SILENZIO ASSOLUTO

Immagine tratta dal sito www.farmaciavirtuale.it

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Amo il silenzio, mi rilassa, mi fa sentire normalmente in pace. Da quando vivo a Zurigo l’esperienza del silenzio è diventata qualcosa di impensabile, prima. Per quanto potesse esserci tranquillità e assenza di grossolano rumore, nella vita in Italia difficilmente – salvo forse in piena notte – era impossibile vivere il silenzio assoluto. Qualche brusio di fondo – le auto che si sentono in lontananza anche con le finestre chiuse, una voce del vicino, l’ascensore che sia apre o si chiude, il motore dell’aereo che passa sopra la tua testa – era la normalità della vita quotidiana.

A Zurigo affatto. In questo momento gli unici suoni che sento sono il ticchettio dei tasti del PC, il sottile ronzio del portatile in funzione, le vibrazioni delle tende che, fuori, sono mosse dal vento. Niente altro. Camminando per strada, se non si è in una zona trafficata e non passa qualche auto, molto spesso gli unici rumori che si sentono sono quelli della natura circostante: pioggia, vento, uccelli che cantano, qualche cane che abbaia. Bambini che giocano – abbastanza silenziosamente per lo più – e qualche strumento suonato.

C’è chi dice che gli svizzeri abbiano più di qualche problema con la tolleranza al rumore, non sono abituati a sopportarlo, ragion per cui nei condomìni vigono regole ferree circa orari e attività che possono essere espletate durante la giornata e nel fine settimana (leggi alla voce aspirapolvere, lavatrici e bambini che schiamazzano). Devo onestamente dire che, nel mio caso, tra muri di cemento armato, doppi vetri rinforzati (contro il freddo, in verità) e porte blindate, rischierei di non sentire niente neppure se dai vicini scoppiasse una bomba. E vivendo con un cinquenne iperattivo, dal nostro punto di vista, può essere solo un grande vantaggio 😉

Mentre stavo pensando al post da scrivere ho avuto una rivelazione: c’è spesso un grande silenzio intorno a me, se lo desidero. Ovviamente posso ascoltare della musica o accendere la TV se ho voglia di “compagnia”, ma il problema è un altro: il rumore è spesso sempre nella mia testa, negli incessanti e inarrestabili pensieri di attività da programmare, preoccupazioni, cose da fare, nuove parole da imparare. E più silenzio c’è intorno a me, più la loro voce risuona forte. Perché più tu ti fermi, più la velocità dei pensieri aumenta. Come lo yoga insegna, e come da millenni l’essere umano cerca una soluzione che difficilmente trova.

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OCCHIALI E SOGLIOLE FRESCHE

Immagine tratta dal sito "www.gustissimo.it"

Immagine tratta dal sito “www.gustissimo.it”

 

Poi ci sono quei fine settimana il cui inizio non è proprio quello che ti saresti potuta augurare. Gli occhiali che ti si rompono irrimediabilmente il venerdì pomeriggio, giusto di ritorno dalla piscina della Creatura, e per fortuna non sei completamente accecata, almeno da riuscire ad arrivare incolume all’apertura dei negozi il mattino successivo.

Va bene, gli occhiali avevano i loro anni e, da un punto di vista modaiolo, possiamo anche dire che è una buona occasione per cambiare look, ma l’idea di mettere piede da un ottico nella città di Zurigo – Svizzera, fa leggermente tremare i polsi, tanto che scatta il tam tam informativo expat, tramite Marito temporaneamente sul suolo britannico, per capire se qualcuno ha mai avuto l’ardore – o la disperata necessità – di acquistare un paio di occhiali nuovi in terra elvetica.

Per fortuna il tam tam expat è di un’efficienza normalmente mostruosa, per cui un’ora dopo già sapevo dove sarei dovuta andare all’alba del sabato mattina. Ovviamente tutto bene; dopo un’accurata serie di controlli, misurazioni, calibrazioni elettroniche di lenti e montature, prima di pranzo ero di nuovo in possesso di un paio di occhiali e i miei occhi hanno sentitamente ringraziato. L’efficienza non è cosa che possa essere oggetto di discussione con gli svizzeri. Per il resto, va beh, poteva decisamente andare peggio 🙂

In attesa della preparazione dei miei “neue Brille”, abbiamo fatto un giro veloce al supermercato, dove il Marito esclamava improvvisamente che ci sono le sogliole fresche. Sì, sogliole vere, quelle che piacciono così tanto al bambino! Magari ne prendiamo un paio per il pranzo, tanto si cucinano in fretta. Ma sono sogliole, sicuro? Sì, sì, belle sogliole grosse, se le spellano anche….Scusa, ma quanto costano? Beh, anche poco, davvero…10 Franchi! Devono essere in offerta! 10 Franchi?! Ma sei sicuro? Qui niente costa dieci Franchi. Sì, sì, sicurissimo. Dieci Franchi all’etto!!!!

