PENSIERI LIBERI (di una giornata particolare)

Chissà se il basilico sopravviverà al viaggio in auto.
Che temo mica sarà così facile reperire del pesto a Zurigo.
E chi lo sente poi il Patato, privato così, dall’oggi al domani, della sua primaria fonte di nutrimento, “Pappa con pesto, io!”
La camera della nostra casa italiana ha assunto un’imprevista atmosfera vagamente provenzale, con il letto di rimpiazzo che ha sostituito l’originale, ormai in viaggio verso la frontiera.
Ho passato le ultime settimane in preda ad una inaudita frenesia da acquisto compulsivo. Non direi si sia trattato di vera e propria mania di shopping, no.
Piuttosto nevrosi da accaparramento di un’italiana espatriata. Chili e chili di pasta, riso, passata di pomodoro, litri di olio, e tutto quanto potesse rappresentare in modo non deperibile il food Made in Italy nel mondo.
E non solo il food, in verità. Il traslocatore ieri ci ha guardati un po’ strano, mentre raccoglievamo sacchi di stoviglie e affini, ivi comprese le catinelle per il bucato, le lenzuola, i tappetini del bagno e i feltrini anti-graffio per i pavimenti. Solo perché, probabilmente, lui non ha un’esatta idea dei prezzi svizzeri. 
C’è un fatto però. Avendo imballato e spedito tutto lo spedibile qui è rimasto ben poco. I fondi delle bottiglie e poco altro, i pacchetti di pasta aperti.
Non ho potuto grattugiare le zucchine a julienne per il risotto. Tutti gli strumenti di lavoro sono scomparsi.
Mi sa che per preparare la cena devo fare un giretto di emergenza al supermercato.

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TRASLOCO

Domani, lunedì ore 8.30: trasloco.
Mio figlio è a 50 km da qui, a casa dei nonni, per quella che doveva essere una settimana di “vacanza”, prima di varcare il confine, prima di vedere la nuova casa. Per evitare di vedere la casa che conosce da quando è nato un po’ ribaltata da sconosciuti, tutti impegnati a impacchettare l’impossibile, il più rapidamente possibile.
Peccato che, per la terza volta in tre mesi, la nostra domenica abbia il sapore del pronto soccorso di un ospedale. E oggi neppure di quello noto, che ormai, visto che ci siamo, facciamo un bel tour per la Lombardia e poi diamo i voti.
Seconda otite con pus in un mese scarso. Altro giro di antibiotici. 
Altro, altro altro.
Inutile dire che sono stanca
Che avrei sperato che una settimana già impegnativa potesse iniziare diversamente. Con il solo pensiero di cosa impacchettare, spedire e, possibilmente, ritrovare a destinazione.
Non di capire come incastrare il controllo dalla pediatra tra quarantotto ore, con 50+50 km da fargli percorrere, mentre io ritaglio il momento di pausa mentre smontano il letto.
La buona notizia, come disse il saggio, è che la situazione non può che migliorare.

LUNGO IL CAMMINO

Era una sera di tarda estate o autunno appena iniziato, forse.
Salivo le scale all’uscita della metropolitana, alla fine di una solita giornata di lavoro.
Un ragazzo mi offre un volantino colorato che stranamente prendo tra le mani. Ancor più stranamente lo leggo e lo conservo. Qualche giorno più tardi i miei passi percorrevano un tratto di strada che già conoscevo, ma fermandosi di fronte ad una porta che prima mai avevo davvero notato.
Ero arrivata da pochi mesi dopo un trasloco di soli cinquanta chilometri e di un grande cambio di vita. Ancora frastornata e sperduta, “sradicata” dicevo ogni tanto. 
Forse ancor meno preparata ad una città nuova di quanto non lo sia ora che mi trovo a cambiare addirittura Paese.
Non lo sapevo quella sera, mentre entravo per fare quattro chiacchiere, incuriosita e intimorita, come sono sempre di fronte a ciò che non conosco.
Non sapevo che avrei trovato radici, saggezza, generosità e un pezzo della mia strada. Della strada non solo mia, in verità.
Di quella di mio marito anche, e di mio figlio, nato lì con voi.
Sono passati quasi otto anni e mi sembra ieri.
Grazie Paola, grazie Luca. Che gli addii sono soltanto arrivederci.

