, ulteriormente aggravata dai legami familiari, in un dialogo che poteva suonare più o meno così:

“Perché io penso sempre, sono abituata a pensare a tutto quello che succede, a tutti i problemi che ci sono!”

Beh, forse la soluzione sarebbe proprio smettere per un po’ di pensare

Eh?!? E perché mai?? Si sa da sempre che le persone intelligenti pensano per risolvere i problemi!

Le persone intelligenti DEVONO pensare. Se io non penso con la mente, non posso definirmi una persona intelligente e la mia vita sarà un disastro. Assunto che, probabilmente, ha comportato nei secoli danni incalcolabili al genere umano, che ha finito per scambiare il parto dei propri deliri mentali con la realtà, o ancora peggio, con la VERITA’.

Temo che la verità stia però altrove, molto altrove. Se non ne siete convinti provate a dedicare qualche minuto alla lettura di questo testo, che molto meglio delle mie capacità narrative espone un altro punto di vista.

Dopo, provate a osservare ciò che sentite. Osservate e sentite, non pensate.


(Echkart Tolle, “Un nuovo mondo”)

1939

Hanno la stessa età, entrambe nate nel 1939, nello stesso mese, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
Le Conosco da tutta la vita e posso giurare, senza timore di essere smentita da nessuno, che entrambe hanno segnato in meglio i miei quasi 45 anni.
Non ho mai avuto timore di potermi in qualche modo dimenticare di loro, neppure se, per le strade della vita, potevo vedere entrambe ormai abbastanza di rado e per fugaci momenti.
Ho bellissimi ricordi di bambina (e anche meno belli, che ora mi sembrano belli lo stesso) in due mondi paralleli, apparentemente inconciliabili e lontanissimi, tanto che mi appare straniante che appartengano alla stessa vita.

Una sta organizzando in questi giorni la sua festa di compleanno, con amici e parenti in arrivo da tutta Italia. Nonché un successivo viaggio in Iran “perché non posso mica stare qui chiusa dentro, anche se ho 80 anni e non parlo inglese”.

L’altra se n’è andata pochi giorni fa, in silenzio come è vissuta, prima che potessi mandarle il solito mazzo di fiori per il suo compleanno il 1° di marzo, ad un soffio dai suoi 80 anni. La ricordo sempre accanto a me, nel bene e nel male, spesso senza dire una parola, con una semplice e rassicurante presenza, quella della terra che è casa e che, credo, abbia molto contribuito a salvarmi la vita.

Ciò che ora è sicuro è che è un onore ed un privilegio sapere di avere incontrato donne così.

GABBIANI

Nelle settimane “buone” il venerdì è il mio giorno di pausa. Non perché non abbia nulla da fare, ma perché provo, nei limiti del possibile e delle contingenze, a trovare un piccolo spazio per fare non solo quello che devo, ma anche quello di cui ho bisogno. Può essere stare un’ora a cucinare, a leggere qualcosa, o uscire a fare un giro (preferibilmente uscire a fare un giro e preferibilmente senza meta!). A volte non ho la possibilità di camminare lasciandomi guidare dal caso, perché ho necessità che mi portano ad una meta precisa, ma cerco comunque di sfruttare la cosa a mio vantaggio.

Era uscito il sole, in modo quasi inatteso e certamente provvisorio, il conseguente imperativo è stato: “fuori!” Mi sono seduta in riva al fiume, col sole che prometteva di più dei pochi gradi previsti; non ero l’unica, in orario di pausa pranzo. Mangiare al sole seduti sulla panchina è uno degli sport nazionali. C’erano le papere e i gabbiani. Anche non avessi mai visto Hitchcock, qualche dubbio mi sarebbe comunque venuto: ma quanto sono aggressivi? In questa stagione spesso anche lontani dall’acqua, alla famelica ricerca di cibo che si contendono ferocemente l’un con l’altro e con le suddette paperelle, che subiscono inevitabilmente la supremazia di coloro che attaccano dal cielo.

