“IL MIRACOLO DELLA PRESENZA MENTALE” – Venerdì del libro

Quando si parla di meditazione si ha sempre l’impressione di affrontare un argomento estremamente misterioso, ai confini dell’esoterico e del soprannaturale, collegato a pratiche strane, potenzialmente capaci di catapultare il praticante di turno in chissà quale universo parallelo. E’ spesso così anche nel mondo degli “addetti ai lavori”, di coloro che addirittura lavorano con queste pratiche. Esistono naturalmente diverse modalità e approcci meditativi, che divergono a seconda della tradizione di provenienza e per gli scopi ultimi che si propongono, ma quello che è certo è che si tratta di una condizione molto più semplice di quello che si potrebbe immaginare e, altrettanto sicuramente, difficile da raggiungere se non adeguatamente allenati a portare la coscienza su un diverso piano di ascolto e apertura rispetto alla realtà e al mondo che ci circondano. Tale dovrebbe, in effetti, essere la condizione umana “naturale”, ormai persa invece non si sa da quanti millenni per misteriose circostanze nell’evoluzione della specie.

Il libro di Thich Nhan Hanh, monaco e notissimo esponente del buddismo zen vietnamita, nonché autore di numerosi libri sul tema della meditazione e della non-violenza, sgombera il campo da qualsiasi dubbio esistenziale sulla vera essenza e sul senso del meditare: tornare alla presenza mentale, alla totale consapevolezza del momento e di ciò che in quel momento semplicemente è. “Come praticare la presenza mentale? La mia risposta è: concentratevi su quello che state facendo, siate vigili e pronti a gestire ogni situazione con abilità e intelligenza. Ecco la presenza mentale”.

Nessun rituale complesso o misterioso, nessun rito iniziatico, nessun guru a indicarci strade segrete: solo noi, la nostra consapevolezza e ciò che circonda, di momento in momento. Facile: per niente proprio 😉

Se mentre laviamo i piatti pensiamo solo alla tazza di tè che ci aspetta e ci affrettiamo a toglierli di mezzo come se fossero una seccatura, non stiamo “lavando i piatti per lavare i piatti”. Direi di più, in quel momento non siamo vivi.
Questo perché, mentre siamo davanti al lavandino, siamo assolutamente incapaci di accorgerci del miracolo della vita. Se non sappiamo lavare i piatti, è probabile che non riusciremo nemmeno a bere la nostra tazza di tè. Mente beviamo il tè, non faremo che pensare ad altre cose, accorgendoci a stento della tazza che teniamo tra le mani. 
Così ci facciamo risucchiare dal futuro, incapaci di vivere veramente un solo minuto della nostra vita”
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Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

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GIUGNO IN RITARDO

Quest’anno maggio ce lo siamo giocato, e così sia. Siamo arrivati alla prima settimana di giugno con piumini e piumoni e una voglia disperata di sbarazzarci dell’intero guardaroba invernale. Stavamo perdendo le speranze anche solo per un timido accenno di primavera. Maggio ha un profumo, unico irripetibile e tutto suo, che io ricordo da lontane serate infantili, quando l’aria profumava delle rose del terrazzo e il cielo si riempiva dei voli incessanti delle rondini.

Qui non c’erano profumi a maggio, solo uno strano sole pallido e freddo, che ogni tanto si ricordava di fare capolino tra nubi nere di pioggia. Siamo arrivati al mese successivo e, in barba ad ogni teoria negazionista di climate-change, nell’arco di 24 ore scarse siamo passati dai 10 ai 30 gradi. Neanche dopo un volo intercontinentale. Tutti contenti, eh! Respiro di sollievo, non ci hanno rubato definitivamente la bella stagione. Forse no, ma il fondato sospetto che qualcosa (di grosso) che non stia funzionando per il verso giusto c’è eccome. E onestamente non mi lascia molto tranquilla. Insieme alla consapevolezza che, con l’età, fatico oggettivamente sempre di più a gestire le temperature estreme, e i poco più di 30 gradi che un tempo mi avrebbero lasciata satolla e indifferente a qualsiasi disagio, oggi pesano come la stanchezza sproporzionata accumulata nelle gambe a sera.

