INIZIO

Il lago di Zurigo, ieri, al tramonto

Non sono portata per i buoni propositi. Figurarsi quelli di fine/ inizio anno, e neanche a parlarne di quella bufala del mese di settembre, dopo le vacanze che illudono di strani nuovi inizi.
Niente buoni propositi per il 2014 e, in verità, neppure bilanci sul lungo e intenso (intensissimo) 2013.
Non me ne vengono e non ne andrò a cercare per forza.
Una cosa notavo in questi giorni, nelle mie discontinue e scarse frequentazioni della rete: una progressiva, ininterrotta, e a tratti estenuante, contrapposizione di tutti contro tutti. Su qualsiasi tema, argomento, opinione. Da Peppa Pig all’alimentazione, dalla ricerca scientifica a chissà dio cosa.
Confesso una certa irritazione sul punto: perchè non ci si concentra su quello che siamo noi, invece che disperdere infinite energie in quello che  dovrebbero o non dovrebbero essere gli altri (a nostro parere, ovviamente)?
E non sarà consono alla leggerezza di Capodanno, alla fine e agli inizi scintillanti (almeno in apparenza), ma non riesco a togliermi dalla testa una domanda che ho sentito da una persona, poche settimane fa.
Provocatoriamente un inizio, prima ancora che una fine:
“Dove sono io? Se non potessi più vedere, se non potessi più sentire. Se non potessi più parlare, nè avere più mani, braccia, piedi, gambe. Io dove sono? Io chi sono?”

Buon anno.

RACCONTI DI NATALE

L’ultimo regalo del Patato è impacchettato, arrivato grazie ad Amazon sul filo del rasoio, e io che ero già nel panico alla ricerca di un “piano B”.
Manca l’ultima parte della grande sfida: caricare tutto in macchina, col favore delle tenebre, mentre lui dorme. Perchè altrimenti l’occhio di lince non lascia scampo.
Ripensavo un po’ al Natale in questi giorni, al Natale di mio figlio e ai miei di quando ero bambina.
Lui non ha avuto un Natale uguale all’altro da quando è nato, e oserei aggiungere per fortuna, visto che in alcuni casi abbiamo sfiorato il film dell’orrore, ma sono ricordi su cui ora è meglio soprassedere.
Probabilmente non ne avrà mai di identici, almeno non nell’immediato futuro, non fosse altro per il fatto di vivere in un altro Paese, di avere nonni un po’ qua e un po’ là, di condurre un’esistenza “a distanza”, con la scommessa ogni benedetto anno di dover decidere: “dove andiamo”, “cosa facciamo”, “magari restiamo a casa, noi da soli, dai!”
E poi ci sono i miei Natali, di quando ero piccola e anche quando ero un po’ cresciuta, in verità. Scanditi per decenni da rituali sacri ed immodificabili, attesi con un’inspiegabile trapidazione che portava inevitabilmente con sé, ormai a cose fatte, quell’ineffabile senso di vuoto incompiuto, quel retrogusto amarognolo che, nonostante le abbondanti libagioni di dolci, ti portava a domandare: “Beh, tutto qui?!”
Il mio Natale iniziava con la lunga giornata della vigilia
, giornata di duro lavoro, ad onor del vero. Non certo di shopping: i regali eran già tutti pronti da tempo e difficilmente si sarebbe usciti di casa il 24 dicembre. L’impegno era tutto concentrato nella preparazione del pranzo per il giorno successivo: un’interminabile sequenza di antipasti, primi e secondi piatti, oltre a frutta e dolci, che avrebbero ragionevolmente sfamato per un po’ mezzo continente. Da notare che a casa mia si è sempre mangiato poco e assai raramente ceduto a strane tentazioni culinarie, ma Natale è Natale.
Toccava apparecchiare la tavola nel modo in cui si faceva solo in quella giornata lì, prendere fuori dal fondo dei cassetti tovaglie ricamate, tovaglioli di lino, il servizio bello di posate e possibilmente i bicchieri di cristallo. Anche se a mia madre dopo un po’ era passata la voglia: capitava anche se se ne rompesse uno, ed eran dolori.
Preparare un degno centrotavola, verde, rosso e oro, rigorosamente artigianale. Peccato che dalle mie parti nessuno sia nato con la sacra dote per le creazioni artistiche.
A mio padre toccava scarpinare su e giù dalla cantina (una di quelle vere, coi gradini stretti, bui e scivolosi, mica come quelle moderne, comodamente servite dall’ascensore), per recuperare uno strano strumento di legno (sempre rigorosamente artigianale) idoneo ad allungare il tavolo della festa adeguandolo al numero di ospiti presenti.
Io ricordo un appetito insaziabile, ché mia nonna diceva che il pranzo della vigilia doveva essere “di magro”, tanto poi ci si sarebbe strafogati nelle ore successive. E sognavo quintali di insalata russa mentre montavo la maionese, spesse fette di salame e succulenti sott’oli mentre preparavo l’antipastiera.
Ma tutto aveva uno scopo: arrivare a sera.
La sera della vigilia era consacrata alla cena a casa della zia G. E ho usato il termine “consacrata” non a caso. Quello era, in verità, il mio Natale.
Il Natale della zia è sempre stato un po’ anarchico: niente piatti tradizionali delle feste, ma un infinito buffet di sfiziosità di cui i piccoli (di tutte le età) andavano matti, crêpes al formaggio e meringata con pezzetti di cioccolato fondente. Tutto rigorosamente home made, da lei.
Dulcis in fundo, a casa sua Babbo Natale arrivava prima, degnamente anticipato da uno stuolo di angioletti scampanellanti alle finestre, perchè, si sa, in una notte ha tanto da fare e un minimo gli tocca per forza scaglionare le consegne.
Ecco, se avevo la forza di sopportare gli estenuanti preparativi della giornata, così come il cappone bollito del giorno successivo, era solo grazie a quello.
E temo che se domani avrò la forza di mettermi in macchina, bagagli e pacchi a profusione, e viaggiare col Patato indemoniato fino al di là della frontiera, il motivo sarà ancora e sempre lo stesso.

