“Aria di novità”- Venerdì del libro

Ormai è assodato: ho un discreto problema con le saghe, le trilogie o quadrilogie che dir si voglia. Compro e leggo libri nella totale inconsapevolezza che facciano parte di una “serie” più ampia e poi mi trovo “inguaiata” 😉

In effetti, anche in questo caso, dietro suggerimento della Feltrinelli online, ho acquistato un E-Book di cui non avevo mai sentito parlare, facendo però una bella scoperta. “Aria di novità è l’ultimo romanzo dei tre pubblicati dalla scrittrice tedesca Carmen Korn, in una trilogia dedicata ad un gruppo di donne, amiche, facenti parte di una sorta di famiglia allargata, e ambientata ad Amburgo.

I capitoli iniziali della saga (che non ho ancora letto, ma ho già acquistato il primo volume) iniziano la narrazione all’epoca delle guerre mondiali, l’ultimo capitolo riguarda vicende dagli anni settanta fino all’inizio del nuovo millennio, e tocca in modo leggero nelle oltre mille pagine del volume, avvenimenti storici quali il terrorismo in Europa, la guerra in Vietnam, la caduta del muro di Berlino, l’epidemia mondiale di AIDS, nonché gli ultimi anni di vita delle protagoniste (praticamente ormai centenarie).

Una lettura estremamente piacevole, che riesce comunque a trattare temi individuali e collettivi di grande rilievo dal punto di vista storico e sociale, senza appesantire la narrazione e mantenendo viva la curiosità di chi legge fino all’ultima pagina. Consigliatissimo per le vacanze!

Questo post partecipa al Venerdì del libro di Homemademamma.

Quel che mi manca

(Immagine pixabay.com)

C. V. D. si diceva ai tempi miei. “Come volevasi dimostrare“, SCIALLA non ha funzionato. Pare proprio che nulla insegni nulla all’umanità, neppure l’immortale mito di Cassandra.

Tant’è, se ne verrà in qualche modo a patti, anche se al momento personalmente non ci sto riuscendo benissimo e la modalità prevalente di questi ultimi giorni è ufficialmente “fuoco cammina con me”.

Sono stanca di essere stanca, di essere paziente, gentile e comprensiva, carina con l’universo mondo, che comunque continua tranquillamente a farsi i c… suoi, come sempre, con il solito pressappochismo e con la solita sciatteria. Sono due parole bellissime “pressappochismo e sciatteria” anche utilizzate insieme, e sono due bellissime parole anche in tedesco, sull’uso delle quali mi sto parecchio esercitando. Smetterò probabilmente di tenerle solo per me.

Per il lavoro che faccio so molto bene che il fuoco è pericoloso, va maneggiato con cautela estrema, e che il rischio di distruggere più che di purificare è estremamente elevato (mio marito, per dire, è parecchio preoccupato…). A volte ci sono rischi che è necessario correre.

I giorni, le settimane e i mesi sono passati. L’attesa non è finita. Ognuno ha necessità, intime, profonde, a volte neppure esattamente comprensibili o spiegabili. Io ho le mie, come tutti. Che, soprattutto in questo momento dell’anno, sarebbero andare altrove, essere altrove, pensarmi altrove, in un ben definito altrove, anche se solo per un paio di settimane, prima che di nuovo il quotidiano tritacarne ricominci la sua corsa. Quest’anno non sarà così, non potrà esserlo per ragioni indipendenti alla mia volontà. Posso venirne a patti, in qualche modo, ma il peso sarà comunque immenso e non compensabile da nulla e da nessuno.

L’impossibilità di spostarmi da dove (forzatamente) sono da quattro mesi, per andare dove vorrei, immergermi in un’altra dimensione di colori, suoni, luci, profumi, sapori, di riempirmi di tutto ciò che il resto del mondo offre. Diventare quel mondo, è quel che oggi in assoluto più mi manca.

Scialla

(Immagine dal web)

Ho continuato a sfornare crostate, cucinare per l’intera famiglia, guardare il cielo sperando che ritornasse blu, aspettare che il sole ricomparisse dietro persistenti nuvole grigie.

Ho continuato a fare la spesa online, avendo scoperto, grazie alla quarantena, la possibilità di risparmiare fatica e anche di acquistare prodotti fantastici da produttori locali che non avevo prima avuto occasione di considerare.