p.s. per la cronaca: ho aperto l’armadio “estivo” e stranamente non ho più nulla da mettere. Di trasformazione in trasformazione, da quando vivo qui ho davvero poche cose per la bella stagione, che di solito è talmente breve da non meritare grandi investimenti. E quello che ho, comprato anche non troppo tempo fa, è come se non mi rappresentasse più, come se non lo sentissi più mio, non adatto alla persona che sono diventata. Urge restyling.

L’ATLANTE DELLE ESPLORAZIONI – Venerdì del libro

Oggi parlo eccezionalmente di un volume per bambini, che non mi capita così spesso di recensire. In realtà questo potrebbe benissimo essere adatto anche ad una lettura “più adulta” per quanto l’ho trovato bello e ben fatto.

E’ stato un regalo di Natale dei nonni per la Creatura, tra l’altro capitato a pennello in modo quasi casuale, perché quest’anno mio figlio sta facendo a scuola un seminario proprio sul tema dei grandi viaggi di esplorazione del mondo e, leggendolo, abbiamo scoperto che viene utilizzato proprio questo libro come traccia dall’insegnante (anche se in lingua tedesca e il nostro è un’edizione italiana).

Il testo tratta, in ordine cronologico, a partire circa dall’anno 1000 d.C. le grandi missioni esplorative del mondo, soffermandosi anche sui personaggi più o meno noti che hanno compiuto queste grandi imprese, soffermandosi brevemente sulla loro biografia. Oltre al fatto che, onestamente, ho imparato io stessa un sacco di cose che non sapevo (i “miei” esploratori più noti si limitavano forse a Cristoforo Colombo e a Marco Polo…), resta davvero la meraviglia per imprese incredibili, considerati e tempi e gli scarsissimi mezzi a disposizione, che non hanno però mai fermato l’essere umano nella sua sete di conoscenza e scoperta. Una lettura consigliata, direi per tutta la famiglia!

“So benissimo di essere un privilegiato. Sono nato in una famiglia ricca, ho avuto la possibilità di scegliere come impiegare il denaro di mio padre; ma ho anche voluto uscire da quei salotti, dalle biblioteche in cui ho studiato per anni, lasciare le carrozze e i miei abiti pregiati per guardare da vicino il nostro pianeta. Sapevo che per conoscerlo meglio avrei dovuto camminare, viaggiare, pormi delle domande e cercare delle risposte. Cos’è, perché, quando, dove? Nel silenzio delle vette più alte, quando la fatica della scalata fa battere il cuore nelle orecchie, le domande rimbombano ed ecco apparire le risposte, portate dal vento gelido che mi lacera le labbra, come se fossero già nelle cose, nelle rocce, nel ghiaccio nelle montagne e nei fiumi. Ho ascoltato quelle risposte che mi saziano dalla fame, che mi asciugano il sudore.” (Alexander von Humboldt)

(Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma)

SUPERANDO RUGHE E CAPELLI BIANCHI

(Foto Carlotta G.)

Tra un paio di settimane è il mio compleanno. Uno di quelli quasi tondi, che cominciano ad essere non pochi. Di quelli che significano forte intensificazione di rughe e capelli bianchi (i quali, sia detto tra parentesi, mi disturbano assai più delle prime), volendo limitarsi solo all’aspetto esteriore della faccenda. Di quello più profondo è quasi altrettanto difficile dimenticarsi, ma non si tratta di riflessioni condivisibili liberamente in pubblico.