BUON NATALE!

FREDDO “SECCO”

Ricordo di essermelo chiesta diverse volte, tra me e me, quando qualcuno raccontava di viaggi o di vita nei Paesi del Nord. Con temperature inimmaginabili e inavvicinabili per chi vorrebbe restare per sempre nel brodino tiepido dei 25 gradi tutto l’anno: -10, -15, volte persino di più. Alcuni parenti del Marito vivono da decenni in Canada ed io, al solo sentire di cose tipo “trentagradisottozero” (che da quelle parti non sono poi così strani), inizio a soffrire di assideramento a distanza.
Me lo chiedevo, quindi, senza il coraggio di fare davvero la domanda ad alta voce, quella che segue il “Ma come fanno a resistere?”, subito accompagnata dall’immancabile risposta: “Eh, ma è un freddo “secco”!”
Sarà pure secco, ancor più del prosecco Franciacorta, ma io ricordo anni fa un capodanno in montagna a -10 e ricordo anche che dopo circa cinque minuti fuori casa iniziavo a non sentire più naso, mani, piedi.
La prospettiva di vita zurighese, con annessi inverni, ammetto sia quindi stata una delle meno accattivanti dell’intero pacchetto, anche se, nuovamente, qualcuno ha rievocato la famosa frase: “Eh, ma è un freddo secco, non si sente tanto”.
Premesso che mi par di capire che quest’anno il freddo “vero” ancora non si sia visto, che i famosi -15 col vento polare in accompagnamento hanno finora disertato l’appuntamento, e che mi auguro vivissimamente che continuino così per tutta la stagione (illusa), penso finalmente di essere riuscita a darmi una risposta alla atavica domanda.
Il freddo “secco” è quella condizione climatica per il cui termometro ti comunica che fuori ci sono circa 5 gradi sotto lo zero. Tu esci di casa aspettandoti l’apocalisse, di non riuscire nemmeno a inspirare senza che ti si congelino istantaneamente i bronchi, invece, dopo qualche minuto di permanenza all’esterno, ti dici convinta: “No, non possono esserci 5 gradi sotto zero, non fa così freddo. Il termometro sarà tarato male”. E che quindi hai imparato che quattro maglioni, oltre alla tuta termica, sotto il piumino non servono. Uno è sufficiente.
Il freddo “secco” è sempre accompagnato da abitazioni molto riscaldate, che quando entri il primo istinto è quello di spalancare le finestre ed abbassare il termostato o, alternativamente, di tirar fuori il costume da bagno. Maglioni di lana, pile e attrezzature invernali indispensabili alle latitudini della Lombardia sono oggettivamente fuori luogo per la frequentazione dei luoghi chiusi, salvo che tu voglia torturarti sperimentando un bagno turco indesiderato. Non parliamo proprio dell’illusione di poter utilizzare un piumone quattro punti di calore nel letto: sarebbe l’immediata condanna ad infinite notti insonni.
Il freddo “secco” è quella condizione climatica per cui se la percentuale di umidità dell’aria in casa tua è del 50%, dopo avere aperto un po’ le finestre per arieggiare (vedi sopra), questa cala a picco in non più di cinque minuti e, per non far prosciugare completamente l’apparato respiratorio di tuo figlio treenne, è imperativo l’utilizzo continuo e costante di un efficiente umidificatore che ti dirà, nonostante la tua costernata sorpresa, che l’umidità della stanza è scesa al 28%.
Il freddo “secco” è pressoché impermeabile alle effettive condizioni meteorologiche: che piova o ci sia il nebbione nulla cambia. Diventa solo ancora più secco se nevica o se tira il famigerato vento.
E in quest’ultimo caso, allora, son davvero dolori: perchè se arrivano i -15 con la bora polare, giuro, io non esco più di casa fino al solstizio d’estate anche se, di per sé, non è affatto garanzia di tepore in arrivo.

