ANCORA, MARZO

C’è un vento che fa paura, e non è un modo di dire. Domenica, nel tormentato dormiveglia di una simil-influenza tardiva, affioravano ricordi di momenti idilliaci di fine inverno, nei gloriosi giorni di inaugurazione dell’ora legale, quando in mezzo a cinguettii di passerotti il sole brillava alto nel cielo sino a sera inoltrata, l’aria tiepida filtrava dalle finestre finalmente aperte, e negli occhi splendeva lo stupore sollevato di quell’ora regalata, strappata all’oscurità della notte.

Probabilmente, come disse il saggio (*): “Il solo  fascino del passato sta nel fatto che è passato”, dato che l’appellativo di marzo pazzerello” in qualche modo deve essere stato guadagnato. Non c’è il sole da giorni, e pare continuerà a non esserci, solo nuvole plumbee e incessanti scrosci di pioggia, forse anche neve, accompagnati da una bufera di vento in costante peggioramento che rende difficile il sonno notturno per il baccano delle raffiche.

Da qualche giorno meditavo su un post “marzolino” e mi sono ricordata che non sarebbe stato il primo sul tema, così me lo sono andata a cercare e a rileggere (sì, pioveva anche allora, anche in Italia…). Però, da lì, il male: da allora in poi nessuna buona notizia. Se per un certo periodo marzo è stato, pur se con qualche contraccolpo, il mese della primavera, non solo (o non tanto) meteorologica, nel tempo da allora ad oggi la situazione è sicuramente virata in peggio: marzo è diventato, per eccellenza, il mese dei malanni di tutta la famiglia, soprattutto di mio figlio e miei. Giusto a marzo di due anni fa cominciarono le odiose otiti che ci portarono a mesi di purgatorio, in attesa di un intervento chirurgico; poi, ancora lo scorso anno il mese difficile per i soliti problemi a naso e orecchie, insieme alla varicella, e ai miei di malanni, combattuti in qualche modo a colpi di antibiotico, quando ormai sembrava che la bella stagione avesse avuto il sopravvento. E ora, con un bambino che nelle ultime settimane è una miniera vivente di virus e affini, col Marito che (mai ammalato, altrimenti) si prende il raffreddore dell’anno e me stessa medesima, che dopo aver strisciato malamente per tutto il periodo, arriva all’ultimo giro di boa stesa a letto come non capitava da tempo.

Altro che inverno, altro che febbraio: con dieci gradi sotto zero, evidentemente neppure i germi avevano vita facile. E’, invece, un mese traditore marzo, che ti illude, complici luce e calendario, che il peggio sia finito, che sia ora solo di prati in fiore e lussuosi narcisi, di giornate soleggiate in compagnia di coniglietti e uova di Pasqua. Proporrei direttamente una moratoria, giacché a Zurigo le mezze stagioni non esistono, per passare direttamente a giugno e buonanotte. Nel frattempo l’allerta è massima: per vincere i nemici bisogna conoscerli e, ormai, noi marzo lo conosciamo benissimo.

 

(*) Oscar Wilde

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I MIEI AMICI MATTONCINI

"il mostro"

Gli interrogativi per il futuro sono, naturalmente, del tutto aperti: allo stato dell’arte Lui dichiara di voler fare da grande “Il pompiere, il signore che pulisce le strade e quello che costruisce le case”. Che poi sia l’ingegnere o il manovale non è dato sapere al momento. Quel che è certo e che, da tempo ormai immemorabile, mio figlio ha sviluppato e coltivato una passione, che a tratti arriverei a definire insana, per le costruzioni coi Lego.

