DIFFICILE

Zurigo (foto di Carlotta G.)

Ormai da diversi giorni sono ricomparsi i problemi di sonno del Patato. Non vorrebbe mai andare a dormire, anche se è stanchissimo, impiega ore (e non è un modo di dire!) ad addormentarsi. Si sveglia urlando nel cuore della notte, chiama mamma e papà o lamenta strani mal di pancia che, però, non sembrano spesso avere un riscontro di reale malessere fisico. In compenso, poi, non si alzerebbe mai dal sonnellino del pomeriggio ed arriva a dormire fino alle otto del mattino, cosa davvero senza precedenti.
Pensavamo, finalmente, di essere usciti dal tunnel delle notti in bianco, dei pianti disperati senza un perché, dopo più di due anni di super lavoro.
Evidentemente il trasferimento sta producendo qualche effetto collaterale anche su di lui, anche se è ancora molto piccolo, anche se sembra essersi inserito benissimo nell’asilo nuovo, anche se la nuova casa sembra piacergli molto anche se trova ruspe e mezzi pesanti ad ogni angolo, non soffrendo così la lontananza dei cantieri nostrani.
In questi giorni tutte le persone che incontro qui mi dicono le stesse cose. Cambiare Paese è difficile, non è uno scherzo, né una questione banale.
Ci sono mille sfumature, mille complessità che rendono il quotidiano un lavoro doppio, se non triplo o quadruplo, rispetto alla norma a cui si era abituati nella vita che si è lasciata.
È difficile capire come funzionano le cose, è difficile abituarsi anche solo a sentir parlare una lingua sconosciuta e decisamente poco “friendly” per chi la dovrebbe imparare. È difficile gestire un clima invernale a fine maggio, lunghe giornate di pioggia, vento e temperature che -normalmente- in Italia ci scordiamo a marzo, se va male.
Quest’anno non fa testo, ok. Neppure qui, mi dicono. Che il tempo fa sempre abbastanza schifo, ma non così.
Tutti invitano e invocano la parolina magica: “pazienza”. Serve tempo e tanta, tantissima pazienza per abituarsi stabilmente ad una nuova vita e ad una nuova realtà. Sei mesi, un anno, in media.
Confesso che, avendo accuratamente pianificato il pianificabile e organizzato l’organizzabile prima di partire, alcune cose me le sarei aspettate un pochino più semplici, naturali, meno problematiche. Probabilmente pretendevo troppo.
Anche da mio figlio che speravo avrebbe affrontato il cambiamento, visti i neppure tre anni di vita, come una specie di vacanza, in un posto nuovo con un bel lago e tanti cigni da andare a salutare quando ne avesse avuto voglia.
E da queste considerazioni è un attimo che scatti la trappola del “ma chi me l’ha fatto fare???” Preludio alla successiva e sicura rovina di ogni attitudine positiva.
La decisione di andare a vivere all’estero, soprattutto con una famiglia e figli al seguito, è estremamente delicata, personale e non giudicabile. Ne parlo anche in un post che potete leggere qui.
E quel che cerco di tenere a mente, di vivere, soprattutto, nonostante questo “difficile” che incombe, è che in questo posto il sole si vede poco, ma quando c’è è adagiato in uno splendido cielo blu, che i meandri della Pianura Padana ormai possono da anni solo sognare. Si vive una meravigliosa natura, anche in città, in ogni giardino, parco, incredibilmente verde, pulito e curato. È un tripudio di alberi, di boschi, di fiori colorati e profumati, religiosamente mantenuti e rispettati.
L’aria è tersa, fredda, apparentemente rigida e respingente. Per chi arriva essendo abituato a diverse temperature scatta in automatico l’istinto a coprirsi il più possibile, a chiudersi in casa per ripararsi dalle continue intemperie.
Dopo qualche tempo, però, un giorno, abbastanza per caso, provi a respirare.
A farla entrare dal naso quell’aria fredda. E, con grande meraviglia, ti rendi conto di sentirla salire su per le narici e scendere giù per la gola fino ad arrivare ai polmoni. E, con ancora più meraviglia, ti accorgi che la sensazione non è affatto spiacevole, anzi.
Che, dopo un tempo talmente lungo che non sapresti neppure quantificare, respirando non hai inalato benzene allo stato puro. Che quell’aria fredda è arrivata là, nella tua testa, nei tuoi polmoni, per fare il suo lavoro, quello a cui è chiamata da che mondo è mondo.
Portare ossigeno, portare energia. E anche se tutto è complicato, anche se tutto è difficile, ti rendi conto che stai respirando, per davvero.
E che sei felice.

