PERCHE’ VALE LA PENA LEGGERE VANITY

Sono abbonata a “Vanity Fair” dal lontano 2005. Mi ha seguito in vari spostamenti e traslochi, tra cui l’ultimo, l’espatrio di poco più di un anno fa. Mi sento quasi ridicola nel confessare che, nel convulso e confuso periodo precedente all’attraversamento della frontiera Italo-Svizzera, insieme alle migliaia di informazioni, verifiche, chiarimenti e deliri da reperire sulla vita Oltralpe, uno dei primi aveva riguardato la domanda cruciale: “Ma spediscono Vanity a Zurigo?!”

In seguito alla risposta affermativa mi ero sentita decisamente più serena, nonostante il sensibile incremento dei costi (più del triplo rispetto al corrispondente italiano), credendo che, in quel frangente, qualsiasi prezzo sarebbe stato più che accettabile per portarmi dietro un pezzo del mio mondo di prima e confidando ciecamente nella puntualità svizzera per un recapito della rivista a scadenze dignitose.

Non è stato un anno facile. Ritardi di settimane, escalation di numeri persi, raffica di email al servizio clienti estero (che, non si capisce bene per quale strana ragione, ti scrive addirittura in inglese anche se tu sei abbonato ad una rivista italiana – e in lingua italiana, eh! -) che ricevevano – senza particolare solerzia, devo confessare – sempre la medesima risposta: “Non ci risultano irregolarità, l’abbonamento è in corso. I numeri sono spediti in automatico dopo la stampa. Sarà un problema delle poste svizzere”. Ecco, devo dire che, all’ipotesi del disservizio postale elvetico, stavo quasi per rinunciare: difficile crederci, osservando quotidianamente come funziona qui. E, alla scadenza del primo anno, ho avuto la forte(issima) tentazione di non rinnovare, prefigurandomi scenari alternativi da incubo: “Lo compro quando vado in Italia” (una volta al mese ????). “Me lo faccio spedire da qualcuno che lo compra in Italia (!?!?!)“, “Lo cerco direttamente qui in edicola” (non l’ho mai visto, ma non ho fatto neppure indagini super-approfondite).

Nonostante tutto non ce l’ho fatta a rinunciare. Continuo a ricevere Vanity con ritardi più o meno epici, sto leggendo ora il servizio del matrimonio di George Clooney, per dire, arrivato ben in coda ad altri numeri di Settembre e inizio Ottobre. Sto continuando a non capire dove possa essere il problema, visto che il “viaggio” è di miseri 300 km. Non 3.000 e neppure 30.000, e che il “Giornalino della Pimpa”, spedito frequentemente a mio figlio dalla nonna, arriva di solito in cinque giorni esatti. “Perché?” Ci si potrebbe chiedere, quindi? Non per il matrimonio di George, anche se pure il Marito va spesso dritto alla pagina “SPY”, al gossip dei VIP, che io leggo con curiosità e divertimento, ma che, onestamente, non sarebbe, da solo, valso l’investimento.

Ne vale la pena perché leggo e conosco cose che, altrimenti, non avrei modo di leggere e conoscere, almeno non con il livello qualitativo a cui Vanity mi ha abituata. Non potrei leggere i reportage di Imma Vitelli dalle terre tormentate del Medio Oriente, quelli di Gabriele Romagnoli dagli Stati Uniti, gli articoli di Silvia Nucini sui preti pedofili o su storie di vite straordinarie. Non avrei potuto leggere i racconti di Sergio Ramazzotti sull’Ebola e pensare che, in qualche modo, l’inferno, purtroppo, esiste e non ce lo sappiamo spiegare. Perché credo che sia una rivista unica e irripetibile nel suo genere, neppure lontanamente comparabile con il resto di ciò che offre il mercato. Come disse il Marito, ormai anni fa: “Leggere Vanity ti apre un mondo“; anche a Zurigo, dove nessun numero viene buttato e gode di lunga vita.

 



CAMBI D’ORARIO

Sono sveglia dalle 5.30 di stamattina. E tra poco sarei nuovamente pronta ad andare a nanna per un bel sonno ristoratore. Questa volta il passaggio all’ora solare sembra aver avuto qualche effetto devastante su mio figlio. Ieri mattina erano le 6.30 (in pratica, secondo il suo orologio biologico, le 7.30, d’accordo!), ma era domenica. Peccato che, poi, dopo una giornata di giochi e giri, fosse letteralmente devastato e la nanna è scattata obbligatoriamente alle 19.30 (dopo una cena alle 18.30)!

