DELLA BELLEZZA

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Mi trovavo in centro a Zurigo alcuni giorni fa, in una mattina dedicata a incombenze pratiche e poca voglia di altro. Era miracolosamente uscito un po’ di sole, raro spiraglio dopo lunghi giorni di grigio e buio, anche se freddo, parecchio freddo. Mi sono ripromessa, ogni qualvolta compare un po’ di bel tempo, di dedicare almeno una mezzora ad una passeggiata a piedi, la vitamina D ringrazia. Ho quindi abbandonato il mio tram e ho iniziato a camminare a passo svelto, per cercare di scaldarmi un po’.

Sono arrivata ad attraversare il ponte e lì ho dovuto necessariamente fermarmi. Sono cinque anni e mezzo che vedo lo stesso scenario, spesso, in ogni stagione e in ogni condizione meteo. Ma quando è così non posso fare a meno di prendere due minuti di pausa, estrarre il telefono dalla borsa e fare una foto. Ed è, per me, come la meraviglia della prima volta, lo sguardo rapito da tanta bellezza che mi pare quasi incredibile possa continuare a manifestarsi e a colpirmi come il primo momento.

Lo chiamerebbero amore, e sicuramente lo è. Ed è un amore che riempie, nutre e rigenera, illumina e scalda, all’infinito. Bastando a se stesso.

Ho iniziato a scrivere questo post non sapendo esattamente dove sarei andata a parare, avevo in testa la foto, il resto verrà da sé. Avevo in testa un contrasto ideale tra questa meraviglia manifestata e le continue brutture umane a cui ormai non è più possibile sottrarre lo sguardo e l’udito. E che sono talmente enormi che diventa sempre più difficile evitare di scriverne, anche quando l’intento di questo spazio, da sempre, vuole essere altro.

Per questa volta, ancora, ce l’ho fatta. La Bellezza vince e, alla lunga, credo spero vincerà sempre.

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PER DIECI ANNI ALMENO

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(Immagine pixabay.com)

 

Interno serale, il giorno prima della ripresa della scuola, alla fine delle vacanze di Natale.

Ma quindi… domani cosa devi fare esattamente?

Quello che faccio di solito il lunedì. Accompagnare la Creatura al seminario, tornare a prenderla a mezzogiorno. Quando rientra dal pomeriggio a scuola portarla alla lezione di pianoforte e poi di nuovo a casa…”

Beh, ma la mattina non può andare da solo?”

Ma…io devo prendere l’autobus…e poi il tram…”

“Eh be’, qual è il problema?! Non sei capace ormai di prendere l’autobus da solo?”

“Come da solo??!! Voi mi dovete accompagnare sempre…per altri dieci anni almeno!”

8+10= 18.

Risate. Chiusura di sipario.

L’ANNO CHE VERRA’

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Uscivo da una porta, scendendo qualche gradino, in una tiepida mattina di tardo autunno, mentre una Zurigo già ammantata di bellezza per le imminenti feste natalizie attendeva di essere illuminata da qualche sporadico raggio di sole. Mi accompagnava la consapevolezza che nulla sarebbe stato facile, sicuramente ancora e sempre meno di ciò che era stato fino a quel momento. Non stavo pensando, semplicemente sentivo e sapevo. Sentivo e sapevo cose che si possono sentire e sapere e basta, cercando di lasciare in sottofondo il rumore dei pensieri affollati e indesiderati, numerosi come le zecche estive nei boschi svizzeri. Non avevo domande, né tanto meno risposte. Sapevo che entrambe sarebbero state sommamente inutili.

Mi rendevo conto, quasi all’improvviso, che questo strano, vischioso anno del calendario 2018 stava arrivando alla sua naturale fine. Avrei detto, in altri momenti della vita e in altre circostanze, qualcosa come “Che il diavolo ti porti, e a mai più arrivederci“. Sapevo sarebbe stata un’affermazione altrettanto sommamente inutile. Speriamo e crediamo nel tempo, vanamente.

