ANTICONFORMISMO

berretto

La situazione climatica non sta evolvendo al meglio, questo è un fatto. E un fatto che non mi sorprende molto, così come fosse abbastanza scontata la necessità di pagare in qualche modo “la lunga estate calda”.

Stamattina mio figlio ha voluto a tutti i costi uscire di casa con in testa il berretto in foto: doppio strato di calda morbidezza che era in uso lo scorso inverno con temperature ampiamente sotto lo zero. Ho cercato per un po’ di dissuaderlo, dicendogli che, molto probabilmente, un berrettino in cotone e il cappuccio della giacca sarebbero stati più che sufficienti. Guardare fuori dalla finestra, in effetti, era tutt’altro che accattivante, ma pure a me, super freddolosa cronica, l’attrezzatura pareva decisamente troppo.

Non c’è stato nulla da fare e, anche complice un fastidioso raffreddore che lo sta accompagnando da qualche giorno, l’ho lasciato fare. Ha detto che voleva che la testa restasse al caldo, sicuramente è stato così 😉

Oggi all’uscita da scuola ho visto bambini in T-Shirt (con 12 gradi di bufera), bambini con la giacca più o meno pesante, bambini con il berrettino leggero, bambini con la cuffia di pile, e mio figlio con la sua armatura antigelo. Sembrava esserci tranquillamente posto per tutti, e nessuno che notasse particolari stranezze nell’abbigliamento altrui.

Tutto sommato mi è sembrata una cosa bellissima.

 

 

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COME “BIG FISH”

 

varietè

Capita di uscire di casa, un caldo sabato sera d’agosto, per fare due passi e sbirciare la “Sommerfest” del centro sociale del quartiere, quello che da anni cercano di far sgomberare, quello contro il quale una parte degli abitanti ha giurato guerra a vita, perchè “fa troppo rumore“.

Capita di attraversare una stradina poco illuminata e ritrovarsi catapultati in pieno “Big Fish”: un’acrobata del circo che, in costume, fa piroette nel buio, forse per allenarsi in vista dello spettacolo del giorno successivo. Mentre sul palco si suona musica techno – non la mia preferita, in effetti, – intorno ad un falò giocano e corrono bimbi decisamente sotto il metro di altezza, mentre tutto intorno è un bizzarro miscuglio di giovani e meno giovani, famiglie, donne incinte, tutti che ballano, cantano, chiacchierano, mangiano e bevono.

Poco più avanti, nell’oscurità più assoluta, una voce, appena udibile pochi metri prima, richiama spettatori per “l’ultimo spettacolo di magia della giornata“: c’è una vecchia carrozza, tipo quelle del far west, a cui si accede salendo tre gradini, che ospita un minuscolo teatro – 13 posti in tutto – allestito con panchette ricoperte di velluto scuro, lo stesso colore del minuscolo sipario. L’ambiente è comunque climatizzato, sarebbe altrimenti impossibile sopravvivere una volta chiusa la porta di accesso, e praticamente isolato acusticamente dal frastuono circostante. L’inizio dello spettacolo è annunciato dalla musica di un vecchissimo carillon, attivato a richiesta del mago dalla spettatrice seduta in prima fila. Il mago è vestito di nero, con un cappello risalente a qualche secolo precedente, che spesso si presta a collaborare ai suoi giochi di prestigio. Giochi interattivi con quel pubblico minuscolo, ma assolutamente partecipativo, anche se un terzo degli spettatori non ne capisce lingua. Bastano una candela, un aspira-briciole, qualche paillette luccicante, una carta da gioco, una pallina di lana e un vecchissimo 45 giri: la magia è fatta. Mezz’ora dopo, scendendo i gradini della carrozza e tornando al buio profondo della sera, hai l’impressione che il mondo, volendo, potrebbe essere davvero un luogo migliore. 

Ormai è tutto silenzio, il concerto è finito, così come la lunga giornata di spettacoli, e anche il furgoncino della polizia si è evidentemente diretto verso altre priorità.

