FASI

Inizia la fase del secondo anno di scuola materna, con tutto quello che comporterà. Esattamente un anno fa iniziava la fase del primo anno, con tutto quello che ha comportato.

C’è stata la fase (infinita) del capriccio al oltranza, quella del ciuccio a tutti i costi. Della nanna con qualcuno vicino, della nanna senza qualcuno vicino.

La fase del naso che cola, quella del naso tappato, quella delle orecchie spurganti. E speriamo di non avere appena iniziato quella delle tonsille con le placche.

C’è la fase – perenne – del “Io non mangio niente“, provvisoriamente sostituita con quella del “Io mangio quasi tutto (quello che mi piace)”. Abbiamo appena inaugurato quella del “I love pane & salame, ma pure quella del “Anche il Bratwurst non mi fa più così schifo“. Ok, abbiamo resistito ben quattro anni, ma da ora in poi siamo rovinati 😉 con buona pace della sana alimentazione.

Ci sono anche le mie di fasi. Quella del “Vedo tutto nero”, poi, qualche volta, quella del “Vedo rosa“. Quella del “Non ce la faremo mai” seguita dal “Dopo tutto ce la possiamo fare“. Quella del mio mal di testa, del mal di schiena, del mal di tutto. Poi capita quella del “Non mi fa male più niente (ma questa di solito dura poco e sempre quando sono al mare ;-)). La fase del “Dobbiamo mangiare sanissimo e scordarci per sempre qualsiasi schifezza“, seguita a ruota da quella del “Macchissenefrega….tanto schiattiamo tutti e si vive una volta sola!

Di solito ci sono anche le fasi meteorologiche: quella delle stagioni, del sole, della pioggia, del vento, del caldo e del freddo. Temo che da questo punto di vista ultimamente si sia inceppato qualcosa.

La vita è solo una questione di fasi, ma, a volte, ce ne dimentichiamo.

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IL MIO CALENDARIO

Lunedì primo settembre la piccola Pestilenza ricomincerà (finalmente!) la scuola, si parte col secondo anno di materna in terra svizzera. Spesso mi chiedo come andrà, se, finalmente, inizierà a degnarsi di pronunciare qualche parola in tedesco, o continuerà caparbiamente sulla via del gran rifiuto perseguita sino ad ora, per un intero, lungo anno scolastico. Poi cerco di evitare troppi pensieri, troppe domande, troppo di tutto. Credo non faccia gran che bene a nessuno, non a Lui, ma in primo luogo neanche a me stessa. Anche io riprenderò i miei corsi, la mia formazione e tutti gli impegni ad incastro della vita di madre espatriata. Siamo solo al via di quella che si preannuncia una lunga maratona di mesi autunnali e invernali, bui, freddi, piovosi (sì, esattamente come la non-estate che abbiamo avuto quest’anno :-() e le forze vanno conservate e gestite con cura e grande attenzione.

Già continuo a convivere con il curioso fenomeno del “calendario accelerato”: non è neppure terminato agosto e la mia testa è già ad ottobre inoltrato. Sto contando i fine settimana di settembre che, per la famiglia, sarà un mese parecchio impegnativo da diversi punti di vista, ivi compresi due matrimoni oltre frontiera in poco più di due settimane. E sappiamo che le trasferte a raffica che non fanno mai troppo bene. Così correndo sarei già arrivata alle Herbstferien, le vacanze autunnali di ottobre (mano santa del calendario scolastico svizzero, adottate anche dalla scuola italiana) con la conseguente tappa italiana quasi obbligata, tra incombenze amministrative da sbrigare, controlli periodici dal dentista e amenità varie. Si rientra il 20 ottobre e, in un attimo, siamo già a Natale!!! Due passi più avanti ed eccoci, addirittura, al 2015. E mi fa paura solamente scriverlo.

IL FENOMENO DELLA “SPESA EXPAT”

Ci vorrebbe uno psicologo, forse, o un sociologo addirittura. Perché io non mi spiego il fenomeno irresistibile e inevitabile. Ogni certo periodo di tempo io devo fare la spesa in Italia. Di solito mi capita non più spesso di una volta al mese che, per fortuna, è anche la scadenza media con cui la famiglia rimpatria per un fine settimana, ma può anche capitare che il periodo sia leggermente più lungo; e allora son dolori.

