ANNIVERSARIO

Il nostro espatrio svizzero compie un anno. Esattamente 365 giorni fa eravamo alle prese con un trasloco transfrontaliero, una casa da arredare, una nuova vita da iniziare in un luogo sconosciuto, una routine da ricostruire a partire dalle tante, piccole incombenze quotidiane. Oggi stiamo sicuramente meglio di un anno fa, anche se in quei momenti l’adrenalina era a mille e quasi non ti faceva sentire l’immensa fatica che stavi facendo.

Zurigo è meravigliosa, lo pensavo allora e continuo a pensarlo oggi, più che mai. Lo “shock culturale” un po’ c’è stato, e a tratti continua ad esserci, ma nulla che non si possa gestire con un po’ di sano buonsenso. Qualsiasi esistenza, a qualsiasi latitudine, ha le sue difficoltà e ineliminabili infelicità e sarebbe meglio ricordarsene sempre.

Ci aspettavamo un rigido inverno nordico che, per nostra fortuna, ha eccezionalmente disertato alla grande; speravamo in una primavera luminosa che, probabilmente, non ci sarà: voci di corridoio dicono che quasi tutti gli anni, dopo il falò del pupazzo di neve, comincia a piovere: forse gli svizzeri dovrebbero abbandonare il tradizionale pragmatismo e riflettere sul fatto che, magari, il Signor Inverno non gradisca molto essere messo al rogo sulla pubblica piazza in una serata di aprile e che, pertanto, ami vendicarsi.

Ma anche sotto la pioggia domani festeggeremo lo stesso.

IL CATTIVO TENENTE

Ho poche, granitiche certezze in questa vita. Diffido delle verità rivelate, dei guru illuminati, dei comandamenti scritti su pietra. A maggior ragione quando si tratta di capire come gestire persone e non formule matematiche astratte.
Tutto ciò può costituire un notevole limite nella gestione della crescita ed educazione di un figlio, dove i dilemmi sono già all’ordine del giorno e il dubbio quotidiano può facilmente sconfinare in confusione esistenziale.
Mi hanno raccontato una storiella di recente, sul ruolo dei genitori e, in particolare, su quello del padre.
Immaginate che vostro figlio, ormai cresciuto e maggiorenne, debba sfortunatamente andare in guerra. Evento infausto che nessuno si augura, ovviamente, ma ricordate che nella vita di chiunque si combattono piccole e grandi guerre quotidiane.
Prima dell’invio al fronte vostro figlio dovrà frequentare tre mesi di addestramento e preparazione adeguata.
È noto che nella caserma presso cui è destinato ci sono due istruttori.
Il primo è soprannominato tenente “Figlio di puttana“: se le marce sono di quattro ore, lui le fa fare di cinque, è famoso per il rigore maniacale con cui fa smontare e montare le armi alle reclute, fino a che queste non sono in grado di farlo ad occhi chiusi. Qualsiasi violazione delle regole viene severamente punita e il termine “severamente” spesso è un eufemismo.
Il secondo è soprannominato “Biancaneve“: è un uomo di gran cuore, se capita che qualche giovane recluta si svegli un po’ pallida al mattino può succedere che le consigli di rimanere pure a letto a riposare un po’. Le sue marce durano sempre un po’ meno di quattro ore e, anche se il fucile non è perfettamente montato, spesso chiude un occhio.
Vostro figlio tra tre mesi andrà in guerra. Da chi vorreste che fosse addestrato?

LOGICA

“Patato, vieni, dobbiamo uscire”
“E dove dobbiamo andale”?
“Andiamo in un posto a trovare nonno U., così lo salutiamo”
“Ma nonno U. è in cielo…”
“Sì, ma c’è un posto dove ci sono tutte le foto delle persone che sono in cielo, con tanti fiori e le loro fotografie. Lì si possono salutare in modo speciale”
“Ok, ma dobbiamo prendele l’aeleo?!

BUONI PROPOSITI

Il tempo anche questa volta è volato e mi trovo alla vigilia dell’ennesimo rimpatrio, in occasione delle vacanze di Pasqua.

Il calendario scolastico che qui a Zurigo viene seguito anche dalla scuola italiana, con qualche piccola variazione, e che prevede un’alternanza di un mese e mezzo di lezione e circa dieci giorni di pausa, mi ha ampiamente convinta nella sua pratica applicazione. I periodi di impegno scolastico ininterrotto non diventano eccessivamente lunghi e una vacanza di una decina di giorni aiuta a staccare dalla routine e a riprendere le forze.

Questa volta, però, si tratterà di uno stop decisamente più consistente: ben due settimane e mezzo, tra la Pasqua e i vari 25 aprile e 1° maggio uniti in un super-ponte davvero infinito.

