IPOTESI DI COMPLOTTO

Utilizzo da anni una carta di credito prepagata, soprattutto per fare acquisti via internet.
La carta è in scadenza a fine gennaio e io, ormai da settimane, sto tentando di chiederne il rinnovo alla mia solitamente affidabilissima ed efficientissima banca on line.
Fino ad oggi inutilmente.
Nel disbrigo delle pratiche scopro di non aver mai comunicato i dati della nuova carta d’identità.
Provvedo alla velocità della luce, ma, a distanza di ben tre settimane, dietro sollecito, mi rispondono che la copia del documento inviato – nella mia email leggibilissima – non risultava visibile.
Non solo. Mi comunicano il mio obbligo di aggiornamento dell’anagrafica cliente, con riferimento alla condizione lavorativa, ai fini della normativa anti riciclaggio.
In questi mesi, tra anno sabbatico e part time concentrato ai minimi termini, le mie entrate si sono drasticamente ridotte.
Vuoi vedere che la banca sospetta loschi traffici non vedendo più arrivare soldi sul conto?!
Ormai mi sto convincendo anche io che ci troviamo a vivere in uno stato di polizia, dove la libertà individuale è stata fraudolentemente soppressa e sono, quindi, sempre più certa di voler andare a vivere in un posto dove chiunque non possa impunemente farsi i …ehm… fatti miei 😉
Dispero, ad ogni modo, di avere tra le mani la nuova carta di credito entro il primo febbraio.

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HASTA LA VICTORIA! SIEMPRE.

Avevo predetto per mio figlio un luminoso futuro da artista di strada.
Fisarmonica o chitarra, un cuor contento, “vagabondo che son io” a squarciagola.
Possibile o probabile, invece, un diverso destino, meno naïf, più cruento alla “carne e sangue”.
C’è la nonna, benedetta nonna. Lì, sempre pronta ad accorrere ai piedi della sua creatura, tanto che i genitori sciagurati hanno dovuto intervenire d’imperio, impostando un po’ di paletti che, se no, addio contenimento, addio lotta al capriccio selvaggio, addio ai limiti inderogabili con cui si diventa grandi.
C’è il rito del latte della sera, ultima attività pensante prima di andare a dormire, sul divano, con la testa sul cuscino, il ciuccio a portata di mano, a fianco il libro preferito, sulle gambe il pupazzo del cuore.
E “Nonna, nonna, nonna. Nonna mi dà il latte”
“La nonna sta facendo una cosa in cucina, inizia a bere e tra poco arriva!”
Nonna, nonnaaaa! Nonna mi dà il latte!!!”
Patato, hai sentito cosa ti ho detto? La nonna adesso viene, comincia a bere se no si fredda
Nonna, voglio nonna……”
I minuti passano, la sua forza di palare anche. 
Gli occhi semichiusi, la mano impugna il biberon, l’altra il pupazzo preferito.
Sonno, grande, infinito sonno.
Patato, bevi, la nonna viene. È a tre metri da qui
“……”
La testa si appoggia sempre più al cuscino. Il biberon non si avvicina alla bocca.
Passa un tempo infinito dentro quei minuti.
La porta della cucina si apre, la nonna si avvicina.
Il latte magicamente arriva alla bocca assonnatissima di mio figlio.
Hasta la victoria, siempre.

I MIRACOLI DEL PARRUCCO

Sono sul treno, grigio pomeriggio invernale.
Riesco a godere del tempo di viaggio in uno dei (rari?) casi in cui il mezzo fa quello che per contratto abitualmente dovrebbe: viaggia, puntuale e tutto sommato silenzioso, consentendomi di dedicarmi all’iPad, scrivere, leggere notizie, un’occhiata a twitter e una a facebook. 
Poco meno di un’ora, il tempo di arrivare a destinazione.
A una delle fermate sale un signore, anonimo uomo di mezza età, si siede di fronte a me.
In pratica neppure lo vedo, persa nel mio schermo, intenta a muovere le dita veloci sulla tastiera touch.
Qualche stazione dopo mi risveglio dal torpore, guardo fuori dal finestrino per cercare di capire dove sono, quanto manca alla mia destinazione.
Il passeggero coglie il mio sguardo interrogativo e gentilmente mi informa sul nome della fermata. Butto lì un “Grazie” distratto.
Qualche secondo dopo mi domanda, indicando il tablet con lo sguardo: “Ma non le fanno male le dita? E il collo?”
Ehm, le dita no. Il collo un po’, a volte. D’altra parte, sa, cerco di sfruttare il tempo che ho”, iniziando, non so bene perché, a giustificarmi (ehm, in realtà lo so. Il collo spesso mi fa un male cane:-( ma da sempre e non solo per l’iPad)
Eh! ma se poi sta male, a che cosa le è servito usare il poco tempo libero in questo modo?”  “Quando io sono salito avevo iniziato a leggere, poi mi sono accorto che il collo iniziava a darmi fastidio e ho smesso”. “Non ne vale la pena, preferisco ….”
“Sì, forse è meglio guardare il panorama….”
suggerisco timidamente.
No, guardare lei….”
“….”
Allora è proprio vero che un giro dal parrucchiere fa seriamente miracoli!

