FROM GREECE WITH LOVE

Ho trascorso quasi la metà delle mie vacanze estive in Grecia. Da una prima volta a Creta, più di vent’anni fa, è nata una malattia, inguaribile ed incurabile, a decorso cronico, che mi ha portata quasi tutti gli anni successivi, salvo situazioni eccezionali (matrimonio, gravidanza, nascita di mio figlio, estemporanee e fuggevoli deviazioni nei dintorni) a tornare nelle isole del mare greco.
In alcune più volte, anche se mai nello stesso luogo, in altre una sola, ma in tutti i casi con una profonda consapevolezza, istintiva quanto potente: per quanto potrò, tornerò ancora, e ancora e ancora.
Credo che il mare della Grecia sia, da un certo punto di vista, talmente parte di me da avere forti difficoltà a raccontarlo, così come è delle parti più profonde della propria vita che non possono essere descritte a parole.
È un qualcosa che riuscirei solamente ad abbozzare con frasi generiche e pure un po’ scontate: la luce, i colori (mai visto un blu che fosse più blu, è un bianco che fosse più bianco), il Meltemi, i profumi inebrianti della macchia mediterranea trasportati dal vento. I sapori decisi di una cucina semplice quanto affascinante. I ritmi di un altro tempo, i suoni di un popolo inevitabilmente a cavallo di diverse millenarie culture, pur se indiscutibilmente europeo. I paesaggi mozzafiato, di una bellezza unica che toglie il respiro, e che, a mio parere, non hanno uguali pur a confronto con tante incredibili meraviglie del mondo.
Credo che ognuno, se mediamente sano di mente, abbia il suo luogo del cuore e che non si ponga nessun dubbio su quale sia il mio.
In queste ultime due settimane ho calpestato sentieri nuovi e sconosciuti, guidato amici a vedere angoli celeberrimi quanto nascosti, riposato su spiagge meravigliose e scattato il solito quantitativo imbarazzante di foto.
È cambiato qualcosa rispetto al passato, me ne vado con un paio di certezze in più, anche se non so quanto positive per il mio equilibrio mentale.
Ho iniziato a sospettare che i Greci considerino mediamente deficienti tutti quelli stranieri armati di bottiglie d’acqua, cappellini e smartphone, pronti a sputare l’anima coi 40 gradi lungo le solite centinaia di gradini prima di arrivare ad un paradiso da immortalare, ognuno a modo suo, e celebrare con un proprio rito laico.
Il fatto di essere tornata in un luogo già in parte noto, mi ha permesso di osservare con maggiore distacco gli sguardi degli altri, che armati di fotocamere e affini, si affannano alla ricerca del l’angolo perfetto di mondo da portare con sè al momento della partenza, provati dal caldo, dalla sete, dalle salite e dalle discese.
Ho rivisto me stessa, ogni volta, nel tentativo di cogliere l’attimo fuggente che ti consegni l’essenza e la magia di questi luoghi, il loro vero segreto, l’anima nascosta agli occhi del resto del mondo.
Ahimè inutilmente.

SILENZI, E DISTANZE

Una sera di queste pensavo, distesa nel letto e stranamente insonne, nonostante la culla del mare greco che, normalmente, è per me una delle ninnananne migliori del mondo.
Nel sottofondo il solito dubbio di madre, un figlio da crescere nonostante me stessa e nonostante lui stesso.
Pensavo però a me, agli anni che passano e ai molti silenzi che sta diventando la vita. Non ai silenzi belli, quelli ricchi di significati e carichi di vita. Pensavo ai silenzi con persone che, ormai, definisco amici per senso dell’abitudine, o per lontane esperienze che avrebbero perso qualsiasi senso, non fosse per un “ciao” e due righe ogni tanto.
Mi viene spesso da pensare che sia colpa della distanza, del mio essere altrove, in primo luogo dal punto di vista geografico, ma sicuramente non solo.
Pensavo a come potrebbero essere riempiti quei silenzi, e al fatto che, forse, “da grandi” certe cose in verità non si possono dire più. Certamente non più con la leggerezza dei vent’anni, col piacere o la disperazione di condividere qualcosa che crediamo unico e irripetibile, esattamente come quell’amico che inondiamo di parole e telefonate, perché solo lui pensiamo le meriti, o che sia la nostra ancora di salvezza.
Sto invecchiando davvero, e più di quanto le rughe diano a vedere, nonostante i miracoli del mare greco.

BUONE VACANZE!


