QUELLE LINEE LÌ

Alla fine mi son presa una settimana di vacanza. Non proprio in una località di villeggiatura (che, a mio modo di vedere, deve come minimo comprendere una spiaggia e quella distesa d’acqua chiamata mare), ma gli effetti sembrano essere stati comunque soddisfacenti.
Tra poco i maschi della famiglia arriveranno a riprendermi, per riportarmi a casa, oltre le alte cime innevate, la nonna riprenderà la strada della sua e l’ordine costituito delle cose, per quanto precario, imperfetto e disequilibrato, tornerà alla quotidiana abitudine.
Ho avuto benefici insperati da pochi giorni di quiete, silenzio, lunghe dormite e ritmi miei. E sembrerebbe scontato dire che, a volte, “basta poco”. Ma servono prima ancora le condizioni per “abbandonare” tutto e tutti e queste non sempre ci sono.
Mi resta un pensiero, un cruccio estemporaneo, un fastidio quando mi guardo allo specchio. Quelle linee una volta sottili, quasi irrilevanti, che nei mesi recenti sembrano essersi tanto affezionate al mio contorno occhi da decidere di dimorare permementemente lì, conquistando ogni giorno qualche millimetro in più di spessore, di forza e arroganza. Sarà che a Zurigo l’aria è tanto secca e a volte neppure le creme sembrano bastare. Sarà che.
Stasera ho frugato nel cassetto del bagno, alla ricerca di qualche bustina di pozione magica, di quelle che ti omaggiano ogni tanto in profumeria e che regolarmente restano lì abbandonate, visto che tanto poi costerebbero troppo. E l’ho trovata e utilizzata, anche.
E ho visto una cosa. Che quelle linee lì sono sempre al loro posto, ma hanno un po’ cambiato direzione. 
E vorrei ringraziare tutti gli amici che in questi giorni ho potuto vedere in carne ed ossa, ché è anche grazie a loro se le rughe hanno ripreso un po’ la forma del sorriso.

NON SEI PIÙ ABITUATA

Il cielo lombardo è plumbeo, dovrebbe nevicare, dicono.
A Zurigo splende il sole. 
Io sto sempre dalla parte sbagliata della frontiera, anche senza considerare l’aria irrespirabile che ha invaso casa stamattina non appena ho aperto le finestre (con buona pace dell’ottavo piano).
A volte per andare avanti è necessario tornare un po’ indietro.
La scorsa settimana programmavo la mia partenza per l’Italia. Per una serie di motivi avevo deciso che sarei partita da sola, in treno. Dico al Marito:
Prendo il treno delle tre del pomeriggio, così per cena sono a casa”
“Non voglio che viaggi da sola la sera tardi
“??? Va bene il fuso orario svizzero, ma arrivare a Milano alle 7 di sera non mi pare sia “sera tardi”….”
“Devi prendere la metropolitana e non sei mica a Zurigo, adesso non sei più abituata e stai attenta agli scippatori!”
“Mi pare che tu stia leggermente esagerando, ho passato più di dieci anni della mia vita in Stazione Centrale….”
“Sì, ma non vivevi ancora in Svizzera…”
“E dagli….prendere un taxi a quell’ora è controproducente, rischio di rimanere imbottigliata nel traffico e impiegarci il doppio per arrivare a casa”
“Uhm…va beh, alle sette di sera si può ancora fare…”

Fatica sprecata. 
Il caso ha voluto che, arrivata in stazione, con valigia e zaino al seguito, dopo il trascinamento dei bagagli su e giù da treno, scale e compagnia bella, mi trovassi, come una perfetta idiota che “non è più abituata” nel bel mezzo dello sciopero ATM, con la saracinesca della linea 1 sbarrata davanti al naso.
E, in mezzo a piazzale Loreto, dovessi provare a ricordarmi il numero di un radiotaxi milanese, pregando contemporaneamente, in tutte le lingue, di trovarne poi uno libero, e impiegassi poi qualcosa tipo un’ora per fare sei o sette chilometri, col taxista stranamente mortificato che, ogni cinque minuti, mi ripeteva: “Signora, mi dispiace, erano anni che non vedevo una situazione così….”

Ecco, no. Non ero più abituata.

