DONNE

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(Immagine tratta da http://www.panorama.it)

 

La signora ha 94 anni, pur dimostrandone almeno una quindicina di meno. Racconta della sua vita, e della sua giovinezza, mostrando qualche foto in bianco e nero di una creatura splendida, con una lucidità e proprietà di linguaggio perfetti.

“Lavoravo nella moda, con tanti stilisti di via Montenapoleone, c’era un mio amico che voleva a tutti i costi fare servizi fotografici con acconciature dei miei capelli, io lo facevo per fargli un favore, ma non mi piaceva finire sui giornali…C’era anche uno della famiglia Agnelli che voleva fidanzarsi con me, ma io non volevo finire ancora fotografata sui rotocalchi e gli ho detto che non mi interessava. Mi aveva chiesto se, almeno, non ci saremmo potuti incontrare di notte, ma io gli avevo risposto che di notte io dormivo…


“Ho avuto tanti fidanzati, fino ai 60 anni, poi non ne ho più voluto sapere…tanti si disperavano quando li lasciavo, e andavano dalla mia famiglia a piangere, ma io ho sempre voluto restare libera e non essere comandata da nessuno…amavo il mio lavoro e non volevo nessuno che mi intralciasse”

Perché non è questione di “epoche”, né di generazioni, se vogliamo. Le cose possono certo essere più o meno facili, o più o meno difficili, ma c’è chi, indipendentemente da tutto ha “le palle” e chi no. 94 anni e dimostrarne 20. Chapeau.

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BRUNNEN E IL LAGO DEI QUATTRO CANTONI

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Come ogni tanto mi capita di raccontare, una delle prime cose che ho fatto nel momento in cui abbiamo deciso di trasferirci in Svizzera è stata acquistare la Lonely Planet del Paese. Molto letta, ma inizialmente poco “usata davvero”, nei tempi iniziali della nostra vita a nord delle Alpi, resta un punto di riferimento per tutti quei momenti (spesso, semplicemente, un sabato o una domenica) in cui abbiamo voglia di una gita fuori porta e le condizioni meteorologiche sono favorevoli.

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Lo scorso fine settimana, dopo un’attesa di ben 5 anni, decisamente sproporzionata rispetto alla distanza della meta (ben 45 km da casa!!!), siamo finalmente riusciti a fare una visita a Brunnen e al lago di Uri, dopo che per decine e decine di volte ci siamo limitati a ripetere – lungo la strada verso l’Italia, o al contrario di ritorno a casa – “Dobbiamo assolutamente venire a fare un giro qui in una bella giornata…”

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Il motivo dell’interesse è presto detto: Brunnen è una piccola cittadina a poca distanza da Schwyz (capoluogo dell’omonimo cantone – in italiano Svitto-) situata sulla sponda del lago di Uri, nel punto di intersezione col lago dei Quattro Cantoni, dotata di una vista a dir poco mozzafiato sui laghi e sulle Alpi, tanto da essere stata oggetto dei paesaggi dipinti dal pittore inglese William Turner. Dal centro cittadino, con una piacevole passeggiata lungo il lago, si raggiunge la funivia che, nella bella stagione, porta ai 1240 metri della Urmiberg, con la possibilità di passeggiate e trekking, nonché di una sosta rigenerante per corpo e spirito, presso il piccolo rifugio-ristorante.

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Questo tratto del lago è anche rinomato per una specialità gastronomica chiamata “Pollo nel cestino” per la quale proprio a Brunnen è noto un famoso ristorante (Gasthaus Ochsen): il locale si trova in un edificio storico molto bello e visto che noi abbiamo perso l’occasione di provarla, avendo pranzato in montagna, dovremo sicuramente tornarci quanto prima, sperando di non lasciar passare altri cinque anni!

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(Testo e foto Carlotta G.)

 

 

 

 

 

LA COSA PIU’ MERAVIGLIOSA DEL MONDO

Ci siamo imbattuti in un pavone, un paio di giorni fa. Non era la prima volta, ma non ricordavo da tantissimi anni di averne visto uno fare la ruota, per lunghi, lunghissimi minuti, intento a manifestare sfacciatamente la perfezione di cui la natura lo ha dotato.

Siamo rimasti in silenzio a guardarlo e, quando qualcuno di nuovo arrivava, si sentiva sussurrare un “Oh! Ma che meraviglia”, come se tanto splendore fosse quasi eccessivo per un inutile volatile che pare non avere altro scopo nella vita che farsi ammirare per le sue piume.

Ad un tratto la Creatura, che aveva già incontrato diversi pavoni, ma senza mai vedere ruote mirabolanti, esclama: “Questa è la cosa più meravigliosa che ho visto nella vita!