Questa è quella che io chiamo “l’altra Zurigo”, quella sotterranea, spesso invisibile dalla cima dorata dei campanili del centro, dalle lussuose e inavvicinabili boutique di lusso, dai locali sfavillanti di perfezione e pretesa eleganza. E quella che fa da spartiacque e contrappeso all’illusoria perfezione di questa città, al suo rigoroso ordine, alla sua compostezza, suo silenzio ostentato. E’ l’altra Zurigo che si incontra camminando per strada in alcuni quartieri, semplicemente guardandosi intorno, sollevando lo sguardo verso l’alto, o lasciandosi distrarre dalla vetrina di un negozio di parrucche, dal take away di specialità persiane, dalla società di disinfestazione che espone insetti giganteschi, o della psicologa astrale, che ti domandi come diamine possa permettersi di pagare l’affitto. E’ quella città in cui ti domandi come possa esistere il senzatetto alcolizzato che si alza a fatica dai gradini in cui è sprofondato per andare a buttare la bottiglia di vodka nel vicino cestino dei rifiuti, quella in cui potresti incontrare in tram un senza fissa dimora che parla quattro lingue, e tu ti chiedi come possa essere finito a fare quella vita.

Se dovessi spiegare cosa amo di più di questa città (perché, davvero, ci sono momenti in cui mi rendo conto di amarla follemente, spesso contro ogni logica), penso sia questo: la sensazione di vedere e toccare con mano mondi apparentemente distanti come galassie che vivono in un continuo alternarsi e sfiorarsi, in una bolla in cui c’è spazio per tutto e per tutti, uniti da un’armonia surreale e logicamente impossibile, come nei film di Tim Burton e come nel filo rosso che unisce realtà e illusione del misterioso mago della carrozza.

Credo sia una grazia saperla vedere, di cui davvero ogni giorno ringrazio, perché rende la vita migliore e fa spesso sperare in un futuro diverso da quello che sembra segnato.

 

P.s. il Varieté Triché ha anche un suo sito internet e chissà, magari un giorno potrebbe capitarvi di incontrarlo sulla vostra strada.

P.s. 1 se per caso non avete mai visto “Big Fish”, guardatelo.

 

SI RICOMINCIA

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(Immagine tratta dal sito http://www.manor.ch)

Confesso, le cinque settimane di vacanza sono volate, con l’eccezione di qualche momento trascorso a casa, con la Belvetta incarognita da lamenti della serie:

Mi annoioooo!!!! Non so cosa fare!!! Cosa faccio qui tutto solo?!?! Io voglio i miei amici!”

E pazienza se, naturalmente, le opzioni alternative al “non so cosa fare” sarebbero state quasi infinite, tra innumerevoli tipologie di giochi di vario genere, disegni, letture, costruzioni e così via.

In ogni caso il problema è finito: scavallata l’ultima settimana di sopravvivenza tra le quattro mura domestiche, anche grazie ai mitici corsi sportivi proposti dalla città di Zurigo, siamo ormai al countdown: lunedì si ricomincia, o meglio, si comincia la vera avventura della SCUOLA VERA. 

Dopo un periodo che ormai percepisco quasi infinito di Kindergarten, inizia l’avventura della primaria, rispetto alla quale – ad onor del vero – mio figlio non pare affatto interessato. 

La sua massima preoccupazione di questi giorni è stata quella di capire se e come potesse evitare l’adempimento dell’obbligo scolastico, magari anche emigrando all’estero, ivi compresa qualche landa sperduta in cui l’efficiente polizia elvetica non avesse i mezzi (o la voglia) di raggiungerlo per richiamarlo ai suoi doveri, o dove le autorità del luogo di destinazione avessero altri problemi che preoccuparsi di riacciuffare un settenne fuggitivo e riottoso al proprio obbligo di istruzione.

Come dice il proverbio: “Chi ben comincia…” 🙂

AGOSTO

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Polignano a Mare (BA)

 

C’è sempre un momento. All’inizio di agosto, quando, di solito, sei appena tornata dalle vacanze al mare. Alle prese con i classici giorni di lava, stira, riordina, riponi l’abbigliamento solo mare che, purtroppo, viene in sostanza usato due settimane all’anno e non di più, e con l’inevitabile mal di schiena che ne segue.