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CERTE COSE

Certe cose le scopri solo vivendo. È un vecchio, vecchissimo, proverbio e come tale contiene le sue verità. 
Solo che capita che tu non sappia capirle fino in fondo, fino a quando non ti tocca farne esperienza in prima persona.
Premessa uno: amo la musica, da sempre. Quando sono in casa spesso accendo la radio (ah, la mia radio preferita, quanto mi manca qui :-(), ascolto i miei cd, miei brani preferiti nella playlist dell’iPod. Ormai sempre quelli da anni, che mi manca il tempo di scaricarne di nuovi, ma va bene così.
Premessa due: odio visceralmente, con tutta me stessa, anima e corpo, le canzoncine da bambini. Non so perché, ma mi scatenano un’orticaria indescrivibile.
Da quando è nato mio figlio non ho mai comprato musichette per infanti, ninnananne e amenità simili. La ninna nanna la cantavo io, inventata da me, anche se non so veramente cantare (e forse i suoi atavici problemi di sonno hanno avuto lì la loro origine!)
Per il resto il Patato sentiva in casa la musica che ascoltavamo io e suo padre. Ha imparato a memoria “Io Vagabondo” dei Nomadi (versione live di Augusto e solo quella vuol sentire), “Baila sexy thing” di Zucchero e, vi assicuro, che la balla sul serio, e “Rotolando verso sud” dei Negrita, il mio manifesto. 
E tutto il resto che è sempre passato tra le nostre mura, Sade, U2, Bryan Adams, Ludovico Einaudi.
Era tutto a posto. Alla grande, direi. Che un duenne che reclama a gran voce “Baila Morena! Sotto questa luna piena, under the moonlight” non lo trovi mica tutti i giorni. Avevamo, certo, altri problemi con lui, non quello musicale però.
Fino a che sono arrivati i nonni. Lo scorso inverno (forse dovrei dire QUESTO INVERNO), per la prima volta, è stato aggirato un bastione di difesa e ha fatto la sua prima comparsa una terrificante raccolta di ben tre cd con “Le più belle canzoncine per maschietti” (???!!!!).
Ho cercato di correre ai ripari. Facendo finta di niente, cercando di glissare ogni volta che il Patato accennava minimamente alle canzoncine della nonna.
Continuando a fargli ascoltare la radio, Baila Morena e Io Vagabondo.
Poi i CD sono diventati sei (raddoppio della terrificante collezione) e quando c’è la nonna in versione DJ io, se posso, esco di casa.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Ed è arrivato nonostante il trasloco, l’espatrio e i 300 km a nord. Al primo rientro in Italia i nonni hanno approfittato per il regalo del secolo: le canzoncine di Peppa Pig.
Che, al confronto, la collezione “the best for baby boys” di cui sopra, era il capolavoro dell’universo musicale. Onestamente non si possono sentire.
IO non le posso sentire. E speravo che quel po’ di cultura musicale trasmessa dalla nascita ci avrebbe in qualche modo salvati.
Invece no. Mio figlio le ADORA. 
La scorsa settimana siamo rimasti io e lui soli per un paio di giorni, che il marito era via per lavoro. Avevo tra le mani una vecchia raccolta dei Dire Straits, musiche che non sentivo da anni, casualmente riemerse dagli scatoloni. Ci ho provato una giornata intera, a colazione, pranzo e cena. Io mettevo il disco nel lettore e lui, immediatamente, andava a toglierlo, per sostituirlo con quell’agghiacciante accozzaglia di versi porcini. Riprovavo, dopo un po’, approfittando di una distrazione, dell’attenzione catturata da altro. Niente da fare.
I Dire Straits sono ancora lì, muti, in attesa di essere riascoltati.
E io mi sono resa conto di ciò che volevano dire quei genitori che confessavano la loro disperazione per i lunghi viaggi in auto, con i timpani tormentati da “Le tagliatelle di nonna Pina“, mentre io mi domandavo perché mai dovessero sopportare quel supplizio, con tutta la buona musica trasmessa in diretta ventiquattr’ore al giorno
Adesso, purtroppo, ho capito.