Ho aumentato la produttività di lettura, quella di scrittura a fasi altalenanti, ho insegnato e meditato molto meno di quanto volessi.

Continuo a guidare l’auto molto più di quanto sarebbe auspicabile per i miei gusti, e su un tram non sono purtroppo ancora risalita. Dovrei aprire un capitolo – che non aprirò – sulla propria libertà che dovrebbe finire ove inizia quella del tuo simile (cit), cosa che al momento e a queste latitudini pare universalmente sostituito dal nuovo (post) Corona-mantra: scialla!

Al scialla, onestamente, faccio ancora fatica ad arrivare, ma con tutta evidenza è un personale problema mio, che soffro sicuramente della sindrome della capanna. Che però sparisce improvvisamente nel momento in cui mi figuro il mare, una spiaggia e un ombrellone come dico io. Chissà se allora potremo davvero ritornare al “scialla”?

Quello che è certo è che l’interpretazione “sciallata” del mio nuovo mondo potrà discostarsi discretamente da ciò che è per il resto dell’umanità: la scorsa domenica sera al portale sud del S. Gottardo c’erano di nuovo i soliti chilometri di coda, e neppure avevano riaperto le frontiere. Siamo propri sicuri di rivolere tutti, subito “quel mondo lì?”

Scialla!

Aiuto, ho la “grigite“

No, non credo sia uno degli ennesimi effetti collaterali del lockdown, dato che le sue manifestazioni risalgono, nel mio caso, a tempi ormai abbastanza lontani.

L’ultima osservazione clinica risale però alla giornata di ieri. Dopo quasi tre mesi di stop forzato per lo shopping (e salva la spesa di sopravvivenza che non appartiene certamente alla categoria) mi sono decisa a fare un giro nel mio grande magazzino preferito, dove complici i saldi (!!!) ho approfittato per un paio di acquisti necessari ai membri della famiglia in crescita e qualcosa per colui che in crescita ormai non lo è più, ma che in questi mesi di isolamento sociale e lavorativo ha consumato magliette come stuzzicadenti.

Ora, fin qui tutto normale, non fosse che, una volta rientrata a casa, mi sono resa conto di aver comprato quasi tutto dello stesso, meraviglioso, amatissimo colore: il grigio mélange. Parliamo di una T-Shirt bambino, una T-Shirt adulto e un paio di Short sportivi. Di nuovo, nulla di grave se non fosse che gli ultimi acquisti fatti in occasione dei saldi invernali per la Creatura (poco prima che chiudessero il mondo), così come quelli dello scorso anno, avevano portato praticamente allo stesso risultato.

Ora non conto più le magliette grigio mélange, ma il peggio è la certezza che, se dovessi continuare a fare acquisisti senza un rigoroso controllo del Super Io, l’epilogo sarebbe quasi sicuramente lo stesso.

Non so bene perché, ma è un colore che adoro, addosso a chiunque e in qualsiasi stagione. Si abbina facilmente e permette pure di camuffare la macchietta insinuatasi nel tessuto dopo i classici dieci minuti da quando l’hai indossato. In pratica: la perfezione. Ma quando è troppo, è troppo.

Si riapre (e della vera libertà)

(Immagine vbz)

Stamattina ho avuto una lunga conversazione con un’amica in Italia, che non sentivo di persona ormai da diverse settimane.

“Come stai?” – mi ha chiesto

“Non lo so, onestamente” – è stata la mia riposta.

Non riesco a trovare una posizione, neppure di qualcosa lontanamente stabile in cui sistemarmi, non parliamo di definitivo, dato che nulla lo è.

Tra domani e lunedì qui riapre tutto, ovvero il poco che ancora era chiuso. Le scuole ritornano ad una normalità del 99%, per lo meno per i più piccoli. Il clima generale è, ormai da un po’, quello di un “liberi tutti” al disinfettante alcolico, e secondo me molti hanno sdoganato direttamente la bottiglia di grappa, l’odore è quello.

Io alterno momenti di rallegrante ottimismo (a patto che non consideri nulla di ciò che arriva da oltre confine, altrimenti piombo in una disperazione inconsolabile sul futuro dell’umanità) a fasi di pessimismo cosmico, frequentemente collegato ai rovesci meteo e inversamente proporzionale alla temperatura (atmosferica) e all’irraggiamento solare.