CONCILIAZIONE: ASPETTARE SULLA RIVA DEL FIUME O IMPUGNARE LA SPADA?

Come avrà avuto modo di notare chi legge da un po’ questo blog, ho voluto attribuirgli sin dall’inizio il titolo di “Diario“. 
Diario di una mamma, soprattutto, ma in grado di raccogliere a ruota libera racconti, riflessioni, confronti e deliri di una persona, donna, alle prese con esperienze e avventure di vita.
Narrazione che, in realtà, ho effettivamente iniziato a raccogliere in un momento particolare della mia esistenza.
Ho parlato, e continuo a parlare, anche di lavoro, o meglio, di conciliazione e lavoro. Soprattutto in considerazione di una scelta, forse un po’ controcorrente di questi tempi, come quella dell’anno sabbatico che, poi, è stata lo spunto che ha dato inizio all’avventura del blog.
Credo continuerò in questo senso, anche in futuro. 
Qui continuerà ad esserci il mio diario, di persona, di madre, di moglie, di lavoratrice. E i pensieri liberi più o meno folli che mi attraversano la testa di giorno e di notte.
In queste settimane, anche in seguito a numerosi spunti che si susseguono in rete, sto continuando a riflettere sul tema delle donne, del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita e famiglia.
Ho raccolto diversi pensieri, qualche convinzione, alcune domande. 
Magari provocatorie, ma sicuramente mie.
Ho la certezza di aver letto le considerazioni più alte e da me condivisibili nel libro di Giuliana Mieli “Il bambino non è un elettrodomestico“, incontrato ormai parecchi mesi fa, solo perché incuriosita dallo “strano” titolo. 
Ne avevo accennato in uno dei primi post del blog e, a distanza di tempo, continuo a sostenere di non aver (ancora) trovato da altre parti un’analisi così reale, vera, spietata (e difficile da accettare, se vogliamo) sulla condizione non solo delle donne, ma delle famiglie in generale e, di conseguenza, di quelli che saranno i cittadini di domani. 
Sarà per quello che di questo testo si parla così poco, mi domando? 
Ci sono onestamente parti complesse, contenuti magari non alla portata di tutti, ma credo che la comprensione, anche per sommi capi, di alcune parti sia fondamentale per una analisi sincera e completa del tema.
Parliamo di famiglie, perché sono perfettamente d’accordo sul fatto che la conciliazione non è un “problema di donne” o di “donne madri” e basta. 
Anche ammettendo di avere una persona in casa (la madre, mettiamo), completamente dedicata a figli & co, senza una certa cultura, organizzazione, mentalità della famiglia nel suo complesso ci saranno sempre esigenze e bisogni non soddisfatti. 
La scorsa settimana si teneva un incontro di presentazione della scuola dell’infanzia dove iscriveremo mio figlio. Iniziava alle 17.30, dunque in orario teoricamente compatibile con i miei impegni di lavoro. Ma non sono riuscita a partecipare, visto che mio marito alla fine non è uscito dall’ufficio in tempo e, chiaramente, era impossibile andarci con il bambino.
Sono certa che i servizi per l’infanzia, per le donne che lavorano, così come la flessibilità che oggi mediamente il mondo del lavoro permette, siano ancora lontani anni luce dai livelli necessari a garantire veri supporti alle famiglie e alla parità di genere. 
Sono altrettanto certa, anzi, lo sono ben di più, che non sarebbe solo offrendo asili nido o scuole aperte 24 ore al giorno che si risolverebbero tutti i problemi del lavoro femminile e di questa benedetta conciliazione.
Senza nulla togliere al ruolo educativo di queste entità (e solo qui credo si potrebbero scrivere trattati), ho la personale e intima convinzione che un figlio, a qualsiasi età, e non solo quando è in fasce, ha necessità di una solida presenza emotiva dei genitori e dei famigliari di riferimento. 
Si usa dire che la qualità è preferibile alla quantità. Affermazione di per sè abbastanza scontata, ritengo. 
Il punto è anche un altro. Quale qualità riescono a garantire genitori che escono di casa alle otto del mattino (se va bene) per rientrarvi solo dodici ore dopo, dopo aver lavorato, battagliato, combattuto col mondo? 
Quando io lavoravo full time, e ancora non avevo figli, uscivo di casa poco dopo le otto e rientravo mediamente verso le 19, senza fare straordinari. Mio marito abitualmente circa un’ora dopo.
A quell’ora io riuscivo a mala pena a farmi una doccia e abbozzare qualcosa per cena, mentre davo una sistemata alla casa. Ora, sicuramente io sono un caso un po’ patologico, mai stata dotata di grande energia. I quasi due anni di notti insonni dopo la nascita di mio figlio non hanno sicuramente aiutato a migliorare la situazione. 
Sicuramente ci sono persone che alle otto di sera sprizzano ancora energie da tutti i pori e non vedono l’ora di passare le successive due o tre ore coi figli, accudendoli, lavandoli, nutrendoli, giocandoci, parlandoci, consolandoli e coccolandoli, gestendo con perfezione da manuale i mille capricci intercorrenti e così via.
Mi si dirà che in molti, moltissimi casi, non esiste possibilità di scelta. Che per sopravvivere tutti devono lavorare tutto il giorno. Lo so, purtroppo. E chiaramente non è questo che sto contestando qui. 
In questi casi si fa, come si suol dire, di necessità virtù, da che mondo è mondo. Ci si rimbocca le maniche e avanti, nel modo migliore per quanto possibile.
Ma non è di questo che voglio parlare.
In queste riflessioni, tante, diverse, ricche, noi stiamo parlando del SOGNO, di come migliorare il futuro nostro e dei nostri figli. 
Di come andare avanti, pensando di poter diventare un Paese migliore in un mondo migliore. 
E visto che c’è chi ce la fa, pochi, d’accordo, ma ci sono, perché noi no? 
Perché solo in Norvegia e in Svezia? (e poi, perché solo in posti dove c’è buio pesto e un freddo cane!?)
Non sarà che persiste spesso una certa rassegnazione di fondo?
Che, tanto, che vuoi fare, è così e ce lo facciamo andare bene anche se bene proprio non va?!
Guardate, io sono da sempre una strenua sostenitrice del vecchio proverbio cinese “siediti sulla riva del fiume e aspetta di vedere passare il cadavere del tuo nemico trasportato dalla corrente“. Le cose, la vita, devono fare il loro corso. 
Molta parte dell’esistenza e, a volte, il segreto dell’esistenza, consiste nell’aspettare con infinita pazienza, lasciar fluire gli eventi, lasciar scorrere le cose verso la loro naturale destinazione.
Però.
Ci sono anche quei momenti in cui, che diamine, devi alzarti da quella stramaledetta riva, prendere in mano la spada e andare a combattere. 
Costi quel che costi, vada come vada.

