PICCOLE COSE SURREALI

C’è un film che ho visto per la prima volta molti anni fa e che mi è rimasto nel cuore. Ricordo una sala al cinema in una domenica pomeriggio, il Marito vicino a me e un po’ di gente sparsa per le file. Una storia stranissima, che non era possibile capire con la ragione, e un fenomeno sorprendente a pochi minuti dalla fine: improvvisamente, senza che fino a qualche istante prima ce ne fosse neppure il sentore, tutto il pubblico iniziava a piangere, sommessamente e insistentemente, fino a parecchio dopo i titoli di coda. Tra gli spettatori piangenti c’ero anche io e ancora oggi mi domando cosa esattamente avesse fatto scattare quella molla, inattesa e inarrestabile, visto che fino ad un secondo prima non c’era nulla.

Ricordo spesso Big Fish quando mi capita di osservare cose obiettivamente un po’ fuori dagli standard, ma che abbiano in sé medesime una certa aura di leggerezza, che riescono a scucire un sorriso inatteso, una briciola di saggezza, in una parola qualcosa di quella sensazione che può essere chiamata “poesia”, pur nella loro stranezza.

La scuola di mio figlio non è in una zona “bella” di Zurigo, anzi, leggendo su certe guide turistiche, o parlando con alcune persone, vi diranno che è una zona “degradata” (questo solo perché non hanno mai visto una periferia milanese ;-)). E’ un’area, anche se a due passi due dal centro città, particolarmente multietnica, ricca di case popolari, ove qualche decennio fa si era concentrata l’immigrazione italiana “povera”, motivo per il quale è rimasta la struttura della scuola italiana. E’ un quartiere un po’ sui generis per gli standard di Zurigo e il parco di fronte alla scuola, dove tutti i bambini si riversano a pioggia alla fine delle lezioni, non fa eccezione. Si trova in una grande corte rettangolare, circondata da alberi che incorniciano palazzi vecchiotti e abitati prevalentemente da immigrati di tutte le possibili etnie. C’è un bel prato adibito a campo da calcetto, molte panchine, le altalene, lo scivolo, le corde per arrampicare e l’immancabile sabbiera. Oltre ad uno dei Kindergarten svizzeri del quartiere. Ma la cosa più interessante è sicuramente la varia umanità che lo vive. C’è il vecchietto calvo e scheletrico che con la bella stagione inizia a stendere la sua stuoia consunta in mezzo al prato per prendere il sole, mentre i bambini a due metri da lui giocano a pallone. Ci sono gruppi di ragazzi di età indefinita che giocano a ping-pong, fumando sostanze non propriamente lecite, ma mediamente tollerate entro certi limiti, che non paiono particolarmente disturbati dai piccoli teppisti di quattro/cinque anni (i nostri figli) che ogni tanto rubano palline e racchette perché vorrebbero giocare anche loro, ma non arrivano al tavolo. C’è la vecchia senza denti che posiziona in un angolo la sua griglia portatile a carbonella e si cuoce un bratwurst, lo mangia bevendo la sua birra e poi se ne va. Il cinquantenne che inizia la sua forma di Tai-chi, apparentemente indisturbato dalle grida di quelli che giocano a nascondino o si rincorrono sbattendogli contro.

La scoperta di questi ultimi giorni è un personaggio di sesso maschile, nazionalità svizzera, età indefinibile tra i cinquanta e i sessanta, che, da qualche giorno, arriva tranquillo in infradito e pantaloni orientali, si siede sulla panchina al sole e accende un minuscolo fornellino a carbone, sul quale, dopo i tempi del caso, mette a scaldare una teiera di smalto rosso, che riempie a più riprese con un liquido prelevato da un paio di bottiglie di vetro verde (no, non è birra). Ha con se un paio di pacchetti di erbe che mette in un bicchiere di ceramica in attesa dell’acqua calda. Ma la cosa più surreale di tutte è mio figlio che, dall’alto dei suoi quattro anni e mezzo, ieri pomeriggio gli si è avvicinato, dopo aver osservato a più riprese tutti gli strani marchingegni di cui era dotato, e, in perfetto italiano, ha iniziato a tempestarlo di tutte le possibili domande: “Cos’è questo? Perché ci hai messo il carbone? Ma non ti bruci? Cosa c’è lì dentro? Perché scaldi l’acqua? Cosa c’è nel pacchetto? E in quel bicchiere???Ancor più surreale, se possibile, il personaggio che, in un italiano stentato ma comprensibile, gli rispondeva senza battere ciglio, che stava preparando il Mate, il té argentino, e se lo voleva bere perché gli piace.