BLOG-COMPLEANNO

Me ne sono improvvisamente ricordata ieri sera, a letto, poco prima di addormentarmi.
Sono passati dodici mesi, trecentossessantacinque giorni dal momento in cui, al grido di guerra di “ora o mai più” scrivevo il primo post nel mio primo blog.
Praticamente senza neppure sapere bene cosa fosse un blog.
Un salto nel buio, il cuore oltre l’ostacolo, buttato così, all’aria, sulla spinta di un periodo particolare e difficile a cui era seguito l’inizio del mio anno sabbatico.
Anni luce da oggi, altro che.
Oggi che, addirittura, ho cambiato casa, Paese e doppiamente vita. Ancora una volta.
E sarebbe impossibile descrivere il grande regalo che mi sono fatta in questi mesi (in effetti l’obiettivo era proprio quello 😉 ) nel tenere questo diario.
Timone a dritta, nonostante tutto e nonostante tutti. 
Soprattutto nonostante me stessa.
Altri cento di questi giorni: il solo augurio per il mio primo blog-compleanno.

SPUNTI DI RIFLESSIONE

Stamattina ho scoperto che da queste parti non hanno idea di cosa sia un aerosol, nè, chiaramente, a cosa serva esattamente.
Ho girato quattro farmacie, all’apparenza non secondarie e ben fornite, e in tutti i casi mi son sentita di recitare la parte di E.T. in visita alla Terra.
È finita più o meno come per il povero extraterrestre: “telefono, casa!”. Ho chiamato mia suocera chiedendole di capire qual è la via più rapida e comoda per farci recapitare qui in bell’apparecchio nuovo che, nei lidi italici, si trova in qualsiasi farmacia, parafarmacia, nonché nei supermercati più forniti.
Il problema, ovviamente, non si sarebbe affatto presentato se la sottoscritta, ormai nel loop quotidiano di novella fantozzi, stamattina non avesse inciampato nel cavo elettrico del proprio attrezzo da aerosolterapia (peraltro quasi nuovo e perfettamente funzionante), al termine delle abituali operazioni di prevenzione malanni del Patato.
“Tra tutte le cose che potevi rompere….” ha detto il marito, aggiungendo poi :”Va beh, quanto mai potrà costare uno nuovo!”
Circa 350 franchi svizzeri (più o meno 290 Euro), han detto nell’unica farmacia in cui, volendo, me lo avrebbero anche procurato. Quello che ho distrutto stamattina ne costava circa 40.
Ora, sorvolando sulle mie performance di madre espatriata (e molto stordita), nelle ore in cui cercavo una soluzione costruttiva al problema (risolto, almeno temporaneamente, grazie alla vicina di casa italiana), mi sono trastullata in qualche riflessione filosofica ed esistenziale.
Oggi qui c’è un tempo da lupi. Piove che dio la manda, tira (come sempre) vento, ci saranno si e no dieci gradi. Nei prossimi giorni le previsioni meteo danno pioggia, pioggia e ancora pioggia, temperature minime di 3 gradi (DICASI TRE) e massime di sette/otto. Ricordo che siamo a fine maggio.
Vedo persone camminare per strada con addosso T-shirt e pantaloni estivi. Ok, non sono la regola, ma la maggioranza della popolazione locale viaggia con una camicia/maglia e l’impermeabile. Le donne in tailleur senza calze. Ho visto bambini di tre o quattro anni in bicicletta o in monopattino sotto la pioggia, giusto il k-way e via.
Secondo la mia ferrea logica italiana dovrebbero essere tutti malati, con la bronchite cronica per lo meno, la polmonite, il colpo della strega.
Altro che il catarro che io disperatamente combatto in mio figlio.
E, dato il presupposto, si presumerebbe che qui ogni famiglia fosse dotata di quattro o cinque apparecchi per aerosol (uno per ciascuno, almeno), dovendo lottare senza tregua contro i disastrosi effetti del maltempo, del vento nordico, del gelo primaverile.
Invece non sanno cosa sia.
Vuol dire che crescono i figli (almeno tre, di media) senza essersi neppure posti il problema di cosa sia una fialetta di soluzione fisiologica. Con quello che io ho speso in fisiologica, e attrezzi collegati, da quando è nato mio figlio, mi sarei sicuramente pagata una vacanza all inclusive alle Maldive.
Il medico svizzero da cui siamo stati col Patato, appena arrivati qui, ha esternato una pillola di teutonica saggezza: “la medicina non è una scienza esatta, ma è fortemente influenzata da fattori sociali e culturali”. Ecco.
Sarà che qualche sospetto viene. E che la vicina italiana mi ha detto di non aver praticamente più usato l’aerosol da quando vive qui, visto che i figli si ammalano pochissimo.
Ottimo materiale per ulteriori spunti di riflessione.