UNA COPERTA DI STELLE

Che io sia donna di mare è fatto incontestabile al di là di ogni dubbio. Che solo lì, in prossimità, col rumore delle onde e i piedi nudi sulla spiaggia riesco a sentirmi davvero in pace (in realtà mi capita anche durante lo yoga, ma questa è un’altra storia), come se solamente in quella condizione io fossi davvero “a casa”.
Che la vita, in verità, non mi abbia finora concesso di starci così vicino è un altro fatto e, anzi, il trend sembra quello del progressivo allontanamento, ma anche questo è un altro tema.
Devo però ammettere che, da quando ci siamo trasferiti in Svizzera, sto rivalutando il paesaggio alpino, nonostante le temperature non proprio accoglienti per i miei gusti e quella certa loro asperità che in alcuni momenti tende ad inquietarmi un po’.
Durante il weekend abbiamo ancora una volta vissuto il mensile pendolarismo attraverso il Gottardo di cui, confesso, molto spesso farei volentieri a meno (sia del pendolarismo che del tunnel, in verità ;-)), ma d’altra parte, avendo voluto la bicicletta, ovvero un bel corso di formazione quadriennale in materia yogica, ora mi tocca pedalare.
Lo faccio volentierissimo, non fosse per quell’avanti e indietro di 600 km in 48 ore che non è proprio il massimo del relax da fine settimana, né per me, né per la famiglia.
Comunque, per tornare al tema, questo moto perpetuo mi sta dando qualche possibilità di scoprire cose che non sapevo: tipo che le montagne brillano al buio di luce propria, che se c’è anche un pochino di neve e un po’ di luna lo spettacolo rischia di diventare qualcosa di meraviglioso.
Venerdi sera c’era nebbia lungo la strada, quella coltre biancastra indistinta che ti fa perdere l’orientamento fuori e dentro.
Poi, all’improvviso, salendo verso le Alpi, l’apparente miracolo: il profondo blu della notte, quella vera, senza le luci della città, rischiarato dalle vette degli monti innevati, dal biancore della luna quasi piena e, sopra, solo una coperta di stelle.
E, stranamente, forse per la prima volta nella vita, mi sono sentita bene in mezzo a quelle cime irraggiungibili, nel mezzo del buio e del silenzio, sotto l’immobilità di quella coperta di stelle che mi faceva sentire stranamente protetta, al sicuro e in pace.

IL VENERDÌ DEL LIBRO: “VIAGGI e VIAGGETTI”

Le cose di cui, in questi ultimi mesi/anni, da quando è nato mio figlio insomma, sento di più la mancanza sono esattamente due: i libri e i viaggi. Troppo poco tempo per leggere quanto vorrei e troppe poche energie/opportunità di intraprendere “certi” viaggi con un neonato e un bimbo ancora abbastanza piccolo.
Quando in libreria (in una delle mie sempre più rare incursioni italiane) ho visto “Viaggi e viaggetti. Finchè il tuo cuore non è contento” di Sandro Veronesi non ho potuto far altro che pensare immediatamente: “È mio!
Conoscevo l’autore per aver letto solamente il celeberrimo “Caos calmo” che ho amato moltissimo e che rientra senza ombra di dubbio nella mia personale classifica dei libri più belli di sempre.
Non ho avuto nessun esitazione, quindi, a farmi tentare da questa sua ultima novità, tutt’altro genere rispetto al romanzo di cui sopra, trattandosi di alcuni racconti di viaggio dell’autore che abbracciano un periodo abbastanza lungo, dal 2005 al 2012.
Ci vengono raccontate gite fuori porta o vacanze in Italia (Courmayeur, Venezia, la Sardegna…), viaggi in Europa (Mosca, Anversa, Amsterdam, Lisbona, Parigi, Londra…), accanto a destinazioni dall’altra parte del mondo: Perù, Stati Uniti, Messico. Tutte esperienze comunque narrate dal personalissimo punto di vista dell’autore che, viaggiando da solo o con la famiglia, per lavoro o per piacere, condivide con il lettore il suo sguardo sul mondo, sui luoghi, sulle persone incontrate lungo il cammino. Perchè niente, si sa, più del viaggio è metafora dell’intera esistenza umana.
Commovente per come è riuscito ad incontrare il mio vissuto il racconto della vacanza a Serifos, piccolissima isola delle Cicladi, e il glorioso finale “dall’alto” di Teotihuacàn: “Stupito, ispirato, ci sono. E sento per un breve istante che tutto è rivelato, tutto è chiaro e in equilibrio, dentro e fuori di me”.

