ITALICHE COSE

In seguito al trasferimento a Zurigo abbiamo diligentemente provveduto all’iscrizione all’A.I.R.E (anagrafe degli italiani residenti all’estero), secondo quanto previsto dalla normativa in materia. L’iscrizione viene effettuata tramite il Consolato competente che, dopo aver effettuato gli opportuni accertamenti per verificare l’effettività dell’espatrio, provvede a trasmettere una comunicazione al Comune di ultima residenza in Italia del cittadino, il quale viene così iscritto nella sezione dei residenti all’estero.

In occasione del nostro recente ritorno in Italia, abbiamo trovato nella posta un avviso della Polizia Municipale relativo ad un loro passaggio, finalizzato ad un accertamento anagrafico non meglio precisato. Io, per la cronaca, mi ero già fatta un certo film (e devo dire che anni di frequentazione di una certa burocrazia formano, ah, se formano!), ma ovviamente, rientrati a casa a Zurigo, prendo il telefono e chiamo il numero indicato per avere spiegazioni in merito.

La sostanza risulta essere più o meno la seguente: il Comune italiano, ricevuta presumibilmente la comunicazione di espatrio dal Consolato, richiede alla Polizia Municipale l’accertamento del fatto che le persone in questione non siano effettivamente più residenti in Italia. Il signor vigile, passando da casa nostra e registrando l’assenza, lascia l’avviso. Io chiamo e spiego che, appunto, ora viviamo all’estero, che quella continua ad essere casa nostra dove torniamo ogni tanto, per il fine settimana, le vacanze ecc.  L’addetto mi dice che dovrei recarmi presso i loro uffici per rispondere ad alcune domande del collega che fisicamente ha fatto l’accertamento (!). Faccio gentilmente presente che, vivendo ora a circa 300 km da lì, non è proprio agevole fare un salto per due chiacchiere, che i nostri sporadici ritorni avvengono nel weekend (quando gli uffici sono chiusi) e che, da ultimo, ho una certa difficoltà a comprendere di come potrebbero accertare il mio effettivo trasferimento di residenza facendomi una “intervista” nel luogo nel quale risulto non abitare più stabilmente. Il tipo mi risponde che io ho ragione (ma va???!!!), ma che loro hanno ricevuto indicazione di procedere dall’ufficio anagrafe del Comune, quindi per ulteriori spiegazioni dovrei rivolgermi a loro.

Detto, fatto: chiamo l’anagrafe, sezione A.I.R.E. Parlo con una gentile signora a cui spiego tutto il papiro e che mi risponde: “Ma certo, noi dobbiamo verificare che il cittadino che dichiara il trasferimento all’estero si sia davvero trasferito. Sa, è una disposizione dell’Agenzia delle Entrate. Ma non capisco perché le abbiano lasciato l’avviso quando non l’hanno trovata: effettivamente lei non doveva essere trovata!”

Oh, bene, almeno su questo siamo d’accordo. E quindi?

“Quindi“, mi dice, “lei richiami la Polizia Municipale e faccia presente che loro non dovevano trovarla! Cha la pratica si chiude in questo modo”.

Mi sfugge lo strano motivo per cui dovrei essere IO a richiamare i suoi colleghi della Municipale: dopo tutto ho già fatto due chiamate, parlando ad entrambi e spiegando nel dettaglio la situazione, ma per tentare di chiudere la cosa nel modo più rapido possibile ok, richiamo.

Passo un’ora e mezza del mio tempo (nella fascia oraria e nei giorni in cui è possibile telefonare) in una decina di tentativi di chiamata alla Polizia Municipale: o squilla occupato o non risponde nessuno.

P.S. Non per rigirare il coltello nella piaga, per spargere sale sulle ferite e compagnia bella, ma: martedì mattina sono andata a fare la pratica di conversione della patente italiana in quella svizzera. Oggi ho ricevuto a casa, per posta, il documento nuovo. Così sia.