Alla fine di una di queste giornate, dopo la cena, dopo aver sparecchiato e avvivato la lavastoviglie, forse anche messo a letto la Belva. Guardi fuori dalla finestra del soggiorno, l’orizzonte del cielo, la collina verde e ti prende un colpo: dove è finita improvvisamente la luce?! Sono a malapena le nove e, prima di partire, facevi fatica a far addormentare il bambino col sole ancora alto nel cielo, incurante – lui – della solita sveglia mattutina per andare a scuola. Dov’è finito il tramonto alle dieci si sera? Cosa è successo in due misere settimane?

Agosto, che si voglia ammettere o meno, è l’inizio della fine (dell’estate). E’ il momento in cui si capisce che l’illusione che potesse durare per sempre si scontra con la dura realtà della vita (e delle stagioni). E non importa che tu abbia già avuto la tua dose di ferie, o che debba ancora farle o meno. Sic est.

Dal punto di vista strettamente personale è un momento normalmente pessimo, non solo per le valige da riordinare e il mal di schiena, ma proprio perché risento moltissimo (in passato, forse, anche di più di quanto non avvenga ora) del declino della luce, in modo inconscio addirittura. Un paio di giorni fa, quando me ne sono resa conto consapevolmente, stavo domandandomi da un po’ cosa fosse quella sgradevole sensazione che mi accompagnava fastidiosamente.

E siccome, può essersi forse capito, io funziono ad energia del blu, piccolo foto-post che mi accompagni per un po’ di ricarica 😉

 

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(Purtroppo è impossibile scattare una foto a Alberobello riuscendo a non inquadrare anima viva…)

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(Matera – I Sassi)

(p.s. Le foto sono state scattate in una vacanza un po’ itinerante tra Puglia e Basilicata)

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(Panorama della Basilicata dalla collina di Craco – MT)

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(Polignano a Mare)

(p.s. 2: suggerimento letterario estivo: visto che ho notato che Polignano è particolarmente gettonata di questi tempi, per chi c’è stato e vuole rivivere un po’ l’atmosfera, un gradevolissimo romanzo, letto in tempi non sospetti, e recentemente diventato anche film – che non ho visto – “Io che amo solo te” di Luca Bianchini) 

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(Lama Monachile – Polignano a Mare)

(p.s. 3: bibliografia e filmografia sulla Basilicata sono sterminate, mediamente i temi sono, però, un più “gotici”)

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(Craco – MT)

IO VEDO UNA COSA CHE TU NON VEDI…

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(Immagine tratta dal sito http://www.stampantieplotter.com)

 

Prima di partire ho pensato di condividere questo giochino, imparato da mio figlio al Kindergarten, che ritengo possa essere un ottimo diversivo nei momenti in cui “mi annoio…non so cosa fare!!!”

L’affermazione (o meglio, la lamentela) normalmente mi manda in bestia, ma in periodo di vacanze, con viaggi e spostamenti, i tempi possono essere obiettivamente lunghi e difficili da gestire. Si tratta di un gioco banalissimo, che non richiede nessuno strumento materiale, solo capacità di osservazione del mondo circostante e, fatto eventualmente in una lingua straniera, può diventare anche un ottimo modo per imparare tante parole nuove!

Si gioca minimo in due persone, ma i partecipanti possono essere anche molti di più. Si inizia con una persona che domanda alle altre: “Io vedo una cosa che tu non vedi e comincia con la lettera….cos’è?!” Gli altri naturalmente devono indovinare l’oggetto individuato da chi ha posto la domanda, che si trova nell’ambiente e il cui nome inizia con la lettera dichiarata. Chi indovina acquisisce il diritto a porre la domanda successiva e così via, fino ad esaurimento delle energie! Per esperienza diretta posso dire che, nonostante la sua semplicità, il gioco può durare anche parecchio se c’è entusiasmo e voglia di sfidarsi a chi indovina di più!

Buon divertimento e buone vacanze!!!

C’è SPAZIO

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(Immagine tratta dal sito http://www.ai-net.it)

 

C’è spazio per un po’ di riflessioni di “fine anno“, dove “fine anno“, necessariamente, è la fine del lungo inverno, degli impegni quotidiani, della scuola, del lavoro.