Io e la madre di un altro compagno di scuola ascoltavamo e guardavamo esterrefatte, soprattutto io, per non aver mai e poi mai visto la Creatura dotata di comportamenti simili avvicinare sconosciuti (un po’ stranini, peraltro) ed instaurare un quiz da gioco a premi.

E, alla fine, mi sono detta che possono capitare anche cose così, quando esiste quella strana atmosfera fatta di tanti opposti che, per qualche strana ragione, coesistono in una sorta di equilibrio cosmico. Come nei film di Tim Burton.

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MEZZI MIRACOLI

Sarà che dal lunedì mattina non ci si aspetta mai nulla di buono. Figurarsi una specie di mezzo miracolo, tipo quello del quasi-cinquenne che, per la prima volta nella sua storia, si alza da solo dal letto, si veste di tutto punto in totale autonomia, e addirittura va in bagno e si lava mani e viso. Così, senza battere ciglio, solo “per fare una sorpresa“.

La sorpresa ai genitori increduli l’ha fatta veramente, e poco importa se, invece di indossare la tenuta da scuola, si sia infilato tuta e maglia da casa. A fronte di tanto impegno ed intenzione non è certamente possibile fare le pulci per aver involontariamente sbagliato vestito.

Nessuno ovviamente contava su un bis, già anticipatamente rassegnati ad uno di quegli eventi che si producono, per incomprensibili congiunzioni astrali, una volta ogni millennio. Stamattina, in effetti, nessun risveglio a sorpresa, anzi, la creatura profondamente dormiente ha dovuto subire il brusco ritorno al mondo reale con la giusta dose di antibiotico. Già rassegnati al solito: “Dai! Sbrigati, alzati, vestiti, lavati! La colazione, le scarpe, la giacca! E muoviti che facciamo tardi a scuola!!!!!” E se in quanto a colazione, scarpe e giacca qualche inevitabile affanno c’è stato, la Creatura ha voluto riproporre il miracolo, “Fare ancora la sorpresa e lavarsi e vestirsi da solo!”

Le alternative, a questo punto, sono due: o il diventare grandi, a volte, a qualcosa serve, oppure dovrò superare i miei atavici pregiudizi contro gli antibiotici e convincermi che, davvero, a volte non servono solo contro le otiti, ma possono anche produrre enormi prodigi.

DOVE MI PERDO

Sono tornata con un sacco di buone intenzioni, come sempre del resto. Propositi precisissimi, non cose campate per aria. Pratiche da provare e riprovare, giorno dopo giorno, mattina dopo mattina, sera dopo sera. Obiettivi definiti come il centro di un bersaglio, e io lì, Robin Hood con arco e frecce alla mano.

Meno di quarantotto ore dopo sono in un’altra vita, in un’altra dimensione. Non mi sono dimenticata dei miei propositi, né di quanto cruciali siano per me. E’ solo che succede sempre qualcosa di più urgente, prioritario, indifferibile. Tipo portare il bambino dal medico, fare la spesa, fissare le lezioni di tedesco, avviare la lavatrice e il cambio di stagione (che poi, il cambio a Zurigo, mah.) O anche solo decidere di uscire a cena col Marito, approfittando del fatto che per un giorno ancora c’è la nonna, visto che non più neppure il ricordo lontano di quando sia successo l’ultima volta.

Nonostante i convincimenti e gli sforzi è come se tutto congiurasse per portarmi lontano da dove voglio andare, dal nocciolo al quale so che devo arrivare. Pena la vita. Perché conosco ormai benissimo il punto di non ritorno, oltre il quale non è più possibile tornare indietro senza conseguenze. O vai avanti, fino alla meta, o sei fregato per sempre; e non per modo di dire.

Sarà per questo che sono millenni che la gente ci prova. E spesso fallisce. Non è scritto da nessuna parte che tutti debbano farcela, il più delle volte accade il contrario, succede in ogni momento e l’hanno chiamata “legge di Darwin“.