Sinceramente non ricordo di aver mai cenato a quell’ora, se non nei lontani anni in cui frequentavo Londra per le vacanze studio. E va bene il progressivo processo di “svizzerizzazione“, le sveglie sempre prima al mattino e il corrispondente “andare a dormire con le galline”, come direbbero dalle mie parti. Così però pare davvero un po’ troppo, che, tra un po’, ci organizziamo per una bella merenda alle 17.30 e la facciamo finita lì; e il Marito, pazienza, si arrangerà per i suoi rientri “notturni”, tanto noi dormiremo già da almeno un’oretta 😉

Tra le altre cose sono abbastanza stupita per l’effetto dirompente di questo giro di ora solare, perché, nonostante gli allarmi e allarmismi sempre lanciati ad ogni spostamento di lancette, soprattutto verso chi ha bambini piccoli, non mi ricordavo proprio di effetti collaterali così consistenti da parte sua negli anni precedenti. Il fatto è, forse, che prima Lui non dormiva mai, quindi in pratica non ci accorgevamo della differenza!

In conclusione potremmo, quindi, dire di avere fatto grandi passi avanti 🙂

 

IL MIO PRIMO EBOOK

Per alcune cose sono molto “antica”, da sempre. Spesso mia madre, da bambina, mi diceva che io ero nata per ritmi del secolo precedente (eravamo ancora nel ventesimo secolo, anche se per poco). Per alcuni aspetti aveva senz’altro ragione, mentre per altri credo che se fossi vissuta nell’Ottocento non sarei mai arrivata alla maggiore età 😉

Sicuramente, comunque, una cosa che amo sempre nel formato tradizionale, fatto di carta e inchiostro, sono i libri. Non sono mai riuscita a convincermi a passare al formato elettronico, nonostante più volte il Marito abbia buttato lì “Se vuoi ti regalo il Kindle…“. Ovviamente c’è sempre una prima volta per il progresso e, in ogni caso, una cosa non esclude l’altra, per cui recentemente mi sono “piegata” all’ebook, non avendo alternative. E ho pure dovuto tribolare un po’, perché dalla Svizzera Amazon non me lo faceva acquistare, per ragioni che ancora non ho compreso fino in fondo. Ma vivere come una scheggia impazzita tra due mondi diversi (pur se strettamente confinanti), a volte qualche vantaggio lo dà. Per cui alla fine sono riuscita a comprare e a leggere “Non avrai il mio shampoo” che non potevo sicuramente perdermi, visto che Barbara ed io ci conosciamo di persona, da parecchi anni, pur se, fino al mio cambio di vita, soprattutto per ragioni lavorative.

E’ stata un piccolo (grande) viaggio la lettura del suo libro; una sera, tutto d’un fiato, mentre marito e figlio dormivano come ghiri, e intorno a me era solo silenzio. Un viaggio in una parte della vita di una persona che ha coraggiosamente raccontato tanta parte di sé con infinita grazia e ironia,  dove il sorriso e la lacrima giocano a nascondino per tutto il tempo della lettura, e che riesce a scavare profondamente nell’animo (suo e di legge) senza alcuno sforzo apparente, con l’eleganza che lei ha nel presentarsi nella vita di tutti i giorni.

“Noi portatori di testa nuda abbiamo piccole convinzioni: l’alopecia capita alle persone sensibili; non è mai per caso; ti rende, tuo malgrado, migliore. Credo sia vero, ma non per meriti, piuttosto per la fattispecie della malattia stessa: l’alopecia ti lascia sano, non hai dolori, non ti ricoverano da nessuna parte, non devi occuparti di tamponare ferite, di fare riabilitazione. Niente. Non fa altro che portare via la tua immagine, te la strappa di dosso come l’imbianchino la tappezzeria vecchia.”

Se non si fosse capito, il mio primo ebook mi è piaciuto moltissimo. Spero piacerà anche a voi.

Questo post partecipa all’iniziativa: Il Venerdì del Libro di Homemademamma.