Sono rimasta lì, non so per quanto, a scaldarmi al sole di febbraio che inizia ad avere un suo senso e a ricordare che, alla fine, la primavera può non essere neppure così lontana. Mi sono guardata intorno, tra chi pranzava, chi chiacchierava con qualcuno, chi portava il figlio a vedere il fiume e gli uccelli, restando semplicemente seduto ad osservarne le evoluzione e a sorridere per i voli radenti dei germani reali. Per diversi minuti non ho visto nessuno parlare al telefono o guardare lo smartphone. Forse c’è ancora speranza.

LO SHAMPOO

Settimana faticosa. Mi ritrovo chiusa per lunghi minuti in uno sgabuzzino insonorizzato, un metro per due, soffocante dal caldo e senza un adeguato ricambio d’aria, mentre mio figlio fa un esame strumentale nel corso di una visita medica. Credo di non ricordare recenti momenti di cotanto disagio. Voglio uscire, voglio uscire, voglio uscire, pur non avendo mai avuto problemi di claustrofobia. Ho fastidio ovunque, gli stivali invernali scaldano troppo i piedi, la calzamaglia indossata per sopportare il gelo esterno è un di più imbarazzante lungo le gambe. Voglio uscire. Il fastidio si concentra nella testa, sul cuoio capelluto e sui capelli, sento un bisogno disperato di una doccia, di lavarmi i capelli. Voglio andare a casa a farmi uno shampoo.

” Una brutta giornata
chiuso in casa a pensare
una vita sprecata
non c’è niente da fare
non c’è via di scampo
mah, quasi quasi mi faccio uno shampoo. Uno shampoo? Una strana giornata
non si muove una foglia
ho la testa ovattata
non ho neanche una voglia
non c’è via di scampo
devo farmi per forza uno shampoo. Uno shampoo? Scende l’acqua, scroscia l\’acqua
calda, fredda, calda…
Giusta!
Shampoo rosso e giallo, quale marca mi va meglio?
Questa!
Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve
sembra panna, sembra neve. La schiuma è una cosa buona, come la mamma, che ti accarezza la testa quando sei triste e stanco: una mamma enorme, una mamma in bianco. Sciacquo, sciacquo, sciacquo. Seconda passata. Son convinto che sia meglio quello giallo senza canfora.
I migliori son più cari perché sono antiforfora.
Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve
sembra panna, sembra neve. La schiuma è una cosa pura, come il latte: purifica di dentro. La schiuma è una cosa sacra che pulisce la persona meschina, abbattuta, oppressa. È una cosa sacra. Come la Santa Messa. Sciacquo, sciacquo, sciacquo.
Fffffff… Fon. “

(Giorgio Gaber) https://www.youtube.com/watch?v=1RRt_3iU5Os

Ho avuto la fortuna di assistere una volta a teatro (in un’altra vita, quando a teatro ci andavo tutti i mesi ed era l’appuntamento più atteso di tutti, quando ancora alle nove di sera non crollavo dal sonno e potevo anche scegliere spettacoli nella mia lingua) a questo monologo di Giorgio Gaber. Non lo conoscevo, se non di fama, e non avevo particolari attese o aspettative. Ricordo, a fine serata, di aver pensato di avere sentito una delle cose più geniali dell’universo. Lo penso ancora.

DELLA BELLEZZA

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Mi trovavo in centro a Zurigo alcuni giorni fa, in una mattina dedicata a incombenze pratiche e poca voglia di altro. Era miracolosamente uscito un po’ di sole, raro spiraglio dopo lunghi giorni di grigio e buio, anche se freddo, parecchio freddo. Mi sono ripromessa, ogni qualvolta compare un po’ di bel tempo, di dedicare almeno una mezzora ad una passeggiata a piedi, la vitamina D ringrazia. Ho quindi abbandonato il mio tram e ho iniziato a camminare a passo svelto, per cercare di scaldarmi un po’.

Sono arrivata ad attraversare il ponte e lì ho dovuto necessariamente fermarmi. Sono cinque anni e mezzo che vedo lo stesso scenario, spesso, in ogni stagione e in ogni condizione meteo. Ma quando è così non posso fare a meno di prendere due minuti di pausa, estrarre il telefono dalla borsa e fare una foto. Ed è, per me, come la meraviglia della prima volta, lo sguardo rapito da tanta bellezza che mi pare quasi incredibile possa continuare a manifestarsi e a colpirmi come il primo momento.