LAVATRICE ANTI-STRESS

Non ricordo bene come e quando il fenomeno abbia avuto origine. Così, a senso, probabilmente circa un anno fa, all’inizio del mio periodo sabbatico.
Prima ne dubito, non per altro, ma una serie di priorità altamente inevitabili difficilmente avrebbe potuto farmi ritenere catartica l’osservazione di un ciclo di lavaggio.
Ultimamente il fatto ha assunto proporzioni significative e perlopiù inattese e il fenomeno potrebbe davvero essere interessante per uno studioso della psicopatologia della vita quotidiana.
A casa mia, ormai da qualche tempo, lo scopo fondamentale del funzionamento della lavatrice, l’elettrodomestico per eccellenza, non è solo il bucato familiare. L’altra funzione, altrettanto importante per la madre ormai quasi espatriata, è quella di pillola anti-stress.
Non sto a raccontare cosa è capitato in casa mia la scorsa settimana, con l’estate improvvisamente sbocciata in una notte, il cambio di stagione stimolato all’ennesima potenza dall’incombente trasloco.
La poverina (la lavatrice) non ha avuto un attimo di tregua per sette giorni consecutivi. Tutto quello che capitava tra le mani finiva inevitabilmente lì. 
L’effetto collaterale, che ancora ho qualche difficoltà a gestire, è che non sapevo più dove stendere il risultato di cotanta operosità. Nonostante il sole cocente che, in poche ore, faceva egregiamente il suo lavoro.
Ho qualche sospetto sul meccanismo simbolico alla base della nevrosi, ma sinceramente non mi interessa più di tanto approfondire la cosa.
Perché porsi troppe domande quando, oltre ad avere intorno a sé chili e chili di bucato profumato, si riesce in questo modo a superare le proprie paturnie?
Soprattutto ora che ho schivato il terribile rischio di dover condividere il mio talismano della felicità con un intero condominio zurighese. 
Che questa stramba consuetudine svizzera di condividere la lavatrice e contendersela a suon di calendari settimanali mi sembra una delle peggiori follie dell’umanità. 
Quasi a pari merito con quella di fare a meno del bidet. Ma questa è un’altra storia.

COUNTDOWN

È iniziato il conto alla rovescia. Una settimana esatta all’inizio del trasloco per il Paese degli orologi a cucù.
Devo ammettere di essere un po’ in difficoltà; non che non me lo aspettassi, ma si ha sempre la speranza di qualche sorpresa positiva in se stessi.
Ieri sera, mentre cercavo di addormentarmi morta di stanchezza, mi sono resa conto che ormai da quasi sei mesi sono nel turbine di decisioni, pensieri, programmi e attività per l’espatrio. 
E sei mesi non son pochi, anche solo a livello di fatica mentale. 
È giunto il momento di finalizzare, chiudere e ricominciare là dove dovremo, per quanto complicato possa essere.
Ho raccolto pillole di saggezza che cerco di portare con me, con la consapevolezza che non mi abbandoneranno.
Che una volta capito cosa è davvero importante per sé il fattore tempo non è una variabile rilevante. Ci potranno volere giorni, mesi o anni, non importa. L’unica cosa che conta è dove sai di voler arrivare.
Che c’è sempre un grande valore nello scoprire ciò che non si conosce, di cui non si sapeva nulla e che la vita ti porta, in un modo nell’altro, a imparare.
Che nonostante il turbine di eventi impazziti, confusione e disordine, incertezze e perplessità, dentro di sé c’è sempre quel nocciolo infinito ed eterno, immutabile ed immobile che tutto governa, mantiene e preserva. Che senza di quello saremmo solo schegge impazzite, spazzate dal vento dello tsunami della vita.
Che, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, c’è qualcuno lassù che, prima o poi, in un modo o nell’altro, sarà pronto a dare una mano, a indicare la strada, svelando ciò che è nascosto ai nostri occhi.
Che io, forse, lo direi in un modo diverso, ma credo esattamente nella stessa cosa.
Che gli “angeli custodi” si nascondo spesso dove meno te lo aspetti e dove mai ti saresti immaginata. 
Che, a volte, quelli su cui vorresti contare semplicemente spariscono, anche se sei tu quella che se ne dovrebbe andare.
E non capisci bene il perché.