Questo post partecipa a: “Il venerdi del libro” di Homemademamma (che, per inciso, è anche mia “vicina di casa” 😉 )

LUCERNA: CITTA’ DELLE LUCI

Lucerna - Kappelbruecke (foto Carlotta G.)

Lucerna - Kappelbruecke (foto Carlotta G.)

 

Questa volta noi non siamo riusciti a vedere le luci di Lucerna addobbata per Natale, contiamo di farlo la prossima. La nostra domenica fuori porta (meno di un’ora di autostrada da Zurigo) non è arrivata fino all’ora del tramonto, così da assistere allo spettacolo delle luci per la festa: viaggiare con un bambino di tre anni comporta ancora qualche esigenza particolare da rispettare, tipo la nanna pomeridiana, un certo limite di resistenza fisica e il fatto di evitare le temperature sotto zero che incombono non appena il buio si avvicina.

Ma per noi Lucerna è stata davvero “la città della luce”: in una giornata incredibilmente limpida e tersa, il cielo senza l’ombra di una nuvola, né un filo di vento. Fredda, gelida durante la mattina (d’altra parte siamo a Dicembre) ma, neppure se avessimo potuto immaginarla, avremmo pensato di visitare la “città più bella della Svizzera” (secondo la definizione della Lonely Planet) con un cielo come quello di ieri. E, solo qualche mese fa, mai avrei immaginato di vedere un simile blu mediterraneo qui, nel “freddo nord”.

Lucerna è una città piccola che nella parte storica si visita tranquillamente a piedi, affacciata sull’omonimo lago (il famoso “Lago dei Quattro Cantoni“) e sul fiume Reuss le cui due sponde sono unite dal celebre ponte coperto “Kappelbrücke“, le bellissime vie del centro pedonale, l’elegante passeggiata a lago con le maestose montagne innevate sullo sfondo, e ancora la luce accecante di una giornata d’inverno che richiama dal fondo della borsa gli occhiali da sole.

Ieri la città era letteralmente invasa da turisti, italiani soprattutto (tanto che ci siamo domandati se qualcuno, in Italia, fosse ancora rimasto o se tutta la popolazione avesse deciso di farsi un giro oltre confine ;-)) alla scoperta dei mercatini di Natale o, semplicemente, di un gioiello reso ancora più prezioso dall’atmosfera delle feste imminenti. Noi al mercatino della Hauptbahnhof (la stazione centrale) abbiamo dato giusto un’occhiata, non siamo particolarmente amanti del genere, oltre al fatto che la belva sotto il metro si stanca subito e l’autonomia da shopping è estremamente limitata.

Abbiamo anche fatto una rapida, ma doverosa, tappa al Löwendenkmal, il famoso monumento al leone morente, col sottofondo del Patato che continuava a domandare: “Ma pelchè gli hanno fatto del male???”

Come nota “di servizio” per chi visita Lucerna coi bambini si sappia che, come in tutte le città svizzere visitate finora, l’accoglienza dei piccoli ospiti è sempre eccellente, i servizi igienici sono ovunque e li trovi senza neppure avere davvero bisogno di andarli a cercare. Noi per la pausa pranzo di ieri abbiamo optato per una soluzione estremamente pratica, sicuramente meno caratteristica ed affascinante dei tanti ristoranti di cui la città è ricchissima, ma che può essere un ottimo jolly per una pausa informale e di buona qualità, senza tra l’altro dover spendere una fortuna (il grande problema del turismo in Svizzera è il costo spesso stratosferico dei pasti): il self service all’ultimo piano di Manor, grande magazzino diffuso in tutto il Paese che, in alcuni punti vendita, mette a disposizione anche il ristorante Manora. Quello di Lucerna, all’ultimo piano del palazzo del centro che lo ospita, offre anche una meravigliosa terrazza panoramica (da sfruttare appieno nella bella stagione, o se non si è troppo freddolosi!)

