IDEE IN CUCINA?

 

Normalmente amo cucinare ed è un’attività che mi pesa molto meno di altre incombenze casalinghe. Da qualche settimana, però, mi pare che il carico sia diventato particolarmente pesante.

Fatico a trovare idee interessanti e spesso quelle che trovo non incontrano i gusti (non sempre facilissimi) del piccolo di casa: tendenzialmente evito per principio di doppi menù, ragion per cui la conseguenza è una sequela quasi infinita di pasta, risotto, zuppe e legumi, verdure varie di accompagnamento (rigorosamente crude, altrimenti cadiamo nel digiuno di protesta), carne, pesce e formaggi in modica quantità (io e il Marito siamo pure intolleranti al lattosio, quindi la scelta rischia di ridursi ancora). E anche le uova sono da maneggiare con cautela, perché ultimamente Lui non gradisce più neppure la frittata!

Mi trovo in quella condizione in cui mi percepisco un po’ esaurita, mi sembra di passare ore a lavare e preparare verdure senza, però, poi avere a disposizione un pasto completo decente. Il tentativo del classico giro al supermercato in cerca di ispirazione, a queste latitudini, rischia di diventare una fonte di ulteriori frustrazioni, anche “grazie” alla sostanziale assenza di soluzioni pronte che siano ragionevoli sia dal punto di vista nutrizionale che da quello organolettico (salvo il classico pollo allo spiedo!)

Stamattina stavo pensando che, alla fine, tutto questo sforzo per cercare di mettere in tavola una dieta “sana” magari è davvero inutile, soprattutto considerate le notizie disperanti che si leggono in tema di pesticidi & co e che, alla fine, non sarebbe così tanto diverso andare di salsiccia e patate fritte 😉 decisamente molto più “easy”!

Eventuali idee sono ben accette…

Annunci

LE ROVINE DI HOHENTVIEL

fortezza

 

Mio figlio, sin dalla più tenera età, è un super appassionato di castelli. Naturalmente più torri hanno, assomigliando all’immaginario collettivo delle favole, meglio è. Alla domanda: “Cosa vorresti fare nel fine settimana?” la risposta è stata: “Andare a vedere un castello”.

Sabato scorso avevamo intenzione di fare un giro fuori porta in Germania, così anche da provvedere alla periodica scorta di prodotti per l’igiene della casa e della persona da DM (avviso per chi non conoscesse: dà dipendenza), quando mio marito, di ritorno dall’ufficio, dice che un collega gli ha consigliato di andare a Singen.

Singen è una cittadina non lontano da Costanza e, diversamente dal più noto centro sul Bodensee, ha il pregio di essere, pur se sicuramente meno affascinante della sua vicina, anche decisamente meno presa d’assalto dai turisti svizzeri dello shopping. In più, dando un’occhiata on line, dato che ci era totalmente sconosciuta, scopriamo che è famosa proprio per le rovine di una fortezza medievale, costruite sulla cima di un vulcano spento (caso rarissimo), che si trova proprio alle porte della città e la cui fondazione risale intorno all’anno 1000.

davanti

Eccoci, dunque, a Hohentviel: la fortezza si trova a circa 700 m sul livello del mare e la salita richiede una certa motivazione. Lasciata l’auto alla biglietteria alle pendici del monte (ingresso per gli adulti 4,50 e per i bambini 2,30 Euro), dove si trova anche un ristorante per rifocillarsi al ritorno ;-), si percorre la salita decisamente notevole! Dopo l’ingresso nel sito è possibile visitare gli ampi spazi ben conservati della struttura interna e la torre della chiesa su cui è anche possibile salire. Il panorama dalla cima è decisamente spettacolare e vale la fatica della salita: nelle giornate limpide è possibile ammirare il lago e le Alpi sullo sfondo; nel giorno della nostra visita c’era bel tempo, ma purtroppo con parecchia foschia all’orizzonte che ci ha un po’ guastato la festa.

panorama.JPG

La strada fino all’ingresso della fortezza è quasi tutta asfaltata,  dunque impegnativa per il fiato, ma non difficile da percorrere, mentre l’interno è un acciottolato abbastanza scivoloso, quindi occorre fare attenzione e dotarsi di scarpe idonee per ridurre il rischio di capitomboli.

torre

(Foto Carlotta G.)