Capivo che mi si erano svelate molte cose, alcune di queste sostanzialmente non-spiegabili al prossimo, neppure al più stretto parente o amico fraterno. Che ciò che mi faceva infuriare fino a poco tempo prima si era trasformato, quasi all’improvviso, in una verità piena di significato da santificare ogni giorno. Ero riuscita a comprendere, non con la mente, cosa significa andare avanti, sempre e nonostante tutto, sovrapporre indistintamente il riso alle lacrime, sentirsi morire e nello stesso tempo avere la consapevolezza che nulla potrà toglierti ciò che di più prezioso esiste nell’universo. Provare un lutto disperato, ma senza disperazione. Sapere che non c’è certezza, e rinunciare a cercarla. Sentire lo spazio, sempre e comunque, e il silenzio che lo accompagna. Sapere che non è un’illusione, ma l’unica vera verità.

E pensare, alla fine, che questo faticoso, vischioso, 2018 sia stato un anno bellissimo.

Buon anno.

“Ogni cosa merita rispetto, ma niente è importante. Le forme nascono e muoiono, eppure sei consapevole dell’eterno che sta sotto. Quando questo è il tuo stato d’Essere, come puoi non farcela? Ce l’hai già fatta”. (Eckhart Tolle)

 

 

(Testo e foto Carlotta G.)

TREND DEL MOMENTO

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(Immagine pixabay.com)

 

Candele e fiamme, molte candele, ancora più fiamme e fiammiferi accesi a ritmo frenetico: si cerca di controllare il controllabile, ma in occasione dell’avvento in casa mia inizia il momento piromania dell’anno. Obiettivo: sopravvivere, cercando di evitare l’intervento estremo dei vigili del fuoco, contando sull’allungamento delle giornate e nella ricomparsa di un po’ di sole che servano a calmare i tentativi compulsivi di rischiarare le tenebre.

Musica, musica, musica. Preferibilmente di interpreti ormai defunti (anche se di elevata qualità e, considerando quel che gira ora tra “i giovani”, non mi posso lamentare: meglio essere rintronati da “Billie Jean” che da qualche orrore che di questi tempi riempie la cronaca – magari nera -). Effetto collaterale: perdita del senso dell’orientamento musical-temporale. “Mamma, ma i Coldplay sono ancora vivi?” “Me lo auguro, hanno poco più di quarant’anni!”

Balliamo, balliamo, balliamo. Trend collegato al precedente: non si possono guardare ventimila volte al giorno su YouTube video di Michel Jackson senza essere contagiati dall’irrefrenabile stimolo di diventare il miglior ballerino pop dell’universo conosciuto. Probabilità di successo: inesistente.

Decoriamo, decoriamo, decoriamo. L’albero di Natale non è mai abbastanza addobbato, illuminato, argentato. Peccato che il trend minimal dei genitori si opponga al gusto decisamente barocco della prole per tutto ciò che fa decorazione e, soprattutto, può essere auto-prodotto. Effetto collaterale: danno ecologico di importanti proporzioni per tutti i materiali sprecati  utilizzati: carta, nastro adesivo, cotone, nastri, plastiche varie. Rimedio: nessuno. Si attende il superamento delle feste per loro decorrenza naturale.

Buon Natale!

 

“IL POTERE DI ADESSO” – Venerdì del libro

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“Siate coscienti di essere coscienti”

Eckhart Tolle è stato, per anni, almeno per me, uno dei segreti meglio custoditi dell’universo. Nemmeno gli algoritmi di Amazon erano riusciti a svelarlo ai miei occhi, ed ogni volta che ci penso mi pare una coincidenza alquanto bizzarra e misteriosa.

Il primo libro di Tolle “Il potere di adesso” è entrato in casa mia per vie traverse e fortuite, non era neppure destinato a me, che l’ho preso in mano, animata da uno scetticismo delle dimensioni del’intero continente americano, solo perché ad un certo punto non avevo a disposizione altro da leggere. Dopo una decina di pagine il mio scetticismo si era ridotto alle dimensioni del paesino di montagna abbarbicato sulle Alpi Svizzere e, tempo di terminare la lettura, avevo maturato la percezione di aver letto la cosa più importante che mi fosse capitata sotto gli occhi da tutta la vita. 