A volte è facile trovare un senso alle proprie giornate.

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(foto Carlotta G.)

BASILEA

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Non ho ancora incontrato una città svizzera “brutta”, tutte quelle che ho visto finora (non tantissime a dire il vero, ma credo sufficienti a farsi un’idea di massima), meritavano senz’altro una visita. Basilea non fa eccezione.

La città vecchia, quindi il  suo nucleo storico è adagiato sulle sponde del Reno che scorre maestoso nel mezzo. Sulle rive palazzi storici, abitazioni eleganti, chiese e musei. Un numero impressionante di musei, tanto da essere la città svizzera con la più alta concentrazione di musei e gallerie d’arte, come testimonia l’ormai celeberrima Art Basel, oggi “esportata” anche in altri paesi del mondo.

 

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Il nostro sabato a Basilea è stato molto meno glamour e più low profile, come spesso capita alle famiglie con bambini, oltre al fatto che, essendo la nostra prima volta in città, volevamo semplicemente “dare un’occhiata in giro”, respirarne l’atmosfera, girovagare senza meta per strade, vicoli e piazze.

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Così è stato, in effetti, grazie ad una splendida giornata di sole quasi primaverile. Non abbiamo però potuto mancare l’ormai classica “arrampicata” sulle torri della cattedrale, meno impegnativa per durata rispetto ad altre esperienze simili, ma decisamente sfidante per questioni di spazi interni e con rischio claustrofobia decisamente dietro l’angolo!

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ANALISI SOCIOLOGICHE DI UN SETTENNE.

 

Eravamo in auto, di ritorno dalla spesa al supermercato. Svoltiamo al semaforo e rischiamo di investire un ragazzo che, con tutta la migliore calma dell’universo, attraversa la strada sul passaggio pedonale a semaforo rosso. Parte il clacson del Marito, senza che l’adolescente sciamannato faccia il minimo cenno di darsi una mossa.

“Ma perché fa così?” domanda la Creatura, per poi proseguire: “Ah… forse è così perché è diventato grande, magari gli hanno comprato il telefono per la prima volta e sta un sacco di tempo ad ascoltare la musica…”

Analisi sociologiche di un settenne. Ecco.

 

PARITA’ DI GENERE

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(Immagine tratta dal sito http://www.nardonegroup.org)

 

Ormai da qualche tempo si leggono spesso articoli, post e commenti vari sul tema “la responsabilità di educare figli maschi”. Ben in anticipo sulla tematica terrificante del “femminicidio”, mi capitò di leggere, secoli addietro e quando l’ipotesi di diventare madre neppure si affacciava alla soglia della mia testolina, Crescere figli maschi, prestato da una collega di lavoro che di maschio ne aveva uno, dopo una figlia femmina.

Se qualcuno ha pensato che fosse addirittura utile scrivere un libro sul tema, in momenti, ripeto, in cui tutto il parlare della violenza sulle donne non era ancora diventato il tema del giorno, probabilmente qualche ragione, anche profonda, esiste.

E premesso che consiglierei a tutti (non solo alle madri, ma pure ai padri) la lettura di questo libro, che a distanza di davvero tanti anni continuo a ricordare come estremamente interessante, devo confessare di essermi un poco stufata di continuare a leggere ovunque, come fosse diventato il mantra salvatore dell’umanità, di questa grande, speciale, spaventosa responsabilità delle madri di educare “adeguatamente” i propri figli maschi.

Premesso che i figli non sono educati esclusivamente dalle madri, che i padri rivestono un ruolo fondamentale nell’educazione della propria progenie, a maggior ragione di quella del loro stesso sesso, che il compito educativo non risiede solo ed esclusivamente nella famiglia ristretta, ma anche in quella allargata, così come nella scuola, e in tutti gli altri ambiti sociali dove i bambini svolgono attività e manifestano la loro personalità.

Anche ammesso di volere dare per assunto che l’educazione dei genitori – e nello specifico delle madri – abbia un ruolo davvero decisivo nel plasmare la natura, il carattere, i comportamenti dei figli (e qui torneremmo all’atavica questione dei molti idioti figli di genitori eccezionali, e viceversa), io credo onestamente che le madri di figli maschi e di figlie femmine abbiano LA STESSA, IDENTICA E SACROSANTA RESPONSABILITA’ nel crescere ed educare le proprie creature.