BRACCIO DI FERRO

Sto leggendo un libro, uno di quelli che mi ero riproposta di prendere non appena saputo dell’uscita, senza neppure averne chiaro il motivo.
Sarà che da anni ho un appuntamento fisso, tutte le settimane, con la rubrica di Irene Bernardini su Vanity, ma il suo “Bambini e basta” mi ha immediatamente detto “leggimi“.
E poiché credo che siano i libri, in verità, a scegliere i loro lettori, più che il contrario, ho ubbidito.
Sto trovando risposte, anche a dilemmi materni che non riuscivo a scrollarmi di dosso da quando mio figlio è nato. 
Sto scoprendo, mio malgrado, che forse mio figlio non è tra i bambini più facili del mondo, ma è appunto un bambino che sta facendo il suo lavoro per crescere.
Sto scoprendo che, magari, la prima cosa che un genitore dovrebbe imparare è la responsabilità di decidere per il figlio, senza dubbi, paure o esitazioni, e che più sicuro e fermo sarà in questo lavoro e più  la creatura avrà probabilità di crescere sana e serena.
Sto imparando che i bambini non possono decidere per sè stessi, non ne hanno le capacità, né dovranno averla mai.
Sto imparando che il capriccio è cosa buona e giusta e che il genitore deve sapere come gestirlo, in tempi e modi, senza rinunciare MAI alla fermezza del suo ruolo, a rischio di sfaceli e sfracelli.
Sto imparando che crescere un figlio è una fatica immane, non solo per le notti insonni, i ritmi biologici stravolti, le acrobazie quotidiane casa-spesa-lavoro, ma proprio perché sempre, almeno nei suoi momenti di veglia, il 100% del tuo impegno, della tua attenzione, delle tue risorse, dovrebbero essere lì.
E guai a mollare, guai a cedere un momento, guai a pensare “va beh, che sarà mai, adesso gliela do vinta, così smette di frignare. E domani vedremo
No, perché domani, se va bene, la tua fatica di non darla vinta sarà almeno doppia, o tripla, o quadrupla. Perché le buone abitudini si dimenticano in fretta, le cattive mai. E rischi di arrivare al giorno in cui non riuscirai davvero più a non darla vinta.
Perché il piccolo mostro, che quando dorme sembra la più angelica creatura dell’universo, nella vita reale è una carogna pazzesca, che ama le sfide a braccio di ferro, come se si cibasse ogni giorno di chili e chili dei mitici spinaci.
Capace di piangere, urlare, rotolarsi per terra perché non vuol mangiare la merenda che si trova nel piatto. Perché vorrebbe quell’altro, di yogurt, quello dentro il frigorifero, esattamente identico, in forma, contenuto e gusto, al vasetto davanti a sé. Perché vorrebbe il biscotto, il pane con la marmellata, no, senza, la fetta di torta, la frutta, ma poi no, ha già cambiato idea.
E, allora, per sopravvivere davvero, non oggi e neanche domani, forse neppure la settimana e il mese prossimi, ma poi, quando diventerà grande e sarà lui davvero a scegliere per la sua vita, e tu oggi sei qui solo per aiutarlo a sopravvivere a se stesso, ai capricci, alle insicurezze, alle difficoltà, tu sai finalmente che molte delle cavolate che hai letto, sentito, che ti hanno riferito, sono davvero solo cavolate
Che la sola e unica via d’uscita è lasciarlo lì, digiuno e urlante nel suo seggiolone, finché deciderà che è giunto il momento di una tregua alla quotidiana guerra.
E, fresco come una rosellina di bosco, come se la mezz’ora precedente non fosse mai esistita, prenderà in mano il suo cucchiaino, il suo vasetto e, con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, pronuncerà le fatidiche parole : “mangio yogurt io!

GUERRA ALLA POLVERE

Non dico che la lotta alla polvere sia diventata una delle priorità della mia vita, ma in alcune circostanze sarei davvero lieta di poter archiviare per sempre il pensiero.
Vivo in un appartamento di città e probabilmente l’inquinamento non aiuta. Durante l’inverno, poi, con il riscaldamento acceso il problema, già di per sé non molto simpatico, si moltiplica a dismisura. 
Prima che nascesse il Patato la mia consapevolezza del fastidio era senz’altro presente (io ne sono pure allergica!), ma sicuramente con una minor dose di urgenza/emergenza.
Poi con un neonato in casa, con un bebè che gattona sul pavimento tutto il tempo, con un bambino che, inevitabilmente, trascorre buona parte della giornata giocando a terra, la paturnie di mamma tendono a prendere il sopravvento.
Ogni tanto vorrei davvero farmi convincere nel profondo dal vecchio proverbio”ciò che non strozza ingrassa”, fregandomene felicemente della sporcizia sul pavimento. 
Qualche volta un pochino ce la faccio anche, ma conosco i miei limiti. Sono riuscita a vincere la tentazione di pulire tutti i giorni con il detersivo igienizzante (e, diciamocelo anche, difficilmente avrei davvero il tempo di farlo), ma la polvere no.
Quella proprio non riesco al dimenticare che esista. 
Forse anche perché, tempo addietro, mi era capitato di leggere un articolo secondo cui alcuni studi hanno individuato nella polvere di casa un grande serbatoio di sostanze inquinanti, tra cui i metalli pesanti che non sono certo un toccasana per la salute di chiunque, men che meno per quella dei bambini piccoli.
Eccomi, dunque, mio malgrado, a combattere la mia quotidiana battaglia. Ogni giorno dedico parte del mio (prezioso, almeno per me) tempo nella caccia alla polvere. Mio figlio, beato lui, ha sempre amato stracci e straccetti e sarebbe ben lieto di rubarmi il lavoro. L’unico problema sono i (suoi) risultati.
Mi hanno recentemente parlato di Hom-bot, il nuovo robot aspirapolvere di LG, diventato l’oggetto del desiderio di moltissime donne e mamme. È stata lanciata addirittura una campagna on line, su twitter con #angoliocurve. Confesso che non me la sono sentita di interpretare con il consorte la parte della casalinga disperata che chiede per Natale il regalo in supporto ai lavori domestici….ma ogni tanto me ne pento un po’.
Mi dite se qualcuna l’ha provato? E come si trova?
Tra poco arriva il momento delle pulizie di primavera. E dei regali di Pasqua 🙂

