AL RISTORANTE

Dovevano essere un paio di giorni di (relativo) relax, qualche bagno nell’acqua calda delle terme, vedere il Patato sguazzare come un pesciolino nel suo elemento, scambiare due chiacchiere con amici, sedersi per una volta a tavola e ordinare dal menù. 
Peccato che siamo in febbraio e il virus ci abbia messo lo zampino. 
C’è chi è stato costretto a rientrare dopo neppure ventiquattr’ore causa febbrone e simpatici disturbi per cui non bastava neppure la scorta dei pannolini. 
Giusto il tempo di disfare e rifare i bagagli dopo una notte abbracciati al wc.
A noi è andata un po’ meglio, anche se non del tutto. 
C’eravamo lasciati la scarlattina alle spalle (che, davvero, tre giorni di antibiotico e passa tutto, anche se la cura la devi completare comunque per dieci) e vedere il Patato rilassarsi in piscina era una cosa bellissima. 
Peccato che io non fossi molto in forma e alla fine neppure lui. 
Rientro a casa, la pancia sottosopra e amen. Aspettiamo che passi e che arrivi la primavera.
Un po’ di delusione, certo. Mica è niente di grave e i veri problemi son altri, ma l’aspettativa di un po’ di riposo guastato fa sempre un po’ fatica ad andar giù.
Eppure. Nonostante tutto, nonostante questo, ci sono momenti in cui, dopo due anni e mezzo, mi viene ancora da gridare al miracolo. Che miracolo non è certamente, solo un bimbo che cresce e impara. Che vede, ascolta, rielabora.
Ma che a me par sempre qualcosa di incredibile.
Ieri pomeriggio eravamo a casa, io e lui soli, primi momenti di sollievo dai fastidi di entrambi. Lo vedo improvvisamente tutto impegnato, concentratissimo, parlottare tra sé e sé, mentre sposta una serie di giochi. Prende i suoi piattini, posatine, tazze e bicchieri, li sistema con ordine sul tavolino del soggiorno. Afferra il carrello portavivande, la pentola e la posa sulla sua baby-cucina. Io guardo un po’ distratta, mentre sfoglio una rivista, abbastanza incredula: sono rari i momenti in cui per lunghi minuti gioca da solo, senza reclamare l’altrui presenza, frignare o distruggere qualcosa. 
Alla fine prede due carte dei Puffi, le appoggia sul tavolino accanto ai bicchieri.
Poi viene da me: “Mamma! Mangiamo pappa, qui c’è il ristorante!” 
Guardo meglio. Una perfetta tavola apparecchiata, con tanto di bottiglia dell’acqua e cartoncini col menù accanto ad ogni posto”.
Mamma, io mangio fusilli con pesto“!

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DI MARITI, LAVORO E NEVE IN ARRIVO

Ieri sera, ore 19.30. Squilla il cellulare.
Il marito mi dice “Sono ancora in ufficio, ho appena ricevuto dei documenti importanti, li leggo, faccio quel che devo, li rimando e poi esco. Quindi arrivo tardi”
Che non potesse in ogni caso arrivare a casa “presto” era comunque palese.
“Ma scusa” ribatto io, che, comunque, davvero, a volte non ce la faccio, “cosa cambia se li rimandi domani?” “Tanto chi vuoi che li veda a quest’ora?”
“Beh, sì, in effetti….”

Il marito è comunque rientrato intorno alle 21 e oggi si risentirà parecchio nel leggere questo post.
Perchè ieri sera “la situazione era particolare, il momento era particolare, quindi il ritardo ha delle motivazioni oggettive e oggettive giustificazioni”.
Sicuramente: c’erano esigenze, come ce ne saranno sempre.
Così come del resto si era parecchio risentito nel leggere questo, di post.
Un po’ mi dispiace, ma non sempre ce la faccio ad essere politically correct.
Se lo fossi probabilmente neppure scriverei un blog.
E devo anche fare una confessione. Comincio ad essere stufa di parlare di
conciliazione, di work life balance, e di tutte quelle storie lì.