STRANEZZE

Nei prossimi giorni, mesi, o anche (forse) anni credo avrò infinitamente modo di parlare degli stereotipi. Quelli che accompagnano con sana ineluttabilità tanta parte della nostra vita.
Gli stereotipi collegati alla provenienza geografica delle persone sono, secondo me, quelli più “simpatici”, se contenuti ovviamente entro la soglia del buon senso e del buon gusto.
Inutile dire che quando la nostra testolina sente accendere il campanello sonoro corrispondente alla parola “americano”, piuttosto che “tedesco”, o “giapponese” che dir si voglia, nascono spontanei una serie di pensieri strettamente collegati a quelle che a noi sembrano le principali caratteristiche dei soggetti in questione.
E inutile dire che alla parola “Svizzera” l’immaginario italico colleghi tutta una serie di virtù o difetti certamente riconducibili al paese degli orologi a cucù.
Accanto al corollario di puntualità e precisione (che non intendo affrontare al momento, un giorno magari, chissà), normalmente si accompagna il tema della “sicurezza”, tanto amato e sentito nei giardini di casa nostra.
E con sicurezza intendo non soltanto il fatto di avere poche probabilità di essere derubati, truffati, aggrediti, rapinati e così via, ma proprio la sensazione che, in certi posti, (quasi) tutto funziona talmente bene, con precisione, puntualità e rigore (svizzero) al punto di pensare che non possa accadere seriamente nulla di male.
Tutti gli stereotipi, di qualsiasi natura, contengono un fondo di verità, accanto ad una buona dose di esagerazione che, probabilmente, vale la pena smascherare in tempo.
Sono a Zurigo da due settimane scarse, durante le quali mi è capitato di notare quelle che, ai miei occhi italiani, non possono che apparire come curiose stranezze. 
E, sorprendentemente, tutte sono strettamente collegate al tema della sicurezza, nel senso della individuazione di comportamenti e modalità di gestione dei pericoli così da prevenire incidenti e infortuni.
I parchi gioco per bambini hanno caratteristiche abbastanza anomale per le abitudini del bel paese. Tutte le attrezzature sono collocate su terreni di ghiaia, non certamente i più adatti a minimizzare le conseguenze di cadute e traumi dei piccoli frequentatori. Compaiono scivoli altissimi, tanto che anche l’adulto di statura superiore alla media fatica ad arrivare alla sommità in caso di interventi di emergenza. Non c’è nulla di gomma o di materiali morbidi o in grado di ammortizzare colpi o cadute, tutto (o quasi) è di legno o metallo.
I cantieri stradali, di cui la città è disseminata all’inverosimile, offrono protezioni fisiche pressoché inesistenti rispetto ai passanti e agli altri veicoli. Un paio di transenne, non di più e non sempre.
Ma la cosa più sorprendente, che mi ha lasciato attonita stile partecipante ad una candid camera ben riuscita, l’ho vista pochi giorni fa vicino a casa.
Avevo notato come, ad un certo punto, accanto all’ampio marciapiede che conduce al principale centro commerciale della zona, comparissero dei binari. Esattamente incastonati tra la parte pedonale della strada e la carreggiata dedicata al traffico automobilistico. 
“Sara un vecchio binario in disuso” mi ero detta, visto che si trova in una zona della città un tempo tipicamente industriale. Proseguendo il percorso, ad un certo punto, l’occhio cadeva su una scritta, fatta con uno spray giallo fosforescente, sulla striscia di asfalto tra i due binari: “BAHN!” (ferrovia)
Così, con tanto di punto esclamativo. Mi era sorto un sospetto, subito accantonato. Impossibile, siamo in uno dei Paesi più sicuri del mondo. Quello dove tutti gli edifici hanno il rifugio anti-bomba.
Qualche giorno fa camminavo verso casa dalla fermata del tram, lo sguardo arriva all’incrocio e vedo qualcosa che, onestamente, mai mi sarei aspettata di vedere nel bel mezzo di un quartiere residenziale di Zurigo, Svizzera.
Un treno merci stava tranquillamente attraversando la strada, sul suo binario dedicato. Senza nessuna protezione, nessun passaggio a livello. I pedoni, i bambini, fermi al semaforo, così come le auto, le biciclette, i tram.
Ho creduto di avere un’allucinazione, le settimane di trasloco devono avermi fatto davvero male.
Dopo qualche secondo tutto è tornato normale, il traffico, i semafori, le bici.
Inutile dire che io sono terrorizzata. L’idea di essere lì, tranquilla, in auto e trovarmi davanti un treno merci mi atterrisce.
L’interpretazione del marito nei confronti dello strano fenomeno è la seguente: “Se qualcuno è così stordito da farsi investire da un treno merci che passa in città a 10 km all’ora vuol dire che se lo meritava. E che, quindi, non valeva la pena salvarlo”
Il fatto è che temo abbia ragione.