E LI CHIAMANO BALZI DI CRESCITA

“Patato, la mamma adesso deve lavarsi i capelli. Tu ti metti qui vicino a lei e continui a giocare tranquillo fino a quando ha finito?”
“Shiiii….”

Mamma, Patato sale su e tu gira, gira forte! Forte forte!!!”
“Patato, la mamma gira, ma non troppo forte, se no le gira la testa. Che la mamma purtroppo non è più tanto giovane. Cambiamo un po’ gioco: tu vieni di corsa dalla mamma, ti arrampichi sulle gambe e la abbracci”
“Shiiii…Mamma!!! Mamma! Patato sale! Patato vuole bene mamma!”
“Ma grazie, amore. Anche la mamma ti vuole tantissimo bene! “

“Mamma, queto è buco upo porini!”
“Cosa hai detto, Patato?”
“Queto è bucominoupoporini….”
“Ehm, amore, la mamma non capisce. Cosa vuoi dire?”
” Queto è buco camino ‘upo porcellini!!!”
“Ah!!! Il buco del camino da cui esce il lupo che scappa dalla casa dei porcellini! Amore, devi avere pazienza, la mamma è un po’ lenta. Sai, ormai è un po’ vecchia…”
Anche papà vecchio!”
“Davvero!?”
“Sì, anche papà vecchio!”

CONCILIAZIONE È (ANCHE) #FAIILPAPÀ?