SAGGEZZA

il-panda-po-in-un-immagine-promozionale-di-kung-fu-panda-81681

(Immagine tratta dal sito http://www.movieplayer.it)

 

I film di Kung Fu Panda piacciono moltissimo a mio figlio, e pure a me, in verità, che li riguardo sempre volentieri. Oltre ad essere estremamente divertenti per il pubblico dei più piccoli contengono, ad una lettura un po’ più attenta e approfondita, un sacco di messaggi decisamente ricchi di contenuti e significato.

C’è, tra gli altri, un breve dialogo in Kung Fu Panda 2 tra Po e il nemico Chen che credo possa valere più di migliaia di trattati di psicologia, se solo fossimo capaci di applicarlo nella vita reale.

“Come hai potuto sopravvivere Po? Ti ho portato via tutto quello che avevi!”
“Le cicatrici si rimarginano, Chen”.
“No, le ferite si rimarginano, le cicatrici restano!”
“Non ha nessuna importanza, Chen, devi lasciare andare le cose del passato. L’unica cosa che conta è chi scegli di essere ora.”

 

 

 

 

SCH….

parolacce

(Immagine tratta da http://www.studiosalem.it)

Il bello di un figlio più o meno multilingue sta nel fatto di poterlo vedere giocare su una spiaggia ligure con una creatura più o meno della stessa età, proveniente da nord delle Alpi, in un idioma comune ai due, ma non al luogo in cui si trovano e, contemporaneamente, permettere ai genitori – per i quali le vacanze con loro non sono così spesso vacanze – di mettere per un’oretta il cervello in modalità off-line e godersi il sole autunnale prima che tramonti.

Quando il mio di cervello è in modalità off è off; ad un certo punto il Marito mi domanda:

“Hai sentito quello che ha detto nostro figlio??!!”

“No, perché? Cos’ha detto?!”

“Una parola che mi pare di aver sentito anche prima…mi pare proprio non sia una bella parola…Scheisse!”

(nota a margine: in famiglia quella che parla dovrebbe parlare il tedesco sono io, il Marito dice e capisce due parole basiche del tipo: buongiorno, buonasera e buonanotte, mi chiamo…., sono italiano ecc.)

“E che vuol dire Scheisse??” “Io non l’ho mai sentita…”

“Mi pare proprio che voglia dire…merda!”

Rapido e immediato controllo sul dizionario on line e traduzione confermata.

“Ma è proprio strana ‘sta cosa, io non credo di averla mai sentita! … Tu come fai a saperla, scusa?”

“Beh, in ufficio, non sai quante volte al giorno la sento!”

Alternative:

  1. gli svizzeri, fuori dai luoghi di lavoro, sono educatissimi e non pronunciano mai parolacce in pubblico
  2. in svizzero-tedesco merda si dice in un altro modo, quindi avrò sentito per forza quello senza capire un’acca
  3. il non lavorare a contatto diretto con persone che imprecano in pubblico è un deficit incolmabile per lo sviluppo delle competenze linguistiche
  4. il mio stordimento ormai ha superato i livelli di guardia e mi dovrei seriamente preoccupare.

Propendo per le ipotesi 3 e 4.