Arriva, sicuro come la morte, il momento in cui le provviste a lunga durata della visita precedente si assottigliano inesorabilmente. Che la pasta, l’olio, i biscotti, il prosciutto e le altre innumerevoli cibarie (e non) vedono il loro ultimo giorno e allora la programmazione della trasferta diventa improcrastinabile.

Il fatto sarebbe logico e comprensibile se io vivessi in un Paese a rischio di carestia, o in lande desolate in cui è prossima la morte per fame. O, forse, in un continente in cui certi prodotti sono irreperibili, ma è più difficilmente spiegabile in Svizzera, luogo in cui, problema dei prezzi criminali a parte, si trova obiettivamente quasi tutto l’indispensabile, compresi moltissimi prodotti italiani, assolutamente identici a quelli dei supermercati della penisola. Non si soffre la fame, non devo rinunciare a cucinare piatti a cui sono abituata perché non trovo le materie prime (salvo qualche dettaglio davvero poco rilevante) e, ad essere onesti, può capitare di comprare qui prodotti locali di qualità decisamente superiore a quella italiana (la carne, soprattutto, anche se sarebbe più economico fare la spesa dal gioielliere, ma lo strano è che anche coi pomodori in estate qui non scherzano…)

Eppure. Non ne posso fare a meno. La bellezza di un supermercato italiano non è neppure lontanamente comparabile con quella di un equivalente svizzero. L’assortimento di un supermercato italiano non è neppure lontanamente comparabile con quello di un equivalente svizzero. Magari ci sono decine di prodotti nella sostanza inutili, che non comprerai mai, ma ci sono e tu hai l’impressione di poter scegliere davvero quello che ti piace di più. Quello davvero adatto a te. Forse è solo l’italica arte dell’illusione, o un’abitudine pluridecennale dura a morire,  o l’unica convinzione patriottica per cui “italiano è meglio“. Ma una volta arrivata oltre frontiera non riesco più a controllarmi e compro, compro, compro. (Quasi) tutto quello che vedo e che credo potrà essermi anche solo lontanamente utile nelle settimane successive. So di stare esagerando, ma non posso farci nulla. Sia chiaro, non acquisto nulla che poi non sarà utilizzato, ma poi mi pento appena mi rendo conto  di dover caricare e scaricare l’auto di tutti i sacchi della spesa e all’idea di un rientro notturno con chili di provviste da sistemare nella notte. Ma anche questo è inutile, la volta successiva si riparte da capo, senza possibilità di alternativa.

E allora mi diventa estremamente chiara una cosa: se mai un giorno dovessi decidere di andarmene da Zurigo i motivi saranno solo due. La lingua infame che parlano qui e la mancanza dell’Esselunga.

 

AUGURI

Il giorno in cui mio figlio ha compiuto quattro anni ho saputo della morte di uno dei grandi attori di Hollywood, uno di quelli dei film indimenticabili,L’attimo fuggente” sopra tutti, ma anche “Mrs. Doubtfire” e innumerevoli altri.

Stavo preparando la cena, dopo un pomeriggio trascorso fuori, a passeggio, in una Zurigo soleggiata e in festa per i Campionati Europei di Atletica, quando come per un flash mi sono risuonate le parole del Presidente Obama: “Robin Williams era un genio. Non lo conoscevo personalmente, come è ovvio, ma credo si potesse intuire dal suo lavoro. Personaggi indimenticabili che hanno accompagnato molti di noi, tra cui sicuramente anche la sottoscritta, in molte serate della loro esistenza, portando sorrisi e lacrime, riflessioni e speranze. Insomma, la vita.

Peccato che, come la storia spesso insegna, i “geni” hanno frequentemente vite drammatiche ed infelici, il cui epilogo non è per lo più la serena dipartita da questo mondo nel proprio letto, a novant’anni suonati. Così la mia testa si è decisa per un curioso volo pindarico: collegamento tra l’evento di cronaca e il compleanno della creatura.