Che tanto.
Ieri sera leggevo questo articolo su la 27ora del Corriere.it. Guardando alcuni commenti mi è venuto da piangere. Come quando ti coglie la consapevolezza che è comunque tutto inutile. Che se la maggior parte della gente continua a pensare in un certo modo potremmo scrivere milioni di post, milioni di articoli, milioni di commenti costruttivi e proposte costruttive.
Che tanto.
Sto sinceramente arrivando a pensare che si tratti di temi davvero di “élite”, che riguardano un gruppo tutto sommato troppo piccolo e poco rappresentativo di persone (o di donne, dovrei dire).
Che vivono nelle grandi città, che altrove questi problemi non ci sono, o ci sono meno, o sono affrontati diversamente. Ma sicuramente stimolano poco il dibattito (quello “vero”, almeno), tanto che qualcuno sostiene che già in Italia si lavora poco e quindi cosa diavolo sono tutte queste storie?
Anzi, dovremmo ben volere lavorare di più. Per avere più soldi nella pensione di domani e rimpinguare le povere casse dell’INPS.
Opinioni. La mia è che sicuramente da qualche parte si lavora poco.
Probabilmente meno di quanto si dovrebbe.
Ma che, altrettanto sicuramente, in generale e senza distinzioni di sorta, si lavori parecchio MALE. Con le dovute eccezioni, ma che sono tali. Credo, però, che davvero pochissimi siano interessati a cambiare qualcosa.
Si vede, oggi ho il dente avvelenato e pure il mal di testa. Magari mi sta venendo anche la scarlattina e sento la neve.
Tant’è. Se ne fossi capace mediterei seriamente di iniziare a scrivere di abiti, scarpe e gossip. Anzi, no, magari di sesso.
Che, si sa, con tutto il rispetto per chi ne scrive sul serio, è ben più divertente.

ORDINARIO WEEKEND DI FOLLIA

Questo potrebbe essere uno di quei post di lunghezza infinita, elenco di malanni, stanchezza, lamentele e rivendicazioni.
Ma non ce la faccio. Sono troppo stanca.
Dalla scorsa settimana non dormo una notte decente. Da venerdì sera il Patato ha febbre, un mal di gola immane e da sabato è conciato peggio della Pimpa. Passa le notti piangendo, urlando e, secondo me, anche imprecando parecchio, pur se in una lingua che noi non conosciamo.
Tra le notti insonni e la mia scuola di yoga, ho avuto pure il piacere di trascorrere l’alba di domenica mattina al pronto soccorso. Così, tanto per impegnare un po’ il tempo, che se no avremmo corso il rischio di annoiarci parecchio questo fine settimana.
Forse tutti i sintomi messi insieme mi avevano insinuato qualche strano dubbio nella testa. Ma non al medico dell’ospedale, per il quale il solito misterioso virus di febbraio era certamente responsabile di tutti i misfatti.
Ma io sono zuccona (da qualcuno la creatura dovrà pur aver preso) e meno male che c’è la Santa Pediatra, prova vivente che anche il SSN qualche speranza ancora ce l’ha.
Stamattina visita immediata, tampone in gola e, dopo cinque minuti netti, responso ufficiale: scarlattina.
Per carità, nonostante il nome che evoca medievali pestilenze, alla fine è una tonsillite che passa con qualche giorno di antibiotico. Ovviamente se capisci cos’è e come devi curarla, se no effettivamente qualche guaio serio puoi rischiare di passarlo.
Così questa volta, nonostante lo sfinimento, invece di andare a dormire, ho mandato una bella email all’ufficio relazioni col pubblico dell’ospedale. 
Voglio proprio vedere cosa mi rispondono (SE mi rispondono). Magari che hanno finito i soldi per fare un tampone in gola a un bambino di due anni.