DUE VITE

Viaggio in treno, direzione sud, sola. 
La valigia, il libro, quel che resta di un penoso (e costoso) tentativo di un abbonamento dall’estero a Vanity. 
Gli “i” attrezzi a portata di mano (e sempre sia lodato Steve Jobs, nostra salvezza e nostra dannazione).
Gallerie e montagne innevate, paesini da cartolina di Heidi e laghi, laghi, laghi. Ma quanti ne hanno questi? Hanno più laghi che persone.
Sognavo un treno silenzioso e, salvo qualche minuto del vicino dotato di bip-tastiera (mio sommo orrore), sono stata esaudita.
Sognavo la solitudine, i pensieri liberi e non frenati da nulla, se non dalla destinazione raggiunta che impone il brusco risveglio nella metropoli (e nella metropolitana, ma le cose sarebbero andate in modo diverso…) per raggiungere casa.
E questi sono i pensieri liberi, non necessariamente coerenti, logici o sensati.

Mi capita ogni volta che lascio Zurigo, per tanto o poco tempo che sia, di essere all’improvviso invasa dalla consapevolezza che a me dispiace. E tanto. 
Lo sento lì, in un punto affondato dietro lo sterno, tra il cuore e lo stomaco. Lo sento mentre scendo dal mio tram per attraversare la strada ed entrare in stazione. Lo sento mentre il treno scorre fluido sulle rotaie e il capotreno scandisce in tre lingue “Destinazione: Milano Centrale”.
So che il dispiacere sarà dimenticato più tardi, o domani, quando i miei decenni di vita italiana torneranno a posarsi su di me come una seconda pelle e mi sembrerà di non essermi mai allontanata da quel suolo se non per qualche minuto, non certo per le settimane e i mesi trascorsi sotto un altro cielo, usando un’altra moneta, sforzandosi di capire un’altra lingua.
Quando, entrando in casa, nulla mi parrà più naturale e normale dello sdraiarmi sul divano, ritrovare i canali del digitale terrestre e l’acqua calda intermittente della caldaia a gas, o riporre i vestiti nell’armadio. Entrare nel mio supermercato preferito ed esclamare sottovoce, con una punta di inspiegabile esaltazione: “Qui sì che è una goduria fare la spesa!!!!”
Uscire di casa e non provare alcuna sorpresa nel sentire le parole che sento da quando sono nata, ritrovare persone che non vedo da tempo come se le avessi salutate solo ieri.
Accendere l’iPad e attivare Skype e dire “Ciao” ai maschi della famiglia che sono dall’altra parte, nell’altra nostra casa, sotto l’altro cielo e nell’altra lingua.

E volevo scrivere anche di altro. 
Di come uno strano pomeriggio, trascorso a pulire dieci anni di corrispondenza email, si trasformi in una strana esperienza, le emozioni completamente sepolte nella memoria che tornano a vivere, la sorpresa per come i ricordi siano te e tu sia loro. 
Per come ti ritrovi, ancora una volta, ad avere conferma che nessun dettaglio della tua esistenza è così casuale come sembra.
Che il giorno successivo ti capita di fare una telefonata che neppure qualche ora prima ti saresti sognata e capisci davvero cosa significhi “tornare a casa”.
Perchè i mattoni, i muri e le serrature non c’entrano proprio nulla.
Ma sarebbe troppo. E quindi basta così.

IL VENERDI’ DEL LIBRO: SPLENDORE

Avevo letto un paio di libri della Mazzantini ormai parecchi anni fa, tra cui il celeberrimo “Non ti muovere”. Dal primo momento in cui ho aperto una sua pagina ho pensato che questa donna scrive in modo incredibile, che è dotata di capacità narrative che ritengo decisamente eccezionali. Dopo quelle esperienze, però, non avevo più sentito la necessità di “cercare” le sue opere successive.

Apparente contraddizione, che mi sono più o meno spiegata qualche giorno fa, mentre leggevo “Splendore” che mi è stato regalato per Natale.

Margaret Mazzantini scrive (ancora) in modo divino: in alcuni momenti ti scende la lacrima per la bellezza con cui le sue  parole riescono a descrivere, spiegare, evocare. Racconta storie di intensità fuori dal comune, con la capacità di scavare nel tuo animo e di far uscire qualcosa che neppure tu sapevi di avere. E questa, oltre che magnifica virtù, è, o meglio può essere, una controindicazione.