Io so che mi perdo nel fare, quando la priorità sarebbe quella di rimanere di più nello “STARE”. C’è un bellissimo concetto nello yoga: “Dharana”, la capacità di concentrare tutto il proprio essere, la propria attenzione, la propria concentrazione in un unico punto. Nel momento in cui ce la fai, praticamente hai finito di soffrire, altro che super poteri. Da lì in avanti la strada è tutta in discesa.

Io sto scrivendo, ho il Tom Tom collegato al pc per gli aggiornamenti delle mappe. Ho davanti un regalo di compleanno da incartare, con forbici, scotch e attrezzi vari abbandonati sul tavolo e dimenticati nel momento stesso in cui ho deciso che era venuto il momento di collegarmi ad Internet. Sarebbe sovrabbondante dire che la strada è ancora incredibilmente lunga e paurosamente in salita. Ma conoscendo il premio è impossibile non proseguire.

 

 

AVANTI E INDIETRO

Mi ero portata Elizabeth George per le lunghe letture serali. Ho letto solo in treno, in andata e in ritorno, ritorno in origine peraltro previsto con altri mezzi. Ho definitivamente appurato che viaggiare dalla Svizzera all’Italia è cosa diversa che viaggiare dall’Italia alla Svizzera e che, mi tocca, devo evitare il senso contrario alla marcia, anche se il mal di treno non ho mai saputo cosa fosse, e ora ho una specie di mal di terra che fa traballare la sedia su cui sono seduta.

Sono arrivata in una Milano tropicale e l’ho salutata quasi autunnale, col riscaldamento che ha ritenuto opportuno dare una scaldatina alla casa prima dell’alba.

Ho scoperto che l’Expo inizia tra due settimane, anche se i cantieri sembrano destinati a durare per qualche altra decina d’anni, almeno. Ho, però, molto apprezzato di non essermi imbattuta in scioperi a sorpresa e, anzi, che la metropolitana viaggi ormai senza soluzione di continuità e le attese mattutine in banchina siano ridotte quasi a zero.

Ho fatto un numero spropositato di percorsi in treno e ho avuto conferma che, ahimé, per le ferrovie italiane non ci sono speranze. La prossima volta mi sa che mi porterò dietro lo spray anti-zecche (che in Italia temo non si trovi, ma per ragioni ambientali – estranee alla circolazione ferroviaria – in Svizzera sì).

Ho scoperto alcune mode del momento e quella che mi ha colpita di più è stata la giacchina di piumino fashion da sfoggiare anche con quasi 30 gradi. Temo che la globalizzazione non ci stia facendo troppo bene. Ho scoperto anche di quanto mi fossi dimenticata che in Italia sia poco di moda salutare, anche se tu sei il cliente che entra in negozio, e di come la mano non te la dia praticamente più nessuno.

Ho avuto conferma che senza l’Esselunga non sarei sopravvissuta al soggiorno, pur considerando i pasti fuori casa indotti da necessità logistiche.

Ho avuto conferma che mi sento stranissima quando arrivo in Italia e che altrettanto mi capita al ritorno a Zurigo. Il fondato sospetto è che non sia un gran bel segno.

La certezza è che di lavoro yogico avrò necessità per qualche secolo ancora.

 

 

 

 

IL VENERDI’ DEL LIBRO: “L’AMICA GENIALE”

La Pasqua piovosa e malaticcia ha, per lo meno, portato qualche effetto positivo sul mio ritmo di lettura: le giornate dalla suocera, passate ciondolando tra letto e divano, mi hanno consentito di leggere e finire nel tempo record di tre giorni (cosa che non mi capitava da tempo immemorabile) il libro che mi ero portata in valigia, dopo che, come diversi altri, stazionava sugli scaffali della libreria ormai da tempo.

In tutta onestà devo dire che l’acquisto de “L’amica geniale era avvenuto soprattutto per la curiosità suscitata dal tam-tam di notizie sul “libro che non si può non leggere”, sui “personaggi straordinari“, sulla “storia che non ti molla fino all’ultima riga” (e anche oltre, in verità, visto che si tratta solo del primo capitolo della serie), oltre che dall’alone di mistero che circonda ormai da anni la vera identità dell’autrice, fatto che, di per sé, costituirebbe già un buon tema per un romanzo. La trama e la stessa ambientazione della storia non mi attraevano particolarmente, tant’è che, fino all’ultimo momento, ero stata tentata di portare con me altri acquisti più recenti su cui potrei (quasi) mettere la mano sul fuoco a livello di soddisfazione.

