COME “BIG FISH”

 

varietè

Capita di uscire di casa, un caldo sabato sera d’agosto, per fare due passi e sbirciare la “Sommerfest” del centro sociale del quartiere, quello che da anni cercano di far sgomberare, quello contro il quale una parte degli abitanti ha giurato guerra a vita, perchè “fa troppo rumore“.

Capita di attraversare una stradina poco illuminata e ritrovarsi catapultati in pieno “Big Fish”: un’acrobata del circo che, in costume, fa piroette nel buio, forse per allenarsi in vista dello spettacolo del giorno successivo. Mentre sul palco si suona musica techno – non la mia preferita, in effetti, – intorno ad un falò giocano e corrono bimbi decisamente sotto il metro di altezza, mentre tutto intorno è un bizzarro miscuglio di giovani e meno giovani, famiglie, donne incinte, tutti che ballano, cantano, chiacchierano, mangiano e bevono.

Poco più avanti, nell’oscurità più assoluta, una voce, appena udibile pochi metri prima, richiama spettatori per “l’ultimo spettacolo di magia della giornata“: c’è una vecchia carrozza, tipo quelle del far west, a cui si accede salendo tre gradini, che ospita un minuscolo teatro – 13 posti in tutto – allestito con panchette ricoperte di velluto scuro, lo stesso colore del minuscolo sipario. L’ambiente è comunque climatizzato, sarebbe altrimenti impossibile sopravvivere una volta chiusa la porta di accesso, e praticamente isolato acusticamente dal frastuono circostante. L’inizio dello spettacolo è annunciato dalla musica di un vecchissimo carillon, attivato a richiesta del mago dalla spettatrice seduta in prima fila. Il mago è vestito di nero, con un cappello risalente a qualche secolo precedente, che spesso si presta a collaborare ai suoi giochi di prestigio. Giochi interattivi con quel pubblico minuscolo, ma assolutamente partecipativo, anche se un terzo degli spettatori non ne capisce lingua. Bastano una candela, un aspira-briciole, qualche paillette luccicante, una carta da gioco, una pallina di lana e un vecchissimo 45 giri: la magia è fatta. Mezz’ora dopo, scendendo i gradini della carrozza e tornando al buio profondo della sera, hai l’impressione che il mondo, volendo, potrebbe essere davvero un luogo migliore. 

Ormai è tutto silenzio, il concerto è finito, così come la lunga giornata di spettacoli, e anche il furgoncino della polizia si è evidentemente diretto verso altre priorità.

Questa è quella che io chiamo “l’altra Zurigo”, quella sotterranea, spesso invisibile dalla cima dorata dei campanili del centro, dalle lussuose e inavvicinabili boutique di lusso, dai locali sfavillanti di perfezione e pretesa eleganza. E quella che fa da spartiacque e contrappeso all’illusoria perfezione di questa città, al suo rigoroso ordine, alla sua compostezza, suo silenzio ostentato. E’ l’altra Zurigo che si incontra camminando per strada in alcuni quartieri, semplicemente guardandosi intorno, sollevando lo sguardo verso l’alto, o lasciandosi distrarre dalla vetrina di un negozio di parrucche, dal take away di specialità persiane, dalla società di disinfestazione che espone insetti giganteschi, o della psicologa astrale, che ti domandi come diamine possa permettersi di pagare l’affitto. E’ quella città in cui ti domandi come possa esistere il senzatetto alcolizzato che si alza a fatica dai gradini in cui è sprofondato per andare a buttare la bottiglia di vodka nel vicino cestino dei rifiuti, quella in cui potresti incontrare in tram un senza fissa dimora che parla quattro lingue, e tu ti chiedi come possa essere finito a fare quella vita.

Se dovessi spiegare cosa amo di più di questa città (perché, davvero, ci sono momenti in cui mi rendo conto di amarla follemente, spesso contro ogni logica), penso sia questo: la sensazione di vedere e toccare con mano mondi apparentemente distanti come galassie che vivono in un continuo alternarsi e sfiorarsi, in una bolla in cui c’è spazio per tutto e per tutti, uniti da un’armonia surreale e logicamente impossibile, come nei film di Tim Burton e come nel filo rosso che unisce realtà e illusione del misterioso mago della carrozza.

Credo sia una grazia saperla vedere, di cui davvero ogni giorno ringrazio, perché rende la vita migliore e fa spesso sperare in un futuro diverso da quello che sembra segnato.

 

P.s. il Varieté Triché ha anche un suo sito internet e chissà, magari un giorno potrebbe capitarvi di incontrarlo sulla vostra strada.