STRANE PAURE

Non si capisce bene per quale motivo, ma nella bacheca del palazzo è apparso un avviso da parte della portineria con l’invito a prestare attenzione ai ladri, in vista del buio incombente con l’arrivo dell’inverno (e probabilmente coi due gradi di minime previste per fine settimana). Avrei scommesso che i ladri girassero molto più agevolati e indisturbati d’estate, con porte e finestre aperte, mentre i legittimi proprietari sono intenti a prepararsi una bella grigliata in giardino. Evidentemente da queste parti “l’uomo nero” è quello che gira davvero di notte, tutto vestito di scuro e col sacco della refurtiva sulle spalle. Che, poi, quelli che ci sono non dovrebbero avere vita molto difficile, considerate le case con la porta d’ingresso aperta (e intendo proprio spalancata, non semplicemente non chiusa a chiave) che mi è capitato di notare da queste parti.

Comunque, mio figlio deve essere rimasto particolarmente colpito dalla parola “ladro”, probabilmente elaborata con una certa consapevolezza dopo l’episodio del monopattino, perché domenica sera ha sfoderato una raffica di domande da guinness dei primati: “Ma chi sono i ladri?”, “Perchè rubano?” “Cosa vogliono portare via?” “Ma la polizia poi li prende, vero?” “Dopo vanno in prigione?” conclusasi alla grande, giusto prima dei saluti della buonanotte, con la più rilevante di tutte: “Ma i ladri rubano anche i bambini?!” Temo che il Marito abbia leggermente sbagliato strategia rispondendo, “No, non ti preoccupare, perché i ladri sanno che altrimenti i genitori si arrabbiano moltissimo”.

Il fatto è che la Creatura, che fino a pochissimo tempo fa sembrava non aver paura di niente e nessuno, tanto che iniziavo a preoccuparmi delle possibili devastanti conseguenze di questa totale incoscienza del mondo, ha recentemente iniziato a dare qualche segno di insicurezza (o consapevolezza) legato alla sua tenera età, a parlare (o urlare) nel sonno, in preda a eventi onirici che si concludono poco gloriosamente nel letto dei genitori. E visto che in famiglia teniamo particolarmente all’incolumità del nostro sonno notturno, recentemente e faticosamente riguadagnato dopo anni disperati, la vera storia dei ladri di bambini può attendere ancora un po’.

MARE

È quasi sempre così, il mare, l’ultimo giorno, dà spesso il meglio di sé.
Pronto a ricordarti, se solo ce ne fosse bisogno, cosa significhi fare colazione davanti alla spiaggia, col sole e le maniche corte, in una mattina di metà ottobre.
Non avrei molto altro da aggiungere, se non che so benissimo cosa mi mancherà disperatamente nei prossimi lunghi mesi: aprire le finestre e non sentire quel profumo lì, che è la vita quando nasce.
Per tutto il resto Zurigo va benissimo, eh, proprio una favola. Gli svizzeri dovrebbero solo sforzarsi ancora un pochino e fare il miracolo 😉

DI FANGO E GAP CULTURALE

Che io non sia, ne mai potrei essere, il prototipo della perfetta madre svizzera è fatto noto. Decenni di vita e cultura e un carico da undici di DNA.
Ogni tanto mi illudo di aver superato lo “shock culturale”, solo perché non rischio più l’infarto ogni volta che mio figlio si arrampica sui tre/quattro metri degli scivoli zurighesi, insinuandosi con perfetta abilità da scimmietta indigena tra le schegge dei tronchi e il ferro arrugginito dei chiodi (tanto l’antitetanica l’abbiamo fatta, no?!) E pazienza se sotto c’è solo lo strato di ghiaia ad attutire qualsiasi potenziale incidente. Ormai non ci bado più, dopo aver superato il trauma mesi e mesi fa, al terzo giro dei parchi gioco cittadini, quando, con un puffo non ancora treenne per mano, mi ero detta, in un estremo tentativo di auto-tranquillizzarmi: “Dopo tutto qui sembra non morire nessuno….quindi perché dovrebbe essere il mio il primo?!”
Poi, però, cado miseramente nel fango. Che non è una metafora, ma letteralmente quello strato di terra, sabbia e ghiaia che si deposita inesorabile su qualsiasi materiale con cui entri in contatto. Si sa, è autunno, e in autunno succede che piova. A Zurigo neppure tanto raramente. E, a Zurigo, i bambini giocano all’aperto più o meno sempre e comunque, e se il fango è ovunque pazienza. Tanto in Svizzera nessuno pulisce le scarpe dallo sporco residuo delle ore di vita all’aperto. Si indossano stivali di gomma o scarponi da montagna (a seconda della stagione) e pantaloni di cerata. Punto. Il resto è un optional. Il problema si pone quando le attrezzature, anche se ci sono, non si utilizzano e il giorno successivo ci si ritrova con un bel raffreddore, cosa mai augurabile per chi già ha i catarri cronici. E, tra parentesi, quando e come diamine pulire le quintalate di fango dalle scarpe (nuove, ovvio) e dai jeans senza ridurre la casa una palude.
Ma per gli svizzeri questo non è neppure un tema, così come non lo è quello di avere bambini in canotta con venti gradi scarsi, un pallido sole intermittente nel cielo di ciò che resta della Liguria, un tempo paese della primavera perenne, che sguazzano per ore, a intermittenza, nel mare e in piscina, ovviamente subito dopo aver fatto colazione. Figurarsi se uova fritte e bacon possono essere oggetto di discussione 😉