Ricordo, all’epoca della lettura di “Non ti muovere”, una conversazione con un’amica, incinta, che mi chiedeva un parere sul libro e la mia immediata e sicura risposta: “Sicuramente merita di essere letto. Leggilo, ma non adesso. Non mentre aspetti un bambino”. La feroce intensità delle pagine della Mazzantini non viene smentita neppure nella sua ultima fatica. Sarà che, in queste ultime settimane, il mio tono di umore medio non fosse proprio alle stelle, ma dopo aver letto le prime tre, quattro pagine, mi era venuta la fortissima tentazione di smettere e rimandare a momenti più propizi.

Ho resistito, ho continuato e sono contentissima di aver finito il libro. Che è bellissimo, che racconta una storia terrificante e meravigliosa, intima, potente e sconvolgente. La storia di un amore e di due vite, una storia che non dico come va a finire perché non si fa, per rispetto di chi il libro non lo avesse ancora letto.

Sono potenti i libri di Margaret Mazzantini, quasi come le medicine, e sarebbe forse consigliabile accludere il bugiardino, con dosi, controindicazioni ed effetti indesiderati. Possono essere capaci di gettarti nell’abisso della tua misera umanità e la responsabilità di riuscire a risalirlo, poi, è solo tua.

“Spiate da dietro le persone portano il peso del loro destino, come se nella parte che non possono vedere di se stesse si addensassero tutte le sofferenze, i pensieri, le speranze individuali e di quelle di tutte le generazioni precedenti che paiono accanirsi contro l’ultimo testimone, lo spingono in avanti ma intanto sembrano ridere di lui, della sconfitta che egli ripeterà”.

Questo post partecipa all’iniziativa: Il Venerdì del libro di Homemademamma.

COSI’

Mi sento un po’ così, come in una bolla. Disconnessa dalla vita reale, presa come son stata, nell’ultima decina di giorni, tra ospedali, medici, interventi e convalescenze, bambini malati e infuriati.

Vivo ovattata, tra le quattro mura per lo più, sotto un cielo grigio, pur essendo stato uno strano inverno sino ad ora. Stranamente caldo, stranamente senza neve, con un po’ di pioggia e nebbia, ma ben lontano da quella che mi dicono essere la normalità di queste parti.

Sento di aver bisogno di riscuotermi da questa specie di torpore, ma, nello stesso tempo, anche di recuperare energie perdute da tempo, prima di poter davvero investire in qualcosa di nuovo e di utile.

Ci vorrebbe il mare, come sempre, e il sole e l’aria ricca di brezza e di luce. L’alternativa è il letargo.

 

NOT EASY

Poteva sembrare relativamente “semplice”. Un intervento ambulatoriale per liberare naso e orecchie da anomale ostruzioni che gli impedivano da mesi di respirare e sentire correttamente. Poche ore in ospedale e poi di nuovo a casa, tra le sue cose e i suoi giochi, con la sua famiglia a coccolarlo nei giorni di convalescenza.

Sarà che mio figlio non è “facile” e, di conseguenza, quel che lo riguarda da vicino è spesso soggetto a qualche complicazione.

Sarà che, risvegliato dall’anestesia, non si capisce bene se per il terrore o per la somma incazzatura per aver subito qualcosa di ovviamente non gradito, ha iniziato a fare sciopero della sete e della fame. Peccato, però, che non possano dimetterti se non sei in grado di bere e alimentarti normalmente.

Succede quindi che i giorni in ospedale diventino tre, invece che uno scarso, che il tempo passi ma la situazione non migliori per nulla. Che oltre a non bere e non mangiare lui smetta anche di giocare e si riduca ad un esserino apatico e furioso, immobile ed intrattabile da chiunque, e che qualsiasi spiegazione, indicazione, richiesta, domanda o supplica sia semplicemente un vano e infinito sforzo destinato a cadere nel vuoto di un interminabile: “NOOOOOOO!”