RITUALI DI INIZIO AUTUNNO

zucche

(La fattoria Jucker e l’esposizione di zucche proposta per l’autunno 2015 – Foto Carlotta G.)

 

La fattoria Jucker, che si trova a una mezz’ora da Zurigo, con una splendida vista sul lago di Pfäffikon, è sempre una garanzia per una giornata divertente e rilassante durante quasi tutto l’anno. E’, però, all’inizio dell’autunno che offre il meglio di sé con la famosa esposizione delle zucche che ha luogo da fine settembre fino all’inizio di novembre. La fattoria realizza bellissime figure (ogni anno con riferimento con un tema differente: quest’anno è il circo) con centinaia di zucche di loro produzione e dalle forme, misure e colori diversissimi.

Oltre ad una bella passeggiata per ammirare questi capolavori, è possibile anche acquistare tutti i prodotti agricoli di loro produzione nell’area mercato e nel negozio attiguo. Una gita domenicale alla Juckerhof può essere consigliata anche per una deliziosa merenda (ottime le torte artigianali) o per un pranzo in compagnia nell’accogliente ristorante che utilizza prodotti locali a seconda della stagionalità: in queste settimane quasi tutto è a base di zucca!

Inutile dire che la fattoria è un paradiso per i bambini di ogni età che possono vedere da vicino (e in alcuni casi anche toccare) le caprette, i conigli, le galline e ammirare le mucche e i vitelli che pascolano liberamente nei campi circostanti, oltre che saltare e tuffarsi nelle balle di fieno messe a loro disposizione.

Una visita alla Juckerhof diventa, poi, un vero e proprio “must” nel periodo di Halloween, quando è possibile scegliere la propria zucca da decorare sul posto, con gli attrezzi messi a disposizione dei visitatori: per chi ancora non ha grande esperienza in merito e per i più piccoli è buona cosa ricordarsi di prenderne una non troppo grande. Le zucche sono pesanti da maneggiare e parecchio dure da intagliare!!!

Nota pratica: in “alta stagione” la fattoria nei fine settimana è molto affollata e i parcheggi a disposizione nelle immediate vicinanze non sono molti. In alternativa all’auto è possibile utilizzare il treno fino alla Stazione di Aathal e prendere poi il bus navetta che porta direttamente a destinazione, oppure fare il percorso a piedi (che è poco più di un chilometro, ma l’andata è parecchio in salita ;-), mentre il ritorno è decisamente più agevole!)

WORK LIFE BALANCE IN VERSIONE EXPAT

Work-Life-Balance-Sign-post-by-Stuart-Miles

Ho scritto molto, nei primi tempi di questo blog, di work-life-balance, ovvero di quella sorta di frullatore infernale che, in questa vita moderna, rischia di trasformarsi la vita delle famiglie con figli, soprattutto quando entrambi i genitori lavorano, magari addirittura tutti e due a tempo pieno. Ho scritto e letto tantissimo sull’argomento, articoli di “esperti” e non, commenti vari, blog professionali e di altre donne/mamme. Ho scritto anche considerazioni super-personali, le mie, per come mi è capitato di vivere la problematica da neo-mamma lavoratrice in una grande città del nord, priva del classico paracadute tutto italiano dei nonni baby-sitter a “portata di porta”.

Poi ho smesso, fondamentalmente perché ho smesso di essere, quasi dall’oggi al domani, una “mamma lavoratrice in una grande città del nord”, per trasformarmi in una mamma-expat, categoria di cui non sapevo praticamente nulla fino al giorno in cui ho messo per la prima volta piede a Zurigo, Svizzera. Ma, a dire il vero, ho smesso anche per un’altra ragione, sempre estremamente personale e soggettiva, e cioè che sono arrivata a pensare che tutte le infinite parole che si spendono su questo tema siano per lo più inutili, o meglio, abbiano il solo scopo di “consolare” parzialmente le portatrici di questa problematica (perché, sappiamolo, i padri non entrano mai davvero in questa discussione), facendole sentire meno sole e parte di un nutrito gruppo in cui il mal comune è il pane quotidiano.