Le autorità sanitarie definiscono la situazione “rallegrante”, anche se permane un esiguo zoccolo duro di casi che pare non risentire né di chiusure né di riaperture. Lì stanno, ormai da settimane, mentre il miraggio dello zero sembra comunque sempre lontano. Si testa, si traccia, si isola, mentre gli ospedali restano comunque (e per fortuna) praticamente vuoti.

Passo dai sogni di un’estate al mare, su spiagge deserte e assolate, per prepararmi alle quali acquisto incautamente scorte di creme solari in promozione (assai relativa, essendo in Svizzera), a frangenti nei quali l’idea di scendere a buttare la spazzatura e a ritirare la posta mi paiono propositi azzardati non di meno della partecipazione ad un Ironman.

Oggi ho trovato la chiave di volta: potrò di nuovo essere me stessa, sentirmi libera da qualsiasi condizionamento virale nel momento in cui potrò risalire su un tram, senza mascherine, senza distanze, fregandomene altamente di chi avrò vicino, davanti, dietro, intorno, incurante di qualsiasi starnuto, colpo di tosse o fazzoletto visto comparire all’orizzonte, felice di scorrazzare avanti e indietro, a caso, senza destinazione, finché non mi sarà venuta semplicemente la voglia di tornare a casa.

A occhio manca ancora un po’.

Campanule e aria profumata

Ho comprato le campanule, quest’anno parecchio in ritardo. Sono alcuni dei pochi fiori che riescono a sopravvivere alla stagione nonostante il mio pollice nero. E trovo bellissima la macchia di colore che riescono a fare, pur essendo abbastanza piccolini.

L’aria di queste mattine è incredibilmente tersa e profumata, profuma di pulito, di boschi vicini, di primavera che ha vinto sul resto, di speranze di un’estate migliore. Ma siamo a maggio, e maggio si sa, porta con sé grandi speranze.

L’aria del mattino è fresca e richiede almeno una giacca, ma rinvigorisce e rinnova, purifica i polmoni, regala incredibili energie per il nuovo giorno, quasi illudendoci che tutto possa essere possibile.

È, in assoluto, una delle illusioni che preferisco.

La lunga strada

A piedi, circumnavigando il laghetto, col bosco, i campi di grano e i fiori selvatici. Una strana strada per arrivare al punto di partenza, come quelle volte in cui pare che Google Maps si perda nei meandri dei satelliti. Un incidente schivato in autostrada, quando di autostrada non ci sarebbe stato affatto bisogno. Il marito che ingoia un insetto, camminando per i campi.

(Foto Carlotta G.)

Il pranzo all’aperto, nell’unico punto di ristoro disponibile, coi tavoli distanziati di due metri, molti clienti nella bella giornata di primavera dove qui è festa, ordinati e seduti, ma di una intima rilassatezza verso la congiuntura che a me continua a risultare incomprensibile. Un mal di testa, lancinante quanto improvviso, il pranzo che, in tutta onestà, per essere il battesimo dell’aria dopo tre mesi di reclusione, poteva pure essere un po’ meglio.

La mente, col suo ripieno di pensieri e voci, che nonostante il cinguettio degli uccellini, la meraviglia dei falchi e delle rondini, fa fatica a staccarsi dalla sua ruota.

La strada, ancora lunga, verso il mondo che conoscevamo e le sue “normalità”.

“Il lato nord del cuore” – Venerdì del libro

Mi sono stavolta servite un po’ di pagine, 282 per la precisione, per “entrare nel vivo” dell’ultimo romanzo di Dolores Redondo, poi divorato in un lampo per le rimanenti millequattrocento circa.

Il personaggio chiave della poliziotta basca Amaia Salazar, questa volta in prestito all’FBI per un indagine mozzafiato sulle tracce di un serial killer nell’inferno di News Orleans nei giorni dell’uragano Katrina, è ormai diventata una compagna di letture e di viaggi negli abissi della psiche umana, di cui è un’ottima conoscitrice per inimmaginabili vicende personali e familiari.