Esistono varie strategie rispetto alla celebrazione del tempo che passa, soprattutto quando questo incedere rischia di essere considerato il nemico da affrontare (ma, per ovvi motivi, impossibile da sconfiggere). C’è il “low profile”, facciamo finta di niente, ignoriamo la data sul calendario e speriamo che il tempo si scordi di noi. C’è il profilo “festeggiamo alla grande”, finché la barca va lasciamola andare e sfruttiamola al meglio. C’è il profilo “ho già prenotato l’appuntamento col chirurgo plastico”, visto che quelli dal parrucchiere non fanno già più notizia da anni. C’è il profilo “sto pensando al piano B, al buen retiro per la vecchiaia“, ammesso che quando arriverà il momento me lo possa davvero permettere.

E lascio volutamente da parte, perché il post vuole essere un po’ sanamente cazzaro, le considerazioni vere, quelle “serie”, il ricordo di coloro che c’erano e non ci sono più. Le storie di vita vissuta senza l’happy end, che pure esistono e sono spesso ben più numerose di quelle segnate dal buen retiro su una spiaggia tropicale.

Eppure. Eppure qualche tempo fa mi sono trovata a dire al Marito che io mi sento sicuramente più giovane di venti anni fa. Che so più cose di venti anni fa, ma anche solo di dieci o di due. Che una parte della testa ha l’impressione di essere ferma ai 28 anni, ma ai 28 veri, come dovrebbero essere, e noi ai 28 che ho avuto. Che se arrivasse adesso il genio della lampada e mi chiedesse se volessi tornare magicamente a venti anni fa, ma i venti anni fa come erano al loro tempo, e non i venti anni fa di me come sono adesso, non avrei un secondo di dubbio nel rispondere: “Col cavolo!”. E sarebbe una risposta data davvero con la testa, col cuore e con la pancia. Di quelle che non lasciano spazio nemmeno ad una frazione di secondo di dubbio o tentennamento. Di quelle che lascerebbero interdetto il mago della lampada, col sospetto fondato di trovarsi di fronte ad una matta vera, di quelle da ricovero psichiatrico coatto.

Eppure. Eppure so che in quel “col cavolo!” c’è il regalo più bello che potessi ricevere, tra tutti quelli seppur meravigliosi già ricevuti.

INSEL MAINAU

Sono spesso un po’ pigra ad attraversare la frontiera nord per andare in Germania. Per qualche strano e non del tutto consapevole motivo ho in testa l’impressione che ci sia poco di interessante. Peccato che, poi, quando mi capita di farlo, devo ricredermi in maniera drammatica, tanto che sulla strada del ritorno, pronuncio sempre le fatidiche parole: “Ma anche qui hanno posti bellissimi|”

Dopo ben sei anni siamo riusciti finalmente a visitare i giardini botanici di Insel Mainau, che si trova sul lago di Costanza (Bodensee), a pochi chilometri dal centro della città, e che da parecchio tempo ci ripromettevamo di vedere. Del luogo conoscevo già la fama, diversi amici c’erano già stati, anche più volte, con testimonianze entusiastiche che non posso che confermare.

Giardini immensi, circondati dal lago, con un castello al centro. Migliaia di alberi e fiori, una serra per le palme – che accoglieva anche una esposizione di orchidee durante la nostra visita – e una che ospita centinaia di bellissime farfalle tropicali provenienti dal Costa Rica. E poi un parco giochi immenso e super creativo e attività interattive per bambini di tutte le età (non per nulla denominato Kinderparadies!), nonché mostre temporanee, bar, ristoranti, bistro, per una sosta per rifocillarsi e recuperare energie vista lago o vista natura. Ovviamente il “piatto forte” sono i fiori, diversi nelle fioriture a seconda della stagione: in questo momento i tulipani (i miei preferiti!) sono al loro massimo splendore e sta iniziando la fioritura delle azalee.