DONNE (e UOMINI)

Il marito è partito martedì e io, come per tutti i casi di partenza, mi sono trovata a domandarmi se mai sarebbe tornato.
C’era la neve martedì, io avevo il torcicollo e una f…. fifa di restare un’altra volta bloccata come lo scarafaggio Gregory, così come già capitato qualche mese fa.
Dovevo anche andare in ufficio martedì, ma causa dolori (miei) e malattie (di chi dovevo incontrare) ho ripiegato su #ufficioincasa, rinviando a momenti più propizi le attività di condivisione sociale dei miei prodotti lavorativi.
Avevo i miei soliti timori martedì, quelli di tutte le volte in cui mi capita di rimanere unico genitore presente e disponibile del Patato, probabilmente a causa di pregressi traumi, visto che, per  legge statistica, in queste circostanze capitava immancabilmente l’intoppo della febbre di qualcuno, il malanno di qualcun altro, le notti in bianco a ripetizione e la necessità di chiamare il soccorso alpino per essere tratti in salvo, a pena del rischio di morte di stenti.
So che, prima o poi, dovrò in qualche modo farmene una ragione e farci l’abitudine, ma per ora non ci sono ancora riuscita.
Martedì mattina mi sono infilata gli scarponi da neve, ho infilato i baby-doposci al Patato e siamo usciti nella neve per andare all’asilo.
Sono tornata a casa, ho acceso il pc, collegato la chiavetta e, con tutto quanto di caldo potevo tenere sul collo dolorante, ho lavorato.
Mi sono preparata il pranzo, ho mangiato, sistemato un minimo la casa disastrosa, almeno per quanto consentito dal blocco muscolare, letto le news e navigato sull’iPad, fino al momento di andare al nido a riprendere il figlio.
Abbiamo ricamminato nella neve, ormai mentre si stava sciogliendo, improvvisamente alla grande, come se fosse arrivato dal creatore un ordine urgente e perentorio di immediato disgelo. Abbiamo comprato il pane e il Patato scroccato il solito panino alla fornaia.
Poi è arrivata Lei. A piedi dalla stazione, con le sue due borse per due giorni. La borsetta in realtà ben più pensante del bagaglio vero e proprio.
Abbiamo fatto merenda con le chiacchiere di carnevale, il tè (per me) e il caffè (per Lei).
Il Patato le si è immediatamente incollato addosso come un francobollo a presa rapida, quasi quanto accade con la nonna. E per più di ventiquattro ore non si è neppure sognato di chiedere del papà, di chiamarlo, di reclamarlo al risveglio come diritto di nascita. Ha giocato, mangiato, nuotato nella vasca da bagno e fatto il solito casino.
Io ho fatto quello che faccio di solito, nel tempo che passo tra casa, asilo, spesa, spazi aperti quando il tempo permette. Ho preparato pasti, cambiato pannolini, riempito vasche da bagno, caricato e svuotato lavastoviglie e lavatrici stracolme di bucato. Mangiato e dormito. Tutto (quasi) come al solito.
Solo che c’era Lei. E allora ho davvero capito quel che dice in questi giorni Elasti. Al di là del fatto che lei riesce a dirlo in un  modo che a me non riuscirà neppure tra qualche secolo.
Il marito chiamava ogni tanto, tra un impegno e l’altro, tra una riunione e l’altra, tra la notte insonne e la colazione. Chiedeva se tutto era ok. Come stavamo, se il Patato dormiva, mangiava e faceva il solito casino.
Alla terza telefonata, e alla terza serie di identiche risposte: SI, SI, SI, ha detto che aveva il sospetto che potesse restare dov’era a tempo indeterminato, ché la vita qui sarebbe proseguita comunque.
E allora ho ancor di più capito cosa dice Elasti. Che due donne possono essere la migliore squadra mai esistita, che in quel caso tutto fili liscio come l’olio, veloce come il treno alta velocità sui binari a 300 km/h, o lento come un calessino trainato da due pony bianchi. A seconda di contingenze e necessità.
In modo del tutto naturale, fluido, tranquillo.
E allora, in quel caso, corri davvero un rischio tremendo.
Quello di domandarti a cosa servono davvero gli uomini 😉 Anche se è S. Valentino.

PREMIO!