 

 

MEMORIA D’ELEFANTE

Potrei dire, senza rischio di essere smentita, di avere avuto, sino ad alcuni anni, fa un’ottima memoria. Al lavoro, così come nella vita privata, utilizzavo agende per segnare impegni ed appuntamenti: si faceva, e si fa, così, ma non ne avrei avuto realmente bisogno. Ricordavo tutto anche nei minimi dettagli e il consultare gli appunti scritti (rigorosamente su carta!) era una sicurezza in più, un modo magari per fare ordine mentale, ma ne avrei oggettivamente potuto fare anche a meno.

Questa beata condizione non è, ormai, che un lontano ricordo. Gli anni, la maternità, o l’una e l’altra cosa insieme, hanno impietosamente spazzato via la mia prodigiosa memoria. Non in modo lento e progressivo, impercettibile se non a distanza di anni e mediante accurate analisi in retrospettiva: l’effetto è stato paragonabile a quello di uno tsunami implacabile e incontenibile. Ormai la regola è che esco da una stanza per fare qualcosa in quella accanto e, nell’arco di un paio di minuti scarsi, già ho dimenticato il mio obiettivo. Triste. Avvilente. A tratti preoccupante, che sia mai l’avvisaglia di un caso precoce di Altzheimer. Tant’è: questa è la dura realtà.

Poi c’è mio figlio, tre anni e una memoria quasi incredibile per eventi e dettagli che ti domandi come e per quale strano motivo gli siano rimasti così impressi nella mente. Da quando l’età gli consente di interagire in modo comprensibile col mondo circostante è sempre apparso così e più passa il tempo più questa caratteristica diventa evidente.

Ricorda particolari che, ai nostri occhi di adulti, sembrerebbero insignificanti e improbabili. Procede ad associazioni di fatti ed eventi come minimo sorprendenti. Colori, suoni, esperienze brevissime e fugaci, che la mia testa neppure si prende la briga di registrare, sembrano scolpiti nella sua come i comandamenti sulla pietra del Sinai. E per tempi lunghissimi. Che sembrano infiniti per me e faccio fatica a spiegarmi come possano non esserlo per un bambino che parrebbe vivere solo nell’oggi, che ancora non sa il nome di tutti i giorni della settimana e per il quale il concetto di “ieri” e “domani” non risulta proprio così scontato.

In occasione del nostro ultimo ritorno in Italia, per le recenti vacanze autunnali, abbiamo trascorso qualche giorno a casa. A parte il fatto che lui ricordava tutto dell’ambiente, dei giochi lasciati lì per i rientri, di quelli che prima c’erano ma poi hanno traslocato con noi, un dettaglio mi ha lasciata letteralmente basita.

Eravamo entrati in casa da poco, avevamo appena aperto le tapparelle e il Patato viene da me e chiede di essere preso in braccio. Lo sollevo, lui guarda fuori dalla finestra, all’orizzonte, poi indica col ditino il profilo della città che si intravede in lontananza e dice, rivolto a me e al papà:Là dove ci sono quei palazzi alti lavorava la mamma“.

Dopo qualche secondo di sconcerto mi sono ricordata di averglielo detto una volta, una sola, e non so più in quale occasione, poco prima che ci trasferissimo a Zurigo.

RESPIRO

Alcuni anni fa lessi un libro: “Respirare“, bello ed estremamente interessante.
Non di solo respiro trattava, in verità, ben di altro se qualcuno fosse intessato a questi temi, ma la mia attenzione era stata attirata lì proprio dal titolo, in occasione di una delle mie pause pranzo in libreria, mentre vivevo dentro ad un lavoro in cui di respiro mi restava ben poco.

Mio figlio non respira, e sente poco. Dovremo operarlo tra un po’, sperando che starà poi meglio il prima possibile. Non si vive senza respirare, non bene per lo meno.

Cosa respiriamo noi tutti? È davvero solo l’aria (o altro) che entra dalle narici? E che effetti produce quel soffio una volta arrivato a destinazione? O meglio: arriva davvero dove dovrebbe per fare il suo grande lavoro?

Noi sappiamo di respirare? Sappiamo come respiriamo? E se questo respiro basta alla nostra vita?