Questo post partecipa a “Fotoviaggiando del lunedì di Patato Friendly

OVVIETA’

Si sa che, a volte, spiegare ai bimbi piccoli concetti “qualitativi” può avere in sé qualche difficoltà.

“Patato, tu preferisci avere tanta pappa cattiva, o poca pappa buona?”

“Tanta pappa buona, io!”

Non avevamo dubbi in proposito, noi.

“E se non puoi scegliere di avere tanta pappa buona?”

Allola, poca pappa buona!”

Ovvio, no???

 

ESTREMI RIMEDI

La prima volta che ne sentii parlare, in via più o meno ufficiale , risale ormai a ben più di dieci anni fa.
Un sabato sera di giugno fui spedita al pronto soccorso da una poco pietosa gastroenterite estiva che nell’arco di poche ore mi aveva ridotta a una specie di cadavere disidratato.
Ricordo che il medico dell’ospedale chiese a mia madre se avevo preso qualcosa e alla sua risposta: “Qualche sorso di camomilla“, ribattè contrariato: “La camomilla va malissimo, stimola il vomito. Ci voleva della Coca Cola ghiacciata”.
Ormai ero passata alle flebo e archiviai l’informazione come la sortita di un personaggio in vena di scherzi di pessimo gusto, o, in alternativa, un po’ fuori di testa.
Ogni tanto mi capitava di sentire in giro che, in caso di bambini indisposti, quella davvero faceva miracoli.
Dopo la nascita di mio figlio comprai questo serissimo libro e, in occasione della sua lettura, mi imbattei con grande sorpresa in una grande rivelazione: loro, i pediatri antroposofi, non lo consigliano per intuibili motivazioni, ma l’assunzione di Coca Cola viene espressamente indicata nei rimedi anti-nausea e anti-vomito.
Io, donna di poca fede, ancora non mi fidavo. Sarà che l’idea di far bere “quella cosa” ad un lattante mi pareva leggermente criminale, per me poi che ne avevo addirittura bandito totalmente il consumo durante la gravidanza.
Arrivò, però, il giorno in cui il problema tornò ad essere nuovamente affare diretto della sottoscritta e, dopo ore di agonia, decisi che, come ultima chance prima del pronto soccorso, valeva la pena di provare. Tanto, peggio di così.
Ecco: la rivelazione, il miracolo. Pochi minuti e la metamorfosi, altro che flebo.
In sintesi estrema il rimedio “off label” funziona, da dio. E dopo aver fatto da cavia l’ho utilizzato anche su mio figlio che la scorsa settimana ha dovuto essere recuperato da scuola in stato comatoso per lo stesso dannatissimo malanno che, ormai, non conosce più età, stagioni, latitudini.
Ecco, magari quelli della “The Coca Cola Company” potrebbero non essere contentissimi se si spargesse la voce di questo utilizzo, che, insomma, non fa molto figo dire che uno beve “Coke” dopo aver finito di vomitare l’anima. Ma credo, scherzi a parte e molto seriamente, che sia bello invece sapere di poter contare su una soluzione semplice, a portata di mano e a costo irrilevante, senza effetti collaterali (beh, almeno non peggiori di quelli di certi farmaci, va’) e di efficacia formidabile, per un disturbo banale, ma purtroppo estremamente fastidioso per tutti, soprattutto per i bambini facilmente esposti a disidratazione.
Così ho deciso che adesso lo dico a tutti quando capita l’occasione, e lo scrivo pure sul blog.
Da ultimo: modo e tempo di assunzione. Deve essere fredda (alcuni addirittura dicono di farla ghiacciare completamente e farne sciogliere in bocca piccolissime scaglie, io così non ho mai provato), sorsi piccolissimi ad intervalli di qualche minuto l’uno dall’altro. Per i bimbi molto piccoli (che non siano abituati a berla) va diluita: due dita con un po’ d’acqua.

N.B. Inutile dire che le informazioni contenute in questo post non hanno alcuna pretesa di sostituire diagnosi o prescrizioni mediche, ma sono semplicemente frutto di esperienze che l’autrice del blog ritiene utile condividere con i lettori. In caso di malessere intenso e persistente, soprattutto in neonati e bambini piccoli, è d’obbligo rivolgersi al medico per le opportune valutazioni e terapie.