Mi è stato assegnato un premio, il primo nella storia del mio blog!
Il riconoscimento arriva da Mammavvocato che sentitamente ringrazio della generosità e considerazione.
Secondo le regolette che presiedono il funzionamento del “Liebster Blog Award ” devo rispondere ad alcune domande su di me e, a mia volta, individuare altri blog a cui attribuire il premio, invitando a rispondere a domande simili.
Premetto che, poiché sono ahimè un pochino anarchica, non seguirò tutte le indicazioni alla lettera. 
Non attribuirò il riconoscimento a undici blog, come a rigore dovrei fare, anche per evitare “doppioni” in chi magari l’ha già ricevuto da altri, ma a me piace tanto comunque! Se no rischieremmo davvero una specie di catena di Sant’Antonio infinita.
Ecco, dunque, i miei: 

Alle mie due “vicine di casa”: I miei tre figli sono figli unici e Guarda che è normale
Poi: Pensieri canditi , Patato Friendly e Thesunmother.

Eccoci alle domande.
Qual è la cosa che vi piace fare di più da sempre?  
Leggere e viaggiare
– Qual è il posto che vi piacerebbe vedere, ma da sola?  
No, da sola no. Almeno non in questo momento della mia vita
Nel campo artistico cosa vi piacerebbe saper fare?  
Mi piacerebbe dipingere, ma anche la margherita di prima elementare è fuori dalla mia portata 😦
– Se foste uno scrittore/scrittrice, chi vorreste essere?
Isabel Allende
– Seguite la moda o preferite creare su di voi quella che più vi si addice? 
Non sono affatto modaiola, a volte purtroppo, mi dico.
– Un detto o una frase che sentite vostra.
Ci sono cose che non hanno prezzo
Qual è lo sport che potendo avreste intrapreso come carriera sportiva?
Tennis
Cos’è che ascoltando o vedendo vi emoziona o vi ha più emozionato nella vita?
Tutte le meraviglie della natura, in primis il mare
Cosa scegliete per relassarvi quando siete stanche di tutto? 
Libri, musica e yoga
Il vostro luogo o posto preferito?
Il bianco e il blu
Il vostro ricordo più bello? 
Alcuni viaggi indimenticabili
– Una persona che non dimenticherete mai della vostra famiglia?
Perché, i familiari si dimenticano!?!
Una persona che non dimenticherete mai lasciando fuori la vostra famiglia?
Tutti coloro che mi hanno aiutato a salvarmi la vita
Siete soddisfatte della vostra vita e/o avete un sogno nel cassetto?  
Tanti, tanti, tanti sogni.

Adesso passo il testimone ai miei premiati che vorranno rispondere!

DONNE DI TALENTO

Mai come in questi ultimi mesi mi è capitato di scoprire, nel mondo reale come il quello virtuale, tante donne di talento che, magari, già conoscevo da tempo, in altra veste, ognuna con addosso la propria “maschera” personale o professionale.
Mai come in questi ultimi mesi ho scoperto l’esistenza di tantissime persone, tantissime donne, intenzionate e volitive nel “cambiare vita”, sfidando convenzioni, dubbi, timori, giudizi del mondo intorno.
Tra loro c’è chi ce l’ha già fatta, chi sta per provarci, chi vorrebbe ma ancora non ne trova il coraggio o le condizioni oggettive che lo consentano.
Diffondo, quindi, con grande piacere una nuova iniziativa di Fattoremamma: un progetto di social empowerment dedicato proprio alla valorizzazione del talento femminile grazie al mondo della rete e al network che questo può offrire. 
Ecco quindi TalentDonna che sarà ufficialmente presentato con un open day il prossimo 11 febbraio: visitando il sito è possibile trovare tutte le informazioni utili e confermare la propria partecipazione alla serata.
E in bocca al lupo a tutte le donne di talento!