Parto con i libri di tedesco nella valigia, visto che non posso certo permettermi di dormire sugli allori, anzi. Mi auguro di riuscire in questo periodo a ritagliare qualche momento per studiare sul serio, che a casa ultimamente non ci riesco praticamente mai, visto non si tratta di una lingua che entra magicamente nella testa ed esce, altrettanto magicamente, dalla bocca. Ma che, al contrario, richiede tempo e tempo e impegno e, sopra ogni altra cosa, studio e studio e studio. Esattamente il contrario di quel che sto riuscendo a fare.

Parto con un altro proposito nella valigia, che varrà più che altro per quando sarò di ritorno, visto che già so sarà sostanzialmente impossibile in queste prossime giornate di chilometri e chilometri e appuntamenti più fitti che ad un summit internazionale. Mezz’ora di yoga al mattino, possibilmente prima di tutto il resto (ma anche nel durante non andrebbe così male) aumenta la produttività della restante parte della giornata del 100%: testato, provato, garantito sulla mia pellaccia. E se funziona anche quando, in quei minuti, non sei proprio al tuo massimo, quando la testa se ne va altrove per i fattacci suoi, quando sei reduce da una nottata infame, chissà come funzionerebbe al massimo delle sue potenzialità ;-). Ciò nonostante io, donna di incostante pratica e di grande pigrizia, spesso me ne dimentico (ehm….), salvo poi pentirmene amaramente alla prima occasione di seria riflessione.

Ma perché, noi miseri esseri umani, non riusciamo mai a fare davvero quello che ci fa stare bene?!

 

 

NOSTALGIE?

Alcuni giorni fa una affascinante signora cinquantenne di origine indiana (che, tra parentesi, ha allevato due figli senza il benché minimo uso di antibiotici o farmaci di qualsivoglia genere e che, pertanto, ha fortemente stimolato la mia volontà di approfondirne la conoscenza), ha rivolto a me e al Marito una interessante domanda: avete nostalgia del tempo in cui vostro figlio era più piccolo?
Della fase del cucciolo inerme e indifeso, totalmente dipendente dai genitori e, in particolare, dalla mamma?
Il Marito, con pochissima esitazione, ha immediatamente risposto: “No. È molto meglio ora”.
Direi anche io la stessa cosa: ho troppa poca pazienza e vocazione al sacrificio materno per rimpiangere mesi e anni trascorsi tra notti insonni, pannolini da cambiare e pappe sputate ad oltranza.

Quasi certamente potrei sorvolare sugli ultimi due punti, ma sicuramente mai sul primo. La privazione di sonno protratta per un tempo indefinito, senza aiuti familiari e quando ancora lavoravo, temo abbia segnato in modo indelebile (e non in positivo, sfortunatamente) lunghi periodi della mia esperienza di madre. Quelli di cui, di solito, i genitori hanno negli anni i ricordi più teneri e commoventi, le immagini del loro neonato batuffolo coccolato e venerato a dispetto di qualsiasi altra umana vicenda.

Con la consapevolezza di ciò che sono è probabile che io sia madre migliore di un bambino un po’ cresciuto, con un minimo di coscienza di sé, autonomia e capacità di interazione col mondo circostante, non essendo persona che trova ragione della sua esistenza nel soddisfacimento dei bisogni altrui, neppure se si tratta di quelli di suo figlio in fasce.
E se, dal punto di vista razionale, non ho il minimo dubbio che ciò che affermo sia l’assoluta verità, mi resta ancora da spiegare quella strana sensazione che, a volte, mi coglie vedendo un bimbo neonato interagire col suo mondo, o entrando nei negozi specializzati dove, inevitabilmente, sono attratta in modo irresistibile dal reparto 0-12 mesi. Dove vorrei impulsivamente comprare tutte le tutine e i calzini dell’universo. Rigorosamente taglia zero.

NASCONDINO

Da qualche tempo mio figlio ha le fasi “giochiamo a nascondino“, soprattutto quando capita di passare un po’ di tempo in casa e la sua prevalente attività di direzione cantieri (in Lego) gli viene a noia.

Il fatto è che non so esattamente da chi abbia imparato i rudimenti del gioco, ma sicuramente da qualcuno con le idee poco chiare sulle regole fondamentali. La conseguenza è che anche lui pare estremamente confuso su “chi cerca chi”.

“Mamma vai a nascondelti, adesso mi nascondo anche io! Poi così mi vieni a celcale”…

“Patato, come faccio a venirti a cercare se mi nascondo anch’io? Il gioco funziona così: una persona va a nascondersi e l’altra la va a cercare. Capito?”

“Sì!”

“Perfetto. Allora, chi si nasconde adesso? Tu o io?”

Io mi nascondo qui in camela…..e tu ti nascondi di là nel bagno!”

“Ehm…ti ho detto che non funziona così: solo una persona si nasconde”

Allola tu ti nascondi qui dietlo la polta! E io ti celco…

Forse abbiamo inventato una variante storica.