COME MI SENTO

Avrei molte cose da scrivere in questi giorni, ma ho poca lucidità, poco tempo, molta stanchezza.
Moltissimi pensieri che frullano nella testa, non tutti così costruttivi, e una sempre più urgente necessità di raccogliere e recuperare energie, che le prossime settimane non saranno sicuramente un bagno di relax.
Un sottile disagio che pervade le ore e le giornate, i momenti di frenetica attività così come quelli di possibile riposo.
E, leggendo qualche settimana fa su Vanity Fair una risposta di Chiara Gamberale nella bella intervista di Silvia Nucini, ho messo a fuoco come mi sento.
Non da adesso, certamente. Anche io da tutta la vita. Ma in alcuni momenti più che in altri e questo è uno dei più.
“Noi veniamo al mondo ed eccola lì, c’è la realtà: il lavoro, i figli, andare bene a scuola, le cose vere e normali. Fin da piccola ho avuto la sensazione che ci siano persone che questa realtà la accettano, la capiscono e la affrontano, e altre che sperano arrivi un angelo e le rapisca perchè vogliono essere salvate”
Temo sia giunto il momento di fare un bel giro dal parrucchiere.

DI NIDI E DI ADDII

Stamattina il Patato è rientrato all’asilo, dopo tre settimane di assenza.
Prima per l’otite & co, poi per la nostra settimana pre-trasloco a Zurigo.
Saranno i suoi ultimi giorni qui, la sua penultima settimana per l’esattezza.
E mi scende una lacrima quando ci penso, perchè  questa è una delle cose di cui più mi dispiace, dei tanti e diversi distacchi che il nostro trasferimento comporterà.
Ho sempre percepito il nido come un posto sicuro, un piccolo rifugio in cui lasciare mio figlio in buone mani, quando ero al lavoro o impegnata in altro, dove lui potesse abituarsi a condividere la vita con altri bambini, giocare, mangiare, riposarsi. 
Imparare altre cose del mondo, diverse rispetto a quelle di casa sua, di mamma e papà.
È vero, mi dico, che comunque questa esperienza sarebbe finita tra poco. Un paio di mesi e ci sarebbe stata l’estate e, subito dopo, il passaggio alla scuola materna (ehm…volevo dire dell’infanzia!)
Ma mi sarebbe davvero piaciuto fargli finire l’anno, fargli vivere la festa insieme ai suoi amichetti. Non strapparlo via così, in un giorno qualunque di una qualunque settimana dell’anno.
Dall’altra parte delle Alpi inizierà una nuova avventura anche per lui. Spero altrettanto bella e serena di quella vissuta in questi mesi nell’asilo italiano.
Sarà senz’altro diverso, inevitabilmente. Ci saranno nuove opportunità e grandi cambiamenti. Sentirà parlare due lingue, invece che una sola. E all’inizio una non la capirà. 
Farà orari differenti e non gli basterà uscire di casa e attraversare la strada per andare e tornare. Dovrà addirittura prendere il tram (chiaramente anche la mamma con lui e quanto le mancherà il nostro asilo dall’altra parte della strada!)
Non sarà per tutti i giorni della settimana, ma solo per qualche mattina.
Qualcuno nei giorni scorsi mi chiedeva info su come funziona in Svizzera.
Il sistema scolastico è abbastanza diverso dal nostro, ma al momento io mi sono limitata ad approfondire la parte che mi interessa, relativa ai più piccoli.
La scuola “materna”, o dell’infanzia che dir si voglia, lì comincia a cinque anni ed è già scuola dell’obbligo. Prima di questa età sono disponibili varie tipologie di nidi, tutti privati, non esistono infatti asili pubblici.
Se ne trovano più o meno per tutti i gusti, in tutte le lingue (le principali, almeno) e di tutte le correnti pedagogiche. 
Tutti, però, hanno un elemento in comune: i costi stratosferici, per lo meno secondo i parametri a cui siamo abituati in Italia.
Trattandosi di servizi esclusivamente privati, e considerando il costo della vita sensibilmente superiore al nostro, il risultato è che in Svizzera i piccoli vanno all’asilo nido solo se la mamma lavora e, soprattutto, solo nei momenti in cui lei è effettivamente fuori casa. 
Essendo diffusissimo tra le donne- madri il part time verticale (in cui si lavora solo alcuni giorni la settimana, due o tre, normalmente), i bimbi vengono iscritti al nido solo per i giorni effettivamente lavorati, nei rimanenti rimangono a casa.
A me pare un po’ strano, anche se conosco altri Paesi in cui funziona in questo modo. 
Mi ci dovrò abituare.

