ENERGIE

Ci sono giorni si e giorni no, come per tutti, anche per le mamme in anno sabbatico.
Qualche volta ci si alza dal letto un po’ così, magari dopo una notte non proprio riposante, e la giornata appare davvero in salita. Sarebbe troppo bello restare a poltrire sul divano, leggendo un bel libro o la rivista preferita, cercando di riprendersi per arrivare almeno al minimo sindacale. Ma il Patato non fa sconti, e’ operativo e scattante dal momento stesso in cui apre gli occhi ed inizia a reclamare il suo biberon di latte (indicativamente intorno alle 6.00 del mattino!) Meno male che c’e’ suo padre, perche’, confesso, alcuni giorni da sola, a quell’ora, non ce la farei.
Poi penso a quando mio figlio ancora non c’era e mi dico che, in realtà, non e’ cambiato poi molto: per anni, anche a fronte di notti così così, arrivava l’implacabile sveglia che mi doveva portare in ufficio e, salvo situazioni davvero serie, lo sforzo grande di arrivare al lavoro si faceva comunque.
Ma, da quanto posso ricordare, in azienda nessuno mi hai mai sorriso con due bellissimi occhioni blu, gridando: mamma!
Resta comunque il tema di un ciclico deficit di energie, sarà l’età. Ahimè.
Voglio spendere energia in qualcosa che mi dia energia. Che mi ripaghi di forza e calore. Di luce e di sole.

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LO YOGA DELL’ALTALENA

Stamattina ho deciso di cambiare il nome di questo blog. Da “Diario di una mamma in anno sabbatico” a “Diario di una mamma alla neuro deliri”. Altro che aver smarrito il senso del tempo, sono pure riuscita a sbagliare giorno della vaccinazione di mio figlio. Ero convinta fosse il 31!
Per lo meno il Patato, grazie alla madre rincitrullita, ha beneficiato di un giorno di vacanza extra dal nido e approfittando della bella giornata ce ne siamo andati ai giardinetti, animati da una strana quiete mattutina, non ancora spazzata via dal furibondo vociare pomeridiano di visitatori di tutte le età.
Come quasi sempre succede, il Patato ha voluto accomodarsi sull’altalena, ma negli ultimi tempi ho notato grandi cambiamenti nel suo piccolo essere.
Si siede comodo e con calma, appoggiando le manine sul bordo del seggiolino e si lascia spingere, immobile, su e giù, aspettando di prendere velocità. Poi piega la testa all’indietro, verso il cielo, aspettando di sentire l’aria che gli accarezza la faccina. E ride.
C’è un concetto nello yoga definito consapevolezza, che indica la capacita’ di essere presenti a se’ stessi e alla realtà che viviamo, momento per momento, senza lasciarsi disturbare da nessuna interferenza interna o esterna. E’ la capacita’ di vivere il qui ed ora. Di assaporare ogni attimo dell’esistenza come fosse eterno.
Forse ho un bambino yogico. Magari tutti quei seminari in gravidanza hanno avuto qualche effetto. Magari, a neppure due anni, ha già raggiunto l’illuminazione (lui!)

LA TERRA TREMA

La terra trema, e io con lei.
Proprio quando dovrei essere il più ferma e salda possibile nel mio baricentro. Ho familiari e amici nelle zone colpite dal terremoto e anche per loro dovrei rimanere in piedi più decisa e sicura che mai.
Nulla e’ nelle nostre mani, se non lo sforzo della volontà e la speranza che domani potremo voltare pagina.