Si parla e si scrive, per fortuna sempre più spesso, di conciliazione.
Quella magica parolina, per molti chimera inesistente e irraggiungibile, che starebbe a significare la possibilità per un essere umano, per lo più con famiglia a carico, di suddividere il modo soddisfacente i tempi e le modalità di gestione del proprio lavoro con quelli della vita personale.
È addirittura nato un nuovo hastag di twitter #faiilpapà, contenente gli inviti o le rivendicazioni rivolti ai genitori di sesso maschile affinché si facciano maggiormente carico, nei fatti, nella vita di ogni giorno, di incombenze ed attività che molto, troppo spesso, appaiono essere esclusiva prerogativa della donna-madre.
La quale, poi, ogni tanto rischia di soccombere all’ennesima acrobazia quotidiana e allora son cavoli per tutti. Per lei, in primo luogo, per la prole (ancor prima che in primo luogo), ma anche per l’uomo latitante dai doveri familiari.
Ho letto alcuni post sul tema in questi giorni, questo e questo. E così, mi è venuto di dire la mia. Non che non sia d’accordo sul tema di fondo, tutt’altro.
Sono consapevole e a conoscenza, per vie dirette e indirette, che vi sono uomini-padri che in vita loro non hanno mai cambiato ai figli un pannolino (!!!) fatto un bagnetto (?!), preparato una pappa (?), che mai hanno pensato di avere il compito di alzarsi dal letto nel cuore della notte, accorrendo al richiamo della creatura urlante (??!!) Lo so che esistono, e parallelamente esistono donne che dichiarano di sentirsi ragazze-madri, pur essendo in possesso di regolarissimo certificato di nozze, magari celebrate addirittura davanti al parroco.
Detto in modo modo sincero: non le invidio affatto e, probabilmente, non riuscirei proprio a dividere la vita (e un figlio) con un esemplare maschile di quella specie.
Temo, però, che il rompicapo della conciliazione in famiglia non si esaurisca (semplicemente?) nella bravura o buona volontà di un papà tuttofare.
Mio marito è un padre splendido. Con tutti i suoi difetti, ovviamente, grandi e piccoli. Ma meraviglioso. Quando c’è.
Perché il tema è anche questo: ci sono padri a cui piacerebbe, anche molto, fare i papà full time o quasi. E sarebbero bravissimi nel loro lavoro. Ma non possono permetterselo. 
Ricordo quando, alcuni mesi fa, andai a salutare un mio collega neo-padre prima dell’inizio dell’anno sabbatico. La prima cosa che mi disse fu: “Beata te! Così potrai passare tanto tempo con tuo figlio. Se potessi permettermelo, io starei tutto il giorno con lui, almeno finché è così piccolo”
Lo stesso uomo, però, risultava fortemente convinto che per una madre fosse impossibile fare la manager a tempo pieno, poiché “Mica si può mollare tutto alle 18 e uscire dall’ufficio, capiti quel che capiti”.
È ovvio che sul secondo punto io la pensi un pochino diversamente, ma credo che il nocciolo sia abbastanza chiaro.
Culturalmente, nelle aziende italiane, non è affatto scontato che un uomo-padre se ne vada a casa alle 18 per stare coi suoi figli, aiutare la moglie o, semplicemente, farsi i fatti propri. Quindi, può anche farlo, ma facilmente questa scelta potrà avere conseguenze, dirette o indirette, sulla sua “carriera”.
Se consideriamo poi, dati alla mano, che un uomo in Italia guadagna mediamente, a parità di mansione, molto ma molto di più di una donna, ecco che il trucco diabolico è fatto.