ATTESA E PAURE

Mi capita ogni tanto di incontrare, nelle mie frequentazioni di lezioni di yoga, mamme in attesa che hanno deciso di regalare a sé stesse un po’ di tempo a questo scopo, prima della nascita del loro bimbo.
Qualche settimana fa ho incrociato una ragazza, ormai avviata verso gli ultimi mesi della sua gravidanza. Al termine della pratica, facendo due chiacchiere, l’insegnante accennò al fatto che io avevo tratto molto beneficio dallo yoga in preparazione al parto e che, se avesse voluto, avrebbe potuto chiedermi qualche informazione. 
“No, io non voglio sentire niente. Mi stanno già terrorizzando tutte con racconti dell’orrore sul parto!”
Ecco.
All’epoca del mio corso pre-parto, all’ospedale che avevo scelto per far nascere mio figlio, l’ostetrica un giorno disse una cosa del genere: “Le donne sono le peggiori nemiche delle mamme in attesa. Troppo spesso si dilungano in racconti raccapriccianti del travaglio, del parto, di quello che accade durante e dopo. Oppure si trincerano dietro un sostenuto silenzio, che sottintende esperienze terrificanti e non ripetibili”.
Infatti
Fermo restando che l’intenzione dell’insegnante non era sicuramente quella di stimolare il mio racconto dei più intimi dettagli dell’evento, la cosa mi ha fatto un po’ riflettere.
Perché?
I primi mesi della mia gravidanza non erano sicuramente stati idilliaci. 
Avevo dovuto convivere con pesanti nausee che non mi abbandonavano né di giorno né di notte. Riuscivo a mangiare il minimo indispensabile a reggermi in piedi e, a volte, neppure quello. Di notte dormivo pochissimo, avevo lunghi risvegli alle tre o alle quattro del mattino che mi lasciavano sfinita. Avevo sempre la pressione bassa e uscire di casa per affrontare il viaggio fino all’ufficio era diventato un incubo. Una stanchezza indescrivibile.
Per settimane avevo lottato con terribili mal di testa che potevo combattere con l’arma spuntata della sola tachipirina, praticamente unico farmaco compatibile con l’incintitudine.
Era uno strazio
E io uno straccio. Devo ammettere che ero pure uno straccio parecchio incavolato con il mondo e con tutto quel ridicolo chiacchiericcio sulle meraviglie della maternità, sulle sensazioni favolose con cui convive la futura mamma e bla, bla, bla…
Ne avevo parecchie di sensazioni, peccato fossero tutto fuorché “favolose” e le avrei volentieri regalate senza pensarci un secondo.
Così per quasi cinque, lunghi, mesi.
Poi, per fortuna, qualcosa era cambiato.
Pian piano, con una lentezza quasi impercettibile, avevo iniziato a stare meglio
.
E gli ultimi mesi della gravidanza credo siano stati, tutto sommato, uno dei periodi più belli della mia vita. 
Ero spesso felice, senza che ce ne fosse un particolare motivo. 

Era primavera e io uscivo sul balcone ad ammirare il sole, il cielo azzurro, gli alberi che iniziavano a rifiorire, i bambini che giocavano nel parco sotto casa. Le rondini della sera.
Leggevo, scrivevo (troppo poco, ora mi dico). 
Quando lo stomaco permetteva, sperimentavo nuove ricette in cucina. 
Invitavo a cena gli amici.
Ero comunque spesso stanca, ma non lo consideravo più un dramma, non avendo più l’impegno forzato del lavoro.
Facevo yoga tutte le volte che potevo perché mi faceva stare benissimo.
E quando facevo yoga ascoltando Ludovico Einaudi mi sentivo immortale. Probabilmente lo ero.
Ogni tanto pensavo al momento del parto e ne ero abbastanza spaventata, come quasi tutte, credo. Anche quelle che sostengono di non esserlo affatto. 
E la paura aumentava man mano che la data del termine si avvicinava, ma non ho mai voluto esserne sopraffatta.
Sarebbe stato un peccato, un grandissimo peccato.
Penso che, mediamente parlando, la natura offra alle donne incinte un grande aiuto. Gli ormoni degli ultimi mesi di gravidanza dovrebbero essere venduti in farmacia, da assumere al bisogno, quando la vita pone di fronte a certe difficoltà. 
Quel periodo può davvero essere un’occasione per vivere qualcosa di unico e meraviglioso. Un piccolo assaggio di infinito ed eterno. 
Non lasciamocelo rovinare, non facciamoci fregare dai racconti terrorizzanti.
Davvero, non ne vale la pena.