P.s. 1 se per caso non avete mai visto “Big Fish”, guardatelo.

 

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SI RICOMINCIA

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(Immagine tratta dal sito http://www.manor.ch)

Confesso, le cinque settimane di vacanza sono volate, con l’eccezione di qualche momento trascorso a casa, con la Belvetta incarognita da lamenti della serie:

Mi annoioooo!!!! Non so cosa fare!!! Cosa faccio qui tutto solo?!?! Io voglio i miei amici!”

E pazienza se, naturalmente, le opzioni alternative al “non so cosa fare” sarebbero state quasi infinite, tra innumerevoli tipologie di giochi di vario genere, disegni, letture, costruzioni e così via.

In ogni caso il problema è finito: scavallata l’ultima settimana di sopravvivenza tra le quattro mura domestiche, anche grazie ai mitici corsi sportivi proposti dalla città di Zurigo, siamo ormai al countdown: lunedì si ricomincia, o meglio, si comincia la vera avventura della SCUOLA VERA. 

Dopo un periodo che ormai percepisco quasi infinito di Kindergarten, inizia l’avventura della primaria, rispetto alla quale – ad onor del vero – mio figlio non pare affatto interessato. 

La sua massima preoccupazione di questi giorni è stata quella di capire se e come potesse evitare l’adempimento dell’obbligo scolastico, magari anche emigrando all’estero, ivi compresa qualche landa sperduta in cui l’efficiente polizia elvetica non avesse i mezzi (o la voglia) di raggiungerlo per richiamarlo ai suoi doveri, o dove le autorità del luogo di destinazione avessero altri problemi che preoccuparsi di riacciuffare un settenne fuggitivo e riottoso al proprio obbligo di istruzione.

Come dice il proverbio: “Chi ben comincia…” 🙂

AGOSTO

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Polignano a Mare (BA)

 

C’è sempre un momento. All’inizio di agosto, quando, di solito, sei appena tornata dalle vacanze al mare. Alle prese con i classici giorni di lava, stira, riordina, riponi l’abbigliamento solo mare che, purtroppo, viene in sostanza usato due settimane all’anno e non di più, e con l’inevitabile mal di schiena che ne segue.

Alla fine di una di queste giornate, dopo la cena, dopo aver sparecchiato e avvivato la lavastoviglie, forse anche messo a letto la Belva. Guardi fuori dalla finestra del soggiorno, l’orizzonte del cielo, la collina verde e ti prende un colpo: dove è finita improvvisamente la luce?! Sono a malapena le nove e, prima di partire, facevi fatica a far addormentare il bambino col sole ancora alto nel cielo, incurante – lui – della solita sveglia mattutina per andare a scuola. Dov’è finito il tramonto alle dieci si sera? Cosa è successo in due misere settimane?

Agosto, che si voglia ammettere o meno, è l’inizio della fine (dell’estate). E’ il momento in cui si capisce che l’illusione che potesse durare per sempre si scontra con la dura realtà della vita (e delle stagioni). E non importa che tu abbia già avuto la tua dose di ferie, o che debba ancora farle o meno. Sic est.

Dal punto di vista strettamente personale è un momento normalmente pessimo, non solo per le valige da riordinare e il mal di schiena, ma proprio perché risento moltissimo (in passato, forse, anche di più di quanto non avvenga ora) del declino della luce, in modo inconscio addirittura. Un paio di giorni fa, quando me ne sono resa conto consapevolmente, stavo domandandomi da un po’ cosa fosse quella sgradevole sensazione che mi accompagnava fastidiosamente.

E siccome, può essersi forse capito, io funziono ad energia del blu, piccolo foto-post che mi accompagni per un po’ di ricarica 😉

 

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(Purtroppo è impossibile scattare una foto a Alberobello riuscendo a non inquadrare anima viva…)

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(Matera – I Sassi)

(p.s. Le foto sono state scattate in una vacanza un po’ itinerante tra Puglia e Basilicata)

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(Panorama della Basilicata dalla collina di Craco – MT)

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(Polignano a Mare)

(p.s. 2: suggerimento letterario estivo: visto che ho notato che Polignano è particolarmente gettonata di questi tempi, per chi c’è stato e vuole rivivere un po’ l’atmosfera, un gradevolissimo romanzo, letto in tempi non sospetti, e recentemente diventato anche film – che non ho visto – “Io che amo solo te” di Luca Bianchini) 

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(Lama Monachile – Polignano a Mare)

(p.s. 3: bibliografia e filmografia sulla Basilicata sono sterminate, mediamente i temi sono, però, un più “gotici”)

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(Craco – MT)