LA DROGA

I genitori expat in Svizzera, italiani in particolare, si pongono la domanda dal momento in cui mettono piede nella terra degli orologi a cucù:Ma quale droga usano qui?!” I bambini indigeni sono per lo più disciplinati, tranquilli, silenziosi e obbedienti. Gli italiani immigrati si riconoscono a chilometri di distanza per le insopprimibili grida in qualsiasi contesto e momento della giornata, perché non riescono a stare fermi per più di due minuti senza tentare ovunque acrobazie da circo, perché sul tram una loro normale conversazione raggiunge decibel da protettori acustici idonei per il martello pneumatico.

Perché” noi” siamo così e gli “altri” no?! Come fanno a farli nascere e crescere così “diversi”? E, soprattutto, quali sostanze usano?!?!?!

In questi mesi di vita svizzera, oltre a farmi quotidianamente la domanda (a volte anche in modo ossessivo, confesso), ho cercato di guardare, osservare, ascoltare. Riflettere e supporre ragioni e motivazioni. Nella maggior parte delle questioni psicologiche, sociologiche ed educative ci sono le due grandi scuole di pensiero: DNA vs. ambiente. Io ero molto propensa a ritenere prioritari0 il secondo sul primo, dopo aver avuto un figlio ho iniziato a cambiare idea. Oggi credo di ritenere fondata la prevalenza del primo fattore sul secondo.

Genetica a parte, penso comunque di avere individuato modalità comportamentali tipiche di questa cultura che certamente vengono trasmesse ai discendenti con il latte materno e dalle quali, dunque, è difficile prescindere:

1. Le persone sono, in generale, molto più silenziose: il tono di una conversazione “normale” è poco più di un sussurro.

2. Il livello medio di educazione in pubblico è infinitamente più alto che in Italia: “scusi, grazie, prego, buongiorno, buonasera” sono regole imprescindibili nei rapporti interpersonali. Nessuno invade il tuo spazio vitale se non gravemente costretto (vedi tram nelle ore di punta): nessuno ti cammina a un centimetro dal tallone, o ti spintona al supermercato per pesare le arance sulla bilancia (infatti, quando faccio la spesa in Italia, ormai do di matto dopo cinque minuti).

3. L’interesse del singolo NON ha la prevalenza sull’interesse dalla collettività: non so bene quale sia il livello medio di pulizia delle case svizzere, ma conosco benissimo qual è quello degli spazi pubblici, delle strade, dei parchi, delle toilette. Il tram non si ferma dieci secondi più a lungo del previsto se ti vede arrivare di corsa rischiando l’infarto: l’interesse di tutti di viaggiare puntuali è infinitamente più importante dei tuoi cinque minuti persi. Ritengo che questo concetto venga acquisito dalle persone in modo naturale sin dal primo vagito: se la creatura è in salute, pulita, nutrita, dissetata e ha voglia di piantare il capriccio del secolo per i fatti suoi, state tranquilli che né la madre, né il padre, né altri, si affanneranno al suo capezzale cercando, fino all’impazzimento, la soluzione ai suoi problemi esistenziali (e qui – tra parentesi – ci sta anche un grandissimo mea culpa). Vuoi piangere perché, come si dice in gergo, hai la “tiraculite”? Fai pure, ma non sperare di avere l’attenzione di nessuno: gli altri sono ben meglio impegnati a farsi i fatti loro. AMEN.

Descritto così sembra quasi il mondo perfetto e noi “mediterranei” i soliti zotici, maleducati, cazzoni. Probabilmente in parte è pure così. Però. Mi è capitato recentemente di sentir parlare di un tema che mi ha stupito parecchio, che non credevo sicuramente un problema, almeno non di tali dimensioni, qui della terra degli orologi a cucù. Sembra che, negli ultimi anni, sia in progressivo e costante aumento la diagnosi di sindrome da deficit di attenzione da parte degli alunni, dalle scuole elementari in poi. Che il Ritalin (e parenti stretti) sia prescritto (quasi) di default ai i bambini che hanno anche lievi difficoltà a stare fermi e zitti a scuola. Che tale consuetudine sia estremamente diffusa nei Cantoni di lingua tedesca e non, invece, in Ticino. Che, accanto a chi si interroga sull’opportunità e correttezza di tale pratica, c’è chi la ritiene assolutamente normale e opportuna per scongiurare qualsiasi difficoltà di apprendimento (e, di conseguenza, di “integrazione nel sistema”).

Alla fine, quindi, mi sono detta: “Vedi che la droga esiste davvero??? E che la usano ;-)…..”

p.s. il tema trattato in questo post è estremamente serio e difficile, comunque certamente non sviscerabile in poche righe volutamente ironiche e autoironiche  (avendo per prima la consapevolezza che, se mio figlio dovesse mai mettere piede in una scuola svizzera, sarebbe immediatamente sedato d’autorità, altro che Ritalin) e vuole, pertanto, essere semplicemente uno spunto di riflessione.

