RITUALI PRE-PARTENZA

(Immagine tratta dal sito www.west-info.ee)

(Immagine tratta dal sito http://www.west-info.ee)

 

Che non pensiate ad estetista e parrucchiere, smalto e massaggi rilassanti. Questa mattina, a poco più di 48 ore dalla partenza, è andata in scena la pulizia del frigorifero. Dal mio punto di vista personale uno degli orrori massimi che la vita da casalinga semi-disperata possa importi. S’aveva da fare e si è fatto.

Voltiamo pagina e concentriamoci sulla strategia per la preparazione bagagli, per un intero mese di assenza da casa: anche le valige non sono il mio forte, sarebbe più comodo per me poter trasportare tutto il guardaroba, soprattutto quest’anno in cui la continua altalena tra la T-Shirt e l’impermeabile mi ha provocato idee confuse sul clima dell’universo al di fuori della Svizzera, che mi portano a i ritenere indispensabili gli stivali di gomma anche per destinazioni sfacciatamente mediterranee. S’ha da fare e si farà.

Pensavo poco fa che, da quando ci siamo trasferiti a Zurigo, non sono mai stata via da casa un intero mese e mi sembra strana la prospettiva di doverlo fare. Non ho mai fatto parte della pur nutrita schiera di expat che contano settimane, giorni, ore e minuti prima di ogni occasione di rientro in patria, non parliamo poi per le vacanze estive, programmate sfruttando tutti i secondi disponibili fino all’ultimo treno/aereo per rientrare giusto 5 minuti prima della ripresa di scuola o lavoro. Ho altre paranoie, anche parecchie in tutta onestà, ma non quella di pensare di poter star meglio stando lontano da qui il più a lungo possibile. 

Sicuramente ho sempre parecchie paranoie sulla mia comfort-zone a nord delle Alpi, spesso strettamente collegate alla gestione di una lingua bislacca con cui continuo a faticare a scendere a patti. Va sicuramente meglio di prima, ma non ancora abbastanza. Ho paranoie sull’oscillazione perpetua tra una sconfinata ammirazione per ciò che un buco di nazione circondata da giganti è riuscita a costruire, anche grazie all’ipertrofico orgoglio delle due origini, e la sfacciata antipatia che spesso provo per alcuni suoi atteggiamenti naive.

Ho meno paranoie sul fatto di essere molto consapevole che io e la mia famiglia, indipendentemente dal tempo che trascorreremo tra questi confini, non potremo mai che sentirci profondamente italiani, anche se appartenenti a quella categoria che ha scelto di vivere altrove e che continua a pensare di aver fatto, fino ad ora, la migliore scelta possibile. Convinti, nonostante tutto, che si possa e si debba tentare di ottenere da questa esperienza il meglio di due mondi vicinissimi, ma per tanti aspetti davvero distanti anni luce.

Non so se in queste prossime settimane avrò modo di scrivere. Sarò sicuramente senza pc, solo con un piccolo tablet che non è proprio l’ideale per questo tipo di attività. Può essere un’occasione: stare un po’ in silenzio e dare modo a nuove parole di manifestarsi. Torneremo in agosto, pronti a sostenere il nuovo inizio del piccolo di casa nell’avventura della sua nuova scuola: faremo così esperienza anche del “rovescio della medaglia”, di nuovo fuori dalla comfort-zone e che la forza sia con tutti noi!

 

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CONTO ALLA ROVESCIA

(Immagine tratta dal web)

(Immagine tratta dal web)

 

Siamo quasi agli sgoccioli, di questa stagione finora mancata, agli sgoccioli di un inverno inesistente che alla fine, paradossalmente, è durato troppo a lungo.

Agli sgoccioli di un anno scolastico del piccolo di casa che, dopo le vacanze, comincerà una nuova avventura che lo porterà lontano dalla sua faticosamente raggiunta comfort-zone.

Agli sgoccioli, come diretta conseguenza, di una fase della nostra vita zurighese, durata tre anni volati in un soffio, e all’inizio di una nuova che chissà come andrà e dove ci porterà.

Agli sgoccioli per l’attesa della partenza per le vacanze, che quest’anno saranno lungamente non svizzere, non perché così siano state volutamente pianificate, ma  perché così è capitato nei sempre complessi incastri familiari.

Sono un po’ stanchina, inutile negarlo, com’è costume in questa parte dell’anno. Più di tutto, però, mi manca il sole estivo, la sua luce e l’energia che ne deriva. Speriamo di recuperare strada facendo.