Lo chiamerebbero amore, e sicuramente lo è. Ed è un amore che riempie, nutre e rigenera, illumina e scalda, all’infinito. Bastando a se stesso.

Ho iniziato a scrivere questo post non sapendo esattamente dove sarei andata a parare, avevo in testa la foto, il resto verrà da sé. Avevo in testa un contrasto ideale tra questa meraviglia manifestata e le continue brutture umane a cui ormai non è più possibile sottrarre lo sguardo e l’udito. E che sono talmente enormi che diventa sempre più difficile evitare di scriverne, anche quando l’intento di questo spazio, da sempre, vuole essere altro.

Per questa volta, ancora, ce l’ho fatta. La Bellezza vince e, alla lunga, credo spero vincerà sempre.

PER DIECI ANNI ALMENO

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(Immagine pixabay.com)

 

Interno serale, il giorno prima della ripresa della scuola, alla fine delle vacanze di Natale.

Ma quindi… domani cosa devi fare esattamente?

Quello che faccio di solito il lunedì. Accompagnare la Creatura al seminario, tornare a prenderla a mezzogiorno. Quando rientra dal pomeriggio a scuola portarla alla lezione di pianoforte e poi di nuovo a casa…”

Beh, ma la mattina non può andare da solo?”

Ma…io devo prendere l’autobus…e poi il tram…”

“Eh be’, qual è il problema?! Non sei capace ormai di prendere l’autobus da solo?”

“Come da solo??!! Voi mi dovete accompagnare sempre…per altri dieci anni almeno!”

8+10= 18.

Risate. Chiusura di sipario.

L’ANNO CHE VERRA’

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Uscivo da una porta, scendendo qualche gradino, in una tiepida mattina di tardo autunno, mentre una Zurigo già ammantata di bellezza per le imminenti feste natalizie attendeva di essere illuminata da qualche sporadico raggio di sole. Mi accompagnava la consapevolezza che nulla sarebbe stato facile, sicuramente ancora e sempre meno di ciò che era stato fino a quel momento. Non stavo pensando, semplicemente sentivo e sapevo. Sentivo e sapevo cose che si possono sentire e sapere e basta, cercando di lasciare in sottofondo il rumore dei pensieri affollati e indesiderati, numerosi come le zecche estive nei boschi svizzeri. Non avevo domande, né tanto meno risposte. Sapevo che entrambe sarebbero state sommamente inutili.

Mi rendevo conto, quasi all’improvviso, che questo strano, vischioso anno del calendario 2018 stava arrivando alla sua naturale fine. Avrei detto, in altri momenti della vita e in altre circostanze, qualcosa come “Che il diavolo ti porti, e a mai più arrivederci“. Sapevo sarebbe stata un’affermazione altrettanto sommamente inutile. Speriamo e crediamo nel tempo, vanamente.

Capivo che mi si erano svelate molte cose, alcune di queste sostanzialmente non-spiegabili al prossimo, neppure al più stretto parente o amico fraterno. Che ciò che mi faceva infuriare fino a poco tempo prima si era trasformato, quasi all’improvviso, in una verità piena di significato da santificare ogni giorno. Ero riuscita a comprendere, non con la mente, cosa significa andare avanti, sempre e nonostante tutto, sovrapporre indistintamente il riso alle lacrime, sentirsi morire e nello stesso tempo avere la consapevolezza che nulla potrà toglierti ciò che di più prezioso esiste nell’universo. Provare un lutto disperato, ma senza disperazione. Sapere che non c’è certezza, e rinunciare a cercarla. Sentire lo spazio, sempre e comunque, e il silenzio che lo accompagna. Sapere che non è un’illusione, ma l’unica vera verità.

E pensare, alla fine, che questo faticoso, vischioso, 2018 sia stato un anno bellissimo.

Buon anno.

“Ogni cosa merita rispetto, ma niente è importante. Le forme nascono e muoiono, eppure sei consapevole dell’eterno che sta sotto. Quando questo è il tuo stato d’Essere, come puoi non farcela? Ce l’hai già fatta”. (Eckhart Tolle)

 

 

(Testo e foto Carlotta G.)