SPERANZE

Sono quelle cose che non ti stupisce leggere, un giorno, scritte nero su bianco, su una pagina di giornale o su un tablet, visto che, in realtà, quelle stesse cose le avevi poi sempre sapute. E anche senza un timbro ufficiale a renderle “vere”, per te lo sono sempre state comunque.
Posso solo dire che, forse in un estremo tentativo di sdrammatizzare una situazione che non può non essere drammatica nella sostanza, uno dei primi pensieri che mi sono passati per la testa sia stato: “Beh, ma allora non ha proprio senso rinunciare al prosciutto. Farà pure male, ma almeno muori contento”, non fosse che l’alimentazione è un altro tema serio che mal si presta a battutacce e facili ironie noir.
E ci sta, purtroppo, anche una punta di egoistico sollievo nel pensare che noi da qualche mese abbiamo la fortuna di poter vivere altrove, di esserci lasciati alle spalle gli anni di smog, polveri ed ozono impazzito, con la grande speranza che questo riesca almeno a salvare il Patato, visto che per gli altri membri della famiglia decenni di vita inquinanti potrebbero essere stati troppi comunque.
E non nascondo affatto che la decisione di varcare la frontiera sia maturata anche proprio grazie (o a causa) alla forte necessità si cercare un ambiente più salubre dove poter vivere.
Ed è doloroso osservare la quasi assoluta indifferenza, il disinteresse, il negare l’evidenza per non affrontare finalmente problemi incancreniti e scomodi, per non dire di peggio, immolati a “superiori interessi”.
Resta la speranza che ora, con le parole scritte nero su bianco, da autorevoli esperti ed organismi internazionali, qualcosa possa succedere.
Che nasca la speranza che, prima o poi, qualcuno si muova.

SARÀ CHE

Solo fino a poco tempo fa il mio concetto di vacanza, piccola o grande che fosse, vicina o lontana, prevedeva inevitabilmente la scoperta di luoghi nuovi ed inesplorati. E preferibilmente non proprio dietro l’angolo.
Ad anni di infanzia e adolescenza trascorsi forzatamente nelle stesse località vacanziere è seguito un lungo periodo di viaggi e sperimentazioni: inconcepibile il solo pensiero di tornare negli stessi luoghi, per quanto meravigliosi potessero essere.
Sarà che la nascita di un figlio cambia tutto, sarà che lo stesso concetto di vacanza, piccola o grande che sia, subisce inevitabilmente uno sconvolgimento tale che qualsiasi aspetto della vita “di prima” rischia di essere spazzato via in un battito di ciglia, per parecchio tempo.
Sarà che il progredire dell’età a volte diventa un inatteso viaggio a ritroso, un inconscio e strano ritorno al passato.
Sarà per tutto questo, o per altro ancora, ma da qualche anno a questa parte il ritornare in vacanza, per qualche giorno di vero o presunto riposo, nello stesso luogo mi comunica uno strano senso di pace.
Sarà che i cambiamenti in questi mesi non sono certo mancati, ma sapere di ritrovare la stessa identica casa, il fornaio dietro l’angolo, la pasta fresca col pesto e il gelato più buono del mondo, lì, vicini, senza doverli cercare, senza doversi sforzare di trovare soluzioni originali e creative, col mare che è lì dove sai, sempre alla stessa distanza, raggiungibile ad occhi chiusi, seguendone solo il profumo, è stranamente e felicemente riposante.
O sarà, ancor più semplicemente, che io sto invecchiando.

PASSI

La strada è lucida di pioggia, i passi veloci, attenti a non scivolare. Uno sguardo al cielo plumbeo, la nebbia in agguato al primo crepuscolo, un’occhiata distratta alle due torri.
Che è tempo che non passavano di qui, da soli, loro soli, come ai vecchi tempi, quando un aperitivo di sera si poteva fare senza orario e senza l’imperativo di ricordarsi di rientrare per cena, con l’aerosol prima di metterlo a nanna, che la maledetta tosse non vuole passare e non puoi far finta di dimenticare, per un secondo neppure, che altro ha la priorità.
La pioggia copre ogni cosa, sempre più forte. L’ombrello non ripara dall’umidità implacabile che si insinua sotto la giaccia, nei capelli appena lavati. Siamo pochi chilometri a sud, con altri suoni e altri odori, di irresistibili tentazioni culinarie a cui vorrebbero rinunciare, senza riuscirci mai.