Fino a che l’unica alternativa è che provino a mandarti a casa lo stesso, in “libertà vigilata” fino alla mattina successiva, per vedere se, tornato nel suo ambiente, lui decida di riprendere anche le sue funzioni vitali normali. E infatti così è, pur in presenza di un umore costantemente intrattabile, quello di una belva ferita liberata dalla gabbia che pian piano riprende le sue abitudini, accompagnate però da un indistruttibile sottofondo di rabbia e terrore che gli impediscono di addormentarsi, di liberarsi da sogni nefasti, da un dolore che non si capisce bene se sia fisico o dell’anima.

Ché, si sa, la gestione dei bambini in ospedale non è mai facile e indolore, anche se tutto intorno si trovano un ambiente e un’organizzazione che raggiungono davvero livelli di quasi assoluta perfezione, studiati in ogni dettaglio per rendere, per quanto possibile, più accettabile e meno pesante la loro (e la tua) permanenza lì dove nessuno vorrebbe mai davvero rimanere, neanche per pochi minuti.

E allora penso anche a “quegli altri”, quei bambini, genitori e familiari che tra quelle mura sono costretti da giorni, mesi, o anni, e che con un’apparente e incredibile forza vanno avanti, magari anche con un sorriso sulle labbra, ad attendere la fine del tunnel. E penso che io, quella forza lì, davvero non l’avrei.

 

 

TRAM MEDITATION

Tram d'epoca, esposto al Tram Museum di Zurigo

Tram d'epoca, esposto al Tram Museum di Zurigo

Mi è capitato di nuovo ieri, mentre andavo a prendere mio figlio a scuola, dopo una mattinata non propriamente da ricordare, o meglio di quelle che probabilmente preferiresti archiviare col tasto “delate”, in cui anche le normali incombenze quotidiane diventano un grande peso.

Eppure. Sono salita sul tram, mi sono seduta accanto a finestrino e via. Arrivata in prossimità della mia presunta fermata ho deciso che avrei scelto un’altra opzione di percorso: allungando di tre fermate e cambiando linea per altre tre, così da arrivare a destinazione evitando la solita passeggiata di 5/6 minuti a piedi. Sì, magari è pigrizia. Magari sono stanca e 6oo metri a piedi per quattro volte al giorno fate voi il conto di quanto fa. Altro che palestra, cyclette e tapis roulant.

Ma non è solo questo. Mi capita spesso, da quando vivo a Zurigo, di non voler proprio scendere dal tram. Me ne starei lì, tranquilla, a godermi il panorama dal finestrino, nel silenzio della carrozza, a guardare le persone che salgono e scendono, che leggono, ascoltano musica, telefonano o giocano con lo smartphone, o che non fanno nulla, come capita a me ogni tanto. E sprofondare inconsapevolmente in una sorta di trance, cullata dal movimento lineare sulle rotaie, dal rumore in sottofondo che, invece di essere disturbante, culla i pensieri, i sensi, la volontà. E non esiste più altro, in quei pochi minuti, diverso da quello che vedo, sento, vivo lì dentro. Il mondo sospeso, fuori, il tempo provvisoriamente fermato.

Io sono lì, e basta. Tutto il resto, quello che è stato fatto, quello che è da fare, è svanito sullo sfondo di un vagone azzurro e bianco, nella voce suadente (per quanto può esserlo in lingua germanica ;-)) che, puntualmente e al giusto volume, scandisce il nome della prossima fermata, lo schermo con il percorso, l’orologio e i minuti mancanti per arrivare a destino. Questo stato si chiamerebbe tecnicamente “meditazione” e, per lo più, richiede una buona dose di impegno, disciplina e fatica, salvo che per gli illuminati (di cui io, naturalmente, non faccio affatto parte).

In questo caso il costo è compreso nell’abbonamento annuale, neppure così alto per lo standard svizzero. E a me fa davvero strano, abituata com’ero ad imprecare in tutte le lingue note, e anche in qualcuna sconosciuta, ogni qualvolta dovessi salire su un mezzo pubblico di qualsiasi specie nella precedente vita italiana.