Dovendo essere onesta devo dire che neppure le buie giornate invernali, trascorse tra le mura di casa in caso di malanni o di meteo pessimo, sono state un grosso problema, se non in rare circostanze. Lui ha avuto la sua missione da compiere: costruire, costruire, costruire. E se, dapprima, il livello di autonomia era limitato ai super-mattoncini della linea Duplo, ormai da qualche tempo non se la cava affatto male anche con i Lego piccoli, quelli consigliati a partire dai 5 anni, per intenderci. Pare sia colto da simil-raptus, in qualunque momento della giornata o della serata e zac: si va a creare una casa, un giardino, un’auto, un aereo….fino a che un elicottero è arrivato per davvero, gentile dono di Babbo Natale. E qui sono, ahimé, anche iniziati i problemi, della serie: sto fortemente rivalutando l’idea che i Lego siano i miei migliori amici, oltre che i suoi. I pezzi sono non minuscoli: infinitesimali. Anche avendo una vista discreta, si rischia di avere bisogno di una lente di ingrandimento per decifrarli con la massima precisione. I libretti con le istruzioni per la costruzione sono, nientepopodimenoche, sei. Addio autonomia, addio creatività selvaggia domata in pochi minuti con la realizzazione della migliore opera originale che si fosse mai vista. Per ultimare l’elicottero è stato necessario un cospicuo investimento di tempo paterno nelle vacanze di Natale. E poco male, ogni tanto ci sta, e va pure bene.

Il problema è il “post”, ovvero la manutenzione. Il maledetto elicottero si autodistrugge anche solo se sfiorato, accarezzato, guardato, e non solo da un bambino di quattro anni e mezzo. I soprammobili di cristallo del soggiorno dei nonni (accuratamente tolti di mezzo da quando la creatura ha fatto la sua comparsa su questa terra) sono certamente meno fragili. E’ un attimo e… zac!, le eliche sono andate, poi è la volta delle ruote, del portellone, degli enormi motori laterali, di quella specie di antenna anteriore la cui funzione per me resta un enigma (ok, io non avrei mai neppure potuto pensare di darmi all’ingegneria). Il grosso tema è che gli interventi di riparazione sono una mezza impresa per un adulto dotato di librettino magico, figurarsi per un bambino della scuola materna. E allora sono pianti, grida, urla, crisi isteriche “Si è rottooooo!!!!!! Mi devi aiutareeeeee!!! Subitooooo!!!!”

Ho iniziato a comprendere quei genitori che hanno relegato cotante opere di alta ingegneria sul ripiano più alto della libreria, lassù, dove nessuno potrà mai, se non scala alla mano, raggiungerle e distruggerle. Ho iniziato a pensare che i mattoncini non siano più i miei migliori amici, ma solo una ulteriore fonte di frustrazioni materne e isterie infantili. Ho iniziato a credere che quelli della Lego “se la stiano tirando” un po’ troppo, visto che per far giocare e divertire bambini in età scolare le levette millimetriche e le visiere invisibili dei caschi dei poliziotti non sono affatto necessari, mentre forse lo sono per l’ego ipertrofico dei progettisti.

Sto resistendo, e l’elicottero non è stato ancora archiviato o rottamato, ma ho ritirato fuori dalle scatole i fantastici Duplo.

OVVIETA’

Questo post è incommensurabilmente scontato, ma, a volte, si sa che le cose scontate sono inevitabile parte della vita di chiunque. E sarebbe pure impossibile vivere senza.

Da qualche settimana mi arrovello (inutilmente, peraltro) su ataviche questioni collegate alle scelte educative per mio figlio, in primis la scuola. Sono ripiombata, per una serie di ragioni su cui eviterò di dilungarmi, nel ping-pong trappola: “scuola svizzera sì -scuola svizzera no“, della serie “lo lasciamo lì dove sta o cambiamo tutto” (il suo mondo, ma anche il nostro alla fine). E, visto che per me già abitualmente ogni decisione è una specie di dramma esistenziale, in questa fase sono preda di incubi notturni, paranoie diurne e amenità varie.

Poi ci sono giorni in cui accadono cose che mai dovrebbero accadere (anche se sempre più spesso succedono e, temo, continueranno a succedere) e ti dici che, alla fine, tutto il resto ha solo l’importanza di una cacca di mosca sul vetro. La dimensione dei problemi dipende, alla fine, dalla prospettiva in cui questi sono osservati.