Rischiare di “compromettere” il proprio lavoro con scelte “flessibili” può essere un lusso che non tutti si possono permettere. A costo di non riuscire più a mandare avanti il ménage familiare. E, allora, ecco il risultato: tra i due si sacrifica la donna che, tra le altre cose, è spesso quella che guadagna meno.
Ogni tanto, in risposta alle lamentele della sottoscritta sugli orari a cui rincasa, il consorte risponde: “Hai ragione, ma diversamente, forse, il tuo anno sabbatico non ce lo saremmo potuti permettere”.
È giusto? Naturalmente non lo è. 
Ed è solo per dire che, secondo me, non esisterà mai vera parità, vera condivisione, vero work life balance sino a quando non cambierà la cultura di fondo del lavoro e della famiglia, a tutti i livelli della società.
Sino a quel momento avremo tanti, faticosi, a volte disperati tentativi. Più o meno riusciti, ma non arriveremo mai all’obiettivo che tutte sognamo.

E TUTTE LE FESTE PORTA VIA

L’albero non c’è più. Dopo quasi un mese di permanenza, schiacciato nell’angolo tra l’attaccapanni e il muro, ieri è stato impietosamente smontato, come ogni anno, dal solerte marito che ha subito capito che la sottoscritta  per gli smontaggi non è proprio tagliata. Mai stata, del resto. 
Ricordo da bambina gli urlacci dei miei genitori, di mio padre in particolare, perchè non davo mai una mano a smontare il presepe, a riporre nelle scatole le statuine, le palle colorate e i fili d’argento.
Le luci sono spente, ieri sera mancavano i loro riflessi nel vetro della porta-finestra, quando il Patato le fissava indicando “altro albero lì”.
Non sono  particolarmente  affezionata ai rituali natalizi, non lo sono stata negli ultimi vent’anni almeno, anche se da quanto mio figlio è nato ho voluto creare quel minimo di atmosfera consona alla presenza in casa di un bimbo piccolo. E a lui questo Natale (il primo di cui sia stato in grado di rendersi conto) è piaciuto parecchio.
Settimane  che sono state tutte un “Babbo Natale“, qui, “Albero Natale” là, Pupazzi di neve e librini senza i quali pareva impossibile addormentarsi. 
Adesso, a me quelle piccole luci un po’ mancano. Ma il Patato è un (piccolo) uomo di mondo e non ha fatto un plissé vedendo suo padre smontare gli addobbi, riporli nei loro scatoloni e portarseli in cantina. 
Ieri sera il libro di Natale della buona notte è stato prontamente sostituito da “I tre porcellini”.
Ho un ricordo in questi giorni, di me bambina, non so bene a che età, se verso la fine delle elementari o all’inizio delle medie, una domenica dell’Epifania in cui improvvisamente mi aveva colto la struggente tristezza della fine delle feste. Le due settimane di vacanza irrevocabilmente terminate, l’obbligo di riprendere in un crudele lunedì tutte le incombenze di sempre. La necessità di alzarsi presto al mattino per andare a scuola, nel buio di gennaio.
Dubito che, poco più che duenne, mio figlio abbia già capacità di riflessione di questo tipo e la cosa un po’ mi consola. Mi farebbe male pensare a un suo primo piccolo dolore sul tempo che fugge. 
Stamattina, per tornare all’asilo,  ha voluto uscire di casa con il suo orsetto in mano, e non c’è stato verso. 
Ha voluto la mano della mamma per entrare in classe, avvicinarsi ai suoi compagni già intenti alla lettura, tutti seduti sul tappeto insieme all’educatrice del mattino.
Non voleva mollarla, la mano. Neppure mentre si sedeva in braccio alla signora. Poi la mamma gli ha dato un bacio e ha dovuto dire :”Ciao amore, ci vediamo oggi pomeriggio. Buona giornata!” e andare via. 
Alle quattro, quasi certamente, le feste saranno già dimenticate.