Forse ci sono genitori che si augurano che il proprio figlio dimostri di essere un “genio” nella sua (lunga o breve che sia) vita. Che sperano in tutti i modi che l’essere umano che hanno generato si distingua dalla massa, dispensando i frutti del proprio talento all’umanità intera, magari sopportando anche qualsiasi sacrificio per raggiungere questi risultati. Forse tutti ci augureremmo la stessa cosa se fossimo sostenuti dalla consapevolezza delle “sole cose belle“: gloria, onore, soddisfazione, benefici per la collettività, una vita piena e felice. Sappiamo, invece, proprio perché è la vita a raccontarcelo, che essere geni significa, per lo più, andare incontro ad una esistenza in salita, nel migliore dei casi, o a qualche consistente tragedia per il diretto interessato e per chi gli sta intorno, nel peggiore.

Sarà per questo che quando qualcuno (qualche nonno in primis, a volte) cerca di minimizzare le intemperanze di mio figlio con la scusa che “Lui è speciale” mi sale una rabbia folle: primo perché anche una eventuale, e niente affatto dimostrata, “specialità” non giustificherebbe per nulla l’essere un teppista, maleducato, incosciente delle regole di convivenza civile e privo del rispetto per il prossimo; secondo perché, in tutta onestà ed egoismo materno, io non voglio augurare a mio figlio di essere un “genio” dalla vita infelice.

Io auguro a mio figlio una vita “il più normale possibile“, con amici “normali” e amori “normali”, un lavoro che amerà e che si sarà possibilmente scelto senza inopportune interferenze esterne. Perché il mantra che mi sentivo ripetere da piccola “tutti i lavori sono belli e dignitosi se fatti con impegno”, comprende, ovviamente, anche i possibili lavori che mio figlio farà da grande, e non solo l’ingegnere, lo scienziato o il salvatore dell’umanità. Gli auguro serenità, prosperità e pace, quella vera che viene dal cuore, dal sapere di essere parte di un tutto che cerca, suo malgrado, un continuo e precario equilibrio. Un’esistenza lontana dal conflitto, il peggiore veleno che distrugge ogni giorno, a piccole gocce, questo nostro mondo malato; gli auguro intelligenza, che non è il Q.I. di Einstein, ma “la capacità di distinguere”, come disse a me, in un giorno ormai lontano, una persona illuminata.

Non ti auguro di essere un genio, mio piccolo amore, ti auguro solo una vita felice, per quanto imperfetta e poco importante potrà sembrare a chi la guarderà dalla vetrina del mondo.

QUATTRO

Sono quattro e, che dire? Poco questa volta.

Perché dovrei scrivere un post di perché, diventata, ormai da tempo, la tua parola preferita. Migliaia e migliaia di perché al giorno, anche di notte forse, pur se non ti sentiamo. Perché” continui, anche dove di “perché” non ce ne sarebbero affatto.

Forse per quello, da un po’, da Patato sei stato promosso a Pestilenza: nessuna tregua, nessuno scampo, nessuna pace. Mai 😉

E, come spesso ti dice papà, la tua fortuna è che sei bello ( ;-)) altrimenti saresti probabilmente finito da un pezzo nel ragù per le lasagne che ti piacciono tanto.

Faccio quasi fatica a credere che tu sia quello stesso che decise di arrivare in questo mondo, con un discreto anticipo rispetto al previsto, in un piovoso pomeriggio di agosto di quattro anni fa, dopo due giorni di ricovero, tre tentativi di induzione al parto, un’epidurale e un Cornetto Algida. Ché, come ho già detto, che le cose non dovessero essere semplicissime si poteva forse capire già dall’inizio.

Ciononostante fino ad ora siamo sopravvissuti e, quest’anno, abbiamo pure fatto, con piccolo anticipo, una festa di compleanno memorabile, valevole a recuperare anche quelle mancanti del tuo recente passato: quasi venti persone in casa e tua madre che ha scoperto di poter aprire una rosticceria (a Zurigo…si potrebbe pure valutare…)

Auguri Pestilenza ;-)!