SVIZZERA E NUVOLE

In questi giorni mi è stato detto che le condizioni metereologiche a Zurigo sono spesso estremamente mutevoli, in particolar modo in caso di “bel tempo”.
Questa pare essere, per lo meno, l’opzione preferibile e più fortunata, al di fuori dei lunghi mesi invernali in cui le variabili sono grigio nebbia, grigio neve, grigio pioggia. O grigio con vento gelido e – 15 gradi.
Siamo stati fortunati, quindi. Da stamattina alle 7 il tempo è cambiato già cinque o sei volte, con progressione di pioggia, vento, sole, nuvole, temporale, vento, sole e così via.
Caratteristiche climatiche più propriamente londinesi che non continentali e che mi hanno un po’ sorpresa. Mai dimenticare l’ombrello a casa.
Un paio di giorni fa ero uscita col sole e non pensavo servisse. Per fortuna ce lo hanno prestato, se no io e il Patato ci saremmo fatti una bella doccia mattutina fuori programma. 
Non è comunque freddo, in verità. Tanto che il giaccone invernale di cui mi sono dotata per prudenza è stato spesso quasi eccessivo per la temperatura reale, a tratti fastidioso.
Dicono che dal fine settimana è prevista anche qui l’attesissima svolta. L’arrivo della primavera, del sole e del caldo. Relativamente parlando, è chiaro. Visto che sembra spengano il riscaldamento a maggio per riaccenderlo a settembre. Non una grandissima estate dunque. Attesa e anelata, ma breve e neppure così intensa. Almeno risparmiano sull’aria condizionata che, a livello residenziale, è praticamente inesistente in Svizzera.
Stasera rientriamo a casa, per lo sprint finale delle due settimane di preparativi pre-trasloco. Spero di vedere, almeno lì, un bell’inizio di primavera, finalmente. 
Che comincio ad avere una voglia terribile di mare. E che non ho la più pallida idea di quando riuscirò a soddisfarla.

CONFESSIONI (DI UNA MADRE STANCA DI GUERRA)