 

INCONTRANDO ELASTI

La vita a volte è strana e, per fortuna, succede anche che riservi sorprese (belle!) inaspettate. In occasione delle nostre peregrinazioni italiane durante vacanze autunnali abbiamo programmato qualche giorno da mia suocera a Bologna. Del tutto inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, qualche giorno prima di partire, FB mi comunica che sabato 13 ottobre Claudia De Lillo – Elasti interverrà ad un evento organizzato dalla biblioteca comunale di un piccolo paese a due passi da dove ci troviamo e fortemente voluto dalla giovanissima Sindaca.
Occasione irripetibile e irrinunciabile, appuntamento segnato in agenda: “Alle 16.30 devo essere là”.
Convinco il Marito a restare con me, voleva accompagnarmi e tornare a prendermi al termine dell’evento: riottosità tipicamente maschile (le donne e le donne-mamme, inutile dirlo, solo la schiacciante maggioranza del pubblico), miseramente sbriciolatasi alla fine dell’esperienza.
Claudia De Lillo è come te la immagini leggendo Elasti, e la sua frequentazione virtuale quasi quotidiana fa quell’incredibile effetto di conoscerla da secoli: uno scricciolo di enorme energia, unita ad una commovente combinazione di profondità, ironia e leggerezza. Per tutti i presenti, più volte dichiarato, il desiderio sarebbe stato quello di restare lì, ore, semplicemente ad ascoltarla parlare. C’è un ampio spazio per le domande del pubblico sul suo lavoro (meglio, dei suoi lavori), il blog, l’Elasti-famiglia con i suoi favolosi personaggi.
Vuoi farle una domanda?” “Vuoi fare una foto con lei?” mi domanda a più riprese quello seduto a fianco.
Impossibile. Io sono ammutolita, la testa completamente vuota, paralizzata dalla commozione. Peggio di una tredicenne al concerto della propria rockstar preferita. È un fatto che fatico a spiegarmi e che, appunto, non ricordo di aver provato dopo i quattordici anni. Non vorrei essere, per nulla al mondo, in un luogo diverso da quello in cui mi trovo, e vorrei restare lì per sempre, semplicemente ascoltandola.
Arriva il momento in cui, a malincuore, mi devo alzare e tornare a casa, pensando che la forza delle donne è davvero qualcosa di magico e incredibile e che, a volte, il mondo è davvero un luogo meraviglioso in cui stare.

COSE DAVVERO IMPORTANTI

Pioggia-ombrello

(Immagine tratta dal sito http://www.lameziaoggi.it)

Sono stata, come tanti, una bambina ipersensibile, con la pelle chiara, che per anni ha  terribilmente sofferto ad ogni esposizione solare, coprendosi spesso di fastidiosissimi eritemi nonostante le attenzioni che le erano riservate e che, anzi, sembravano quasi peggiorare il problema anziché migliorarlo.

Sono stata, come tanti, un’adolescente chiusa e sofferente, e poi una giovane adulta estremamente prudente e responsabile, anche quando, per davvero, avrei voluto solo prendere il mondo e dargli fuoco.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questo versetto della Bhagavad Gita, uno dei testi sacri dell’induismo, studiato non solo dai fedeli, ma anche dai moderni praticanti di yoga:

“Sull’acqua c’è una foglia di loto, ma l’acqua non riesce a inumidirla né ad aderire a essa, così dovreste vivere nel mondo e questo sia chiama Vayrajia, distacco.
Il distacco è la base dello Yoga”.

Secoli fa, in tutt’altro contesto, e senza nemmeno essere consapevole dell’esistenza della Ghita, avevo fornito la mia personale allegoria della foglia di loto, definendola “il mio impermeabile”, visto che, salvo il caso di essere masochisti (e qui gli amici nordici, con la loro apparente noncuranza alle condizioni climatiche, potrebbero prenderne debita nota 😉 ), non è affatto piacevole ritrovarsi bagnati fradici contro la propria volontà e se fuori fa un freddo cane.

L’opportuno distacco (che qualcuno preferisce meglio definire “equanimità”) da tutto ciò che ci circonda, da quanto c’è dentro e fuori di noi, è il nostro vero sistema immunitario che ci protegge dalle schifezze con cui non abbiamo richiesto di venire in contatto e che, nostro malgrado, dobbiamo subire, perché così funziona la vita.

Siamo spesso stati cresciuti ed educati nella convinzione che, facendoci carico anima e corpo di una situazione o di un problema, saremo in grado di fare meglio, indirizzando le sorti della vicenda a nostro favore.