 

IL VENERDI’ DEL LIBRO: “IL SECONDO MOMENTO MIGLIORE”

Sono stata attirata dal titolo, prima di tutto. Che, ai miei orecchi, almeno, ha un fascino indubitabile. Quante volte rimpiangiamo lungo la vita di non aver fatto questo 0 quello e ci diciamo che, ormai, il tempo è perduto irreparabilmente e non c’è più nulla da fare? Ho ordinato il libro su Amazon senza neppure sapere esattamente la trama, confortata da numerosi ed entusiastici commenti che da giorni si rincorrevano sui Social. Poi, l’ho letto al mare.

E mi ha coinvolto da subito, questa storia delicata e, nello stesso tempo potente, di una amicizia giovane e “strana”, nata sui banchi di scuola in circostanze per lo meno particolari, che poi continua per anni, sempre più vera, bella e forte e che, ad un certo punto, segnerà la svolta nella vita del protagonista. La storia di un’amicizia che avrei voluto vivere io, forse, a quell’età, l’età in cui si fanno alcune delle scelte che contano, e che, sicuramente mi è mancata. La storia di un amore, anche, nato quasi per una bravata adolescenziale e che, come tale, sembra destinato a non vedere davvero la luce, o per lo meno a durare solo lo spazio di un’estate.

Invece.

Invece, chissà, la vita a volte può andare davvero nella direzione che tu scegli di darle.

“Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso”

Questo post partecipa all’iniziativa “Il venerdì del libro” di Homemademamma.

 

DOVE SONO I NONNI?

Zurigo si è decisamente spopolata in queste settimane; nelle uscite col Patato (quelle consentite da questa non-estate dall’acquazzone sempre dietro la nuvola) ho notato che anche questa, pur essendo una località turistica, si svuota molto nel periodo che va da metà luglio a metà agosto, mese di chiusura delle scuole svizzere. Non c’è un sistema di chiusura totale per ferie, come quelle che si vivono in Italia (o meglio, si vivevano fino a qualche anno fa), ma diciamo che la vita procede a mezzo servizio.

Riflettevo anche su un’altra cosa, che aveva in realtà già attirato la mia attenzione da tempo, nell’osservare usi e costumi del luogo: la mancanza, quasi totale, dei nonni. Si sa, d’altra parte, che la consuetudine di affidare i bambini ai nonni nei periodi di assenza dei genitori, per lavoro o altri impegni, è fatto tipicamente italiano e poco riproducibile oltre frontiera nella moderna Europa. Qui per lo meno ne ho avuto la conferma. Potrei contare sulle dita delle mani le volte che mi capita di vedere nonni e nipotini in giro insieme, al parco o in una qualsiasi attività quotidiana. I bambini piccoli stanno con le mamme, coi papà, o al più con le baby sitter, quando non sono al nido o a scuola. Ci ripensavo in questi giorni proprio perché, in contrasto con il trend abituale, mi è capitato di vedere qualche nonna con creatura al seguito, sulle altalene o alle prese coi giochi degli spazi aperti.

Non so se questo sia un bene o un male, se una ricchezza persa o un peso in meno per le persone ormai di una certa età che si godono la propria meritata libertà, dopo decenni di lavoro familiare e non, senza l’obbligo assillante di dover sopperire alle mancanze di un sistema che non offre adeguate alternative. Personalmente non sono molto favorevole all’impegno full time dei nonni nella cura dei nipoti, per una serie di ragioni, come già avevo avuto occasione di dire qui, pur essendo pienamente consapevole che, a volte, non esistono altre valide opzioni nel quadro dell’organizzazione familiare.

E’ possibile che anche qui, in queste settimane di vacanza, ci siano delle esigenze da colmare, con  scuole e asili chiusi e i genitori che magari non possono avere tutto il periodo di ferie. Devo, però, dire che questi vecchietti svizzeri non mi sembrano mediamente molto in forma, spesso li vedo fisicamente in difficoltà, non proprio in condizioni ideali per inseguire piccole pesti dodici ore al giorno. Ieri al parco c’era vicino a me una nonna con una bimba di pochi mesi che, nello spostamento dal passeggino all’altalena, temevo di dover raccogliere al volo per evitare una rovinosa caduta di entrambe. Forse anche qui si tratta di fare di necessità virtù e i nonni non fanno i nonni perché non ce la fanno. Chissà.