CAMBIO DI STAGIONE

Il fatto è che non ero molto preparata, non del tutto almeno.
Che ti dicono che da queste parti le tonalità abituali del cielo sono il grigio, il grigio e il grigio. Che normalmente piove, piove e piove.
Non solo in inverno, o in autunno, anche se chiaramente in quei casi è peggio.
Vabbé, mi son detta, alla fine siamo a maggio e prima o poi il sole arriverà pure qui. 
Avevo scientemente accantonato in un angolo della lontana memoria le estati delle vacanze studio britanniche, quando, in pieno luglio, passavi dai 35 gradi della pianura padana al multi strato T-shirt, felpa, impermeabile, o, se andava male, giacca a vento. E ombrello, sempre e comunque a portata di mano.
Ma qui non siam mica così a nord, alla fine. Siamo poi a 300 km dalla pianura padana, mica a 3000.
E sarà che, fino ad ora, il meteo locale aveva fatto del suo meglio per illudermi alla grande.
In occasione della mia prima visita, a fine dicembre, c’erano 10 gradi, un cielo terso e spendente che incorniciava le montagne innevate e che sembrava l’anticamera del paradiso. 
Le altre volte pioveva, faceva fresco, il cielo era grigio; eravamo in inverno dopo tutto, ma mai particolarmente gelido e addirittura la giacca invernale sembrava di troppo. Non che in Italia fosse poi così meglio.
Prima di traslocare avevo fatto il possibile per gestire alla meglio il cambio di stagione. Via i piumini e piumoni, i maglioni di lana, le sciarpe pesanti e i berretti. Dopo tutto siamo a maggio e, dicono, la primavera svizzera è bellissima. La stagione migliore.
Avevo conservato in uso una giacca pesante per il Patato, che non si sa mai.
L’ho lavata pochi giorni fa, appena arrivata qui, pensando che, davvero, ormai sarebbe stata di troppo anche per Zurigo.
Mi ero illusa, appunto. 
Da tre giorni non si vede il sole, se non giusto all’ora del tramonto, quasi a irridere le tue speranze malamente riposte, dopo una giornata di furia degli elementi.
Piove, ogni tanto grandina. Tira un vento gelido. E stamattina c’erano 6 (dico 6) gradi.
Ho dovuto riprendere la giacca pesante del Patato, bardarlo con sciarpa, berretto e cappuccio per uscire. Ero tentata di infilarlo sotto la copertura anti-pioggia del passeggino, anche se in quel momento non pioveva. 
Ancora meglio sarebbe stato sotto vuoto, dopo due otiti maligne in meno di un mese.
Anch’io ho riesumato collant e cappello.
Mi dicono che, anche per gli standard di qui, non è molto normale. Che l’anno scorso di questi tempi era quasi estate.
Sarà per questo che vedo in giro persone coi sandali, improbabili shorts tipo spiaggia, gambe nude, scollature e spolverini invisibili.
Che la coppia tipo del posto prevede lui con maglietta, bermuda e scarponi da trekking, lei in jeans e ciabatte tipo Crocs ai piedi.
Inizio a pensare che il famoso “shock culturale” abbia, in verità, una precisa e specifica declinazione. Shock climatico.