Mi sono ritrovata a ricordare una serie di situazioni personali, familiari, lavorative, per le quali a suo tempo mi sono letteralmente dannata l’anima, arrivando a rischiare la salute fisica e mentale: ebbene, a distanza di qualche anno (qualche anno, non secoli) di alcune di queste circostanze non è rimasto altro se non qualche ricordo sbiadito (ok, forse la demenza senile potrebbe iniziare a giocare a favore ;-)), così come di alcune persone, che avrei avuto piacere di mettere amabilmente al rogo, non ricordo neppure il cognome.

Ricordo, però, spesso e estremamente bene il disagio e la spiacevolezza di uno stato emotivo faticoso ed invalidante da tanti punti di vista, che con il tempo e le esperienze di vita ho cercato di indagare e per il quale trovare risposte.

Mi sarebbe piaciuto sapere, magari anche trent’anni fa, che gli impermeabili efficienti esistono, e non sono fatti solo di tela cerata, che ci possono essere molti modi per affrontare i problemi, diversi dall’impazzire perdendosi in essi.

Cerco di ricordarmelo il più spesso che posso, anche se il mio imprinting mentale è radicalmente diverso e quindi mi può rendere le cose particolarmente difficili, quando devo fare qualche scelta per la mia famiglia e per mio figlio.

Cerchiamo di ricordarci, anche per i nostri bambini, che gli impermeabili esistono, sono fatti per essere usati, e possono aiutarci a scoprire cose meravigliose.

UN BUON EQUILIBRIO

 

 

schulweg

(Immagine tratta dal sito http://www.neustadt.eu)

 

Una delle ragioni principali che hanno a suo tempo motivato lo spostamento di mio figlio dalla scuola italiana bilingue – frequentata nei primi anni dopo il trasferimento in Svizzera – alla scuola pubblica è stata la volontà di garantire al bambino migliori possibilità di inserimento ed integrazione nel tessuto sociale del luogo in cui viviamo, con in primis la necessità di imparare perfettamente la lingua e creare relazioni con i coetanei che vivono nel quartiere.

Dopo poco più di un anno dallo spostamento, e dal conseguente positivo cambio di vita di un po’ tutta la famiglia, devo dire che ad oggi l’obiettivo pare essere stato raggiunto in pieno. La Creatura ha la possibilità di andare a scuola autonomamente, nonostante spesso chieda di essere accompagnato, anche se magari solo per qualche metro fuori dalla porta di casa, visto che, il più delle volte, durante il percorso incontra qualche compagno con cui condividere la strada. Il centro del tempo libero è progressivamente diventato il cortile della scuola o il parco giochi sotto casa, dove spesso può incontrare gli amici anche senza aver pianificato in anticipo appuntamenti pomeridiani.

Tutto questo, al di là della conseguente benefica riduzione di tutta una serie di carichi materni, si traduce anche in un aumento della sicurezza e dell’autonomia del bambino che, ormai, io davvero vedo e sento “a casa sua” nel quartiere, a scuola, al doposcuola, nelle relazioni con i compagni e gli amichetti, nelle attività sportive e in tutti gli ambienti in cui si svolge la routine delle sue giornate.

Sarà forse che io da piccola (per una serie di questioni organizzative familiari) non ho avuto la possibilità di frequentare la scuola del mio quartiere e di ciò devo dire di aver molto risentito nella costruzione della “rete” di amicizie intorno a casa, ma tutto questo a me dà ora una sensazione bellissima: di stabilità, equilibrio, serenità. Le prime cose che mi sono sempre augurata per mio figlio nella costruzione del suo futuro, indipendentemente da dove questo sarà e dalla strada – vicina o lontana dalle sue radici – che sarà chiamato a percorrere nella sua vita.

p.s. e tutto ciò ci consente anche di dedicare più tempo (quando ne abbiamo possibilità e voglia) ad andare a spasso per la città e scoprire cose nuove, che è uno degli aspetti della nostra vita qui che amiamo di più. Si sale su un tram, magari anche uno a caso 😉 e …via!