EDUCARE FIGLI MASCHI

E’ di un paio di giorni fa l’ennesima agghiacciante notizia di un uomo che ha ucciso (si ipotizza per “gelosia”) la moglie ventisettenne, incinta, e madre di un altro bimbo di cinque anni.
Il fatto che, nello specifico, vittima e carnefice siano stranieri probabilmente non aggiunge molto al fatto in se’, considerando il numero e la frequenza di questo genere di episodi che coinvolgono persone di tutte le età, origine e cultura.
Da qualche tempo si da’, giustamente, grande risalto a questi fatti e da più parti giungono appelli per fermare questa continua carneficina senza senso.
Un tg, nel trasmettere la notizia di Piacenza, sottolineava che, pare, il marito assassino fosse spalleggiato dalla propria madre, giunta recentemente dall’India proprio per “aiutare” il figlio, a suo dire vittima di una moglie troppo emancipata ed occidentale per la loro cultura. Non so se questo sia vero, ma la cosa mi ha portato a qualche ulteriore riflessione.
Parecchi anni fa, quando la sola idea di un figlio era ancora lontana anni luce dalla mia esistenza, una collega mi presto’, per caso, il libro “Crescere figli maschi” di Steve Biddulph che, tempo dopo, io regalai ad una cara amica in occasione della nascita del suo primo figlio, maschio.
Avevo trovato la lettura, oltre che piacevole, estremamente interessante, poiché parte dal presupposto che maschi e femmine siano biologicamente diversi e che tale diversità si rifletta in modo significativo nel comportamento di bambini anche molto piccoli (estremizzando ed esagerando un po’: le creature di sesso maschile sono spesso “vittime” del testosterone che ne influenza alcune azioni sin dalla primissima infanzia).
Ciò, naturalmente, non vuole essere una scusante, ne’ tantomeno una “giustificazione” a comportamenti censurabili quali quelli di cui stiamo parlando. Anzi.
Lo spunto nasce proprio dal fatto che su una certa predisposizione si può, e si deve, lavorare.
Con l’educazione, con la cultura.
Mostrando al bambino, anche piccolissimo, modelli di comportamento e di relazione “sani”, che manifestino il rispetto per l’altro, che diano esempi di condivisione e non di contrapposizione o addirittura di svilimento o disprezzo.
E la cultura e l’educazione dei figli, quantomeno nel nostro Paese, sono ancora molto nelle mani delle madri. Madri che, proprio per questo motivo, sono spesso accusate, anche giustamente, di crescere “mammoni” irresponsabili ed incapaci, viziati quando va bene e capaci di chissà quali nefandezze quando va peggio.
La sorte mi ha dato la responsabilità di crescere ed educare un figlio maschio. Ed e’ una responsabilità che sento moltissimo, che si ravviva nella mia mente ogni volta che mi trovo a leggere queste infauste notizie.
Credo che ci sia davvero una grande possibilità di cambiamento e una grande speranza: partiamo dalle madri.

DISASTRO IN CUCINA

Ho decisamente perso la mano in cucina, ormai e’ ufficiale. Quasi due anni di mancata pratica e il poco tempo dedicato esclusivamente a pappette per neonati e brodini vegetali mi hanno dato il colpo di grazia. Non che fossi mai stata chissà che grande cuoca, ma negli ultimi anni prima dell’avvento del Patato mi ero abbastanza allenata e dilettata, anche grazie alla convivenza con una buona forchetta. Soprattutto nel periodo precedente la gravidanza, e poi nausee permettendo, mi capitava spesso di sperimentare e produrre, e capitava pure che qualche amico sedesse molto volentieri alla mia tavola. Poi, il buio. Salvo un illusorio ed inspiegabile exploit il giorno successivo al rientro a casa dopo il parto, dedicato a fare il pesto col basilico del mio balcone, forse uno strano tentativo di dimostrare a me stessa che non erano cambiate così tante cose.
Ora sono davvero fuori allenamento, faccio tutto male, in fretta. Rompo, brucio, mi dimentico di dettagli essenziali, insomma mi sento un irrimediabile disastro. E me ne dispiaccio molto, perche’ continuo a sentire forte l’esigenza di fare cose con le mani, di produrre da me quello che mangerò e che mangerà la mia famiglia, di vedere nascere da poche materie prime qualche piccolo miracolo che finirà nei nostri piatti a cena. Insomma, ho voglia di recuperare. Mio marito mi ha regalato per il compleanno un corso alla Scuola della Cucina Italiana. Speriamo che funzioni e che non sia davvero troppo tardi.