Sono partita, sono tornata, riparto
. Un continuo su e giù in queste settimane, ma quando si tratta di estate e vacanze va sempre tutto bene, nonostante il traffico, i treni, il caldo o il freddo, l’afa o l’aria condizionata.

Adesso si può dire, un altro anno è andato, con tutto quanto di bello e meno bello ha comportato. La mia Creatura è cresciutissima e non mi par vero che tra meno di un mese compirà cinque anni, e che dovrò, in qualche modo, farmene una ragione.

Per ora non dico altro, se non: buone vacanze! Al mare, ai monti, o a casa. Dove volete o dove potete, l’importante è che vacanze siano, che tutto il resto, quello che c’è fuori, scompaia per un po’ e resti con noi solo il bello di ciò che amiamo.

 


 


“CLINIQUE SMART”

Oggi mi toccano quelle otto ore abbondanti di treno, in solitudine per fortuna, che altrimenti divento isterica, dalle pianure coltivate a grano e girasoli fino alle vette svizzere.
Devo scegliere un argomento un pochino soft, altrimenti la giornata si farebbe pesante assai 😉
Non parlo mai di cosmetici, bellezza, trucco e parrucco, sono un disastro in queste cose, ma in questa occasione ho pensato che ne valesse la pena.
I quaranta sono, ahimè, ormai all’attivo e gli inverni zurighesi (oltre che gli inverni in generale) non sono sicuramente un toccasana per la mia pelle, estremamente sensibile, sottile, secca e allergica. La pressoché assenza di umidità che caratterizza il clima in cui vivo per la maggior parte del tempo, se aiuta da altri punti di vista, non è sicuramente l’ideale per la salute della cute, tant’è che spesso mi ritrovo avvizzita come una prugna secca, nonostante l’utilizzo di prodotti (almeno sulla carta) specifici e di buona qualità.
Questa primavera sono arrivata al giorno del mio compleanno in condizioni pietose: pallore (meglio sarebbe dire grigiore) post-disgelo ancora saldamente al suo posto, linee più o meno sottili ovunque, pelle spenta e disidratata. Mi sono detta che era il momento di fare qualcosa di serio, e approfittando della ricorrenza mi sono fatta regalare dal Marito “Clinique Smart” il siero “miracoloso” che promette una soluzione su misura, per ogni tipo di pelle, andando ad agire là dove serve contro tutte le magagne più tipiche: rughe, macchie, colorito spento e disomogeneo.
Premetto di non essere una persona che crede nei “miracoli”, meno che meno se operati da un prodotto cosmetico, però…devo ammettere che questa volta il test mi ha davvero sorpresa, superando le aspettative.
Applicato due volte al giorno (ne basta una quantità piccolissima) ha un effetto praticamente immediato sulle magagne di cui sopra: la pelle è da subito credibilmente idratata, mai unta o appiccicosa, liscia, morbida e il colorito acquista immediatamente (abbronzatura o meno) un aspetto più sano e giovane.
In sintesi: prodotto che mi sento di super-consigliare! Ora non mi resta che trovare il rimedio miracoloso per i capelli bianchi 😉 ma per quello temo dovrò rassegnarmi ad avere ancora un bel po’ di pazienza…

(P.s. Questo non è un post sponsorizzato)

CONOSCI PEPPA WUTZ?!

Una delle incombenze tipiche degli espatriati in vacanza nella madrepatria è quella di cercare di non fare, in poche settimane, completa tabula rasa del faticoso tedesco capitalizzato in mesi e mesi di sudato lavoro. Stesso dicasi per la Creatura che, in quanto ad apprendimento della lingua teutonica, è meglio di un’anguilla in libertà.

Ecco allora il soccorso del solito iPad, con la dose quotidiana di cartoni animati in lingua, al posto della dannatissima Rai Yo Yo.
Ormai anche in lingua tedesca mio figlio ha la sua playlist preferita, con Wickie il Vichingo in testa (meglio, Wickie und die starken Männer)

Una di queste sere, del tutto a sorpresa, nelle proposte di YouTube, è comparsa Lei, la suina più amata/odiata del pianeta, addirittura in versione tedesca! Avevo sentito solo recentemente della sua esistenza, visto che in Svizzera credo proprio non sia trasmessa, non mi è mai capitato di intercettarla in TV e non ho mai visto un gadget a tema. Non che mi mancasse, tutt’altro. Se proprio si devono vedere dei cartoni animati, credo che il panorama offra ben di meglio.