Gli spazi sono immensi, ma anche l’afflusso del visitatori da ogni parte del mondo è notevole. Il problema può esserci soprattutto per l’accesso al parcheggio e per le code alla biglietteria e ai ristoranti. Se nel primo e nell’ultimo caso non resta che armarsi di un po’ di pazienza, nel secondo è possibile acquistare il biglietto di ingresso anche on-line, cosa che mi sento vivamente di consigliare soprattutto in caso di visita in giornate festive o periodi di vacanza.

I TALENTI DEI FIGLI


(Immagine tratta da: https://eathink2015.org )

Dopo i talenti delle donne mi è capitato di riflettere (molto) sulla questione talenti dei figli. Credo sia un tema universalmente noto e tormentoso per tutti i genitori, soprattutto per coloro che vivono in luoghi – come la Svizzera – in cui il sistema scolastico è fortemente meritocratico e dove, già dalla scuola primaria, i bambini/ragazzini si trovano spesso a fare scelte che avranno o potranno avere significative conseguenze sul proprio futuro formativo e professionale.

Non entro nel merito di un sistema complesso (e controverso), caratterizzato da luci e ombre (come tutti), che crea spesso nelle famiglie – ancor prima che nei diretti interessati, ancora “piccoli” per certi ragionamenti – grandi inquietudini circa le possibilità di istruzione e di lavoro delle proprie creature. Normalissimo, più che naturale. Ormai, negli strani tempi di questo millennio, tutto è: “che lavoro potrà fare da grande“. Ma in verità mi sbaglio, perché lo stesso tormentone esisteva anche alla fine del millennio precedente, cosicché per cercare qualche risposta cerco di non pensare al futuro, ma di osservare il più oggettivamente possibile il passato: il mio.

Sono sempre stata una alunna diligente, ho sempre studiato senza grandi difficoltà (che non significa senza fatica) e senza dare ai miei genitori preoccupazioni di rendimento scolastico. Come per tutti, c’erano materie che mi piacevano molto e altre che amavo assai meno. Alcune che studiavo volentieri, ma per le quali in modo abbastanza evidente avevo poca predisposizione, e altre che quasi si studiavano da sole. Infine quelle che mi facevano sommamente schifo e per le quali gli sforzi per avere risultati decenti parevano centuplicati.

Riguardando a distanza di qualche decennio questo panorama, mi dico che non sarebbe stato così difficile individuare una strada (per quando approssimativa e sicuramente incerta) da intraprendere per un futuro professionale e di vita. Fai ciò che ami, investi sui tuoi talenti. Facile? Forse no, ma credo che ognuno avrebbe il diritto almeno di provarci.

Le cose nella vita, si sa, a volte prendono pieghe strane. Soprattutto quando le persone intorno a te, che fino ad una certa età sono anche formalmente responsabili per te medesima, e dopo magari non più nella forma ma certamente nella sostanza, sembrano incapaci di vedere e comprendere tutto ciò. Se l’unica preoccupazione è “studiare qualcosa che ti procuri un lavoro” il rischio di andare fuori strada è abbastanza alto.

Mi sono sempre considerata una persona priva di un particolare talento, di capacità spiccate che potessero indirizzarmi chiaramente nelle vita. Sicuramente non sono mai stata né Einstein, né Van Gogh, né Leopardi, ma altrettanto quasi sicuramente sbagliavo. I miei talenti, come quelli di chiunque altro, erano lì, alla luce del sole, visibili a coloro che solo avessero voluto vederli, crederli validi e investirci qualcosa sopra. Non considerarli semplicemente delle cose carine su cui costruire qualche innocuo passatempo.

Mi sono spesso trovata in grandi situazioni di impasse, non riuscendo a decidere “cosa fare nella vita“, avendo la sensazione che non mi interessasse nulla. Nulla di più sbagliato. C’erano un sacco di cose che mi interessavano da morire, ma erano in quella logica di vedere il mondo semplicemente “quelle sbagliate“, quelle che non ti consentono di portare a casa la pagnotta.