KEINE LUST

C’è qualcosa di strano in queste ultime settimane, in me intendo. Da quando sono tornata dalla Thailandia. Sarà stato lo shock climatico, il fatto che fisicamente non sono stata in formissima e che anelavo ad un cambio di stagione che (forse, forsissimo) sta iniziando a intravedersi lentamente solo in questi ultimi giorni.

Nel fine settimana siamo stati in Italia, io per i miei impegni di yoga, il resto della famiglia per fare incetta di beni di prima necessità e per spupazzarsi i nonni. Ed è successa una cosa strana: per la prima volta da quando sono espatriata non avevo nessuna voglia (keine Lust ndr) di rientrare a Zurigo. Dico strana perché mi sono resa conto che non aveva alcuna base razionale o ragionevole, neppure dal punto di vista emotivo (tipo: voglio stare con la mamma, con qualche amico, voglio fare shopping…) non più del solito, almeno e, pensandoci lucidamente, credo che immaginandomi il risveglio del lunedì mattina nel contesto italiano dove, nella routine della vita mi sarebbe ora tutto molto estraneo, mi avrebbe colto immediatamente una depressione pazzesca, della serie mi precipito in stazione e balzo sul primo treno in partenza. Forse è stato l’effetto della prospettiva di una settimana non proprio esaltante, col Marito sempre altrove, qualche pensiero molesto su figlio, salute, famiglia, scuola che hanno appesantito particolarmente la prospettiva del lunedì svizzero. Cose che vanno e vengono, mi dico, a volte acuite dal costante fastidio di sottofondo, dato dalla (non) comprensione di un idioma che non vuol saperne di decollare. Dalla consapevolezza che mi coglie ogni tanto (e solo ogni tanto, per fortuna) di radici culturali così radicalmente differenti che mi fanno dire che io, pur se rimanessi qui per tutto il resto della vita, non riuscirei comunque mai a “pensarmi svizzera”, nonostante l’irrisorio spazio fisico che separa i due confini.

Poi, stamattina, c’era il sole, la luce presto, la temperatura leggermente meno rigida e nell’aria un vago profumo di primavera. Nella strada verso la scuola l’aiuola, amorevolmente curata per tutto l’inverno, ha prodotto i primi fiorellini colorati e la “Oh!!!” di mio figlio. C’era il lago in lontananza, nella strada verso la mia lezione di tedesco, le uova di Pasqua nelle vetrine e gli improbabili abiti per la bella stagione. Ma, soprattutto, c’erano i campanili di Zurigo, il canale con le barchette e, nel cielo, quella atmosfera di regale fermezza che mi ha fatto amare questo luogo dalla prima volta in cui l’ho visto, senza sapere se ci sarei tornata o meno.

E mi sono ricordata, allora, che vale sempre la pena camminare con lo sguardo verso l’alto. I marciapiedi non sono certamente tutti uguali, i cieli ancora meno.

MISTERO

Ho vissuto lunghi anni combattendo con una certa e neppure così nascosta ipocondria, fino ad arrivare a capire che, forse, quelle strane paure non erano così tanto mie, quanto di coloro che vivevano nelle mie vicinanze. Non ho mai vissuto granché bene i malanni e i rovesci di fortuna in questo ambito, tanto da essere estremamente preoccupata, una volta nato mio figlio, di non riuscire a gestire in modo equilibrato e sensato i suoi, di malanni. Sicuramente, nonostante quel minimo di consapevolezza, non l’ho fatto come avrei dovuto e, chissà, un domani mi aspetto da lui la classica, rabbiosa, accusa della prole al proprio genitore: “E’ colpa tua se sono diventato così!, dove in quel così” ci può stare l’universo intero ed, anche, esattamente il suo contrario.