FEBBRAIO

È arrivato febbraio. Non lo amo, come nessun mese d’inverno.
Rievoca sempre influenze, freddo e ghiaccio, feste di carnevale abortite causa febbroni, compleanni disertati in seguito malesseri per bon ton non nominabili.
La luce in fondo al tunnel è più in là.
Quando l’odore della primavera si farà coraggiosamente spazio tra gli alberi ancora spogli e si inizierà a sentire il suo tepore, nonostante i maglioni e gli stivali d’ordinanza.
Non amo febbraio. Ma non posso negare che, in alcune giornate, possegga un suo originale ed autentico fascino.
Nel vento che spazza il cielo d’inverno, rendendolo di quel blu fuori stagione.
Nella luce dell’alba più chiara di un grado ogni mattina.
Nel tramonto più luminoso, che ha strappato qualche minuto alle tenebre.
E in quel sentire, inspiegabile e indescrivibile, che tu sai che c’è.
Che nonostante il gelo, il buio e l’influenza, qualcosa sta inesorabilmente cambiando.
È un messaggio portato dal vento che ricorda la verità immutabile.
L’inverno non dura per sempre. E lì, proprio dietro l’angolo del mese più corto, ci aspetta il calore del sole.

OVERBOOKING

Abbiamo iscritto il Patato alla scuola dell’infanzia. Ed è già overbooking.
L’addetta alla segreteria mi ha gentilmente comunicato che i bambini aventi diritto per età anagrafica sono poco più di un centinaio, mentre le tre sezioni disponibili, sfruttando al massimo il loro potenziale, potranno accogliere al massimo un’ottantina di piccoli alunni.
Di conseguenza, qualora tutte le famiglie in questione facessero effettivamente domanda di iscrizione lì, non sarebbe possibile accogliere tutti. Sarebbe necessario procedere alla redazione di graduatorie, con la conseguenza che chi resta fuori, sorry, deve trovarsi un’altra soluzione. 
Sarà per la prossima volta.
Ora. Io ho già vissuto l’allucinante esperienza delle graduatorie dell’asilo nido.
Infatti il primo anno avevamo dovuto accontentarci della pessima esperienza di una struttura di ripiego. 
Si potrebbero scrivere libri sulla questione dei nidi, da molteplici punti di vista. Ma, anche potendo, non ne ho (più) molta voglia. Ormai è andata così, ci godiamo gli ultimi mesi nel nostro bell’asilo faticosamente conquistato, e poi si dovrà voltare pagina.
Appunto. Voltiamola, ‘sta pagina.
Nelle scorse settimane abbiamo ricevuto a casa una comunicazione del Comune che annunciava l’apertura delle iscrizioni alla scuola dell’infanzia, con tempistiche, orari, moduli da compilare eccetera eccetera.
L’assessore augurava a tutti i bambini e ai loro genitori un luminoso e proficuo futuro scolastico
Favoloso. E quindi?
Vado a iscrivere mio figlio e per prima cosa mi sento dire che potrebbero non esserci posti per tutti? O meglio: é certo che non ci saranno posti per tutti.
Si tratta solo di sperare di essere “fortunati”, o che altre famiglie facciano scelte diverse, scuole private, homeschooling o chissà che. E allora potrebbero esserci posti per tutti gli altri.
Sarà la vecchiaia, ma c’è una cosa che non ho capito. 
Questa qui la chiamano “scuola”. Hanno pure voluto cambiarle nome rispetto alla vecchia “materna” (che poi tutti continuano comunque a chiamare così). Forse lo consideravano di standing non sufficientemente elevato per la luminosa carriera dei pargoli.
È inserita nell’organizzazione di istituti scolastici pubblici, con personale dipendente dallo Stato a tutti gli effetti. È gestita con le regole delle scuole a tutti gli effetti.
E, a casa mia, una scuola pubblica per cui la tua famiglia paga le tasse, e a cui tu bimbo hai il diritto di andare (non voglio parlare dell’obbligo, dato che ancora qui non c’è), non ti può dire: “Mi spiace molto, ma per te qui non c’è posto. Sarà per l’anno prossimo, forse”.
Indipendentemente dai criteri, dalle fortune o sfortune della tua famiglia o tuoi, dai soldi che hai o non hai.
Altrimenti chiamatela in un altro modo. Chiamatela “giardino d’infanzia” o “giochiamo tutti insieme”.
La scuola è un diritto di tutti, o almeno dovrebbe esserlo nei Paesi civili.
Che Paese siamo diventati?