Ho fatto altro, cercando di tenere insieme, a volte con scarsissimo successo, a volte con migliori risultati, “il pane e le rose“. Avevo sicuramente di che vivere, ho avuto modo di costruirmi una famiglia e di avere un tetto sopra la testa, ma non potrei sicuramente dire di essere stata felice e realizzata. Magari non lo sarei stata neppure se avessi seguito un’altra via, la mia via. O magari sì. Non mi sarei comprata una casa, ma forse mi sarei alzata ogni mattina animata da una profonda gioia e da una voglia matta di affrontare la mia giornata.

Io non lo saprò mai e va bene così, perché poi a volte la vita trova strani modi di aggiustare in qualche modo le cose. Ti fa cambiare aria, città, ambiente, persone, addirittura Paese. Ti fa incontrare l’ignoto, tutto ciò che mai neppure lontanamente avresti immaginato, e le sfide diventano altre. Sta a te accettarle o meno.

Quello che però credo sia dovuto, per chi è genitore, è farsi qualche domanda sul talento dei propri figli: “ognuno è un genio” (*), basta osservare, liberi da schemi e pregiudizi. E in base a quelle risposte provare a permettere loro di diventare compiutamente ciò che sono, indipendentemente da tutto e da tutti. Se la strada è quella giusta, forse anche l’universo collaborerà.

(*) Albert Einstein

I HAVE A DREAM

(Immagine tratta dal web)

Ho un sogno, forse pure più d’uno e non sono sicuramente la prima a dirlo (*). Ce n’è però sicuramente uno che torna e ritorna di questi tempi e che ha a che fare con Einstein, le donne, le donne expat, il fare rete e i talenti.

Sono personalmente convinta che le donne siano meravigliose quando investono nei propri talenti, senza perdersi troppo nelle piccolezze delle recriminazioni e del quotidiano a cui, purtroppo, spesso sono diabolicamente attirate. Le donne che, per vicende personali e di vita, si sono trovate a “vivere altrove” possono esserlo pure di più: esiste in loro la forza della terra, che le ha portare a ricreare casa ove casa non c’era; la forza dello spazio che le ha portate a ricostruire sé stesse e il proprio mondo con l’impronta del nuovo e della libertà.

Le donne hanno infiniti talenti e, quando ci credono e lo desiderano, possono riuscire a creare infiniti universi dal niente. Sto incontrando donne bellissime, con splendidi talenti e grande forza creativa. Ho un sogno grande: che un giorno tutte queste magnifiche donne si mettano insieme, tessendo e costruendo reti, per far fiorire al meglio le loro capacità e farne doni bellissimi per tutti coloro che hanno la fortuna di incontrarle.

(*) Marthin Luther King Jr.

L’ETA’ CHE AVANZA

(Immagine tratta dal sito http://www.guess.eu)

Ero indecisa sullo scrivere qualcosa delle due notizie pazzerelle della settimana: quella della influencer vegana-crudista che è stata beccata in mondovisione su una spiaggia tropicale mentre si mangia un trancio di pesce, o quella della you tuber-insegnante di yoga americana che si è lesionata l’aorta praticando, evidentemente con poca accortezza, una posizione un po’ estrema mentre registrava un video per i suoi followers.

Mi era venuto qualche pensiero non tanto sull’essere vegani o praticanti (o insegnanti) di yoga,quanto sulle questioni relative alla percezione di sé e del proprio limite, all’influenza pervasiva dell’Ego, che spesso manco sappiamo di avere, dello scambio dei mezzi per il fine, così come delle proprie paure, aspirazioni e ossessioni per la verità assoluta.

