Il “pensiero positivo” è il male?

Qualche giorno fa mi sono imbattuta per caso in un post molto critico sul tema del pensiero positivo, quel trend prevalentemente “americano – anglosassone” che pare aver fatto negli anni la fortuna di manuali di auto-aiuto e mental coach vari, oltre che la disgrazia – secondo il parere di chi commentava – dei poveri malcapitati che si sono affidati a questa pseudo-dottrina. 

Personalmente credo vi sia un enorme equivoco di fondo, che non necessariamente comporta la buona fede dei mental coach e dei manuali di self help all’americana.

Il punto non è (non dovrebbe essere) affatto, il pensare o auto-convincersi che “va sempre tutto bene” o l’ottimismo ad ogni costo: ciò comporterebbe una spudorata negazione della realtà, l’inutile tentativo di rimuovere i possibili problemi e la sicura auto-condanna alla disperazione.

Il tema è piuttosto ben altro. 

Quello di poter sviluppare la capacità di distinguere i problemi reali da quelli partoriti dalla nostra mente, che spesso si auto-alimenta di paranoie (altresì dette seghe mentali), fino ad arrivare a non essere assolutamente in grado di distinguere gli uni dagli altri, il dato reale da ciò che scaturisce dalla nostra testa senza alcun controllo e spesso senza alcuna consapevolezza in proposito.

Così come la possibilità di seguire un flusso di eventi e trasformazioni di vita, senza etichettarli da subito come scocciature, sfighe o disgrazie, non appena si discostano un po’ dai nostri standard di gradimento. 

Così come pure il dono di vedere la bellezza che c’è, dove c’è, accanto a tutto l’orrore ugualmente presente, forse solo dando un peso specifico leggermente superiore alla prima rispetto al secondo. 

E, in egual modo, e forse ancora sopra tutto il resto, la forza di fare spazio dentro di sé anche agli eventi meno favorevoli, quando comunque non eliminabili, evitabili o modificabili, mantenendo salda la propria coscienza in ciò che di bello, buono e vitale la nostra esistenza ha da offrire.

Perché alla fine, il tema è leggermente più articolato e complesso di quanto tentativi di semplificazione business-correlati possano essere:

La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene, ma la certezza che quella cosa ha un senso indipendentemente da come andrà a finire”. (Vaclav Havel)

P.s. a mio modesto parere, per esperienza di vita e lavoro, tutte quelle sopra sono competenze, dunque non necessariamente innate o ricevute da ognuno come doni del cielo, ma fondamentalmente acquisibili … sta a noi scegliere buoni maestri e buone scuole di vita.

Il dio delle piccole cose

(Immagine pixabay.com)

Piove, dopo giorni di sole e luce abbagliante per uno (stra)ordinario gennaio. Le parole cercano uno sfogo, ma faticano ad uscire, non trovando la strada per la loro manifestazione.

La felicità alle volte è una cosa semplice, è vedere una sera alla TV un film carino di cui non avevi mai sentito parlare (*) e riuscire a guardarlo tutto intero, senza addormentarti e senza che la pubblicità ne dilati crudelmente le due ore di durata in tre, come minimo (e sia sempre lodata per questo la RSI). E’ trovare dentro il film una meravigliosa auto-citazione di due dei protagonisti, a loro volta protagonisti, 30 anni prima, di uno dei film più cult della storia del cinema nel suo genere: è riconoscerla al volo, in una frazione di secondo, mentre la scena scorre sotto i tuoi occhi, e dopo che tutto è finito segnalarla al Marito “Solo perché sei una donna puoi notare certe cose!” Infatti. Per l’appunto. Grande orgoglio. E andare a dormire felice per questo.

La mattina può essere una storia complicata, anche quando hai dormito più o meno le tue sacrosante otto ore e la sera prima eri andata a nanna accompagnata dalla felicità del dio delle piccole cose. E’ ricercare l’equilibrio tra il fare e l’osservare, tra il ragionamento e il sentire, tra la volontà e l’accettazione. Tra l’essere fuori, nel mondo, con le sue parole incessanti e i suoi inevitabili rumori, e il silenzio indispensabile da fare dentro. E’ una continua danza, tra qui e là, tra il creare e l’aspettare che la creazione si manifesti e subito dopo si distrugga, tra l’attesa di una goccia di pioggia e l’accecante cielo senza nubi. Tra il voler scrivere e l’accettare che le parole non arrivino, e decidere che va bene così, che prima o poi, in qualche modo troveranno il loro modo di manifestarsi in un dio delle piccole cose.

(*) Il film si chiama “Mother’s Day,” è del 2016, potremmo definirlo una sorta di commedia romantica all’americana, con un regista famoso e cast abbastanza stellare tra cui Kate Hudson, Jannifer Aniston, Julia Roberts e qualche altro attore di cui probabilmente nessuno ricorda il nome, ma la faccia sicuramente sì. Se vi capita di vederlo e trovare l’auto citazione fatemelo sapere, io ho avuto la conferma di non aver avuto allucinazioni su un sito in lingua inglese, in italiano non ne ho trovato alcuna traccia 😉

“TUTTO QUESTO TI DARO'” – Venerdì del libro

Ho letto “Tutto questo ti darò” appena poco prima delle feste natalizie, dopo averlo avuto per diverso tempo nell’ebook reader ed essermene quasi dimenticata. L’avevo infatti comprato mesi addietro, senza saperne assolutamente nulla, solo perché durante lo shopping on line mi era apparso in promozione ad un paio di Euro. Non avevo mai sentito parlare né dell’autrice, né del romanzo in sé, ma mi ero confortata per il fatto che l’opera avesse vinto il Premio Bancarella (anche se, in sé stesso, il fatto può non significare gran cosa).

Ebbene, il libro mi ha catturata sin dalle prime pagine come non mi capitava da tempo con un romanzo, meglio un “romanzone” di più di 1200 pagine, a cavallo tra il thriller, la saga familiare e il romanzo sociale. Ambientato in Spagna, in Galizia per la precisione, si addentra nel labirinto personale di un noto scrittore che, mentre sta per terminare la stesura del nuovo libro, viene inaspettatamente raggiunto dalla notizia della morte del marito in un incidente stradale. Dal lutto sconvolgente si apriranno per lui scenari ancor più inquietanti e inattesi, accompagnati da giorni dolorosi e sorprendenti incontri che gli faranno scoprire eventi ignorati e totalmente inaspettati sull’esistenza del proprio compagno di vita e sulla famiglia di lui.

Ero talmente entusiasta quando ho terminato la lettura, che mi sono ripromessa di leggere quanto prima qualcosa d’altro della stessa autrice.

Otto colpi secchi, decisi. Un gesto perentorio che mai e poi mai si sarebbe potuto scambiare con il bussare misurato e cortese di un visitatore qualunque, di un operaio o di un fattorino. Più tardi Manuel avrebbe pensato che, in fondo, è proprio così che ti aspetti bussi la polizia.”

Questo post partecipa al Venerdì del libro di Homemademamma.