L’effetto quello di un velo squarciato, non all’improvviso certamente, ma grazie ad un lavoro ed esperienze di anni che, però, grazie a quelle pagine (segnaletica stradale, come la definisce l’autore…) rendevano il TUTTO assolutamente chiaro e incontrovertibile. Lo scopo, il senso, la forma, assumevano significati che, inconsciamente, avevo cercato di svelare senza esito fino a quel momento, dando semplicemente un ordine ed una logica – se è possibile definirla così – ad una informe massa di sensazioni.

“L’attesa è uno stato mentale. In pratica, significa che desideri il futuro e che non vuoi il presente. Non vuoi quel che hai, ma quel che non hai. Con ogni tipo di attesa non fai altro che creare inconsapevolmente un conflitto interiore tra il tuo qui e ora, dove non vuoi essere, e il futuro proiettato, dove desideri stare. Ciò riduce drasticamente la qualità della tua vita, facendoti perdere il presente”.

Un nuovo mondo è entrato in casa mia consapevolmente, anche grazie agli algoritmi di Amazon, comunque accompagnato da un’altra dose – minima stavolta – di scetticismo: non sarebbe stato, magari, un doppione del primo enorme successo editoriale (a me totalmente sconosciuto per una mezza vita), solo per far cassa in diritti d’autore? Le briciole di scetticismo si sono stavolta volatilizzate due o tre pagine più tardi, portandomi a domandare all’universo perché mai la lettura di questi due libri non sia resa obbligatoria in tutto il maledetto mondo conosciuto.

E’ impossibile argomentare di più, inutile provare a sintetizzare qualsiasi cosa. Se nutrite un certo interesse per la Vita, per il Senso, per il Sé; per la consapevolezza e per la mente. Se ci sono cose che credete possano essere svelate da qualcuno di illuminato, provate a leggerlo/li. Se non ne comprendete il senso o vi viene da pensare che siano tutte sciocchezze, lasciate perdere, vuol dire che non è ancora giunto il momento.

“L’ego è la mente non osservata che governa la tua esistenza quando non sei presente come testimone consapevole. L’ego si percepisce come un frammento separato in un universo ostile, senza alcuna reale connessione con gli altri esseri, circondati da altri ego che considera alternativamente come potenziali minacce o risorse da sfruttare. Gli schemi di base sono progettati per contrastare la sua paura profondamente radicata e il suo senso di mancanza. Sono schemi di controllo, resistenza, potere, attacco. Alcune delle sue strategie sono molto scaltre, tuttavia non risolvono mai definitamente nessuno dei suoi problemi, semplicemente perché l’ego stesso è il problema”.

Qualcosa, al di là di tutto, certamente e drammaticamente attuale.

 

 

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

“GIORNI GIAPPONESI” – Venerdì del libro

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Ho scovato casualmente “Giorni giapponesi” in una libreria, in una delle mie – non così frequenti – incursioni italiane. Non avevo mai letto nulla dell’autrice, che conoscevo indirettamente per essere la moglie di Tiziano Terzani, e sono rimasta incuriosita dalla possibilità di provare a leggere qualcosa dell’altra faccia della medaglia (o meglio, dell’altra metà della famiglia). Non essendo neppure mai stata in Giappone c’era dunque anche un certo interesse nel conoscere qualcosa su questo Paese che conserva, comunque sia, un aspetto tendenzialmente misterioso, scritto da di una persona che vi ha trascorso diversi anni della propria vita e che conosceva molto bene la realtà asiatica per esperienza diretta di vita personale e familiare.