Col senno di poi, svoltata ormai la soglia dei quaranta, credo di poter dire di essere sicuramente migliorata anche solo rispetto ad una decina di anni fa. Il tema della salute mi interessa sempre parecchio, ma questo non credo sia necessariamente sintomo di patologia psichiatrica grave, e ogni tanto mi capita di fare qualche riflessione più approfondita del solito, dopo aver letto, visto, ascoltato opinioni e pareri che, di questi tempi web-iperconnessi sono più impazziti che mai, nell’assolutezza dei loro opposti, naturalmente.

Qualche tempo fa mi è capitato di sentire pronunciare (da un medico, non dallo spazzacamino delle valli zurighesi :-)) questa frase: la scienza è la verità del momento”. Credo di non aver mai percepito così tanta verità in così poche parole. Ho notato, probabilmente anche per legittimo contrasto con tendenze diametralmente opposte, una recrudescenza del movimento positivista:” la verità è solo quella che possiamo dimostrare, quindi provare in laboratorio, e poi scriverci trattati di migliaia di pagine, possibilmente accompagnate da un discreto numero di formule matematiche. Tutto il resto sono (scusate) solenni str……“. Ciò ovviamente vale per la salute, la malattia, le medicine, l’alimentazione, l’educazione e chi più ne ha più ne metta. Io sono estremamente spiacente, perché credo fermamente che aderire a questo genere di convinzioni consentirebbe di semplificarmi la vita in modo impressionante, ma non ce la faccio, né ce l’ho mai fatta. Non posso fare a meno di ricordare che secondo “la scienza“, non più tardi di qualche decennio fa, nell’arco di pochi anni non sarebbero più esistite malattie infettive, grazie agli antibiotici e alla scoperta di “una pillola per qualunque cosa”: la vita, ahimé, ha dimostrato, e continua a dimostrare, che le cose stanno prendendo esattamente la piega opposta e che, anzi, secondo “la scienza di oggi” molte delle medicine di adesso a breve non saranno più in grado di curare un bel niente. Non posso non ricordare quando, ed è davvero pensiero di tempi recenti, se non ti mangiavi almeno una bistecca al giorno e qualche razione extra di fegato bovino saresti passato a miglior vita per cronica carenza di ferro e globuli rossi: oggi ti dicono chiaramente che sarai destinato a morire presto SE LO FAI.

Non sono un’amante delle teorie del complotto, quelle che sostengono che qualsiasi cosa venga veicolata dai media sia una trappola per gli stupidi, perché il mondo globale è lì sempre pronto a fregarti nell’interesse dei cosiddetti “poteri forti“, siano essi i governi, le multinazionali o la Spectre. Anzi, sono sempre più infastidita da tutti coloro secondo cui la “verità” è sempre dalla parte opposta a quella che ti raccontano, sia che si parli di vaccinazioni, che di alimentazione o di sistemi scolastici ed educativi. Da quelli che hanno trovato la verità, il santo Graal della conoscenza e ritengono sia loro imprescindibile dovere diffondere il verbo all’universo mondo: peccato che, se li guardi un pochino da vicino, quelli che paiono avere problemi davvero insuperabili nonostante la magica ricetta siano proprio loro.

E allora?! Come la mettiamo? Non la mettiamo, signori e signore. Nel senso che io credo profondamente che ogni essere umano abbia il sacrosanto diritto e l’altrettanto sacrosanto dovere di farsi delle domande e cercare le migliori risposte per sé, per ciò che è e che sente in un determinato momento, per quanto il suo corpo e la sua anima domandano e rispondono nello specifico frangente. Non mi va di essere presa in giro (anche con le migliori intenzioni, per carità) né dagli uni né dagli altri. Temo non riuscirò mai a credere che certe brutte malattie siano banalmente curabili con polverine magiche alla portata di ogni dispensa di cucina, ma vorrei che anche “gli altri” avessero l’umiltà e l’onestà intellettuale di dire che anche con “le medicine ufficiali” a volte (o molto spesso) si muore ugualmente. Che certe cose ancora non si sanno perché non si conoscono davvero, che certe “ricette” miracolose sono solo tentativi, ipotesi e supposizioni, ancora ben da dimostrare in quelle migliaia di pagine di trattati e formule matematiche. Che ci sono persone morte per gli effetti collaterali dei farmaci “scientifici”, così come per i non effetti delle polverine magiche.