FEBBRE E DILEMMI

Dopo una fortunata tregua di un paio di mesi, e senza alcun segno premonitore, al Patato e’ tornato il febbrone. E, ogni volta che capita, io mi ritrovo a fare un bell’esame di consapevolezza, giungendo alla conclusione di non essere ancora in grado di gestire la cosa. Passo le ore combattuta tra due opposti estremi, quello per cui la febbre e’ un sintomo del corretto funzionamento del sistema immunitario e che, quindi, non deve essere combattuta (cosa di cui per principio sono convinta), e quello che mi porta a voler far cessare il prima possibile la sofferenza di una piccola creatura indifesa. Potrei forse riuscire a resistere meglio se, in queste circostanze, mio figlio, da diavoletto scatenato, non si trasformasse in quell’esserino immobile e muto che e’ davvero molto lontano dal suo essere. Steso nel lettino, col pupazzo preferito stretto tra le mani e uno sguardo stranamente rassegnato che pagherei l’impossibile per non vedere mai più. Così ogni volta cedo. Dopo aver resistito qualche ora, nella speranza di una febbre mordi e fuggi, mi arrendo vergognosamente all’antipiretico di turno, paga di vedergli restituita qualche ora di effimero sollievo, in attesa che il ciclo ricominci.
Per fortuna al momento posso permettermi il lusso di essere a casa con lui e consolarlo con tutte le coccole del caso, senza sentirmi in colpa per aver messo in difficoltà senza preavviso i colleghi di lavoro, o, viceversa, per averlo “abbandonato” nelle mani della pur bravissima Tata, distruggendomi in assurdi salti mortali per essere contemporaneamente a casa, in ufficio, dal pediatra, in farmacia e a fare la spesa settimanale, che e’ sabato, ma questo fine settimana, managgia, mio marito lavora.

IL SENSO DEL TEMPO

Credo di aver smarrito il senso del tempo. Da quando ho smesso di lavorare mi trovo spesso in serie difficoltà a rispettare orari e scadenze. Mi pare di essere sempre in grande anticipo sulle mie tabelle di marcia e, invece, sono sempre in un inesorabile ritardo.
Dovevo prendere un treno che, tradizionalmente, fa molto attendere i viaggiatori, ma non aspetta nessun ritardatario. Ero addirittura convinta di poter passare a comprare dei fiori prima di andare alla stazione. Per fortuna e’ subentrato un attimo di lucidità residua. Sono arrivata con un anticipo di cinque minuti, giusto in tempo.
Devo ancora trovare una spiegazione a tutto questo. Sono sempre stata terribilmente puntuale, anche troppo. In alcuni periodi della vita ero irrimediabilmente in anticipo e mi toccava sempre sprecare tempo nell’aspettare gli altri, il più delle volte irrimediabilmente in ritardo.
All’inizio del mio anno sabbatico pensavo che avrei avuto tantissimo tempo per fare tantissime cose. Fino ad ora sono riuscita a farne pochissime.
Il tempo e’ soggettivo, si contrae o si dilata, ma non e’ mai sufficiente a contenere quello che siamo, o quello che vorremmo essere.

NUOVI TABU’?

E’ diventato un tabù il caso della donna-madre che sceglie – potendo – di non lavorare?
O almeno di non lavorare più nel modo convenzionale in cui lo faceva prima di avere un figlio?
Sembra quasi che oggi, complici probabilmente le catastrofiche condizioni economiche di recessione e disoccupazione, scelte “diverse” siano considerate “eretiche”, quando non addirittura segnali di un precario equilibrio mentale che richiederebbe un tempestivo trattamento sanitario.
Chi ha un lavoro dovrebbe quindi tenerselo ad ogni costo, oggi più che mai, evitando di porsi le vere domande che scelte di questo tipo dovrebbero ragionevolmente sollevare anche nell’interlocutore.
A quale prezzo questa donna-madre potrà tenersi il lavoro? Quali saranno i reali costi economici, emotivi, umani a cui lei stessa e la sua famiglia andranno incontro? Nonostante le migliaia di parole continuamente spese sul tema della conciliazione di maternità e lavoro o, più in generale, del work life balance, mi pare che ad oggi nessuno si sia preso carico di esaminare in modo serio le origini del problema, né di proporre reali soluzioni. Le uniche cose illuminate penso di averle lette nel bellissimo libro di Giuliana Mieli “Il bambino non è un elettrodomestico” o, con altro taglio e punto di vista, nel commovente “Mamma senza paracadute” di Lidia Castellani.
Ma oggi, probabilmente, non è (più) il momento di avviare discorsi di questo genere; c’è la recessione, la disoccupazione galoppante. Altri problemi, altre priorità.