C’è spazio per una pausa, vera, e si spera rigenerante, anche da qui, anche da queste pagine. Ché si sa che le connessioni vacanziere non sono mai un granché e lo scrivere rischia di diventare intenso motivo di stress alla ricerca del wi-fi perfetto.

C’è spazio per pensare a un po’ di cose che mi sono capitate in queste ultime settimane. Per provare a metabolizzare la consapevolezza che il tempo scorre inesorabile e, con sé, rischia di portare anche regali poco graditi, gli acciacchi dell’età, il dover correre a aggiornare con urgenza le lenti degli occhiali, perché no, non ci vedi proprio più, dannazione.

C’è spazio per riflettere sul fatto che le cose della vita, a volte, si sistemano da sole, ma altre, purtroppo, anche no, e tu devi proprio deciderti, quando è il caso, a prendere atto che è il momento di andare dal medico, dall’oculista, dal fisioterapista e fare tutto ciò che serve per provare a stare meglio.

C’è spazio (si spera) per ragionare un po’ su quel figlio che tra poco compirà sette anni, e solo scriverlo ti fa impressione, inizierà la scuola – quella vera – e prima o poi toccherà scendere definitivamente a patti con la realtà di una Creatura che continua a crescere in modo radicalmente diverso da come potevi immaginare o sperare. In un modo che, quasi mai, tu riesci davvero a capire.

C’è spazio per raccogliere le idee, purificarsi dalle polemiche social, anche solo a distanza, per raccogliersi in sé e ritrovare nel profondo ciò che si è e ciò che si crede, lontano dagli schemi, qualunque essi siano. C’è spazio per il pensiero magico, quello che trae energia e forza dalla parte migliore di noi, da quanto sappiamo immaginare e creare dalle nostre convinzioni profonde e dal nostro istinto, così come c’è spazio per la forza del reale, dell’esperienza, dell’osservazione della realtà e del dato di fatto che si manifesta intangibile sotto i nostri occhi.

C’è spazio per questo e per quello, per il buio della notte e il sole accecante del giorno. Per il canto e per il riso, il silenzio ed il pianto, per l’esplorazione di mondi sconosciuti e l’immobilità assoluta da cui tutto è cominciato.

Deve esserci spazio per tutto, per tutto insieme, in alternanza incessante, dentro e fuori di noi. Come in una danza perpetua, i cui passi per magia si susseguano l’uno dopo l’altro, in forme sconosciute, dando vita ad un risultato perfetto.

Deve esserci questo spazio, si sappia e se ne tenga conto. Senza saremmo morti, malati, o ancora peggio, avremmo perso il contatto con la realtà del mondo, con quell’equilibrio che giustifica la nostra sana esistenza su questa terra: ricordiamocelo sempre.

 

 

 

DOPPIA DOSE DI FELICITA’

 

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(Immagine tratta da http://www.consigliEducativi.it)

 

Mi sono immedesimata per un attimo, alcuni giorni fa, e ho provato a pensare come potrebbe essere accogliere un figlio all’improvviso. Quasi dalla sera alla mattina, senza alcun preavviso, senza i canonici nove mesi per abituarsi all’idea, prepararsi, allestire concretamente e mentalmente ciò che servirà per la vita insieme a lui/lei. Senza aver avuto la possibilità di pianificare congedi di maternità, organizzazione di giornate, settimane, mesi e anni, acquisti di passeggini, vestiti e pannolini d’ordinanza, scalda biberon e sterilizzatori vari.

Io, che già sono stata adeguatamente impanicata con l’attesa d’ordinanza, credo sarei potuta morire d’infarto. Per fortuna in questa vita non tutti sono come la sottoscritta. Oggi, dopo un’attesa ben più lunga di nove mesi, ma con un preavviso limitato a quattro giorni di calendario, una coppia di amici riceverà da un tribunale dei minori l’autorizzazione ufficiale a diventare mamma e papà di un pupattolo di quattro mesi, mai visto né conosciuto prima. E a portarselo direttamente a casa, senza istruzioni per l’uso, come accade a tutti i genitori, ma forse con qualche difficoltà in più e una dose di amore doppia.