Poi ho deciso che sarei stata su qualcosa di decisamente più light, come la primavera che, prima o poi, provvidenza permettendo, avrà libero accesso a questa latitudine martoriata, lasciandoci respirare a pieni polmoni aria non gelida e rischiarando le nostre menti con la luce del sole. E visto che da qualche giorno almeno il sole fa capolino (sull’aria gelida dobbiamo ancora lavorarci), immersa nella voglia di bella stagione e complici alcuni sconti di mezza stagione, ho dedicato una mezz’ora ad un po’ di shopping. Non so bene cosa cercassi, normalmente qualcosa di innovativo, bello, colorato, economico, facile da indossare anche con meteo inclemente, adatto a tutte le occasioni e all’età che avanza.

Viste per premesse realistiche, siamo caduti proprio sull’ultimo requisito. Raccattato il cappottino primaverile (privo dei requisiti uno, due, tre e quattro), ma decisamente economico – anche grazie allo sconto 30% – e tutto sommato quasi passepartout, sono miseramente caduta sulla parte di outfit più prettamente estiva, una simpatica T-Shirt di marca trendy e modaiola, molto ambita quando ero ancora una giovane ragazza, anch’essa in promozione con un accattivante sconto 30%. Pesco dal mucchio, do un’occhiata alle taglie, apro la maglietta e mi accorgo che potrebbe giusto andarmi bene – per non sembrare una salsiccia teutonica strizzata nel budello – una incoraggiante XL. Vedo un bellissimo abitino, stesso marchio, non proprio economico, ma che con la promozione si potrebbe pure fare, prendo, guardo e riguardo. Dopo minuti di tentennamenti mi decido ad andarlo a provare: taglia L.

Andrebbe benissimo,non fosse per quell’accenno di pancia che, senza essere ormai prossima ai 45, qualcuno potrebbe scambiare per una fase iniziale di gravidanza, o ahimé di qualcosa di assai meno romantico, collegato al cedimento di tessuti corporei e al tempo che passa.

Rinuncio con un certo senso di disagio, per non dire di disgusto. Lascio l’abitino dov’è, e ritorno a concentrarmi sulla T-shirt taglia XL. Per una che ha trascorso 40 anni di vita tra la 40 e la 42, tra la S e la M, è già abbastanza da digerire per tutta la prossima stagione primavera-estate. Ottima possibilità, però, di grande risparmio. Anche meglio del 30% di sconto.

“IL SILENZIO è COSA VIVA” – Venerdì del libro

Chandra Livia Candiani è prima di tutto una poetessa, fatto che traspare in modo evidente e indubitabile sin dalle prime righe di questo piccolo libro (piccolo solo per dimensione fisica, visto che il relativo contenuto ha qualcosa di immenso in sé). E’ indubbiamente un testo sulla meditazione, ma forse considerarlo “solo” questo potrebbe rischiare di essere (per il lettore) riduttivo.

Me lo sono letto appositamente con studiata calma, io che nella lettura tendo spesso ad essere parecchio veloce e a volte anche frettolosa, diluendolo nel corso delle settimane, poche pagine per volta, magari la sera prima di andare a dormire. E ogni tanto lo riapro a caso, solo per leggere qualche riga che, sicuramente, porterà consiglio.

Il silenzio è cosa viva” (sottotitolo: l’arte della meditazione) credo sia prima di tutto un libro sulla vita (e sulla morte: che sono poi la stessa cosa, due facce della stessa medaglia, ma cose che nel nostro mondo di oggi non si possono dire a voce alta senza provocare “scandalo”). E’ un libro sul silenzio, quindi sul suono e sullo spazio, quell’infinito imprescindibile dentro e fuori di noi, spesso così disatteso e bistrattato. E’ un libro sull’accoglienza di ciò che accade, sul quotidiano, sul nostro io. Insomma su tutti i temi che i saggi trattano. Naturalmente, dipende come lo fanno.

Questo è un modo sublime.