Occorre anzitutto premettere che non si tratta né di un romanzo né di un saggio, ma sostanzialmente di un diario durato cinque anni (1995-2000), periodo della permanenza nel Paese del Sol Levante, immediatamente successivo agli anni trascorsi in Cina e precedente al trasferimento della famiglia in Thailandia. Lo stile, dunque, risente dei “limiti” dell’essere un diario, non sempre scorrevolissimo e a tratti un po’ ripetitivo. Chi cercasse recensioni sull’opera troverebbe numerose stroncature, non solo per ragioni stilistiche, quanto anche per la fortissima impronta “giudicante” con cui la storia e la cultura del Paese ospitante vengono raccontate e valutate. Dalla lettura emerge, in effetti, un’impronta fortemente critica – al limite del disprezzo – sulle strutture sociali, politiche ed economiche di quello che (negli anni in cui Angela Terzani Staude scrive) è il momento del massimo boom economico giapponese, quasi interpretato come un (in)diretto attacco ai valori e alle strutture di Europa e Stati Uniti d’America.

Non avendo nessuna diretta conoscenza della specifica realtà, e considerando anche che alcuni aspetti descritti risultano sicuramente datati e superati dalla storia, non sono certamente in condizioni di esprimere un giudizio critico con cognizione di causa. Stupisce comunque la durezza del giudizio, soprattutto da parte di una persona che per cultura, formazione ed esperienze di vita, dovrebbe essere stata avvezza a vivere e valutare la diversità come un valore. Resterà, dunque, per me un sostanziale mistero, se la realtà di una società e di una cultura siano state almeno parzialmente svelate, o al contrario completamente fraintese.

Tutta qui la cerimonia del tè?

Non ne ho capito il significato mistico – ho detto a Ulli

Non c’è – mi ha risposto prontamente – In questa cerimonia si tratta semplicemente di preparare, nel modo più estetico possibile, una tazza di tè per un amico.

L’estetica come paravento per il vuoto che vi si nasconde dietro?”

 

 

(Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma)

“MAMME ITALIANE NEL MONDO”

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Questa volta non è ancora una recensione, ma un inserimento nella mia personale “wish list“. Da alcune settimane è stato pubblicato “Mamme italiane nel mondo“, libro completamente dedicato a storie “mammesche” di espatrio, di donne (e mamme) italiane che hanno deciso di raccontare le loro esperienze di vita oltre i confini del Belpaese (si chiama ancora così?!)

Storie diversissime tra loro (delle quali per ora ho avuto modo di leggere alcuni estratti, essendo nelle ultime settimane molto rallentata nelle letture per diletto a causa del solito corso di tedesco…) per provenienza, motivazione, destinazioni ed…esito. Non tutte a “lieto fine” naturalmente. La vita, come si sa, non offre alcuna garanzia da questo punto di vista, e ciò indipendentemente da dove si viva, ma ciò che tutte le persone che hanno avuto possibilità di vivere in un Paese diverso da quello di origine dicono è che, di sicuro, si tratta di un’esperienza che cambia il modo di vedere le cose, che apre una diversa prospettiva sul mondo e sull’esistenza, ciò anche indipendentemente dal livello di soddisfazione raggiunto nella propria meta di espatrio.

Ho la fortuna di conoscere personalmente una delle mamme che hanno contribuito con la loro storia alla costruzione del libro, essendoci incontrate in quella metropoli di spaventose dimensioni che è Zurigo 😉 ed è sempre particolare e molto bello conoscere “dal vero” le persone che si leggono.

Ciò che mi viene da pensare, scorrendo rapidamente i luoghi, le storie e le persone, è che davvero le donne a volte mostrano un immenso coraggio, incredibili risorse e spaventosa tenacia, perché chi vive – o ha vissuto – all’estero lo sa bene: non sempre è tutt’oro quel che luccica e, in ogni caso, una buona dose di spirito di adattamento (nonché di sacrificio, per lo meno nelle prime fasi della nuova vita) è sicuramente da mettere in conto. Immaginando poi alcune realtà un po’ “aliene”, non certo equiparabili alla Svizzera, mi dico che, in tutta onestà, io non ce la farei, sicuramente non dopo i quarantanni ormai suonati da un po’!

Io mi dichiaro sempre un’espatriata “facile”, con una destinazione a poche centinaia di chilometri “da casa” e una realtà in cui basta andare in un qualsiasi supermercato per trovare (quasi) tutto quello a cui eri abituata 😉 La lingua è un’altra storia, ma è chiaro che non si può avere tutto e, dal mio punto di vista, questa ormai è la “casa” da cui non vorrei andarmene mai, pur avendo la consapevolezza che, qualora dovesse succedere, la meta sarebbe con estrema probabilità quella da cui sono partita.