Rimane un problema, piccolo effetto collaterale, dato che la perfezione non è di questo mondo. Devi ricordarti di scendere, alla tua fermata, e soprattutto ritornare in uno stato mentale vigile e attento, idoneo ad evitare che il favoloso tram, magico strumento dei tuoi dieci minuti di pace, non si trasformi all’improvviso nello strumento della tua pace eterna. Ché, come dice la mia amica Gabriella (che ringrazio per la citazione non autorizzata ;-)): “A Zurigo i tram hanno la precedenza anche su Dio”, ragion per cui, se ti distrai un momento nell’attraversare i binari lui scampanella, ma mica si ferma. E sono solo problemi tuoi.

E TU, COME MANGI?

È parecchio tempo che medito su questo post. Avevo quasi deciso di non scriverlo, di soprassedere. Avrei potuto intitolarlo, in modo un po’ provocatorio: “I dieci motivi per cui non riesco ad essere vegetariana“.
Ma non voglio provocare alcunché, solo riflettere un attimo su tante cose che spesso capita di sentire, leggere, condividere, sul web e non. A volte, lo ammetto, anche con modi e toni che non mi piacciono, che mi infastidiscono assai.
Avrei potuto essere la perfetta candidata al vegetarianesimo: da bambina mia madre impazziva al solo pensiero di farmi mangiare la famigerata fettina ai ferri. Ho sempre amato i primi piatti, sempre mangiato frutta e verdura.
Ammiro moltissimo i vegetariani e credo che, in media, siano persone che dimostrino ben meno della loro età anagrafica e un motivo ci sarà.
Sono convinta che sia tranquillamente possibile vivere alla grande senza mangiare cibi che derivano da animali morti e, addirittura, mi spingo a dire che credo che, con qualche attenzione, anche i più piccoli potrebbero benissimo crescere al meglio senza “quelle proteine lì”.
Sono quella che era uscita, non così tanto tempo fa, totalmente furibonda da un appuntamento al Policlinico di Milano, con eminenti pediatri (sulla carta), per essersi sentita dire, neppure tanto velatamente, che affamavo mio figlio perché un giorno alla settimana, quando cucinavo i legumi, non gli davo contemporaneamente proteine animali.
Sono quella orgogliosa di avere un bambino di tre anni col quale ho fatto di tutto, dannandomi anche l’anima, per fargli apprezzare i vegetali sin da piccolissimo ed evitare il cibo spazzatura e ora, con infinito orgoglio (su questo almeno ;-)), posso dire di aver cresciuto un estimatore di minestroni, vellutate, insalate e verdure crude, grande mangiatore di mele, che quando andiamo a pranzo fuori e capitiamo in prossimità di un buffet proclama a gran voce: “Io voglio i cetrioli!!!”
Sono quella madre che si è rifiutata di dare carne rossa durante lo svezzamento, che non ne cucina per nessuno se non in casi sporadici ed eccezionali. Fosse per me gli allevatori di bovini sarebbero allegramente falliti anni fa.
E allora, direte voi, dove sta il problema?
Il problema sta che non ne posso davvero più di diktat talebani e ideologici.
La carne fa male. La carne fa venire il cancro.
Potrei anche farne a meno, non fosse che adoro il prosciutto, le fajtas di pollo, il cotechino di capodanno e un tagliere di lardo e pancetta.
Potrei mangiare al suo posto soia, tofu, seitan e compagnia bella: l’ho anche fatto, peccato che, sfortunatamente, al secondo giorno consecutivo di pasti così arrangiati, qualcosa dentro di me scateni un inspiegabile rifiuto. Il disgusto totale per qualcosa che il mio corpo percepisce come finto, artificiale e chimico. In pratica, mi viene la nausea.
E da lì ho riflettuto che, forse, non sempre ha un senso cercare i “sostituti di”: il sostituito è una seconda scelta e nelle seconde scelte c’è dentro una grande definizione di valore. Quello di cui mi accontento, perchè non posso avere ciò che davvero vorrei.
E potremmo andare aventi ore ed ore a disquisire su studi scientifici, teorie mediche ed olistiche, scuole di pensiero, pro e contro, su tutto e su tutti.
Su quantità, misure, proporzioni. Sul fatto che ciò che ora è la somma verità rivelata in terra fino a poco tempo fa era una solenne sciocchezza, quando non esattamente il contrario.
Che è inutile commentare che “ai miei tempi” le noci facevano venire gli attacchi di appendicite e il fegato faceva benissimo per il ferro, soprattutto ai bambini (e qui stendo un velo pietoso, davvero).
Va bene, diamo anche per scontato che la carne faccia male, molto male. Soprattutto se è tanta, se è troppa, o di cattiva qualità.
C’è altro da mangiare, davvero. Molto altro.
C’è il pesce: peccato per gli allevamenti agli antibiotici, gli oceani al mercurio e chissà dio cos’altro. Peccato per il mare, reso un deserto dalla pesca intensiva di gamberetti.
Non parliamo del latte, dei formaggi, per carità: veleno per l’intestino, per il colesterolo, per l’osteoporosi galoppante. Neanche a nominare le uova: il cibo del demonio sarebbe preferibile al confronto.
Nemmeno da nominare zuccheri e dolci. L’obesità, il diabete, la demenza precoce.
Resta ancora altro, verissimo: i cereali, i semi, i legumi. Energia “pulita”, nutriente, completa. Che non inquina, né dentro il corpo né fuori. Che mantiene giovani, efficienti, in salute. Che è pure buona. Che a me personalmente piace molto.
Peccato, però.
Peccato per i pesticidi, i diserbanti, i terreni radioattivi (sì, anche quelli su cui ci sono le coltivazioni biologiche). Peccato per i rifiuti tossici stoccati sotto terra e su cui crescono i favolosi pomodori,  gli OGM, il glutine di grano a cui ormai sono quasi tutti intolleranti se non peggio e, allora, mi domando se sia davvero così furbo rimpinzarsi di seitan e di soia cinese.
Peccato per le muffe cancerogene, per le tossine nascoste, per tutto quello che noi umani, volenti o nolenti, non riusciremo mai a controllare come vorremmo.
E allora, se vogliamo essere onesti, con noi stessi e con gli altri, raccontiamocele tutte. E ammettiamo che non siamo immortali, né che mai potremo esserlo.
Nessuno mai, però, che spenda una parola, una sola, su COME MANGIAMO.
Non sul “cosa”, ma sul “come”. Per una volta, almeno.