Dovrei iniziare chiedendo perdono, in primo luogo per avere malamente parafrasato il grande(issimo) Jorge Amado. In secondo luogo per quanto andrò a dire su mio figlio.
Cerco di evitare, se posso e quando posso, la lamentela gratuita soprattutto nel blog, dove chi legge ha giustamente piacere di sorridere cinque minuti, di viaggiare leggero con la mente, al di là ed oltre le proprie fatiche quotidiane.
Ma ci sono momenti. Momenti dove si impone il punto di vista di una madre quasi espatriata, che trascorre i primi giorni in un Paese straniero e in una città estranea, in cui la primaria ed epidermica sensazione è, inevitabilmente, proprio di estraneità radicata e profonda.
Poi passa, si sa. Ma c’è e non puoi sempre fare finta di niente.
Capita così che le cose più banali, cercare un supermercato dove fare la spesa, trovare un indirizzo sulla mappa e capire come arrivarci, prendere un mezzo pubblico, richiedano un impegno leggermente diverso rispetto al pilota automatico a cui sei abituata tra le quattro mura di quella che consideri la tua casa.
E qui nasce il problema e lo sfogo di oggi. 
Pare (assai) brutto da dire, ma mio figlio è una zavorra. E non (solo) dal punto di vista psicologico, per la responsabilità inevitabilmente maggiore che si affronta espatriando con un bambino di due anni e mezzo al seguito. 
No, intendo proprio dal punto di vista fisico. Qualsiasi cosa, anche la più sciocca, davvero, l’uscire di casa, salire sul tram e scendervi, andare a comprare il pane e il latte, con lui sono una fatica enorme.
Far visita a una persona che devi conoscere, che non conosce né te né lui, un’impresa titanica.
Non so se tutti i bambini della sua età siano così. Ho l’impressione di no, ma non ne ho la matematica certezza da trarne una regola universale.
Mio figlio è forte, cocciuto, testardo. Non collabora mai. Disubbidiente per principio, anarchico per vocazione. Tutto ciò che esula dai suoi desideri e intenzioni diventa all’istante una questione di principio, un NO pronto a scatenare una guerra, con ogni arma e mezzo, anche l’inganno di sua madre, anche a due anni.
Non ha paura di niente e di nessuno, lui. Non viene praticamente mai intimorito da persone o luoghi che non conosce, al massimo abbozza mezzo minuto di timidezza assassina. Poi basta. 
Stamattina abbiamo visitato un asilo nido nuovo, qui a Zurigo. Dopo un minuto scarso dal nostro ingresso (UN minuto, non sto esagerando) era già in mezzo alla stanza a raccogliere piatti e tazzine dalla baby cucina, a cercare ruspe, camion e betoniere. Pressoché indifferente alla presenza di sua madre.
Qualcuno mi dirà che questi ” difetti” corrispondono, in realtà, a opportunità grandissime, per lui e il suo futuro. Ferrea determinazione, coraggio, furbizia, perseveranza, tensione verso gli obiettivi. In una parola: potenziale grandissima libertà e successo personale.
Ne sono grandemente consapevole. Ma, come in tutto nella vita, c’è un prezzo. Che potrà personalmente pagare mio figlio, nella malaugurata ipotesi che la sua determinazione sia espressa in direzioni sbagliate.
E c’è sicuramente un prezzo che, per lo meno oggi e ragionevolmente anche nel prossimo futuro, pagheranno i suoi genitori. Sua madre in particolare, in quanto persona che trascorre buona parte del suo tempo con lui.
Una continua, quotidiana, estenuante guerra per “addomesticare” la belva. 
Per riportarla all’umana consapevolezza che non si può sempre fare ciò che si vuole. 
Che, a due anni, certe scelte non sono proprio previste dal menù. 
Che non è possibile fare continue sceneggiate al supermercato perchè non vuol stare fermo, non vuole dare la mano, non gli piace il tipo di pane che hai scelto (e lui vorrebbe il pain au chocolat). 
Che non è possibile portarsi a casa i giochi dell’asilo in cui sei stato ospite in visita per un’ora. 
Che non è possibile, a due anni, ma neppure a dodici o a ventidue, decidere sempre tutto della tua vita, tendendo fuori dalla porta delusioni, frustrazioni, rabbie e rammarico.
Che, per nostra sfortuna umana, la vita di tutti è fatta anche di questi ingredienti poco attraenti, ma così è. E, in qualche modo, prima o poi, tocca accettarla. 
Ieri ho passato una intera giornata, con un mal di testa infernale, a pensare mio malgrado che non avrei voluto avere quella zavorra. 
Che sarei potuta andare, leggera e spensierata, su e giù da tutti i tram di questo mondo. Girare tutti i supermercati della città, curiosando le cose più strane ai miei occhi italiani. Fare duecento giri per le vie dello shopping, entrare ai grandi magazzini, passeggiare lungo il fiume ammirando i campanili dorati. Perdermi tra le viuzze del centro storico, ammirando le vetrine di boutique inaffrontabili, ma ricche di cose belle.
Mangiare qualcosa a caso, all’ora che mi andava, magari anche il panino col bradwürst, guardando i battelli attraccare e ripartire.
Senza nessun peso oltre a quelli inevitabili della vita. Di un trasloco per un espatrio nel Paese degli orologi a cucù. 
Senza una zavorra attaccata al braccio, senza la borsa strapiena e pesante  per il biberon dell’acqua, il vasetto di frutta per la merenda e le immancabili ruspe che si vuol portare appresso e che, dopo due minuti, rifila alla sua personale portaborse.
Dopo un po’ la zavorra si mette a dormire e, allora, scema un po’ anche l’insofferenza di sua madre, perchè quando dorme riconcilierebbe a sè anche il conflitto arabo-israeliano.
Ma questo non cancella quello che io penso e provo.
Che devo poi perdonarmi per aver considerato mio figlio duenne una malaugurata zavorra.