Ho fatto però tre interessanti scoperte:

1. L’hanno chiamata Peppa Wutz (che, secondo info raccolte nel worldwide web, pare essere il termine bavarese per indicare il maiale)
2. Sempre secondo la fonte di cui sopra, nei paesi di lingua tedesca pare abbia avuto pochissimo successo
3. È fantastica per allenare un tedesco tristissimo come il mio, vista la banalità imbarazzante dei dialoghi che caratterizzano le storie: a differenza di tutto quanto visto fino ad ora (cartoni inclusi) riesco ad arrivare ad una comprensione della lingua anche del 99%.

Che dite, mi tocca 😉 !?!?

“VUOTO” CERCASI

Io sono abbastanza convinta che il mare aiuti sempre. Come ho appena detto ad un’amica “Quali che siano i problemi che sono, sempre meglio viverli davanti al mare che ai 40 gradi cementificati della Pianura Padana”

Nella mia testa questi giorni di mare non sono mai stati “una vacanza“; più che altro un “obbligo” per cercare un qualche sollievo per le mie malandate vie respiratorie che anni di inverni inquinati non hanno sicuramente aiutato. D’accordo, c’è mio figlio e i nonni, ma questo non necessariamente si tramuta in un vantaggio, anzi. Qualche giorno di distacco dal ruolo di madre non può fare che bene, soprattutto a me che, lontana da tutti al di là di una frontiera, non ho mai modo di abdicare neppure per brevi momenti.

Qui ho una stretta routine, seppur vacanziera, con orari e attività per il riposo e i pasti, la spiaggia e le terme e mi sono ritagliata un’oretta o due nel pomeriggio per leggere i libri in arretrato da mesi. Non ho ambizione di fare cose particolari dal punto di vista turistico nè shopping, nè di fare nuove conoscenze. Vivo in una sorta di bozzolo in un contesto che, a tratti, sta diventando anche un po’ troppo affollato per i miei gusti misantropi (e spero che sia solo perché è il fine settimana!)

Eppure. Ci sono gli indubitabili vantaggi di aver di fronte un mare, un clima finora più che gradevole, di non dover pulire, cucinare, riassettare, fare la spesa. Non mi sveglio alle sei del mattino e finalmente non arrivo alle otto di sera come se un treno mi avesse investito. Ma, soprattutto, dormo decentemente. Non sono sempre talmente dolorante da dover cercare un minimo di sollievo in qualche pratica fisica di yoga per tentare di sciogliere quei malefici nodi che mi imprigionano nella vita quotidiana.
Esaminavo la cosa da un punto di vista yogico e il quadro é per me abbastanza evidente: sto pensando pochissimo, solo per lo stretto necessario di quanto devo fare nell’immediato (della serie: adesso preparo la borsa per la spiaggia, poi decido cosa mettermi per cena). Naturalmente, che la mente “disturbata” disturbi il corpo nel suo equilibrio non l’ho inventato io, ma è per me una verità indiscutibile.
Da anni conosco la soluzione, la pronta risposta a (quasi) tutti i mali: il meraviglioso VUOTO che abbiamo perso per strada in non so quale stadio delle presunta evoluzione, perché secondo qualche genio dell’ultima ora, il vuoto era il Male, l’inferno a cui sfuggire a costo della vita. Lui, chiunque fosse, è stato da tempo accontentato nel suo diabolico piano.
Io, però, mica mi arrendo, avendo ormai capito che il vuoto è, in verità, il nostro perduto paradiso.

SOSPENSIONE SPAZIO-TEMPORALE

Sono via da casa da una settimana, e da tre giorni al mare, ma mi sembrano secoli. Mi capita quasi sempre così da quando ero piccola e ho iniziato ad avere la capacità di ricordare.

È uno strano fenomeno, che mi incuriosisce e mi inquieta contemporaneamente, offrendomi però la possibilità di vivere per qualche tempo in una sorta di “altra dimensione”, dove tutto parrebbe sospeso, cullato in una monotona routine scandita da colazione-terme-spiaggia-pranzo-siesta pomeridiana-spiaggia-cena-nanna.

Forse ci sarebbe da uscire ragionevolmente di testa, se non fosse che il mio quotidiano è incastrato indissolubilmente con quello di un quasi-cinquenne e di tre settantenni. E che, in tutta onestà, in questa fase non saprei esattamente valutare quale sia obiettivamente il peggiore.

Ragion per cui, al di là del fatto che il mare è sempre il mare e una piccola mano la offre, credo che la sospensione spazio temporale sia in verità una inconscia ed automatica strategia di sopravvivenza. Diversamente dubiterei di arrivare indenne al decimo giorno (o di far arrivare indenni loro).