 

DI PARANOIE E ALTRE AMENITA’

Paranoia

(Immagine tratta da www.ipsico.it)

 

Paranoia: “per paranoia si intende una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre. La paranoia non è un disturbo d’ansia, bensì una psicosi. Si tratta in sostanza, non di una sensazione di ansia o di paura, ma di disturbi di pensiero (giudizio distorto, sbagliato) di cui il paziente non ha coscienza. Il termine (che deriva dal greco παράνοια, “follia, insensatezza”) è stato usato storicamente con diverse sfumature di significato, ed oggi non è più incluso nella terminologia internazionale ufficiale relativa alle patologie mentali, essendo stato sostituito dal concetto più generale, ma più chiaramente definibile, di disturbo delirante di tipo persecutorio. Le alternative linguistiche, ora in disuso, al termine paranoia erano manie di persecuzione e monomania persecutoria.” (fonte Wikipedia)

Ho una laurea in giurisprudenza e ho avuto la fortuna di lavorare nel settore per più di una decina d’anni. Sono cresciuta in una famiglia che, per carattere e vicende di vita vissuta, mi ha educata alla massima cautela (meglio, diffidenza) nei confronti di tutto ciò che c’era “fuori” dalle mura di casa.
Sono una persona riservata, tendenzialmente non amo mettere in piazza i fatti miei, i miei sentimenti, le mie opinioni, se non con la misura dello stretto necessario.
Ho vissuto, per quasi 40 anni, in un Paese in cui il fregare il prossimo è il primo sport nazionale (solo seguito dal gioco del calcio) e mi è capitato di frequentare – mio malgrado – luoghi in cui dovevo girare abbracciata alla borsetta per sperare di non essere scippata mentre andavo a lavorare.
Con queste premesse non ritengo di essere un’ingenua, almeno non più della media (italiana, non svizzera ;-)).

Da qualche tempo ho iniziato a credere che un po’ si stia esagerando. Nel vedere ovunque il Male, il complotto, la malafede ad ogni costo. La maturata convinzione che “il grande fratello” spii ogni nostra mossa, ogni nostro respiro al solo fine di tramare ai nostri danni. In qualunque ambito della vita quotidiana, dalla scienza alla salute, dalla politica alla tecnologia. Complotto! Dalle relazioni personali alla normale vita quotidiana, coi suoi alti e bassi e con la solita miriade di str… (ehm, persone con cui vale la pena non avere a che fare). Se viviamo nel nostro paese di origine “il vicino di casa è invidioso e ci vuole male”, se viviamo altrove tutti gli abitanti del paese che ci ospita sono stronzi razzisti e ci trattano male con l’intento di farci andare via.

Forse è arrivato il momento di ripigliarci un attimo. Non siamo (ognuno di noi, singolo, non è) il centro dell’universo e, forse, neppure siamo così importanti come crediamo di essere affinché il “grande fratello” spii tutte le nostre navigazioni online, con chissà quale dispendio di risorse.
Sono stata felice, dopo tanti anni, di poter cambiare vita e lavoro, anche perché mi stavo rendendo conto che una certa forma mentis stava “inquinando” ciò che era la mia vera natura. Non volevo essere più sempre sul piede di guerra, o quantomeno sulla difensiva, per chissà quale aggressione. Ciò che fai tutto il giorno, tutti giorni, per anni, diventa te, anche se non te ne accorgi.
Se passi il tuo tempo pensando che tutti sono brutti e cattivi, i brutti e cattivi prima o poi busseranno davvero alla tua porta, per lo meno perché tu li percepirai come tali.
C’è sicuramente tanta m… nel mondo, ma intorno a noi c’è sicuramente altrettanta luce che, spesso, non riusciamo neppure a vedere.
E paradossalmente, anche se non ci fosse, vorrei un po’ crederci lo stesso – nei limiti del ragionevole – perché la mia sanità mentale viene prima di tutto e di tutti. Anche prima di tutti i razzismi e i complotti, e prima dell’universo che trama a mio danno.
Se il delirio di persecuzione diventa il nostro modo unico di percepire la realtà, si chiama paranoia, ed è una malattia psichiatrica. Che almeno lo si sappia.