 

ANTICONFORMISMO

berretto

La situazione climatica non sta evolvendo al meglio, questo è un fatto. E un fatto che non mi sorprende molto, così come fosse abbastanza scontata la necessità di pagare in qualche modo “la lunga estate calda”.

Stamattina mio figlio ha voluto a tutti i costi uscire di casa con in testa il berretto in foto: doppio strato di calda morbidezza che era in uso lo scorso inverno con temperature ampiamente sotto lo zero. Ho cercato per un po’ di dissuaderlo, dicendogli che, molto probabilmente, un berrettino in cotone e il cappuccio della giacca sarebbero stati più che sufficienti. Guardare fuori dalla finestra, in effetti, era tutt’altro che accattivante, ma pure a me, super freddolosa cronica, l’attrezzatura pareva decisamente troppo.

Non c’è stato nulla da fare e, anche complice un fastidioso raffreddore che lo sta accompagnando da qualche giorno, l’ho lasciato fare. Ha detto che voleva che la testa restasse al caldo, sicuramente è stato così 😉

Oggi all’uscita da scuola ho visto bambini in T-Shirt (con 12 gradi di bufera), bambini con la giacca più o meno pesante, bambini con il berrettino leggero, bambini con la cuffia di pile, e mio figlio con la sua armatura antigelo. Sembrava esserci tranquillamente posto per tutti, e nessuno che notasse particolari stranezze nell’abbigliamento altrui.

Tutto sommato mi è sembrata una cosa bellissima.

 

 

COME “BIG FISH”

 

varietè

Capita di uscire di casa, un caldo sabato sera d’agosto, per fare due passi e sbirciare la “Sommerfest” del centro sociale del quartiere, quello che da anni cercano di far sgomberare, quello contro il quale una parte degli abitanti ha giurato guerra a vita, perchè “fa troppo rumore“.

Capita di attraversare una stradina poco illuminata e ritrovarsi catapultati in pieno “Big Fish”: un’acrobata del circo che, in costume, fa piroette nel buio, forse per allenarsi in vista dello spettacolo del giorno successivo. Mentre sul palco si suona musica techno – non la mia preferita, in effetti, – intorno ad un falò giocano e corrono bimbi decisamente sotto il metro di altezza, mentre tutto intorno è un bizzarro miscuglio di giovani e meno giovani, famiglie, donne incinte, tutti che ballano, cantano, chiacchierano, mangiano e bevono.

Poco più avanti, nell’oscurità più assoluta, una voce, appena udibile pochi metri prima, richiama spettatori per “l’ultimo spettacolo di magia della giornata“: c’è una vecchia carrozza, tipo quelle del far west, a cui si accede salendo tre gradini, che ospita un minuscolo teatro – 13 posti in tutto – allestito con panchette ricoperte di velluto scuro, lo stesso colore del minuscolo sipario. L’ambiente è comunque climatizzato, sarebbe altrimenti impossibile sopravvivere una volta chiusa la porta di accesso, e praticamente isolato acusticamente dal frastuono circostante. L’inizio dello spettacolo è annunciato dalla musica di un vecchissimo carillon, attivato a richiesta del mago dalla spettatrice seduta in prima fila. Il mago è vestito di nero, con un cappello risalente a qualche secolo precedente, che spesso si presta a collaborare ai suoi giochi di prestigio. Giochi interattivi con quel pubblico minuscolo, ma assolutamente partecipativo, anche se un terzo degli spettatori non ne capisce lingua. Bastano una candela, un aspira-briciole, qualche paillette luccicante, una carta da gioco, una pallina di lana e un vecchissimo 45 giri: la magia è fatta. Mezz’ora dopo, scendendo i gradini della carrozza e tornando al buio profondo della sera, hai l’impressione che il mondo, volendo, potrebbe essere davvero un luogo migliore. 

Ormai è tutto silenzio, il concerto è finito, così come la lunga giornata di spettacoli, e anche il furgoncino della polizia si è evidentemente diretto verso altre priorità.