Gradualmente, col tempo, man mano che ci apriamo ad essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso, un luogo in cui la presenza dello spazio vuoto si estende fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso. E l’adesso non è più il contingente, il senso del presente si amplia nel sapore della pura, nuda presenza. Niente di straordinario, si avverte solo e gradualmente ciò che già esiste. Una volta, in un giardino con un gruppo di bambini, dissi: “Che bell’aria che c’è oggi!” e uno di loro, fissandomi scandalizzato: “Perché chiami aria il cielo?” Solo allora, guardandomi i piedi intimidita, mi accorsi che il cielo arriva fino a terra.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

“UN’IDEA DI DESTINO” – venerdì del libro


Due pensieri hanno caratterizzato la lettura di questo libro. Il primo, corrispondente più o meno alla prima metà del testo, ha esordito con un mio personalissimo interrogativo, ovvero se fosse davvero il caso di pubblicare – postumi, a distanza di diversi anni dalla morte – i testi dei diari personali di Tiziano Terzani, che abbracciano una durata di circa trent’anni, dal momento in cui venne espulso dalla cina comunista, fino a poco prima della sua morte, avvenuta nell’estate 2004. Il secondo, emerso al termine delle circa 400 pagine di lettura, è che se non avessi letto questo libro sarei sicuramente un po’ più povera.

Spiego il primo pensiero, perché potrebbe essere malinteso, nel senso di non considerare degni di valore i diari di quegli ormai lontani anni. Non è così, naturalmente, ma mi sono domandata se mostrare al mondo la più assoluta intimità della persona, senza filtri, senza revisioni editoriali che rendano certi pensieri più “pubblici o pubblicabili” avesse davvero un senso e non potesse essere considerato un atto poco rispettoso nei confronti di qualcuno che non ha più possibilità di esprimere il proprio punto di vista.

Ed è proprio la seconda parte del libro che meglio risponde a questo interrogativo: mostra il Terzani uomo, con tutte le caratteristiche di umane, inclusi fragilità e difetti, che paradossalmente sembrano in qualche modo passare in secondo piano negli ultimi anni di vita, dopo la scoperta della malattia che gradualmente pare diventare il suo vero percorso di vita, aprendogli la strada verso una consapevolezza prima sconosciuta o solamente intravista.

Per chi già conoscesse l’autore è possibile apprezzare numerosi “dietro le quinte”, incontri, esperienze e spunti utilizzati per la stesura di alcuni tra i suoi libri più noti e di successo. Per me è stata una grande sorpresa conoscere la realtà del processo creativo che ha portato alla pubblicazione di quello che considero un assoluto capolavoro “Un altro giro di giostra”, e che nell’esperienza di Terzani pare essere stato un parto complesso e sofferto, con continui blocchi e ostacoli che lo porteranno a terminare il libro a ridosso degli ultimi momenti di vita.

Ciò che comunque emerge è la grandissima forza interiore di quest’uomo, che al termine di una vita straordinaria (letteralmente “fuori dall’ordinario”) e sicuramente caratterizzata da una forte inquietudine esistenziale, che lo ha infatti portato a una continua ricerca del senso dell’esistenza, arriva a far pace con ciò che è, con la sua storia e le sue radici, andando fiero della propria individualità e unicità che rimarrà orgogliosamente tale anche quando le esperienze di vita sembrano averlo portato lontano anni luce dal luogo di partenza.

Il mio essere qui, ora, a cercare di scrivere, fa continuare la storia e le dà l’ultimo capitolo, il più vero: non ci sono scorciatoie, tanto meno quella di un guru che ti apre la via. Questo è un aspetto che varrà la pena di sottolineare, anche per mettere in guardia futuri giovani viaggiatori dal restare intrappolati da questa idea che “c’è bisogno di uno che fa luce”. Che la faccia, ma poi tocca a noi giudicare, valutare, fare la nostra esperienza. Vivek mi ha aiutato moltissimo (…) perché mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista, nel quale ho trovato conforto, forza e ispirazione per mettere a punto un mio modo di vedere la mia vita. Non per comprare a scatola chiusa un pacchetto di idee che – a essere cattivo – non vedo funzionare bene neppure col suo rivenditore.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.