PERCHÈ NON ESISTONO LE MAMME PERFETTE

Ho conosciuto direttamente il primo esemplare di Mamma Perfetta nel reparto di ostetricia dell’ospedale in cui ho partorito.
Venivo ricoverata, dopo qualche ora di osservazione in pronto soccorso, per la rottura prematura del sacco amniotico alla trentasettesima settimana (leggi: rottura delle acque e zero contrazioni). 
Ero sinceramente un po’ spaesata e preoccupata. Ero alla prima gravidanza e alla vigilia del mio primo parto e, dalle conoscenze acquisite in quei mesi, la prospettiva di trascorrere ore o giorni in un letto di ospedale, con una bella flebo di antibiotico nel braccio, in attesa che la creatura si decidesse ad attivarsi nel modo giusto, o, in mancanza, di un bel parto indotto non mi solleticava granché.
Da quello che sarebbe successo nei giorni successivi avrei già dovuto capire un paio di cose su mio figlio. Ma questa è un’altra storia.
Entrando nella camera del reparto trovai già sistemata un’altra ragazza, ricoverata da qualche giorno per un motivo simile al mio, ma in un’epoca gestazionale decisamente più preoccupante: era agosto e la sua data prevista del parto era in ottobre. 
L’obiettivo nel suo caso era, quindi, quello di posticipare il più possibile l’evento, in attesa che il bambino acquistasse l’autonomia necessaria ad evitare la terapia intensiva al momento della nascita che, in ogni caso, sarebbe stata prematura.
Mi colpì la grande naturalezza con cui viveva quelle ore, mostrando solo ogni tanto qualche preoccupazione per suo figlio (“l’importante è che stia bene”) e coordinando nel frattempo alcuni lavori di casa rimasti in sospeso dopo la corsa in ospedale nel cuore della notte (“sai, stavamo cambiando le porte di casa, laccate bianche abbiamo deciso“) e le indicazioni al marito per gli acquisti di emergenza di un corredino extra small.
Io avrei partorito circa quarantotto ore dopo, ma avremmo continuato a vederci per qualche giorno, fino al momento della mia (nostra) dimissione.
Mi parlava di DVD del corso pre-parto (DVD!?!), di massaggi neonatali, di marche super affidabili di prodotti per l’infanzia.
Io ero (sono) quella che non era riuscita a decidere il nome di suo figlio fino al sesto mese inoltrato. Quella che non era neppure riuscita ad allattarlo mezza volta, tanto che pure le ostetriche super motivate alla tetta erano arrivate a “consigliarmi” il biberon.
Non riuscivo a scrollarmi di dosso una strana sensazione di disagio quando parlavo con lei. 
Sensazione che sarebbe proseguita per qualche tempo, dopo la nascita di suo figlio, la nostra visita augurale in ospedale (il piccolo, nato alla trentaquattresima settimana, per fortuna stava benissimo e non era neppure servita l’incubatrice), qualche telefonata e sms di saluti vari e una pizza a casa sua, coi due nanetti neonati.
Credo che la visione della sua casa sia stata un po’ la chiusura del cerchio. Uscita da un numero patinato di AD, tutto perfettamente ordinato e organizzato, le porte laccate bianche finalmente al loro posto, la cucina senza neppure un ciuccio in vista. Fasciatoio e accessori baby organizzati che neppure sulle riviste specializzate. 