Inutile dire: congratulazioni e in bocca al lupo per una dose doppia di felicità.

OPEN AIR

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(Il ventaglio omaggio a tutti i partecipanti all’evento “opera per tutti”)

 

Non vorrei parlare e far interrompere l’incantesimo all’improvviso, ma da quando vivo a Zurigo è la prima volta che vedo un’estate (meglio, a rigore una fine di primavera) di questo tipo dal punto di vista meteorologico. Giornate di sole ininterrotte che neppure in pieno luglio, temperature ben al di sopra della media stagionale degli ultimi mille anni, a volte pure un po’ eccessive  (diciamocelo senza lamentarci troppo) visto che da un paio di giorni alle otto si esce di casa in canottiera e sandali. E la situazione non è usuale. Avvisate magari Trump, che si ricreda sul riscaldamento globale.

L’estate è per la città il periodo tradizionalmente dedicato agli eventi all’aperto, di qualsiasi natura essi siano, in particolare dal punto di vista musicale. Gli zurighesi si sfogano, spesso illudendosi, ahinoi, che tra l’inizio di giugno e la fine di settembre potranno trascorrere le loro giornate e serate “open air“, recuperando così le privazioni di luce del lungo inverno. Non sempre la buona stella li assiste: ricordo concerti attesi per mesi, e profumatamente pagati centinaia di franchi, letteralmente affogati sotto il diluvio incessante e rinfrescati da temperature che richiedevano una bella giacca quasi invernale.

Ma, come disse il saggio, non può piovere per sempre. Sabato scorso era in programma un evento estremamente atteso, che gli anni scorsi noi avevamo sempre disertato causa troppo giovane età della Creatura o avverse condizioni meteo: l’opera per tutti all’aperto, organizzata dal teatro dell’opera di Zurigo che, in occasione di una sua rappresentazione estiva, allestisce nella grande piazza antistante un maxi-schermo dando la possibilità a chiunque di assistere gratuitamente allo spettacolo. Quest’anno era in programma “Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi”.

Noi abbiamo molto improvvisato, non eravamo affatto preparati e abbiamo deciso di andare solo all’ultimo minuto; ci siamo presentati lì con la coperta da pic-nic e null’altro, in mezzo a migliaia di persone sicuramente più esperte di noi nella gestione dell’evento. Non sono un’appassionata di musica lirica, non ne capisco nulla e, a differenza della prosa, che amo molto, non sono mai riuscita a farmi coinvolgere nonostante diversi tentativi di gioventù. L’atmosfera creatasi in una meravigliosa serata estiva, con un clima ideale, è stata però impareggiabile: mille e mille persone vicine eppure rispettose di questo temporaneo “forzato vicinato”, cestini professionali da pic-nic da cui uscivano bottiglie di champagne e prelibatezze gastronomiche di ogni tipo, portate apposta per festeggiare un grande evento, la musica. Tutto ha contribuito a farne un momento da ricordare, che sicuramente vorremo replicare anche in futuro. E pazienza se il nostro improvvisato buffet si è chiuso con una pizza da asporto (very italian-style, però ;-)) e una puntura di ape che non mi ha fatto chiudere la serata proprio come avrebbe meritato!

BILANCI DI (QUASI) FINE ANNO.

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(Immagine tratta dal sito http://www.medz.it)

 

Alla fine della scuola qui a Zurigo manca ancora un mese, le lezioni termineranno, infatti, come d’abitudine, a metà luglio, per poi riprendere il 21 agosto col nuovo anno scolastico che per noi segnerà il grande passaggio alla scuola primaria.

Mancando ormai poche settimane alla fine ufficiale del Kindergarten della Creatura, riesco a mente fredda a fare un piccolo bilancio di fine anno, il primo per lui nella scuola svizzera, dopo tre trascorsi in quella italiana bilingue.

La decisione relativa al trasferimento, in alternativa all’inizio del percorso della scuola elementare italiana, non era stato affatto semplice né indolore. Erano parecchi i dubbi sull’opportunità di questa scelta, da molteplici punti di vista, tra i quali non ultimo il fargli iniziare la scuola con un anno di ritardo rispetto alle regole italiane e i tanti e contraddittori “rumors”  e racconti su pessime esperienze vissute da altri bambini presso le scuole pubbliche locali.

