SUMMER DECLUTTERING

Ieri a Zurigo non c’è stata quella che potrei definire la classica domenica estiva, del solstizio d’estate per essere proprio precisi.

La mattina presentava una temperatura di circa 13°C, nebbia e pioggia incessante. Cercando di scacciare la depressione incombente, e considerando il fatto che tra pochi giorni saremo in partenza per un periodo di ferie termali e balneari coi nonni, abbiamo approfittato delle avverse condizioni meteo per dare una sistemata alla casa, piccole sistemazioni rinviate da mesi, la cornice da appendere al muro, qualche pasto in anticipo da preparare.

Ma, visto che la bella stagione in qualche modo va celebrata, almeno nella nostra testa, ecco l’idea geniale: due anni di arretrati di libriccini e giochi vecchi e rotti, oppure semplicemente obsoleti per un quasi-cinquenne da buttare oppure da ri-allocare altrove. La scusa è un cuginetto più piccolo, al quale se possibile passiamo vestiti e accessori ancora in buono stato ché, le cose dei bimbi mi sembra davvero brutto buttarle via.

Mio figlio non l’ha presa benissimo: nonostante la cauta preparazione “Li diamo ad un bimbo più piccolo che ancora lì può utilizzare, così tu avrai spazio per  giochi nuovi quando te li regalano”, dopo una decina di minuti è iniziata la guerra: “NOOOOO!!!! Questo gioco/libro mi piace moltissimooooo! Noooooo! Io ci gioco sempreeeee!anche quando l’ultima volta che gli erano capitati tra le mani risaliva a qualche secolo prima.

E’ scattata qualche negoziazione spinta degna delle Nazioni Unite, ma nella maggioranza dei casi abbiamo tenuto il timone a dritta senza cedere a compromessi. E’ stata durissima, anche con qualche crisi acuta di pianto e disperazione, ma i tre sacchi di cose da dare in outsourcing (senza contare quelle finite nella spazzatura) sono lì, belli pronti da caricare in macchina. Lui alla fine ha avuto bisogno di un giro consolatorio in bicicletta, e meno male che aveva smesso un attimo di piovere, noi di una bella doccia.

La prossima volta mica far passare altri due anni interi, eh! Contiamoci 😉


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BUCHI NERI

Stamattina ero a fare la spesa, in mezzo a zucchine e pomodori datterini. Del tutto all’improvviso, e senza alcun tipo di nesso logico con qualsiasi cosa avessi fatto o stessi facendo, mi ha colto un dilemma grammaticale assurdo nella lingua teutonica: non riuscivo più a distinguere la coniugazione dei verbi al passivo da quella al futuro.

Provo e riprovo. Penso e ripenso. Metto in atto le classiche tecniche per superare le impasse da rintronamento precoce: Cerca di non pensarci per un po’, così poi ti torna in mente quando meno te lo aspetti. Attiva tutte le possibili memorie esistenti: visiva … qual era la pagina del libro?! auditiva….ma com’era il suono???”

Niente. niente di niente.

Sono tornata a casa con il chiodo fisso in testa; sono andata a riprendere i libri …..niente! In tedesco il futuro è talmente importante che non lo trovo più…

E, come se non bastasse, lo stato di confusione mentale in cui versavo durante la mia permanenza al supermercato ha prodotto danni consistenti: ditemi voi se questo può essere definito un MINI slip di taglia media (aber, leider, era quello che era scritto sulla confezione :-()

 

 

 

MASCHI

Ci stiamo ormai avvicinando al cont0 alla rovescia pre-vacanze. Il clima da queste parte continua ad essere assai ballerino, tipo che un giorno ci sono 30°C e il solleone da ustione e dopo dodici ore servono stivali di gomma e impermeabile, quando non proprio un bel maglioncino caldo.

L’autonomia di mio figlio nelle operazioni di vestizione e svestizione non ha ancora raggiunto risultati del tutto soddisfacenti, soprattutto per una sua certa pigrizia innata in queste attività che ogni tanto mi fa infuriare pesantemente. Nel corso di queste giornate semi-estive, ma anche semi-primaverili e semi-autunnali all-in-one, spesso queste sue inadeguate competenze sono messe a dura prova.

Le maestre, in caso di meteo particolarmente favorevole e temperature elevate, accompagnano a volte i bimbi in un grande parco vicino alla scuola, munito di “sguazzatoio“, dove le creature possono reciprocamente distruggersi a suon di spruzzi e schizzi per tutta la mattina. Vivendo al nord, capita, però, spesso che alle otto di mattina non sia ancora così caldo da uscire di casa in tenuta spiaggia e che quindi sia opportuno viaggiare con calzini e scarpe chiuse, sostituibili dopo qualche ora dai sandali decisamente più idonei a saltare dentro e fuori dell’acqua.