Sto cercando di rallentare un po’ i ritmi, creare un po’ più di spazio intorno a me, e anche nella testa, la cosa di solito più difficile da realizzare. Di stare il più possibile all’aria aperta, anche se il clima di questo periodo non ha affatto aiutato, per ossigenare il più possibile le celluline della materia grigia. E chissà mai che arrivi addirittura il miracolo, materializzandosi nell’acquisto di un paio di scarpe da jogging 😉

 

 

OFF TOPIC

Non c’entra nulla col tema di questo blog, a meno di volerlo ricomprendere nella super-generale categoria “Esistenza”.

Ci pensavo recentemente, dopo aver visto una puntata de “La grande storia” di Rai Tre, dedicata a ricordare alcuni orrori del nazismo durante seconda guerra mondiale. Avevo finito di guardare la trasmissione alle undici di un venerdì sera, con un insopprimibile senso di nausea e lo spiacevole dubbio che la nottata non sarebbe stata così tanto serena, ma contemporaneamente con una imperativa sicurezza che proveniva da qualche parte dentro la mia testa:Questa roba dovrebbe essere obbligatoriamente vista da qualunque essere umano sulla faccia della terra” (sottotitolo: in una giornata in cui creda di poter ragionevolmente sopravvivere all’esperienza e ad esclusione dei minori di 18 anni, perché, in tutta onestà, sono cose abbastanza forti).

Non ne ho scritto subito, anche se la tentazione era davvero consistente, proprio per lo scrupolo di non voler ammorbare al prossimo un sudato fine settimana. Poi sono arrivate “le solite belle notizie“: di nuovo la Francia, Orlando, gli hooligans del calcio, i morti in mare. Diversi livelli di tragedia, idiozia, pochezza, miseria, cattiveria, follia, orrore. Ed ecco che il pensiero di quel venerdì 3 giugno 2016 è tornato prepotentemente alla ribalta: dovremmo aver paura oggi così come l’essere umano ha avuto occasione di averne in tutti i tempi della sua storia. Chi dice che “certe cose prima non capitavano” mente sapendo di mentire (oppure è profondamente ignorante, o si è perso qualche dettaglio strada facendo). Sicuramente la seconda guerra mondiale è stata quello che è stata, ma non è che prima e poi fossero sempre state rose e fiori (il terrorismo, gli anni di piombo, gli attentati dell’IRA…dove li mettiamo?) Senza parlare, poi, dei bambini sciolti nell’acido e di tante altre storie che conosciamo (o dovemmo conoscere) parecchio bene.

Ovviamente non è una giustificazione, niente può esserlo mai, ma ricordare alcuni fatti disgraziati della storia dell’umanità credo possa aiutare a rimettere le cose in una certa prospettiva che noi, ormai, assuefatti dal benessere e da un malinteso senso di onnipotenza, rischiamo di perdere di vista.

Fatevi coraggio e guardatelo.

 

 

DUE GOCCE

gelato

Stamattina, quando ho preso il tram per la prima volta, funzionava l’aria condizionata, un paio d’ore dopo il riscaldamento.

Sono passata alla posta per spedire una busta e lì, per uno strano fenomeno di cross-selling in collaborazione con coop, mi hanno omaggiato di una busta-tester di gelato Cameo, giusto cioccolato, of course. L’ufficio postale, di norma, è un emblema della società svizzera: pulito, ordinato, efficiente: non fai praticamente coda anche quando è pieno di gente e il giallo sembra fatto per ravvivare anche le giornate invernali più buie e fredde. Oggi non funzionava, nonostante fosse giugno inoltrato, e regnava ovunque un’atmosfera umidiccia – paragonabile a quella dei miei capelli inguardabili – che stonava decisamente con l’offerta rinfrescante ricevuta. Tutti lì dentro (e a maggior ragione fuori, ad onor del vero) avevano la classica faccia da “Ma che giornata di m….”

Rientrando a casa ho preso in mano la busta del gelato pronto e le ho dato un’occhiata: per non cedere completamente allo sconforto meteorologico avevo accarezzato l’idea di prepararlo per la merenda della Creatura. Dopo aver dato un’occhiata agli ingredienti ho evitato, e temo che l’unico utilizzo possibile sia un volo nella spazzatura.

Mi restava una fame alla Montalbano, della serie “mi è smorcato un pititto lupigno”,  da sanare a suon di guacamole e chips di mais. Quando ci vuole ci vuole.

ETERNE SICUREZZE

(Foto Carlotta G.)

(Foto Carlotta G.)

 

Ricordo perfettamente, come fosse ieri, un post che scrissi nei primi tempi di questo blog. Mio figlio era piccolo, frequentava il nido, parlava ancora pochissimo, ma in compenso non stava mai fermo. Eravamo, in teoria, nel pieno della fase dei “terrible two” che, a volendo ben guardare, a casa nostra non è mai davvero passata di moda. 