L’ORA D’ARIA

Con l’anno nuovo è arrivata la nonna che mancava da un bel po’.
Io mi sono resa conto di parecchie cose.
Che, ancora una volta, non sono la classica madre da manuale che vivrebbe in simbiosi con la propria creatura, h24 e gg 365. Sarà anche che mio figlio non è esattamente quel “Patato” che il suo soprannome evocherebbe, quanto sempre più spesso e in modo preoccupante il “grande dittatore”.
Che negli ultimi mesi sono stata costretta a fare troppo spesso di necessità virtù e ne sto pagando un prezzo parecchio alto.
Che mi sono strascurata, ho trascurato i miei bisogni fondamentali e di conseguenza la mia salute.
Che sono distrutta e siamo appena all’inizio di gennaio: io sono sfinita, nonostante le “vacanze” natalizie, mentre mi attendono i mesi più duri dell’inverno e qualche altra prova intermedia non irrilevante.
Che io e il Marito ci siamo assai trascurati a vicenda, questo da quando nostro figlio è nato, in verità, ma soprattutto in questi mesi successivi all’espatrio. Cause di forza maggiore, ovvio, ma poi perdere il controllo della situazione è un attimo, così come la lucidità di capire dove si stia (o non si stia) andando.
E a volte serve sul serio l’ora d’aria. La camminata in due sotto ciò che rimane delle luci delle feste, lungo il fiume e il lago che si tinge di nero la sera.
A guardare in su, il cielo e le stelle, invece che solo in basso, quasi rasoterra, quella cosina ancora per poco sotto il metro che sgambetta scatenata.
Fermarsi a parlare, o anche in silenzio, guardando, osservando.
Il niente, o qualcosa di bello, semplicemente il bello che restituisca ossigeno, speranza, progetti e prospettive.
Quelle vetrine di negozi, tanto meravigliosi quanto inutili e proibitivi, ma sapendo che, in qualche momento, anche l’inutile e il proibitivo hanno un loro senso.
E ricordarsi che se, ad un certo punto, magari senza neppure saperlo, hai scambiato il senso di tutta la tua vita, di tutta la vostra vita, con il senso di crescere un figlio, stai rischiando di essere fottuto sul serio.
E scusate il francesismo, ma è la verità.