 

 

GENNAIO

Out of order“, oppure, ugualmente, “Kaputt“, potrei avere scritto in questi giorni su un bel cartellino ad ornarmi la fronte. Ho il cervello fuori uso, i neuroni non rispondono ai comandi.

Per esperienza ci sono numerosi fattori che mi producono lo spiacevole risultato: in primis, gli ormoni da cui, ahinoi, faccio una certa fatica a prescindere. Poi la stanchezza, da troppi pensieri e/o da troppe cose da fare, le notti in bianco e il figlio malato. Mi sarei fermata qui con l’elenco, non fosse che, all’improvviso, mi sono ricordata di un post scritto circa un anno fa e sono andata a rileggermelo. D’accordo, la situazione era decisamente diversa: neppure molti mesi dopo un espatrio, un bambino in ospedale in un paese straniero, un intervento chirurgico da poco alle spalle con l’inevitabile stress che ne deriva. Però: c’è il grigio (anche se, ora, decisamente non “il caldo”), il buio, la sensazione di essere un po’ “prigioniera” tra le mura domestiche, il torpore “da bolla sottovuoto”, la voglia istintiva di luce e di sole.

C’è un altro fattore, inevitabile quanto gli ormoni e altrettanto fastidioso: lo chiamo fattore “I”, dove la “I” sta per inverno ed è inutile ricordare che io e lui siamo, purtroppo, parecchio incompatibili. A me si congela pure la materia grigia e, con grande evidenza, non sono geneticamente programmata per queste latitudini. E’ chiaro che ho un discreto problema.


MOMENTO ARTISTICO

Il nuovo anno è iniziato all’insegna del fortissimo impegno artistico (del piccolo di casa, e non potrebbe essere altrimenti, dato che i due genitori non possono certamente annoverare, tra le proprie innumerevoli qualità, il genio di Van Gogh 😉 ). Ormai la creatura produce, come se non ci fosse domani, quantitativi impressionanti di disegni, dipinti e manufatti, concepiti esclusivamente con la propria sfrenata fantasia. Non si tratterebbe propriamente di arte astratta, visto che le sue fonti di inesauribile ispirazione sono, in verità, proprio le sue favole: le casette dei Porcellini, il Lupo di Cappuccetto Rosso, la dimora della strega di Hänsel e Gretel e, ormai da qualche settimana, nella top ten dell’opera omnia stanno le navi di Wickie il vichingo e la sua allegra compagnia.

Considerando che la sottoscritta sa, a mala pena, raffigurare una margherita spelacchiata e che, all’epoca della scuola media, nonostante il massimo dell’impegno e l’assoluta dedizione alla materia, in educazione artistica non riusciva a racimolare più di una pietosa sufficienza, la medesima è abbastanza impressionata. Perché non fanno mica schifo i suoi disegni, non siamo costretti a dirgli Bravo, amore!!!” così, tanto per dovere genitoriale. Sono belli davvero, assolutamente realistici, completi di dettagli e particolari che mi sorprendono profondamente ogni volta. E anche le maestre a scuola mi hanno confermato che Lui dà il meglio di sé quando è libero di esprimersi con disegni e colori e ha a disposizione tempi e modi per concentrarsi su quanto vuole rappresentare. Non mi stupirei se in futuro anche la fotografia avesse un qualche ruolo, visto che ogni tanto le sue opere se le vuole pure fotografare (vedi quella nella foto, in questo caso di un soggetto un po’ surreale).

E visto che, di recente, qualcuno in famiglia ci ha fatto notare che Lui sarebbe “un po’ più indietro rispetto ai bambini della sua età, perché certe cose non le conosce”, tipo le foto dei calciatori del campionato, ecco io mi dico: e meno male!

“PER 10 MINUTI”

Ultimamente con gli appuntamenti letterari sono davvero un disastro, a partire dalla ripresa della scuola non ho letto praticamente nulla (intendendo libri di un qualche significato): uno ha languito sul comodino per mesi, col solo risultato di accumulare polvere, finché nelle vacanze di Natale sono finalmente riuscita ad archiviarlo. Ho potuto, quindi, iniziare (e terminare, stavolta in pochi giorni) un volume di Chiara Gamberale che avevo acquistato ormai mesi fa e che mi aveva molto incuriosito: “Per dieci minuti“.