Le soluzioni, ammesso che esistano, restano altrove, ben lontane dalla latitudine Italia e, in verità, anche Svizzera, pare, se è vero che il piccolo Paese modello a nord delle Alpi ha parecchi irrisolti problemi con l’occupazione femminile, pur se il lavoro part-time è praticamente la regola per le donne con figli, ma dove paiono essere sempre più numerose le signore che rinunciano totalmente a lavorare fuori casa, a vantaggio di una vita concentrata full-time sui quattro o cinque bambini da crescere, magari possibilmente lontano dalla città.

La mia situazione di donna-moglie-madre-expat, e come me di tantissime donne che qui in Svizzera e nel mondo si trovano in questa condizione, è obiettivamente diversa, basandosi su una scelta familiare pianificata a prori, nell’ambito della quale è noto in partenza che trovare un’occupazione nel luogo di destinazione potrà non essere affatto facile, sia per le evidenti lacune linguistiche (e salvo coloro che già conoscono bene la lingua del Paese di destinazione), ma anche per le solite, identiche, questioni ricordate sopra: le evidenti difficoltà di conciliare tempi e luoghi dell’attività lavorativa propria, con quelli del coniuge, con le esigenze di accudimento dei figli e la mancanza della disponibilità di supporti familiari per il soddisfacimento delle altre esigenze ed emergenze quotidiane.

Vi è certamente una fondamentale differenza: nel momento in cui una famiglia decide di trasferirsi all’estero normalmente conta sul fatto che il reddito derivante dall’attività retribuita di uno solo dei suoi componenti sia quanto meno sufficiente al proprio dignitoso mantenimento, cosa niente affatto scontata in patria. Restano, però, anche in questi casi, numerose questioni aperte su temi meno “materialistici” del soddisfacimento di tutte le bocche da sfamare: le esigenze personali di molte donne, spessissimo con titoli di istruzione superiore e con anni di esperienza lavorativa alle spalle, che si trovano improvvisamente catapultate in un mondo alieno di bambini da accudire full-time, panni da lavare e stirare, pasti da preparare, lavori domestici da evadere, come neanche nel 1800. Si tratta certamente di un grosso cambiamento, che viene vissuto da ciascuna a suo modo, come può, e spesso in modo non così indolore. 

Perché è evidente che, ormai, il WLB è un tema che coinvolge tutte, anche quelle che un lavoro (retribuito) non ce l’hanno, soprattutto se si trovano a vivere a centinaia, migliaia, o decine di migliaia di chilometri da quella che, una volta, era la loro casa.

(Immagine tratta da http://www.forbes.com)

“PAESE CHE VAI, ALIMENTAZIONE CHE TROVI”

wurst

 

Mia nonna ripeteva spesso un vecchio proverbio che diceva, più o meno, “Paese che vai, usanza che trovi”. Per il cibo è lo stesso e vivendo fuori dall’Italia capita molto frequentemente di farsi domande sulle proprie abitudini alimentari e su quelle del Paese ospitante, non fosse altro che per pura curiosità. La Svizzera non costituisce sicuramente una realtà così aliena, come possono magari essere alcune dall’altra parte del mondo, o anche solo quelle dei Paesi anglosassoni o nordici, in cui la cultura alimentare rischia davvero di essere agli antipodi rispetto a quella cui siamo abituati.

Qualche “stranezza”, però, in effetti si nota anche da queste parti, in particolar modo osservando l’alimentazione dei bambini. Pare che, ormai da diversi anni, probabilmente per prevenire i problemi di obesità infantile, sia nata una battaglia (almeno ufficiale) contro gli zuccheri: si vedono spesso, nei parchi e nelle piscine, quando si fa vita all’aperto, schiere di genitori salutisti che propongono alle creature, in occasione della merenda o dello spuntino, quantità di pane o crackers integrali, frutta e verdura a bastoncini, semi e affini. Quando sono arrivata qui, da Italiana cresciuta a pubblicità del Mulino Bianco (contro il quale non ho assolutamente nulla, pur non avendo mai proposto merendine a mio figlio), sono rimasta piacevolmente sorpresa, ripetendomi spesso: “Ma guarda questi quanto sono bravi!!!”