PRIMO IMPATTO

Alla fine siamo arrivati. La settimana di “vacanze pasquali” zurighesi è stata posticipata di otto giorni, il Patato è più o meno guarito, anche se ancora ufficialmente convalescente. 
Ieri la svizzera tedesca ci ha dato il benvenuto con un’ora buona di coda prima del tunnel del S. Gottardo, ma tant’è.
Mio figlio si sente davvero in vacanza. Ieri sera ha solennemente annunciato che lo squalliduccio appartamento del residence in cui siamo temporaneamente alloggiati e più bello della nostra casa in Italia.
Non sapevo se soffocarlo di baci per l’entusiasmo gratuito o prenderlo a testate.
Stamattina io e lui abbiamo sbrigato qualche pratica burocratica in loco. Ci siamo fatti subito riconoscere all’ufficio municipale, dove non è stato fermo un secondo mentre io cercavo di interpretare e rispondere in modo più o meno coerente alle domande dell’impiegata dell’immigrazione. Per fortuna in questo altro mondo negli uffici pubblici mettono a disposizione qualche libro per i bambini e qualcosa su cui scrivere e colorare. 
Non è bastato, perchè lui insisteva per rifare il layout delle sedie della sala d’attesa, ma apprezziamo il pensiero e il bel gesto.
Sono talmente ben organizzata che stamattina ho dovuto pagare il pane con la carta di credito (che, tra l’altro, ha avuto seri problemi di funzionamento) perchè non avevo nemmeno una monetina in franchi svizzeri. E anche in questo caso ci siamo fatti riconoscere, che nei due minuti di attesa alla cassa della coop il Patato è riuscito a incastrare il cancelletto di chiusura del corridoio ed è dovuta intervenire la cassiera a riaprirlo, mentre la sottoscritta cercava di interpretare a senso le sue istruzioni di sblocco in lingua svizzero tedesca. Meno male che lei, a differenza dell’impiegata comunale, continuava a sorridere.
In compenso stamattina la creatura scalmanata ha fatto il suo primo giro in tram. Voleva stare lì, fermo come un palo, a guardarli tutti mentre passavano.
È pure riuscito a vedere il lago, i cigni, le papere e i gabbiani. Ma, onestamente, sembrava molto più interessato alle ruspe e relativi mezzi pesanti del cantiere della piazza dell’Opera. Fosse per lui saremmo ancora là a dirigerne il traffico.
Adesso dorme, io sono stanca come avessi percorso a piedi i 300 km a nord.
In ogni caso è tutto a posto (più o meno). L’impatto linguistico, ecco, quello proprio non riesco a sottovalutarlo.