Il racconto è totalmente autobiografico, veloce e piacevole nella lettura, sicuramente non impegnativo quanto a lunghezza (poco più di 180 pagine in edizione rilegata) e assolutamente interessante in quanto a contenuti: come uscire da una profonda crisi personale che sta paralizzando quasi totalmente la tua vita? Come sopravvivere ad un trasferimento doloroso e non voluto, all’essere lasciata da tuo marito, ad un lavoro perso e ad un nuovo romanzo da scrivere che non vuol saperne di decollare? Da qui parte un curioso esperimento suggerito da Rudolf Steiner: per un mese, tutti i giorni, una volta al giorno, fare per dieci minuti qualcosa di completamente nuovo, che non era mai stato fatto nella vita. Nessun limite alla fantasia, alla originalità o alla banalità delle nuove scoperte: tagliare i capelli a qualcuno, andare all’Ikea, ricamare a punto croce, imparare a guidare, camminare all’indietro nel centro di Roma, mettersi uno smalto fucsia.

E alla fine dei trenta giorni di lavoro si tirano le somme, si raccoglie quanto si è seminato, non solo metaforicamente a volte. E a me hanno molto colpito queste poche righe che, davvero, credo dicano quasi tutto su di noi, su ciò che siamo, su come sia facile perderci e, forse, anche ritrovarci, se solo sappiamo come fare:

E’ eccitante. Sì, affondare le mani in un sacco di terra e riempire due vasi è eccitante…..Mi salgono dei brividi imprevisti per la schiena. Era più di un anno che non mi ricordavo di avere un corpo. Invece forse ce l’ho ancora”.

 

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma).

 

NUOVI MANTRA

No, non è un post sullo yoga (purtroppo). Nell’arco di pochi giorni, giusto per iniziare l’anno nuovo in bellezza, mi si sono rotte, nell’ordine, la lavastoviglie e l’asciugatrice e, nella notte di venerdì scorso, una bufera di vento modello tsunami ha spezzato senza pietà un pezzo della struttura della tenda da sole di un balcone.

Guasti domestici significano, automaticamente, tante ottime occasioni per fare pratica di lingua straniera, appuntamenti da prendere e cosucce così. O, almeno, dovrebbero. Alla seconda telefonata in cui non riesco a decifrare lontanamente nemmeno una parola dell’interlocutore mi sorge un sospetto. E alla terza, più o meno sparando nel mucchio delle probabilità, inizio a domandare: “Können Sie hoch Deutsch sprechen, bitte? Ich habe nicht verstanden…(*)” Ora, sicuramente non ho risolto tutti i miei problemi: capisco comunque poco, per lo più intuisco e abbozzo, soprattutto al telefono, ma almeno da ZERO parole intese in una frase siamo a tre/quattro, sovente ciò che basta ad avere un’idea del contenuto e a provare ad inventarsi una risposta più o meno sensata.

Andata bene al primo tentativo, ripropongo pari pari al secondo, al terzo, al quarto. Alla tipa che chiama per fissare l’appuntamento di consegna, al ragazzo della portineria che deve venire a vedere i danni sul balcone. Ai (tre) operai che vengono a fare le riparazioni del caso. E io mi domando e dico: “Ma per la miseria: capirai che sono straniera, no? Che non capisco una beneamata m…..di quello che stai dicendo?! Che, già solo in tedesco, faccio una fatica della madonna a mettere insieme una frase da bambino di tre anni appena compiuti?!” Che la vostra “lingua” è per me solo un ammasso di suoni gutturali indistinti e che, forse, l’arabo sarebbe quasi meglio interpretabile???!!!” E allora, perché vi ostinate a parlare con me il vostro dannato dialetto, tanto che, prima o poi, io (come le altre migliaia di persone non svizzere che vivono in questa città) debba essere comunque obbligata a domandarvi di parlare in un altro idioma?

Qui dovrebbe partire il polpettone cultural-filosofico sull’orgoglio nazionale (ehm, cantonale, ché, qualche chilometro più in là, il dialetto è ancora differente…), sul loro fastidio atavico di essere costretti a parlare una lingua straniera (il tedesco di Germania, ndr) che detestano per le solite ragioni campanilistiche e perché “tutto il mondo è paese”. Quindi mi risparmio proprio la fatica e inauguro beatamente il 2015 con il nuovo mantra-linguistico buono per tutte le occasioni: “Können Sie hoch Deutsch sprechen, bitte?”

 

(*) “Può parlare tedesco, per favore? Non ho capito”


COSE DELL’ALTRO MONDO

Questa è solo una piccola storia, di vita. E di morte. Ciò nonostante non è una storia triste, almeno a me non sembra che lo sia. L’ha sentita anche mio figlio, mentre la raccontavo a cena, ieri sera. Ché da un po’ di tempo ho capito di avere profondi problemi a parlare di morte, a relazionarmi con questa realtà. Me ne sono resa conto quando ho letto questo libro, poco prima che venisse a mancare mio suocero, e da allora mi sono detta che avrei fatto il possibile perché il piccolino di casa crescesse in modo diverso, sapendo, per quanto difficile possa essere da accettare, che noi siamo mortali, che tutti prima o poi finiamo il nostro cammino su questa terra, motivo per il quale spesso gli si ricorda “Il nonno U. che è una stellina del cielo e la micia Fanalina che è là con lui a fargli compagnia”.