Poi, col tempo che passa e le esperienze che si moltiplicano, ho cominciato a notare qualche incongruenza. Esiste sì questa sorta di “guerra totale agli zuccheri raffinati” e non solo: tanto che le linee guida ufficiali per un sano spuntino a scuola, oltre a sconsigliare ovviamente tutto il “junk food”, arrivano a suggerire di limitare il più possibile la somministrazione di frutta molto zuccherina (banane in testa). Dall’altro lato, però, è assolutamente prassi comune dare ai bambini, come premio, dopo visite mediche ecc., caramelle, biscotti o cioccolatini, cosa che mai mi era capitato di vedere in Italia.  Ovviamente non sono un dolcetto o una caramella una tantum a costituire un problema, ma il messaggio in sé mi ha lasciata abbastanza perplessa.

Lo sconcerto maggiore, però, tutt’ora insuperato, è stato notare la nonchalance con cui da queste parti utilizzino patatine fritte e Wurst per svezzare i bambini: è assolutamente “normale”, soprattutto nel fine settimana, osservare famiglie con bambini piccolissimi (spesso davvero poco più che neonati) sfamati a pommes frites e Wurst alla griglia. E’ anche vero che da queste parti i salsicciotti sono un po’ diversi che da noi, per tipologia di ingredienti e lavorazione, ma credo che mai e poi mai mi sarei sognata di dare a mio figlio di otto/nove mesi, praticamente privo di dentatura, un bel pezzo di Wurst (pure affumicato) per pranzo, dopo aver avuto la sola accortezza di togliere la pelle, come giusto un paio di settimane fa ho visto fare ad una famigliola indigena in visita nel bosco. Del resto, anche senza regimi dietetici particolarmente “creativi”, non è che da queste parti abbondino gli alimenti specifici per neonati: quando noi ci siamo trasferiti mio figlio era ormai fuori dal tunnel, quindi non ho avuto grandi difficoltà, ma ho notato che i reparti specializzati per neonati e lattanti qui sono davvero ridotti al minimo, nulla in confronto allo sterminato assortimento di omogeneizzati & co. presente nei supermercati italiani. Chi è abituato diversamente importa da oltre confine, mentre pare che a nord delle Alpi sia costume tagliare in piccoli pezzi gli alimenti “normali”, o fare al massimo un frullato casalingo fino a che arrivano i primi dentini. Ma evidentemente, c’è chi ritiene superfluo anche quello 😉

Tutto ciò è molto più normale di quanto si possa pensare: nonostante quasi tutti fossimo portati dalle nostre abitudini a pensare esattamente il contrario, il cibo e l’alimentazione sono, tolta la sopravvivenza di base, prima di tutto cultura, storia e tradizioni di un luogo. Sicuramente non esiste un solo modo “giusto” di mangiare, ma diverse possibilità in sintonia con le proprie radici, le proprie abitudini e specifiche necessità, oltre che, ovviamente, i propri gusti. Ciò detto, anche tolti i super-consigli dei super-esperti, che ormai quasi ogni giorno ci dispensano consigli per una vita lunga e in salute, il salsicciotto al piccoletto io lo avrei evitato!

(Immagine tratta dal sito http://www.bettybossi.ch: il tradizionale Bratwurst di St.Gallen) 

 

 

NON CI SONO PIU’ LE MEZZE STAGIONI

Se il vecchio proverbio è più che mai di moda per via dei cambiamenti climatici, ormai in atto da anni, la sua attualità è assoluta a nord delle Alpi.

Lunedì della scorsa settimana (praticamente otto, dicasi otto, giorni fa) avevamo 34°C, un sole da canicola ti costringeva alla spasmodica ricerca dell’ombra, si viaggiava in T-shirt modello spiaggia, shorts, sandali.

Circa ventiquattro ore dopo i gradi erano scesi a circa 22°C, un paio di pantaloni lunghi risultava abbastanza gradito e un maglioncino leggero, nelle zone ombreggiate, iniziava a diventare una priorità. I più coraggiosi tenevano duro coi sandali, ma più per principio che per effettiva convinzione.