Così ho iniziato un po’ sospettosa, non sapendo bene cosa attendermi e le prime pagine del libro mi hanno lasciata un po’ indifferente. Lo stile di scrittura in sé non mi è parso particolarmente coinvolgente, i personaggi sono tantissimi e i rispettivi nomi non proprio facilissimi da ricordare (tanto che all’inizio del volume è stato predisposto l’elenco di tutti i nomi e della famiglia di appartenenza), l’ambientazione della vicenda, in un quartiere degradato della Napoli degli anni ’50, sconvolge abbastanza e pone grandi interrogativi sul senso e il funzionamento di un intero strato sociale che oggi potremmo ritenere per lo meno “alieno” dal nostro modo di essere, vivere e pensare; pur se, forse, non è davvero così. Arriva un momento, però, in modo del tutto inatteso, da una pagina all’altra, in cui non puoi assolutamente più fare a meno di continuare il libro, e velocemente se possibile. Non puoi non voler sapere cosa succederà di lì a breve alle protagoniste e a tutto il coro delle comparse. Qualche giorno fa ho visto addirittura un tweet di Ken Follet che, dopo aver letto il primo volume della quadrilogia, non vedeva loro di sapere cosa succede nei successivi capitoli. Ken Follet, mica cavoli 😉

“E un pomeriggio buttò lì un’osservazione che mi colpì molto. Disse “Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città”. Non mi ricordo come si espresse di preciso, ma il concetto era quello, e io lo associai alle nostre strade sporche, ai giardinetti polverosi, alla campagna scempiata dai palazzi nuovi, alla violenza in ogni casa, in ogni famiglia”.

Questo post partecipa a: Il Venerdì del libro di Homemademamma.


 

 

 

TEMPO SPRECATO

Il periodo “no” non è stato ancora archiviato, non è bastata la Pasqua, né la speranza di sole. Sono rientrata a Zurigo decisamente non “ricaricata”, né più sollevata, né più felice.

Avrei avuto piccole chicche da scrivere dall’Italia, tipo qual che ti capita di vedere se hai necessità di un giretto urgente dalla guardia medica il sabato di Pasqua, nulla di grave, cosucce quasi simpatiche, ma devo dire che non ne avevo voglia. Non avevo voglia di scrivere ancora di malanni, di medici, di situazioni surreali (per quanto a volte davvero divertenti) che il Bel Paese ti offre “a gratis” solo girando l’angolo di una mattina di giornata prefestiva. Avevo voglia di riposare, ho avuto voglia di leggere (e di questo scriverò) e, di nuovo, non un granché di voglia di rientrare, pur se l’approdo a casa dopo quelle nove ore di viaggio acquista sempre un certo-non-so-che.

In questi giorni la scuola italiana di Zurigo è ancora chiusa per le vacanze pasquali, la Creatura bazzica tra gli immancabili lego, il divano trasformato in casetta dei Porcellini e non so cos’altro. Finché lo si lascia giocare Lui è abbastanza autonomo, diverso è quando si deve fargli fare qualcosa di obbligato, anche se fosse solo lavarsi i denti dopo pranzo. Spero di riuscire finalmente a riprendermi prima della prossima settimana quando, tra l’altro, mi toccherà una nuova trasferta oltre frontiera.

Ho avuto un momento, ieri sera dopo cena, in cui mi sono incazzata fortemente con me medesima, per non essere riuscita a tenere alto il morale negli ultimi giorni, a mantenere costante la serenità nonostante l’avversa sorte, cosa che mi era sorprendentemente riuscita neanche male in tempi recenti. Ho avuto un momento in cui mi sono messa a fissare la lampada accesa del soggiorno e la sua luce morbida filtrata dalla carta di riso. Ho guardato fuori, quel cielo indaco, poi bianco, poi arancione negli ultimi istanti del tramonto; ho guardato mio figlio, seduto per terra ad occuparsi tenacemente dei suoi mattoncini. E qualcuno dentro la mia testa mi ha detto: “Stai perdendo tempo. Comunque sia, stai sprecando il tuo tempo”. “Lo stai sprecando ad arrabbiarti, così come a preoccuparti che le cose si rimettano o non si rimettano a posto”.

Oggi mi pare che vada già un po’ meglio.