DIVERSE OPPORTUNITA’

Vivere all’estero è sempre un’infinita fonte di ispirazione, di possibilità non conosciute e non considerate che, un bel giorno, ti si presentano davanti agli occhi per farti esclamare, piena di sorpresa: “Ma come ho fatto a non pensarci prima!?“A me piace, lo trovo divertente, stimolante, e spesso è anche un’occasione per mettere in discussione noi stessi, le nostre abitudini, i nostri punti di vista.

La scorsa settimana ero a scuola a prendere mio figlio, percorrevo il corridoio per arrivare alla porta della classe e ho assistito ad una scenetta interessante. Una mamma che non conosco, non so se svizzera o tedesca, si accingeva ad aiutare un bambino a infilarsi le scarpe e a vestirsi per uscire. Aveva con sé anche il figlio minore, presumibilmente, un bebé di età indicativa di quattro o cinque mesi. La creatura era infagottata nella sua tuta termica invernale (facendo in effetti un freddo cane) e se ne stava adagiata in mezzo al corridoio, così, senza nessun’altra accortezza diversa dal vestiario che la copriva da capo a piedi. Ad un certo punto è diventato evidente che, in pieno orario di ritiro dei bambini da scuola, la collocazione potesse risultare d’intralcio al passaggio, ma la pragmatica donna non si è affatto persa d’animo e, senza esitare un secondo, ha spinto il figlio, sempre sdraiato per terra, a mo’ di scarafaggio Gregor Samsa, contro gli armadietti degli scolari, cosicché smettesse di ostruire il passaggio.

Ho avuto un improvviso moto a metà tra l’assoluta ammirazione e il più sincero sbigottimento: fossi stata al suo posto, io non avrei mai pensato di risolvere con modalità così pratiche e veloci il problema di “dove mettere” mio figlio neonato.

IL VENERDì DEL LIBRO: “MI SA CHE FUORI E’ PRIMAVERA”

libro

 

Ne avevo letto alcune recensioni mesi fa, al momento della sua pubblicazione, oltre all’articolo scritto dall’immancabile Vanity. Mi ero ripromessa di leggerlo alla prima occasione, anche in considerazione del fatto che apprezzo molto la scrittura di Concita De Gregorio, di cui ho già letto negli anni “Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto e Così è la vita. Imparare a dirsi addio”.

Non sono mai “neutri” i libri della De Gregorio, affrontando situazioni umane e vicende che, in un modo o nell’altro, toccano sempre profondamente l’anima del lettore. Ho comprato “Mi sa che fuori è primavera” in occasione dell’ultima vacanza in Italia, finalmente in libreria, e l’ho letto in due giorni scarsi.

La vicenda si riferisce ad un drammatico fatto di cronaca accaduto qualche anno fa, di cui i media si erano a lungo occupati: una domenica del mese di gennaio 2011, le figlie gemelle seienni di una cittadina italiana residente in Svizzera scompaiono improvvisamente insieme al padre. L’uomo, svizzero-tedesco, dopo alcuni giorni di vagabondaggio tra la Francia e la Corsica, giunge infine via mare in Italia, in Puglia, dove si suicida lasciandosi travolgere da un treno a Cerignola. Delle bambine non viene mai trovata alcuna traccia.

Nel libro la vicenda è narrata tramite la voce della madre superstite che, in lunghe conversazioni con l’autrice, racconta la “sua storia”: cosa è accaduto prima del drammatico avvenimento, cosa dopo. Come è possibile sopravvivere alla perdita di due figlie, senza neppure avere una tomba su cui piangerle e senza, in verità, avere alcuna certezza di quella che è stata la loro sorte.

Recentemente ho letto anche alcuni post in cui questo libro viene considerato anche rappresentativo di alcune difficoltà della vita expat, visto che in realtà Irina è una donna che viveva in un Paese straniero e alcune situazioni da lei raccontate, in seguito alla scomparsa delle bimbe e dell’ex marito, possono in effetti far pensare ad un “trattamento particolare” da parte delle autorità svizzere in ragione del suo essere “straniera” (ma assolutamente cittadina del mondo, come viene raccontato nelle pagine). C’è anche un capitolo nel libro, intitolato: “Io di te. Svizzera” dedicato a questo tema. Che è sicuramente un tema, ma che, a mio avviso, non deve essere elevato a fulcro assoluto di tutta la drammatica vicenda.

“Mi sa che fuori è primavera” è in primo luogo un libro sulla vita, sulla storia forte (sì, un pugno nello stomaco, anche) di una donna suo malgrado “speciale”, per quello che ha vissuto e a cui è riuscita, nonostante tutto e tutti, a sopravvivere.

Per me consigliatissimo.