La scorsa settimana ho ritrovato la Creatura, a fine mattinata, dotata di sandali con calzini acclusi. Superato l’iniziale moto di orrore, ho cercato di spiegargli che se indossa i sandali al posto delle scarpe è opportuno che si tolga anche le calze. Non sono certa che, al momento, avesse colto adeguatamente. La sera, del tutto improvvisamente, mi domanda:

Ma alle femmine non servono le calze?!”

“Ma in che senso, scusa?!”

“Stamattina al parco le femmine non avevano le calze…”

Infatti. I maschi, invece, immagino di sì.

 

 

ORGOGLIO DI QUASI CINQUENNE

Recentemente siamo stati all’Ikea, un sabato mattina di freddo e pioggia primaverile, per mettere una pezza, dopo ben due anni, ad una parte dello scarno arredamento da espatrio.

Era abbastanza presto, c’era ancora poca folla e mio figlio mostrava per la prima volta in vita sua uno spiccato interesse per il Baby-parking, avvicinandosi a passo deciso a scrutare all’interno degli spazi.

“Vuoi giocare qui mentre mamma e papà entrano a comprare quello che ci serve?”

“Sì!”

“Sei sicuro?!” “Guarda che devi rimanere qui da solo, mamma e papà non possono restare”

“Sì, sono sicuro!”

Sarà sicuramente stato grazie alla signora che parlava italiano, ma c’è rimasto davvero, così i genitori sollevatissimi e leggerissimi provvedevano a fare ciò che dovevano ad una velocità record e a tornare entro i 90 minuti prescritti a ritirare la Creatura, giusto in tempo per il pranzo.

“Allora Patato, tutto bene? Ti sei divertito a giocare qui?”

“Sì….” “Però quando siete andati via ho pianto un pochino….”

“Davvero?! E la signora che cura i bimbi cosa ti ha detto?”

“Niente, non mi ha visto. Mi sono nascosto…”

PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA

Mi capita periodicamente, ad intervalli irregolari, ormai da tempo immemorabile. Non me ne sono mai data una spiegazione, se non sotto il generico e generale capitolo della classica “psicopatologia della vita quotidiana”.

Lo scenario è tipico: devo pranzare da sola, ho impegni fuori casa la mattina e zero scorte pronte in frigorifero, quindi zero tempo per prepararmi qualcosa di soddisfacente. Considerando che non vivo in mezzo al Sahara, la soluzione appare di una banalità imbarazzante: comprarmi qualcosa di pronto o farmi un’insalata col tonno. Normalmente è inverno e si gela, quindi l’insalata sarebbe da archiviare, ma stavolta la giustificazione è che l’avevo mangiata appena ieri. Resta il procacciamento del pranzo fuori casa che, prezzi zurighesi a parte, non dovrebbe essere affatto un problema, neppure vago, se non per l’imbarazzo di una scelta virtualmente infinita.

Ok, oggi non sono in gran forma, ho dormito male e avevo lezione di tedesco: tre fattori che, insieme, rischiano di produrre una miscela esplosiva. D’altro canto finalmente è estate e guardare fuori è una festa per gli occhi. Finito l’apprendimento teutonico dovevo fare una commissione veloce in centro (tipo che le scorte italiane non hanno prodotto sufficienti pantaloncini corti per mio figlio) e rientrare a casa. Mi sono detta: dopo H&M mi compro qualcosa di veloce da mangiare e rientro a casa, prima di ri-uscire di nuovo per andare a prendere la Belva a scuola.

E’ da non credere, e io stessa se me lo raccontassi non ci crederei: da H&M ci ho messo 10 minuti esatti. Ho vagato mezz’ora per il centro in cerca di un’inutile ispirazione per il pranzo. Talke away vs. self service veloce. Falafel vs. Brezel. Piatto vegetariano vs. non so più cosa. Sarà che avevo poca fame, sarà che mi capita sempre così, anche quando di fame ne ho parecchia. All’inizio qui credevo che fosse la lingua straniera a frenarmi, ma ora credo di essere perfettamente in grado di scegliere un panino anche in tedesco. E, comunque, ‘sta cosa mi succedeva anche quando vivevo in Italia.

Sono rientrata, ovviamente, a casa a mani (e stomaco) vuoto. Ho rimediato con un tristissimo toast, con prosciutto italiano di alta qualità almeno, ma triste comunque, soprattutto per il fatto che, al solito, mi sono sentita una completa imbecille. E con un paio di bicchieri di Coca, per rimediare al drammatico calo di zuccheri e all’emicrania incombente.