Volendo essere un po’ brutali, ma senza alcun intento polemico, la questione potrebbe essere così sintetizzata:

come le madri di figli maschi hanno il compito di guidare i propri figli sulla strada del rispetto e della considerazione per qualsiasi essere umano – a maggior ragione se di sesso opposto – le madri di figlie femmine hanno il compito, altrettanto gravoso e sacrosanto, di educare le proprie bambine a NON DIVENTARE DELLE VITTIME, a sviluppare quelle caratteristiche e competenze di indipendenza, sicurezza di sé, determinazione e forza che faranno la differenza in ogni aspetto della propria vita, presente e futura. 

Perché, ricordiamoci sempre, che un carnefice (di qualunque sesso sia) può esistere solo dove esiste una vittima. E non sono cose che mi sto inventando io. Un bel “vaffa…” assestato insieme ad un calcio dove non batte il sole, può risolvere davvero parecchi problemi.

INCONTRI

libro

 

Sale una ragazza sul treno, con in braccio un bellissimo bimbo di sette mesi, di quelli con guanciotte che mangeresti di baci. È giovane per l’età in cui mediamente ora le donne diventano madri. E’ affannata e bagnata, fuori piove, e le braccia non hanno altro spazio per reggere qualcosa di diverso da figlio e borsetta. Risponde ad un vecchio cellulare Nokia non più sul mercato da secoli, dell’epoca in cui gli smartphone erano ancora di là da venire. Dice al compagno via etere di non disturbarsi a venire a prenderla in stazione, che ce la fa da sola, si arrangerà anche se è senza ombrello.
Termina la conversazione e guarda il mio libro appoggiato sul tavolino:

Posso vederlo?”
“Certo, prego!”

Legge avidamente, mentre cerca di intrattenere il piccolo, irrequieto negli stimoli del vagone ferroviario.
Mi porge il libro:


“Ma secondo te c’è un senso?
Indipendentemente da quello che dice lui, o da quello che possa dire chiunque altro. Secondo te c’è un senso?”

 

 

 

 

FLORIDA COAST TO COAST

La prima volta che ho viaggiato verso gli Stati Uniti era una domenica di Pasqua di dieci anni fa, a Malpensa nevicava nonostante fossimo a fine marzo e, dopo le interminabili ore di viaggio, mi accolse una New York dal cielo terso e dal clima ciononostante gelido.

Quando, due settimane fa, siamo partiti da Zurigo per Miami, all’aeroporto nevischiava e dopo le quasi undici ore di volo diurno, all’arrivo a destinazione ci attendevano un sole accecante e 27 gradi, temperatura che sarebbe stata la media per tutti i dieci successivi giorni di vacanza. 

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Nonostante la mia enorme passione per i viaggi non è facile convincermi ad affrontare un volo intercontinentale, 6 ore di jet lag e un viaggio itinerante dove ogni due/tre giorni c’è necessità di impacchettare tutto, caricare in auto e dirigersi verso una nuova destinazione. Non perché non mi piaccia vedere cose diverse, tutt’altro, è che sono pigra e spesso la pigrizia rischia di avere la meglio sulla curiosità. 

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Non ho mai neppure avuto una particolare passione per gli USA, tanto è vero che in tutta la vita ci sono stata solo due volte (inclusa questa) e che se non fosse stato il Marito a proporre la Florida non mi sarebbe mai passato per la testa di investire le vacanze invernali, nonostante il mito cinematografico-televisivo paragonabile solo a quello californiano.

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Viaggiare negli Stati Uniti, per un europeo, è sempre come trovarsi improvvisamente a vivere un po’ dentro un film, nel bene e nel male, e per fortuna quasi sempre i lati positivi superano di gran lunga quelli negativi (tipo la follia tutta americana dell’uso dell’aria condizionata e dell’acqua – di rubinetto – allungata con tonnellate di ghiaccio ;-))

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Nella decina di giorni del nostro tour abbiamo deciso di toccare quattro diverse destinazioni: Miami, Siesta Key (considerata fino a 48 ore fa la spiaggia più bella degli USA, e appena superata da Clearwater – con cui, infatti, eravamo in dubbio), Naples ed infine Key West. In mezzo, l’immancabile sosta alle Everglades, attraverso cui si passa necessariamente per spostarsi dalla costa est a quella ovest, ma che valgono naturalmente una visita ad hoc (potendo anche più d’una, per l’incredibile varietà e ricchezza di paesaggi, nonché della celeberrima fauna tipica: alligatori, coccodrilli e serpenti, oltre ad un numero indescrivibile di uccelli).

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Difficile riassumere in un post tutte le meraviglie viste e vissute, ma potrei dire che, ad esperienza conclusa, ripartirei potendo domani. Mi è piaciuto tutto, davvero tanto, e in modo diverso, visto che i luoghi che abbiamo visitato sono abbastanza diversi tra loro, anche se accomunati in questo periodo dell’anno da un clima fantastico che, da solo, vale il viaggio.