Due avvertenze:

1. c’è una trilogia che precede quest’ultimo romanzo (rispetto alla quale sarebbe una sorta di prequel) e che andrebbe ragionevolmente letta prima per avere qualche collegamento logico in più (io in realtà ho letto solo il terzo capitolo “Offerta alla tormenta”)

2. I temi trattati sono a tratti molto “dark”, non necessariamente indicati per tutti i palati (sette pseudo sataniche, riti vudù). Intrighi e misteri al limite del paranormale mi hanno fatto dubitare per un paio di sere di riuscire a prendere sonno, dopo aver chiuso il libro. In realtà deve esserci stato qualche strano effetto catartico, perché ho poi avuto notti tranquillissime con sonni beati 🙄 , nonostante in questi mesi di “lati nord del cuore” abbiamo avuto tutti modo di sperimentarne diversi.

Per chi ama le emozioni un po’ forti, super- consigliatissimo, anche per l’immensa profondità psicologica dei personaggi chiave, e per l’accuratezza dei dettagli (non ultimi quelli sulla devastazione dell’uragano di una città che mi sarebbe da sempre piaciuto visitare). Ora attendo con trepidazione il prossimo capitolo.

Io non sono qui per caso, vero?

Perché, lei crede nelle casualità?

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

Nelle ossa

(Immagine pixabay.com)

Queste ultime settimane credo l’abbiano reso chiaro. Lo sento di notte, per lo più, quando le ore trascorse non portano l’atteso riposo e al risveglio la sensazione è più quella di essere reduce da una misteriosa battaglia, non si capisce bene quando iniziata, ma certamente non ancora finita.

Potrei dire di avere vissuto in tempi recenti avvenimenti che hanno toccato me, la mia famiglia, alcuni amici più stretti. Eventi, cosa lo dico a fare, non propriamente degni di festeggiamenti. La venuta nel virus, in questo passato surreale inverno, è come se avesse in qualche modo amplificato sensazioni viscerali che già lì si trovavano da tempo, scoperchiando vasi di Pandora e portandole senza pietà alle luci della ribalta.

Le sento di notte, scolpite nelle ossa, Depositate nella profondità delle viscere, nel respiro abissale dei polmoni, nella sostanza dei muscoli, nelle orbite degli occhi, nella sensibilità della pelle. Le sento e preferirei evitare, preferirei scegliere di non sentire, negando la loro ingombrante presenza.

Preferirei, ma so di non avere alcuna scelta reale. E che l’unica possibilità è dare loro quel minimo di spazio vitale, così che possano sopravvivere, lasciando in vita anche me.

Prove di riapertura

Il ristorante sotto casa ha iniziato le grandi pulizie di primavera in vista della riapertura di lunedì. Le ragazze passano tra i tavoli all’aperto, metro alla mano, per misurare la distanza prescritta tra uno e l’altro. Sistemano massimo quattro sedie. Puliscono i tavolini e le panche che, in questi due stranissimi e lunghissimi mesi, sono rimasti abbandonati a loro stessi e utilizzati dagli abitanti del quartiere per estemporanee soste, improvvisati apertivi auto-prodotti del venerdì sera e pause pranzo in solitaria col cibo take-away.

Non è ancora chiara la sorte della palestra di arrampicata, collegata al ristorante, dato che le prescrizioni di sicurezza richieste sono effettivamente problematiche da realizzare, nonostante tutto l’impegno e il pragmatismo svizzero.

I bambini delle scuole dell’obbligo potranno ritornare tra i banchi, rivedere le maestre e una parte dei loro compagni. Per lo meno qui a Zurigo è così, la competenza di decidere a che condizioni far riprendere l’attività didattica è di competenza del Cantone e qui si è definito di ricominciare, fino all’inizio di giugno, ad orario ridotto e a classi dimezzate.

Le maestre hanno appeso alle finestre già da una settimana cartelloni di benvenuto. A me sono scese le lacrime.

Complici anche alcune giornate di sole e temperature praticamente estive si respira una certa eccitazione nell’aria. Tutti molto curiosi di ciò che succederà, insieme agli ovvi timori che il tutto possa tra qualche settimana rivelarsi una falsa partenza, con i contraccolpi pratici e psicologici del caso.

Iniziamo a goderci la meraviglia di questo fine settimana di finta estate: lunedì è prevista neve in montagna e si rischiano assembramenti sulle piste da sci 😜 (visto che piscine e accesso al lago restano ancora chiusi)