BUIO

Inutile nasconderlo, non ho mai amato l’autunno. Nonostante, negli anni, sia diventato abbastanza “di moda”: le foglie dorate, le giornate tiepide, la luce calda del sole che, in caso di meteo favorevole, regalano notevoli soddisfazioni. Avrei molte occasioni per ricredermi, anche quest’anno in cui, dopo un’estate orribile, sembra che la stagione voglia riscattare un po’ di quello che ha colpevolmente mancato nel recente passato. La fine si settembre ha portato con sé giornate molto belle, calde per il periodo, che permettono una vita all’aperto di cui, quasi, ci eravamo scordati la possibilità. C’è quasi sempre nebbia al mattino, ma poi, pian piano o quasi all’improvviso, si dirada e compare il sole nel cielo blu. Sua maestà nel suo regno.

Tanti mi dicono di amare l’autunno, la sua atmosfera un po’ rarefatta, il vino, i riti gastronomici che lo accompagnano (e, come sempre, per mangiare ogni scusa è buona ;-)). Li posso capire, in verità, ogni stagione ha un suo (grande o piccolo) fascino e ognuno vive su di sé quella che risuona meglio con il proprio essere. Io sono donna di luce primaverile,  di profumi estivi esaltati dal caldo mediterraneo, o per lo meno lo ero, fino a quando l’età ci ha messo lo zampino, portandomi a soffrire il caldo come mai nella vita di prima. Invecchiare favorisce, forse, un diverso apprezzamento delle “mezze stagioni”, per lo meno di quelle che, una volta, venivano chiamate così.

Ma resta un problema, per me grandissimo e difficilmente superabile: il buio. Il sonno infinito. Inizia il momento in cui la sveglia è una tortura, in cui aprendo gli occhi ogni mattina mi trovo a pensare “Così non ce la posso fare, non un giorno di più!” E siamo solo all’inizio, l’inizio di un lungo tunnel che prosegue inesorabile fino a marzo o aprile dell’anno successivo, in attesa della luce.

Mio figlio, dopo anni di notte brave, sembra aver ormai acquisito un suo equilibrio e la vita scolastica favorisce una stanchezza profonda che lo stronca quasi inevitabilmente poco dopo il tramonto. Da quest’anno ho notato che la sveglia sta iniziando ad essere un tema scottante anche per lui e, in tutta onestà, mi si spezza il cuore doverlo svegliare brutalmente (se no non si sveglia proprio) prima delle sette del mattino. Dopo tutto, mi dico, ha solo quattro anni, e a quattro anni penso che un bambino meriterebbe di poter dormire un pochino di più.

Per tutti questi motivi è scattato il count down, il conto alla rovescia pre-vacanze autunnali. Ancora due sveglie all’alba e poi un po’ di riposo, …. ehm, sì, diciamo che, almeno, potremo riscattarci per qualche giorno dalla dittatura della sveglia. Per questo sono infinitamente grata al calendario scolastico svizzero che, forse, è riuscito a mettere in conto che gli alunni (e gli esseri umani in generale) non sono dei robot e che le ferie non sono necessarie solamente d’estate.

Allora, forse, riuscirò davvero anche a godermelo questo autunno, ad apprezzarne le doti e le magie, come le bolle di sapone che si alzano leggere e fatate nel cielo di Zurigo in un sabato di ottobre.