Mio padre aveva un ultimo zio, fino a pochi giorni fa, l’anzianissimo fratello di sua madre che ha sempre vissuto (beato lui) al mare, quello di tutta la sua vita, l’infanzia, la giovinezza, la maturità dei figli e dei nipoti, dell’amata moglie persa ormai da tanto tempo. Aveva qualcosa come novantacinque anni, e fino a giorni neppure troppo lontani, viaggiava in bicicletta per le strade della sua città, per andare in spiaggia. Un paio di giorni fa, la sera, si è seduto in poltrona come sempre a leggere il giornale. “Oggi non ceno, non ho fame” ha detto. “Voglio leggere un po’, visto che è l’ultima volta che mi siedo qui. Stanotte muoio.” L’hanno trovato il mattino dopo, nel suo letto.

Inutile, e persino troppo facile, dire che, se dovessi scegliere un modo, sceglierei questo.

BIG

Domani si ricomincia. Scuola, impegni, incastri e la solita incalzante domanda: “A quando le prossime vacanze ;-)?!”

Qui a Zurigo le scuole hanno, in verità, riaperto ieri, visto che l’Epifania non si festeggia, mentre la scuola italiana allunga sempre di qualche giorno fino a comprendere il 6 gennaio. Due settimane e mezzo di vacanza mi sembravano lunghissime, quasi eccessive, ed effettivamente lunghe sono state, pur se, come sempre accade, trascorse con una discreta velocità, tra giornate in Italia e un inizio anno zurighese che, onestamente, ci siamo molto goduti più di tanti altri tour su e giù per il Gottardo.

Mio figlio sembra cresciuto tanto in questi giorni, non dal punto di vista fisico, ma in uno di quei modi che paiono arrivare all’improvviso e ti lasciano stupita, quasi incantata dalla capacità di aggiungere carichi al loro piccolo bagaglio, a volte di diventare anche altro, così all’improvviso. Purtroppo non è diventato il bimbo docile e obbediente che tutti i genitori sognano ;-), non ha smesso di essere l’irriducibile bastian contrario che è dal giorno in cui ha visto la luce di questo mondo, ma da una certa mattina di queste settimane di riposo mi sembra davvero diventato “grande”. Parla, parla, parla e parla. Lui che, spesso, parla pochino e pare servano  magie da prestigiatore per scucirgli un paio di frasi di senso compiuto. Fa discorsi incredibilmente seri e articolati, si pone domande e offre risposte. Intuisce e capisce, pone domande buffe e curiose sul suo mondo fatto di cantieri Lego, pupazzi magici, favole incantate e l’ultima scoperta delle avventure di Wickie il vichingo (che sta diventando il tormentone dell’anno nuovo!).

Ho quasi avuto la sensazione che sia stato lo spazio concesso dalle giornate di riposo a consentire questo tipo di trasformazione, come se le tabelle di marcia obbligate delle incombenze quotidiane avessero tenuto compresse per un po’ delle possibilità latenti che attendevano un momento di tranquillità per potersi manifestare davvero. E ho quasi il timore che con la ripresa della scuola, degli orari ferrei, degli “alzati, vestiti, lavati, mangia, dormi” senza soluzione di continuità, questa nuova creaturina se ne torni negli abissi da dove è venuta, e Lui torni ad essere il bambino testardo e orgoglioso di sempre, solo anche un po’ più muto ed ombroso.

 

 

ONE

Da quando ho un figlio piccolo ho un’ottima scusa per evitare i brindisi di mezzanotte, l’inquietante e menzognero countdown nel quale, all’improvviso, tutto sembra finire come per magia per poi ricominciare, non più tardi di un secondo dopo, nuovo di zecca. Mi bastano una cena e due chiacchiere, una candela sul tavolo e un “Auguri” detto a qualunque ora.

Nulla inizia, nulla finisce. E’ una malefica illusione di noi poveri umani, inventata da non so chi, per non so cosa. Forse per farci sentire meno piccoli, soli e impotenti di fronte al mistero, quello che nessun countdown, nessun brindisi e nessun augurio potranno mai aiutarci a spiegare.

Lo pensavo qualche settimana fa, durante un concerto, sentendo la voce e il piano, tutt’uno con colui che cantava e suonava e con le migliaia di persone lì ad ascoltare.

Nulla inizia, nulla finisce. perchè tutto è uno.