Da ieri la mattina presto ci sono all’incirca 7/8°C, una brezza gelida soffia implacabile anche in presenza di un sole che, in un cielo sgombro da nubi, continuerebbe a fare il suo dovere riscaldando ancora per un po’ questa parte di mondo. Sto resistendo, solo perché guardo in continuazione il calendario e mi dico che siamo solo a metà settembre, alla sempre più pressante tentazione di tirare fuori maglioni pesanti, giacche di pile e stivali. Dico solo che il termostato dell’impianto di riscaldamento scatta sui 20°C e va considerato che la mia casa è una piccola fornace anche quando fuori c’è il gelo.

Ho già avuto occasione di dire che, tutto sommato, e nonostante la mia indole non sia affatto idonea a questi climi, sono una grande sponsor delle estati e degli inverni a Zurigo: a parte alcuni eventi climatici estremi, la differenza media col meteo del nord Italia è di pochi gradi (3/4°C ) e la minore percentuale di umidità (nonché di inquinamento atmosferico) rendono molto più sopportabili sia il caldo che il freddo. Non farei, in tutta onestà, un cambio per tutto l’oro del mondo.

La vera tragedia sono le stagioni di mezzo che, di fatto, non esistono o quasi: in autunno e in primavera la forbice con Milano, per esempio, arriva spesso anche a +/- 10°C. Ciò significa che in questi giorni io vedo in Italia temperature minime di 15°C e massime di 25°C (estate piena, per gli standard svizzeri), mentre qui attendiamo da un momento all’altro il primo fiocco di neve 😉

Ad aggravare l’assai spiacevole situazione si aggiungono le scene di ordinaria follia a cui si è costretti ad assistere uscendo di casa: maree umane che, in considerazione del fatto che il calendario ricorda di essere ancora all’inizio di settembre (dunque ancora formalmente stagione estiva) si ostinano a viaggiare in pantaloni corti, T-shirt (quando non direttamente in canotta modello tropicale) e infradito. I più freddolosi si scaldano (…) con una giacchetta, un maglioncino o un impermeabile – subito archiviato quando il meteo esclude possibilità di pioggia – o, volendo star larghi, una felpa. Taccio, per pudore, su come vedo ridotti i bambini, solo stamattina, per puro miracolo, ne ho visto uno nel passeggino con la giacca a vento.

E ogni volta che incrocio qualcuno ridotto così rischio la crisi di nervi.

 

PERCHEEEEEE’?????

Secondo i “sacri testi” la fase dei “perché?”, in cui le piccole creature iniziano a tormentare i genitori con raffiche di domande che neppure l’artiglieria da guerra, inizierebbe intorno ai due/tre anni e avrebbe durata variabile a seconda di una serie non ben precisata di condizioni. Ormai ho rinunciato per lo più alla consultazione dei sacri testi per evitare le frustrazioni da mancata corrispondenza coi comportamenti della mia di Creatura, e pure questa circostanza non fa eccezione.

Lui ha ormai cinque anni, ma sono settimane, mesi (e il fenomeno si è evidenziato drammaticamente nel corso delle vacanze estive, in cui la convivenza con la sottoscritta ha sfiorato il 99,99%), che Lui, peggio (o meglio) di un martello pneumatico, mi massacra senza tregua con la più facile, banale ed esasperante delle domande: “PERCHE’ ????”

Guardando i lati positivi della situazione, se ne evince una istintiva e vivace curiosità, una invidiabile capacità di farsi continui interrogativi sul mondo che lo circonda, il non dare mai nulla per scontato, il non accontentarsi di una prima impressione superficiale sulle cose, il voler capire ed andare a fondo nei fenomeni della vita. Tutto bellissimo, sulla carta. Peccato che, Lui, ormai, applichi il protocollo dei “perchééééé????a qualsiasi str…. accada nell’universo mondo, incluse cose che, alla sua veneranda età, dovrebbero essere ormai decisamente metabolizzate dalla sua bella testolina:

“Perché oggi piove?”, “Perché domani c’è il sole?”, “Perché dobbiamo andare a fare la spesa”? , “Perché dobbiamo mangiare la cena?”,  “Perché quel bambino si chiama così e non cosà?”,  “Perché questo gioco è bello?” , “Perché dobbiamo chiamare i nonni?” , “Perché non dobbiamo chiamare i nonni?”

E via di seguito, per la ragguardevole media di 10/12 ore al giorno.

“Perché devo andare a scuola?”

Perché almeno la mamma ha qualche chances di non dare del tutto di matto e, un bel giorno, tagliarti la lingua 😉