Il bimbo, ovviamente angelico come da manuale di Tracy Hogg, mangiava, dormiva e se ne stava nella sua sdraietta a guardare il mondo.
Lei sarebbe rientrata al lavoro all’inizio dell’anno nuovo: il lavoro vicino a casa, i nonni a disposizione e gli orari della sua attività le consentivano di gestire il piccolo senza troppi problemi.
Allora il mondo perfetto esiste, mi dicevo. Anche se non è il mio.
Restava però una grande sensazione di finto, di costruito, forse prima ancora ai suoi occhi che non a quelli del mondo.
Un giorno ricevo un sms, in cui mi domanda alcune info sui pasti di mio figlio. Quanto mangia, ogni quanto tempo. Rispondo e le sue domande si moltiplicano. Non riesco bene a capire quali siano i suoi dubbi, la chiamo.
È disperata, perché ha portato il bimbo da una pediatra privata, “una brava” , mi dice. E quella le ha detto che il piccolo mangia troppo, che deve diminuire le poppate. Che anche se è nato prematuro non importa, ormai sta bene.
Che deve sostituire uno dei pasti notturni con un biberon di camomilla, e non importa se lui piange, se grida disperato per ore perché ha fame. Avrà anche solo un mese, ma mica è scemo e capisce benissimo che la camomilla è un po’ di acqua riscaldata e non il suo latte.
Mi chiede cosa ne penso. Le dico che, ovviamente, non ho alcun titolo per confermare o smentire le teorie della “pediatra brava” che le ha dato dell’incapace perché non riesce a turlupinare il bebè con la camomilla. 
Ma le dico che io non avrei lasciato urlare dalla fame mio figlio per tre o quattro ore, di notte, a un mese di vita.
Le mamme perfette non esistono. Neppure i pediatri perfetti, ma questa è un’altra storia.

LA TERRA. E CIÒ CHE TI SOSTIENE

Il Patato urla nel sonno – e non solo –
No! Non voglio, no!!! Non voglio!” Mentre tira calci e pugni nel lettino.
Sono giorni movimentati qui nella terra degli orologi a cucù. Mio figlio è super eccitato, dorme poco, è intrattabile.
Dal momento in cui abbiamo messo piede nella casa nuova sta dando il peggio di sè.
Spero sia una fase momentanea, il comprensibile adattamento necessario dopo un cambiamento grande.
Io tendo a perdere la pazienza più rapidamente del solito.
Che gli ultimi tempi, l’ultima settimana in particolare, non è stata proprio quel che si di e una passeggiata.
Il grosso è fatto, per lo meno dal punto di vista degli spostamenti fisici di cose e persone. Il resto si vedrà, pian piano.
Continua a frullarmi per la testa una frase su cui medito da tempo, regalo del mio corso di yoga: “la terra è tutto ciò che ti sostiene”
È il suolo su cui cammini, il letto dove ti sdrai. Le persone che sono per te il tuo mondo.
Le tue ossa che ti fanno stare in piedi, la base solida che ti permette di essere te stesso, indipendentemente da quanto, brutto o bello, ti sta capitando intorno.
Tutto sommato la mia terra mi ha sostenuto. Fino ad ora almeno.
Poi si vedrà.