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Un posticino speciale nel mio cuore sarà per sempre occupato da Key West, ancora più affascinante di quanto non avessi immaginato dopo aver visto “Piume di struzzo”

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Per il resto, le immagini rendono meglio di mille parole.

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P.s. ringraziamento a distanza doveroso per http://www.erolucy.com, grazie a cui abbiamo raccolto tantissime e utilissime info sulla Florida e sui luoghi del nostro viaggio, inclusa la tappa della prima colazione a Miami Beach da Rosetta Bakery 😉

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MEMBRI DI FAMIGLIA

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(Immagine tratta da: http://www.cabbdesign.com)

 

Si sappia che qui si festeggiano i compleanni dei pupazzi, membri onorari della famiglia al rango degli umani. Anzi, direi pure di un livello superiore. Hanno diritto ad una data riservata sul calendario, preparazione di regali, festeggiamenti, torte e candeline.

Da più di ventiquattro ore sta appesa alla finestra una ghirlanda “Happy Birthday” e i genitori sono stati forzatamente obbligati a produrre un disegno originale come cadeau per il primo compleanno di Kuschlino, il topino home made, prodotto lo scorso anno come attività di lavoro a maglia al Kindergarten.

La Creatura si aspetta, tornando da scuola, una fornitura adeguata di dolciumi per il festeggiamento in piena regola, e naturalmente una candelina da spegnere.

Ho avuto qualche momento di smarrimento, della serie “Ma qui siamo impazziti…”, col marito che a tarda sera si sedeva al tavolo davanti ad un foglio di carta bianca, alla ricerca dell’ispirazione per il biglietto d’auguri dell’anno. Ho qualche dubbio sul fatto che un biglietto d’auguri così lo abbia mai fatto per suo figlio 😉

Poi mi sono detta che va benissimo così, e che il contrario non sta scritto da nessuna parte. Men che meno nella testa di un bambino di sette anni.

 

E TU, CONOSCI I MOMOS?

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(Immagine tratta dal sito http://www.food.ndtv.com)

 

Confesso che uno dei piaceri di viaggiare e di vivere in luoghi diversi dal mio Paese d’origine è costituito per me dalla possibilità di sperimentare e assaggiare cibi provenienti da tradizioni culinarie diverse e lontane anche anni luce dalla propria. A casa ovviamente io preparo cibo italiano, anche perché è quello so fare ;-), ma devo ammettere che, soprattutto negli ultimi anni, mi è davvero venuta una passione per i cibi “diversi”, soprattutto se appartenenti alla categoria “cucina asiatica” per la quale mio marito dice che ho una seria fissa al limite della dipendenza.

Una delle scoperte più interessanti che ho avuto modo di fare qui a Zurigo (e qui sta anche il bello di vivere in una città che, pur non essendo una metropoli, ospita davvero tante culture diverse tra loro!) sono i “Momos”, ovvero i ravioloni ripieni di carne o verdura che costituiscono il piatto tipico tibetano. Ho avuto modo di scoprirli tempo fa, in occasione dello Street Food Festival che si tiene periodicamente con decine di bancarelle che offrono specialità gastronomiche provenienti dai quattro angoli del globo (e a questo proposito, un’altra scoperta stratosferica è stata la cucina afgana, sulla quale non avrei scommesso il becco di un quattrino bucato e che, invece, grazie ad un commerciante che sapeva fare il suo mestiere e accattivarsi pure la curiosità di un seienne, ho avuto la fortuna di provare).

Tornando, invece, ai Momos, pare che questa specialità abbia avuto talmente successo, evidentemente incontrando i gusti della clientela, che dopo qualche tempo è stato aperto  un ristorante che offre praticamente solo questo piatto nel suo menù (nelle tre varianti di carne, vegetariani e vegani). I Momos sono cotti al vapore, così come i ravioli cinesi, ma sono di dimensioni maggiori e vengono serviti con l’accompagnamento di salsa di soia e di una salsa piccantissima (da dosare con estrema cautela!) di peperoncino rosso!

Mi domandavo se anche in Italia questo cibo si sta diffondendo e se, almeno nelle città più grandi, i ravioli tibetani sono diventati famosi, visto che fino al mio trasferimento qui non ne avevo mai sentito parlare. Si tratta, tra l’altro, di un piatto normalmente molto gradito anche ai più piccoli (naturalmente senza salsa piccante), se mio figlio, che notoriamente non è un palato facile, ha sviluppato una vera passione per i Momos di carne, tanto che ogni tanto chiede a gran voce un take away per pranzo, quando le idee brillanti su cosa cucinare in famiglia scarseggiano.