Il titolo era inequivocabile: “Il Patato e Mr. Hyde“: ogni ulteriore commento è sostanzialmente superfluo, ma se ne avete voglia andate pure a dargli una lettura veloce. Sono passati quasi quattro anni, Lui ora parla, naturalmente, ma tutto il resto della dinamica non è molto cambiato. Questo per dire che sconfesso totalmente e pubblicamente quelli che sostengono strane teorie del tipo: “Ma poi, crescendo, cambiano!” Col cavolo, il DNA non cambia con l’età, al massimo si aggiungono le magagne dell’invecchiamento.

La lunga premessa è per raccontare questo fatto. La scorsa settimana la sua scuola era chiusa un paio di giorni, per celebrare degnamente anche in terra straniera la festività del 2 giugno, la mia però non lo era ed abbiamo dovuto organizzarci, come altre volte del resto, affinché Lui venisse con me a lezione di tedesco. Un paio d’ore, ma per le quali inizialmente io avevo i sudori freddi prima, durante e dopo. Stranamente, però, quando lui varca quella soglia subisce istantaneamente una sorta di metamorfosi: si sistema tranquillo e beato nella stanza dei giochi (mediamente pensati per bambini parecchio più piccoli di lui) e si perde in quel mondo parallelo fino a che non vado a recuperarlo, dicendogli che ho finito e che dobbiamo andare via, cosa che puntualmente faccio fatica a realizzare, tanta è la sua concentrazione spazio-temporale.

Giovedì scorso, ad un certo punto, Lui apre la porta della mia aula, si dà un’occhiata intorno guardingo e si avvicina al mio posto. Poi, appoggiando sul tavolo davanti a me il suo fiore di carta, dice tutto coccoloso: “Mami, questo l’ho fatto per te!” Alla mia insegnante sono venuti gli occhi lucidi dalla commozione, le altre colleghe erano a bocca aperta dalla meraviglia. Nell’aria volavano cuoricini rosa come neppure a San Valentino e gli angioletti dell’amore cantavano dolcissime melodie.

Ovviamente la credibilità del mio mantra che sostiene che mio figlio è una peste inaudita, e che mi fa sudare ogni santo giorno più delle famigerate sette camice per qualsiasi cosa, si è sgretolata come un castello di sabbia. Sì, sì, pensate pure che “Quando crescono, poi, migliorano!” 😉

 

 

 

 

COSE SPARSE

(Foto Carlotta G.)

(Foto Carlotta G.)

 

Cielo grigio su, foglie gialle giù...” No, le foglie gialle non ci sono (ancora ;-)), ma di cielo grigio parecchio, e io inizio ad avere bisogno di vacanze.

Stiamo andando abbastanza spesso avanti e indietro dall’Italia, ultimamente, con tutto ciò che la cosa comporta, anche in termini di vantaggio sulla spesa settimanale e svantaggio sulle code (o rischio code) al Gottardo.

Capita che l’effetto psicofisico delle trasferte sia un esacerbarsi della sensazione dell’apolide errante: non mi sento a casa qui, e neppure là. Al momento in proposito nessuna soluzione seria in vista.

Continua il pellegrinaggio familiare sul tema del “sempre più in alto“. Lo scorso fine settimana abbiamo visto il Pirellone e il Duomo e scattato diverse foto per immortalare gli eventi. Chiaramente non eravamo gli unici a fotografare la cattedrale, anzi, in eccessiva compagnia di parecchi tifosi spagnoli, mentre ragionevolmente gli unici a scattare di fronte alla sede della Regione Lombardia. Ho volutamente evitato di incrociare gli sguardi perplessi dei poliziotti alle nostre spalle, in altre faccende affaccendati, ma sto cominciando seriamente a temere l’effetto “Un italiano vero” di Toto Cutugno.

Sfortunatamente il Duomo l’abbiamo visto solo da fuori, causa coda interminabile sotto un sole cocente. Sarebbe servito l’ombrellino giapponese di cui non eravamo provvisti. Sarà per la prossima volta, ma io, questa cosa di dover fare la fila per entrare, non riesco molto a metabolizzarla: mai fatta in vita mia e quando studiavo lì vicino e magari avevo qualche ora buca da riempire e voglia di tranquillità e silenzio, entravo, stavo, facevo un giro e uscivo. Lo so, i tempi cambiano e le esigenze del mondo pure, però…

Ringraziamenti in chiusura al gruppo FB “Mamme Italiane a Zurigo, grazie a cui siamo riusciti a trovare una nuova pediatra per la Creatura. I bilanci si faranno con tempo, naturalmente, ma già trovare da queste parti persone accoglienti sembra un grande regalo.