SPERANZE e FORTUNE

Non amo i buoni propositi, men che meno quelli da primi giorni dell’anno. Hanno la disdicevole abitudine di eclissarsi nell’arco di qualche settimana, se va bene, di qualche ora, se va meno bene.
Col passare del tempo, poi, sembra che la sottoscritta stia diventando sempre meno portata alla pianificazione strategica, al “cosa vorrò fare da grande”, o persino alla capacità di prefigurarsi la realizzazione del sogno impossibile in caso di vincita al Superenalotto (cosa del resto impensabile, non giocandoci mai un centesimo). 
Resta, però, qualche piccola e furtiva speranza, di quelle che si insinuano anche nelle pieghe di giorni anonimi e abitudinari, nei momenti di dormiveglia mattutino, o negli istanti di lucidità emersi dalla miriade delle cose che ti travolgono.
Leggevo alcuni giorni fa, su uno degli ultimi numeri del 2012 di Vanity Fair, un articolo dedicato a coppie di coniugi che hanno trascorso insieme tutta la vita, molto frequentemente da quando erano poco più che ragazzini. Hanno alle spalle decenni e decenni di matrimonio, lavori e alterne fortune, figli, famiglie, vite. Sono sopravvissuti, come coppia intendo, agli innumerevoli e inevitabilissimi ostacoli che la sorte riserva a tutti coloro che hanno fatto una scelta di esistenza a due, confermando, almeno a parole, nelle righe delle interviste, di essere sempre riusciti a mantenere fede alla promessa ” nella buona e nella cattiva sorte”.
Molte cose mi piacerebbe vedere esaudite nel 2013, alcune estremamente banali, tipo riuscire ad essere un po’ meno stanca, meno provata dal passare dei giorni e dagli impegni che richiedono, altre decisamente più complesse e ardite, tipo il riuscire ad assistere davvero a qualche segno della nascita di un mondo migliore.
Ma questa speranza, che ho collegato alle storie delle “coppie inossidabili”, non si esaurisce certo nei prossimi dodici mesi, e neppure nei ventiquattro o trentasei che dovessero seguire.
È una speranza di vita, quella di poter trascorre la tua esistenza con la persona che hai scelto, perché pensata speciale, unica, irripetibile e insostituibile. 
Senza mai pentirti davvero, magari pensando ogni tanto che, sì, ovviamente nessuno è perfetto, ma lui/lei ci è davvero vicino, che il mondo non sarebbe più lo stesso se guardato senza il filtro dei suoi occhi accanto ai tuoi. 
Che spesso capitano momenti difficili, a volte lunghi, faticosi e a tratti irrisolti. Ma che le difficoltà sarebbero facilmente un inferno senza uscita, se affrontate senza la sua spalla, la sua mano, il suo braccio, pronti a sostenere il cammino di entrambi.
Che il terreno sarebbe certamente più impervio, il cammino incerto, il suolo più cedevole e scivoloso, se ospitasse i tuoi soli passi invece di quelli di entrambi.
Non so se esista qualche formula magica, una speciale ricetta per la felicità. Nell’articolo ogni coppia accennava ad un suo modo di affrontare gli anni e la vita, e di resistervi senza soccombere. Ma niente di standardizzato, nessuna equazione matematica a risultato garantito.
Forse solo la sfida continua alle cose che passano e cambiano. Insieme all’accettazione di noi che cambiamo con loro.
E una grande, immensa fortuna.