L’autunno non perdona, neppure a sud delle Alpi, ed è quasi un monito: il mito del paese del sole è ormai solo un vecchio adagio ammuffito, senza alcun significato se non quello che puoi attribuirgli per qualche romanticheria nostalgica. Perché la vita è altrove.

Solo altri passi infreddoliti e bagnati, la ghiaia ridotta a fanghiglia, l’odore intenso di fiori a macerare nell’acqua, inevitabile pur all’aperto.
Una mano accarezza una foto sul marmo freddo. Ogni volta lo stesso rapido gesto, in un rituale inconsapevole che sostituisce un addio.

PRIORITÀ

“Patato, vieni con papà?”
“No! Voglio nonna io. Mi piace solo la nonna, vai via tu!”
“Ma come vuoi solo la nonna? Tra qualche giorno noi andiamo via. Andiamo al mare: tu vuoi restare qui con la nonna?”
No, voglio andale al male io”

10 RAGIONI PER ESSERE FELICI A ZURIGO

Di quanto possano essere duri i primi tempi di vita da espatriati ho già parlato, un po’ di tempo fa. È passato qualche mese, una bellissima estate nel mezzo, e alcune cose sono cambiate (in meglio), altre ancora no. Come dappertutto, come ovunque nel mondo, anche nel giardino di casa tua.
Qui siamo alla vigilia delle vacanze autunnali, le scuole fanno una decina di giorni di stop nel mese di ottobre: noi ne approfitteremo per tornare il Italia per un paio di settimane e per sbrigare una serie di impegni, non tutti proprio piacevoli, a tappe forzate, qua è là per il Bel Paese. Temo non saranno “vacanze” nel vero senso della parola, ma mi auguro che riusciremo a fare un salto di qualche giorno nel mare d’autunno, che almeno i catarri del Patato ne abbiano qualche giovamento.
E mentre preparo i bagagli, pensando a quello che mi è mancato dell’Italia (dall’uno al dieci stanno questioni gastronomiche irrisolte, tipo una inspiegabile voglia di tiramisù che mi trascino da settimane), e giusto prima di lasciarla per un po’, ecco i miei 10 buoni motivi per essere felici a Zurigo.

1. Qualità dell’aria: indescrivibile e inimmaginabile per chi viene dal nord Italia ed è ormai assuefatto a respirare benzene e polveri sottili al punto da non accorgersene nemmeno più. E, no, anche se abitate in mezzo alla campagna padana con le mucche nel campo di fronte a casa, non pensate che il tema non vi riguardi: provare per credere.
2. Qualità ed efficienza (mostruosa) dei mezzi pubblici: tram, bus e treni ti portano ovunque (e intendo proprio ovunque), con puntualità e comfort quasi imbarazzanti per chi proviene da anni di frequentazioni delle ferrovie italiane e dei mezzi ATM.
3. Una fantastica estate: clima cald(ino), secco e ventilato, un trionfo di cielo blu che fa da sfondo al verde meraviglioso dei boschi. Infinite opportunità di svago fuori porta, relax ed escursioni tra città, laghi e montagne.
4. Il barbecue: diritto irrinunciabile per chi si trovi a risiedere da queste parti.
5. I passaggi pedonali sono sacri, i pedoni anche. Se i pedoni sono bambini ancora di più. Non esiste che un’auto non si fermi sulle strisce: nel caso è straniera o il conducente sotto l’effetto di qualche sostanza.
6. I bambini (dai 5 anni, più o meno) che vanno a scuola a piedi, da soli.
7. Le persone che, spesso, ti salutano per strada anche se non ti conoscono. Soprattutto se hai un bimbo per mano.
8. Il silenzio rispettoso dell’altrui udito, anche nei luoghi affollati, anche in quelli ad alta concentrazione di nani (abitualmente) scatenati.
9. La cortesia del prossimo, la gentilezza immancabile di quelli che, vedendoti salire sul tram nelle ore di punta, con figlio treenne al seguito, si offrono di cederti il posto. E si alzano anche se tu dici che non fa niente, che va bene così. Io continuo a commuovermi.
10. La meravigliosa bellezza di una città adagiata su lago e fiume: la sua austera, ma sfolgorante, eleganza. La sua pulizia e la sua sicurezza, orgogliosamente svizzera.