Alla fine, chiudendo gli occhi, facendo un bel respiro e raccogliendo reciprocamente un po’ di coraggio, abbiamo deciso per il grande salto, convinti dall’opportunità che il frequentare la scuola di quartiere avrebbe potuto rappresentare per nostro figlio, soprattutto dal punto di vista del miglioramento della lingua e dall’integrazione.

Dieci mesi dopo posso dire che tutto è andato ben oltre le più rosee aspettative. Temevamo sfaceli e sfracelli da parte del diretto interessato, crudelmente separato dai sui amici. Temevamo insormontabili difficoltà linguistiche, incomprensioni culturali, indisponibilità dei compagni ad accogliere “l’ultimo arrivato”. Temevamo la tanto sbandierata rigidità svizzera e il potenziale impatto dirompente su di un bambino decisamente vivacissimo e incredibilmente testardo. Ci aspettavamo convocazioni dalle maestre, rimproveri e lamentele, crisi familiari e personali.

Nulla di tutto ciò è accaduto.

Abbiamo ancora un figlio incredibilmente scalmanato e testardo che in qualche mese ha fatto passi da gigante in una lingua nella quale ha arrancato per tre anni. Che si è trovato talmente spaesato e avversato che “vuole restare per sempre” nel suo Kindergarten, ché tanto la scuola non gli interessa (…) Che va e torna da solo, e anche se sono solo pochi metri deve comunque farsi otto piani di scale per scendere e salire (visto che secondo la migliore tradizione italiana, l’ascensore è vietato ai minori di 12 anni non accompagnati ;-)) e non è mai stato così rapido ad uscire da scuola in tutto il tempo in cui io lo aspettavo fuori!

Sicuramente siamo stati fortunati, in primis con le maestre e con l’ambiente, e la fortuna non dà mai garanzie per il futuro. Non è detto che nei prossimi anni l’esperienza sia altrettanto favorevole e positiva, ma di una cosa sono abbastanza certa: che l’arricchimento portato da questo anno scolastico sia stato mille volte più grande che se fosse rimasto dov’era. E mi riferisco alla vita, non semplicemente ad un programma didattico. 

E quando ci sono i giusti presupposti, mai ascoltare troppe voci, troppi pettegolezzi, troppe leggende metropolitane, tramandate col telefono senza fili da chissà dove e chissà chi. Mai avere troppa paura di cambiare.

 

 

 

 

FIDUCIA

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(Immagine tratta dal sito www.marcoingraiti.it)

 

Ci sono cose che sempre mi stupiscono – e a volte davvero in positivo – di questo Paese.

Oggi sono andata a prendere mio figlio a scuola e un suo compagno ha chiesto se potesse venire da noi a giocare. Gli ho risposto che poteva, ma che naturalmente avrebbe dovuto prima chiedere a sua madre, visto che non ci eravamo messi d’accordo in precedenza. 

Lui ha detto: “Vado a chiedere e torno”. Almeno questo è quanto ho intuito, visto che chiaramente parlava in svizzero 😉

Dopo qualche minuto (sia sempre lodata la distanza casa – scuola!) è tornato dicendo “Arriva la mamma”. Premetto che il bambino non era mai stato a casa nostra prima, ogni tanto io vedo la madre all’uscita e ci siamo incontrate qualche volta agli appuntamenti scolastici, ma credo di non averle mai detto più di Hallo”.

La mamma è arrivata, ha ribadito che il figlio avrebbe avuto piacere di giocare col mio, ha chiesto se per me potesse andare bene, scusandosi per l’iniziativa estemporanea. Le ho confermato che per me non c’erano problemi. Mi ha chiesto l’indirizzo esatto e se potesse venire a riprendere il bambino verso le 17.30.

“Vielen Dank und bis spaeter”. 

“Tschuss”.

Faccio fatica, molta, ad immaginare una simile cosa accadere in Italia e, forse, da qualsiasi altra parte del mondo. A volte mi vien da pensare che siano pazzi, ma in fondo li ammiro un casino.