Questa è quella che io chiamo “l’altra Zurigo”, quella sotterranea, spesso invisibile dalla cima dorata dei campanili del centro, dalle lussuose e inavvicinabili boutique di lusso, dai locali sfavillanti di perfezione e pretesa eleganza. E quella che fa da spartiacque e contrappeso all’illusoria perfezione di questa città, al suo rigoroso ordine, alla sua compostezza, suo silenzio ostentato. E’ l’altra Zurigo che si incontra camminando per strada in alcuni quartieri, semplicemente guardandosi intorno, sollevando lo sguardo verso l’alto, o lasciandosi distrarre dalla vetrina di un negozio di parrucche, dal take away di specialità persiane, dalla società di disinfestazione che espone insetti giganteschi, o della psicologa astrale, che ti domandi come diamine possa permettersi di pagare l’affitto. E’ quella città in cui ti domandi come possa esistere il senzatetto alcolizzato che si alza a fatica dai gradini in cui è sprofondato per andare a buttare la bottiglia di vodka nel vicino cestino dei rifiuti, quella in cui potresti incontrare in tram un senza fissa dimora che parla quattro lingue, e tu ti chiedi come possa essere finito a fare quella vita.

Se dovessi spiegare cosa amo di più di questa città (perché, davvero, ci sono momenti in cui mi rendo conto di amarla follemente, spesso contro ogni logica), penso sia questo: la sensazione di vedere e toccare con mano mondi apparentemente distanti come galassie che vivono in un continuo alternarsi e sfiorarsi, in una bolla in cui c’è spazio per tutto e per tutti, uniti da un’armonia surreale e logicamente impossibile, come nei film di Tim Burton e come nel filo rosso che unisce realtà e illusione del misterioso mago della carrozza.

Credo sia una grazia saperla vedere, di cui davvero ogni giorno ringrazio, perché rende la vita migliore e fa spesso sperare in un futuro diverso da quello che sembra segnato.

 

P.s. il Varieté Triché ha anche un suo sito internet e chissà, magari un giorno potrebbe capitarvi di incontrarlo sulla vostra strada.

P.s. 1 se per caso non avete mai visto “Big Fish”, guardatelo.

 

SI RICOMINCIA

content-1627-back-to-school-7-1-4x3-de

(Immagine tratta dal sito http://www.manor.ch)

Confesso, le cinque settimane di vacanza sono volate, con l’eccezione di qualche momento trascorso a casa, con la Belvetta incarognita da lamenti della serie:

Mi annoioooo!!!! Non so cosa fare!!! Cosa faccio qui tutto solo?!?! Io voglio i miei amici!”

E pazienza se, naturalmente, le opzioni alternative al “non so cosa fare” sarebbero state quasi infinite, tra innumerevoli tipologie di giochi di vario genere, disegni, letture, costruzioni e così via.

In ogni caso il problema è finito: scavallata l’ultima settimana di sopravvivenza tra le quattro mura domestiche, anche grazie ai mitici corsi sportivi proposti dalla città di Zurigo, siamo ormai al countdown: lunedì si ricomincia, o meglio, si comincia la vera avventura della SCUOLA VERA. 

Dopo un periodo che ormai percepisco quasi infinito di Kindergarten, inizia l’avventura della primaria, rispetto alla quale – ad onor del vero – mio figlio non pare affatto interessato. 

La sua massima preoccupazione di questi giorni è stata quella di capire se e come potesse evitare l’adempimento dell’obbligo scolastico, magari anche emigrando all’estero, ivi compresa qualche landa sperduta in cui l’efficiente polizia elvetica non avesse i mezzi (o la voglia) di raggiungerlo per richiamarlo ai suoi doveri, o dove le autorità del luogo di destinazione avessero altri problemi che preoccuparsi di riacciuffare un settenne fuggitivo e riottoso al proprio obbligo di istruzione.

Come dice il proverbio: “Chi ben comincia…” 🙂