E quando queste cose non le senti mai, cominci davvero ad avere il sospetto che, di tanto in tanto, qualcuno abbia interesse a prenderti in giro. O, forse, che sia solo molto poco illuminato, o semplicemente spaventato dalla sua pochezza umana: io non ho risposte tranne una. Viviamo comunque, anche negandolo con tutte le forze che abbiamo, avvolti in un fitto mistero di cui nessuno, ad oggi, ha la soluzione definitiva. Credo che negarlo sia la cosa più stupida e arrogante che l’essere umano possa fare, indipendentemente dalle intime convinzioni (o non convinzioni) di ciascuno. D’altra parte è noto, e il saggio lo argomentava adeguatamente già parecchi secoli fa, che: “Ci sono più cose in cielo e il terra…..di quante ne sogni la tua filosofia” e che, per quanto attiene l’animo umano, Shakespeare ha già detto tutto quanto c’era da dire.

QUEL CHE MI MANCA

Ogni tanto qualcuno, soprattutto quando torno in Italia, mi pone la fatidica domanda che credo tocchi senza scampo a tutti gli expat: “Ma l’Italia ti manca?”

Mi mancano sicuramente alcune persone, alcuni luoghi a cui sono affezionata, i favolosi supermercati in cui fare una spesa che dura ore senza annoiarsi mai. Mi manca poter andare a prendere un cappuccino al bar senza dover chiedere un mutuo, una cena al ristorante (in un normalissimo ristorante, sia chiaro) senza pensare inevitabilmente che quel che ho dovuto spendere è pura follia, investendo 20 Euro in una pizza o 5 in un gelato di dubbia qualità.

Ci sono, per contro, un’infinità di cose che NON mi mancano affatto dell’Italia e non sto neppure ad elencarle, perché tanto le sappiamo tutti, soprattutto quelli che in Italia ci vivono ancora. Ovvero tutto quello che, purtroppo, non funziona da sempre e, forse, non funzionerà neanche mai.

Stamattina mi sono alzata dal letto e volevo parlare (con un disastro di lamenti) del meteo: vi risparmio la foto di oggi fuori dalla finestra. MA: quando mai in Lombardia il tempo meteorologico è stato tanto meglio di quello di Zurigo? Un pochino meno freddo, ma sicuramente molto più umido, e quindi fastidioso, col cielo quasi sempre coperto di smog inamovibile. Gli inverni zurighesi fanno schifo, quelli milanesi anche. Le estati lombarde sono una sciagura di afa e zanzare, quelle svizzere (quando ci sono) sono uno spettacolo. Mi mancano, invece, le mezze stagioni, quelle in cui il gelo invernale fa lentamente spazio a un alba di timido tepore, quando si iniziano a vedere i fiorellini nelle aiuole e si sente nell’aria un profumo diverso, che lentamente fa capolino nel mare di freddo che ha addormentato i sensi per mesi. Quel che mi manca, sia qui che là, è invece una vita al mare che, sempre più insistentemente, diventa una necessità fisica impellente.

Resta una cosa, la più grande e importante di tutte, con la quale con grande fatica difficilmente riesco a scendere a patti. Mi manca, sempre e comunque, la mia lingua, il capire le persone che parlano, il cogliere a tratti le conversazioni sul tram, il chiacchiericcio dei bambini al parco, il leggere istintivamente i titoli del giornali e i cartelloni della pubblicità. Poter entrare in una bellissima libreria e scegliere “quel libro che ti chiama”. Son passati quasi due anni, ma è una mancanza che non accenna a diminuire e, anzi, che aumenta impercettibilmente ogni giorno che passa.