“Dici di queste indagini che non hanno indagato nulla, se non la tua colpa di aver scelto di separarti da Mathias. E allora parli del maschilismo, del razzismo. Di come una donna italiana in Svizzera sia veramente sola al mondo e dunque in pericolo, quando c’è pericolo, cento volte di più che in qualsiasi altro luogo. Ma poi no, ti correggi: sei in pericolo ovunque, in realtà, quando le persone attorno non ti vedono, non ti credono. Immagino che capiti in ogni luogo, sì. Ecco, pensi: non di un manuale di autodifesa dalla Svizzera c’è bisogno, ma di un prontuario su come una donna possa farsi ascoltare, a che debba appellarsi quando il paese in cui vive non ha gli strumenti – per qualche ragione, qualsiasi ragione – per ascoltarla”.

 

Questo post partecipa all’iniziativa di Homemademamma “Il venerdì del libro”

NE’ QUI, NE’ ALTROVE

E’ stato bello svegliarsi per qualche giorno con un panorama come questo disponibile alla finestra. Non sempre con così tanto sole, sarebbe stato davvero troppo ;-), ma i 18/20 °C che ti aspettano durante la giornata, anche in caso di pioggia, sono un grande regalo per noi che, ormai da settimane, viaggiavamo con minime intorno ai 7/8°C.

E’ per questo che io apprezzo immensamente il calendario scolastico svizzero, non lo ripeterò mai abbastanza, che mi pare molto più misurato sulle esigenze degli studenti (e degli esseri umani in generale), prevedendo ad intervalli non eccessivamente lunghi un paio di settimane di vacanza: all’inizio dell’autunno, a Natale, a Febbraio e infine all’inizio della primavera, prima dell’approdo alle ferie estive. Trascorrere qualche giorno al mare, fuori stagione, senza la ressa delle vacanze di massa, con un clima ancora tiepido e prima della full-immersion invernale è qualcosa di estremamente prezioso.

E’ vero anche che ogni volta che torniamo in Patria è occasione, non solo di incontrare e salutare amici e parenti (e in questo noi siamo fortunati, perché le distanze ridotte ci consentono di farlo spesso), ma anche di porsi continue domande sulla scelta di vivere fuori dall’Italia, sulle conseguenze che questa decisione ha per noi e per le nostre famiglie, oltre che, in primis, per la nostra Creatura che ha “subìto” questa decisione prima che potesse avere voce in capitolo ed esprimere la sua opinione. Continuiamo ad essere sinceramente convinti che, in questo momento, il luogo in cui abitiamo sia il migliore possibile per tutti, ma anche consapevoli che scelta “expat” comporti tante problematiche evidenti e meno evidenti per chi deve crescere in un luogo diverso da quello in cui è nato e nel quale risiede la sua storia.

Il problema principale, a detta di tutti coloro che per periodi più o meno lunghi si sono trovati a vivere all’estero, è che ad un certo punto si comincia ad essere consapevoli di non sentirsi più completamente appartenenti al proprio Paese d’origine, così come di non sentirsi mai al 100% figli di quello ospitante: decenni di vita altrove sono davvero troppi perché si possa ripartire da zero e “rinascere” diversi per storia, cultura, lingua, abitudini. Ragionevolmente neppure lo vorremmo. Ma essere “né carne, né pesce”, degli strani “ibridi”, magari un po’ incompresi da entrambe le parti, ha certamente un prezzo. E non sono sempre così sicura di volere che lo debba pagare anche un bambino di cinque anni.

Foto Carlotta G.

Foto Carlotta G.

INCONTRI DI TRENO

 

Cisalpino - Immagine tratta dal sito www.swissinfo.ch

Cisalpino – Immagine tratta dal sito http://www.swissinfo.ch

 

Venerdì ho viaggiato in treno verso l’Italia e vicino a me era seduto un ragazzo, giovane ingegnere italiano, che dopo la laurea triennale ha scelto l’ETH di Zurigo per proseguire i suoi studi e terminare la specializzazione in ingegneria meccanica. E’ arrivato qui da appena un mese, ancora evidentemente occupato ad ambientarsi e a capire come funziona la città, come si comportano le persone e a superare il distacco dalle proprie precedenti abitudini, gli amici e la fidanzata, oltre che a trovare una lingua adeguata in cui esprimersi. Mi ha chiesto se parlavo italiano e se sapevo se a bordo funzionasse il Wi-Fi (“Non ancora, purtroppo“). Quando l’ho visto prendere dallo zaino delle fotocopie da studiare, tutte in inglese, gli ho chiesto come mai avesse scelto proprio Zurigo: “Perché ha il politecnico migliore del mondo. Peccato solo sia un po’ cara….”

Tra sabato e domenica ho viaggiato quattro volte sui treni di Trenord, profonda Lombardia, per un tratto per mia fortuna di pochi minuti. Le due volte in cui il capotreno è passato a controllare i biglietti era scortato davanti e dietro da due guardie private, in divisa, armate. Sembrava di assistere ad un film, non saprei neppure dire ambientato dove, se nella periferia di una metropoli americana, in qualche sperduto anfratto del Sud America alle prese con la guerra ai narcotrafficanti, o in una produzione nostrana in cui l’eroe solitario combatte la sua disperata lotta alla criminalità organizzata. Fatto sta che l’effetto è stato complessivamente straniante, incongruo, e in sostanza niente affatto bello.

D’altronde, nel mondo, ognuno deve decidere per cosa essere ricordato.