BASILEA

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Non ho ancora incontrato una città svizzera “brutta”, tutte quelle che ho visto finora (non tantissime a dire il vero, ma credo sufficienti a farsi un’idea di massima), meritavano senz’altro una visita. Basilea non fa eccezione.

La città vecchia, quindi il  suo nucleo storico è adagiato sulle sponde del Reno che scorre maestoso nel mezzo. Sulle rive palazzi storici, abitazioni eleganti, chiese e musei. Un numero impressionante di musei, tanto da essere la città svizzera con la più alta concentrazione di musei e gallerie d’arte, come testimonia l’ormai celeberrima Art Basel, oggi “esportata” anche in altri paesi del mondo.

 

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Il nostro sabato a Basilea è stato molto meno glamour e più low profile, come spesso capita alle famiglie con bambini, oltre al fatto che, essendo la nostra prima volta in città, volevamo semplicemente “dare un’occhiata in giro”, respirarne l’atmosfera, girovagare senza meta per strade, vicoli e piazze.

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Così è stato, in effetti, grazie ad una splendida giornata di sole quasi primaverile. Non abbiamo però potuto mancare l’ormai classica “arrampicata” sulle torri della cattedrale, meno impegnativa per durata rispetto ad altre esperienze simili, ma decisamente sfidante per questioni di spazi interni e con rischio claustrofobia decisamente dietro l’angolo!

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ANALISI SOCIOLOGICHE DI UN SETTENNE.

 

Eravamo in auto, di ritorno dalla spesa al supermercato. Svoltiamo al semaforo e rischiamo di investire un ragazzo che, con tutta la migliore calma dell’universo, attraversa la strada sul passaggio pedonale a semaforo rosso. Parte il clacson del Marito, senza che l’adolescente sciamannato faccia il minimo cenno di darsi una mossa.

“Ma perché fa così?” domanda la Creatura, per poi proseguire: “Ah… forse è così perché è diventato grande, magari gli hanno comprato il telefono per la prima volta e sta un sacco di tempo ad ascoltare la musica…”

Analisi sociologiche di un settenne. Ecco.

 

PARITA’ DI GENERE

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(Immagine tratta dal sito http://www.nardonegroup.org)

 

Ormai da qualche tempo si leggono spesso articoli, post e commenti vari sul tema “la responsabilità di educare figli maschi”. Ben in anticipo sulla tematica terrificante del “femminicidio”, mi capitò di leggere, secoli addietro e quando l’ipotesi di diventare madre neppure si affacciava alla soglia della mia testolina, Crescere figli maschi, prestato da una collega di lavoro che di maschio ne aveva uno, dopo una figlia femmina.

Se qualcuno ha pensato che fosse addirittura utile scrivere un libro sul tema, in momenti, ripeto, in cui tutto il parlare della violenza sulle donne non era ancora diventato il tema del giorno, probabilmente qualche ragione, anche profonda, esiste.

E premesso che consiglierei a tutti (non solo alle madri, ma pure ai padri) la lettura di questo libro, che a distanza di davvero tanti anni continuo a ricordare come estremamente interessante, devo confessare di essermi un poco stufata di continuare a leggere ovunque, come fosse diventato il mantra salvatore dell’umanità, di questa grande, speciale, spaventosa responsabilità delle madri di educare “adeguatamente” i propri figli maschi.

Premesso che i figli non sono educati esclusivamente dalle madri, che i padri rivestono un ruolo fondamentale nell’educazione della propria progenie, a maggior ragione di quella del loro stesso sesso, che il compito educativo non risiede solo ed esclusivamente nella famiglia ristretta, ma anche in quella allargata, così come nella scuola, e in tutti gli altri ambiti sociali dove i bambini svolgono attività e manifestano la loro personalità.

Anche ammesso di volere dare per assunto che l’educazione dei genitori – e nello specifico delle madri – abbia un ruolo davvero decisivo nel plasmare la natura, il carattere, i comportamenti dei figli (e qui torneremmo all’atavica questione dei molti idioti figli di genitori eccezionali, e viceversa), io credo onestamente che le madri di figli maschi e di figlie femmine abbiano LA STESSA, IDENTICA E SACROSANTA RESPONSABILITA’ nel crescere ed educare le proprie creature.

Volendo essere un po’ brutali, ma senza alcun intento polemico, la questione potrebbe essere così sintetizzata:

come le madri di figli maschi hanno il compito di guidare i propri figli sulla strada del rispetto e della considerazione per qualsiasi essere umano – a maggior ragione se di sesso opposto – le madri di figlie femmine hanno il compito, altrettanto gravoso e sacrosanto, di educare le proprie bambine a NON DIVENTARE DELLE VITTIME, a sviluppare quelle caratteristiche e competenze di indipendenza, sicurezza di sé, determinazione e forza che faranno la differenza in ogni aspetto della propria vita, presente e futura. 

Perché, ricordiamoci sempre, che un carnefice (di qualunque sesso sia) può esistere solo dove esiste una vittima. E non sono cose che mi sto inventando io. Un bel “vaffa…” assestato insieme ad un calcio dove non batte il sole, può risolvere davvero parecchi problemi.

INCONTRI

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Sale una ragazza sul treno, con in braccio un bellissimo bimbo di sette mesi, di quelli con guanciotte che mangeresti di baci. È giovane per l’età in cui mediamente ora le donne diventano madri. E’ affannata e bagnata, fuori piove, e le braccia non hanno altro spazio per reggere qualcosa di diverso da figlio e borsetta. Risponde ad un vecchio cellulare Nokia non più sul mercato da secoli, dell’epoca in cui gli smartphone erano ancora di là da venire. Dice al compagno via etere di non disturbarsi a venire a prenderla in stazione, che ce la fa da sola, si arrangerà anche se è senza ombrello.
Termina la conversazione e guarda il mio libro appoggiato sul tavolino:

Posso vederlo?”
“Certo, prego!”

Legge avidamente, mentre cerca di intrattenere il piccolo, irrequieto negli stimoli del vagone ferroviario.
Mi porge il libro:


“Ma secondo te c’è un senso?
Indipendentemente da quello che dice lui, o da quello che possa dire chiunque altro. Secondo te c’è un senso?”