UTOPIE

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(Questo oggetto non ha alcun significato esoterico, è solo un giochino dell’epoca vichinga riprodotto da mio figlio a scuola)

 

Alcuni anni fa sentivo spesso parlare dell’Era dell’Acquario. Quando frequentavo il corso di formazione per insegnanti di yoga avevo una collega, da me affettuosamente soprannominata “la veggente”, che in continuazione evocava l’avvento imminente di questa nuova e fantastica era dell’umanità, dove lo Spirito avrebbe avuto la meglio su tutto, e ogni bruttezza, ingiustizia, bassezza umana sarebbe stata presto destinata a sparire, a favore di un tempo di giustizia, pace e fratellanza.

Sono sempre stata alquanto scettica al riguardo, anche solo perché, dandomi un’occhiata intorno, difficilmente scorgevo segnali coerenti con questa prossima epifania, e anzi i loro esatti opposti. Qualche anno dopo, ho maturato la convinzione che, ahimè, il mio pessimismo alla luce dei fatti risultasse ampiamente giustificato. L’appuntamento con un mondo migliore sembra inesorabilmente destinato ad essere rinviato a data da destinarsi. Ci potremmo domandare il perché, quali siano gli ostacoli così immensi (e del resto non del tutto nuovi nella storia dell’umanità) da farci considerare un’utopia un tempo di giustizia e fratellanza. Leggevo un libro qualche tempo fa.

“L’ego è la mente non osservata che governa la tua esistenza quando non sei presente come testimone consapevole, come consapevole. L’ego si percepisce come un frammento separato in un universo ostile, senza alcuna reale connessione con gli altri esseri, circondati da altri ego che considera alternativamente come potenziali minacce o risorse da sfruttare. Gli schemi di base sono progettati per contrastare la sua paura profondamente radicata e il suo senso di mancanza. Sono schemi di controllo, resistenza, potere, attacco. Alcune delle sue strategie sono molto scaltre, tuttavia non risolvono mai definitamente nessuno dei suoi problemi, semplicemente perché l’ego stesso è il problema”. (Eckart Tolle)

Amen.

STRANI OSPITI

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(Immagine pixabay.com)

 

Sono andata a riprendere mio figlio al corso di arrampicata libera e, avendo un paio di minuti di anticipo rispetto alla fine della lezione, sono entrata in palestra e ho dato un’occhiata in giro. Non lo faccio ormai ogni volta visto che, dopo quasi due anni, a volte ne ho abbastanza 😉

C’era parecchia gente ad allenarsi, non solo i bambini dei corsi settimanali. L’ambiente mi era sembrato più affollato e rumoroso della media, fino a che, cercando di scorgere mio figlio tra la folla, mi è caduto l’occhio a terra, su uno degli enormi materassi che circondano le pareti di arrampicata. Lo sguardo mi è spontaneamente tornato indietro, modello rimbalzo da pallina da ping-pong, nel momento in cui, adagiati su un paio di copertine, ho visto due neonati (forse gemellini) a pancia in giù nella posizione del cobra, con il relativo corredo di giochini, lì, fermi a guardarsi intorno. Avranno avuto sei o sette mesi, non di più. Ancora non si muovevano autonomamente, né erano in grado di girarsi da soli. A pochi metri da loro un paio di ragazze (la madre, o le madri) stava allenandosi sulla parete, lanciando spesso sguardi alla strana coppia sul tappetone.

Dopo anni a Zurigo, sono abbastanza abituata a vedere neonati e bambini nei luoghi apparentemente più improbabili per loro, in conformità alla logica secondo cui sono i figli a seguire i genitori nei loro impegni e attività, e non solo il viceversa. Ma devo confessare che ne sono rimasta parecchio sorpresa (e, in certo senso, pure discretamente ammirata). Complimenti alla signora per l’intraprendenza, la forma fisica e il coraggio!