IL PATATO VA ALLA GUERRA

Quando ho saputo che mio figlio sarebbe stato un maschio ricordo, da un certo punto di vista, di aver tirato un lungo sospiro di sollievo. Mi sarebbero state almeno risparmiate le ataviche e irrisolte questioni sull’eterno rapporto conflittuale madre-figlia, destino e disgrazia (secondo me) quasi irrinunciabili di questo legame.
Mi illudevo che, per lo meno per i primi anni di vita, crescere un figlio maschio sarebbe stato più facile, meno stressante, che la gestione del pargolo “cuore di mamma” si sarebbe per lo più giocata sulla sfida di non farlo crescere troppo mammone. Beh, tanto per cambiare, sbagliavo. Di molto anche.
A parte il fatto che mio figlio non ha mai mostrato per un momento, dal giorno in cui è nato, il benché minimo segnale di attaccamento alle sottane materne (e questo, di per sé, sarebbe stato anche un gran bene), è ormai assodato il fatto che il Patato è uomo di grandi battaglie e il suo quotidiano allenamento è la guerra con sua madre.
Devo solo ringraziare il cielo che dal punto di vista gestione del sonno negli ultimi tempi abbiamo fatto passi da gigante e che, salvo qualche nottata storta o qualche malanno disturbante, ora ce la caviamo tutti discretamente. Con tutta evidenza, però, le energie raccolte nottetempo vengono sapientemente usate per seminare morte e distruzione nelle ore di veglia.
Per mio figlio la parola “sì” non esiste: MAI.
Mio figlio ha i suoi tempi e le sue priorità e nulla, salvo qualcosa che incontri miracolosamente il suo interesse del momento, riuscirà a distoglierlo dalle sue occupazioni a favore di altre necessità.
Mio figlio ha tre anni, ma pesa come un bambino di uno un po’ in carne. Mangiare è una perdita di tempo, preferisce giocare e quindi, salvo che qualcuno non gli dia la caccia con forchetta alla mano, del cibo può fare tranquillamente a meno.
Le mie giornate, dall’alba al tramonto, con la pausa di quelle quattro ore di scuola, sono diventate lunghe battaglie di una guerra infinita che ormai lascia me stremata e lui sempre più forte (ma piccolo, magro e con una preoccupante tendenza al malanno ricorrente).
Il marito dice che io non lo so gestire, che va cambiata la strategia di base per l’educazione di un bambino testardo e orgoglioso, che preferisce soffrire un’ora la sete piuttosto che chiedere “per favore” dell’acqua, andare a letto senza cena piuttosto che stare seduto a tavola a mangiare (e assicuro che non si tratta di metafore).
È una sfida perenne, tra un fasullo quieto vivere riempito di mezzucci per tenerlo buono, il bastone e la carota, il boccone di pappa in più e mezzo capriccio in meno, e la battaglia senza riserve, nella quale provvedimenti drastici di inflessibile rigore rischiano di sfiancare prima i genitori del diretto interessato, creando un clima familiare in cui la tensione si taglia col coltello.
Forse è la stagione propizia: proprio stamattina leggevo post e tweet di madri distrutte e stravolte dalla fatica emotiva di gestire le iene di casa.
Sicuramente io sono agli antipodi della madre perfetta: accomodante, paziente e conciliante che, ad ogni sospiro della creatura, riesce empaticamente, in un battito di ciglia, a cogliere il problema e la relativa soluzione. Il fatto è che, ormai, io c’ho un’età, per cui epocali cambiamenti di (mia) personalità tenderei purtroppo ad escluderli.
Mio figlio si ritrova questa madre. E io mi ritrovo questo figlio.
Che sempre più spesso faccio fatica a interpretare, che mi sembra estraneo e incomprensibile, a volte addirittura “poco normale”.
E no, non credo che la colpa di tutto stia nell’espatrio, nel trasloco e in tutti i cambi vissuti in questi mesi. Lui è sempre stato così. Già lo scorso anno all’asilo nido erano emerse questioni simili, valutate e affrontate, anche se purtroppo mai davvero risolte.
Ed è il criceto che gira ininterrottamente nella sua ruota.

“OPEN”

Nei i primi anni della mia adolescenza ho vissuto una bruciante passione per il mondo del tennis. Il solo sport che mi abbia in qualche modo entusiasmato e coinvolto personalmente, dopo numerosi quanto inutili tentativi di appassionarmi alla pallavolo (sulla scia dei successi di Mimì e Mila e Shiro ;-)), al nuoto, all’atletica e chi più né ha più ne metta.

La mia stagione tennistica è stata abbastanza breve (superata dal fatto che, a quanto pare, in questa vita io e lo sport viaggiamo in due universi paralleli), ma estremamente intensa. Ricordo pomeriggi di agosto passati a giocare, sotto la canicola nei campi in cemento, improbabili match con l’amica del cuore (ora rischierei l’infarto al solo pensiero, ma a quattordici anni è tutto permesso), mio padre trascinato a riesumare la vecchia racchetta (di legno!) e palle che nemmeno rimbalzavano più, col solo effetto di procurargli una ricaduta del famigerato “gomito del tennista”.

Ero una grandissima fan dei tennisti svedesi (che, dalla loro, avevano anche altre qualità oltre alla bravura sul campo ;-)), nutrivo un profondo, quanto insensato, odio nei confronti di Boris Becker e di Ivan Lendl, così come ricordo di aver fatto in tempo a vedere l’ascesa di uno strano personaggio che giocava a Wimbledon vestito come una specie di cantante punk, con pantaloncini in jeans e una strana chioma bicolore, scandalizzando il tempio del tennis mondiale. Ricordo i commenti sul suo famoso rovescio a due mani, sulla discontinuità delle sue prestazioni agonistiche, sullo strano rapporto col coach Nick Bollettieri, altro personaggio alquanto sui generis, fondatore di una famosa e discussa scuola per giovani talenti con base in Florida.

Non mi piaceva Andre Agassi, non lo capivo, o, forse, avevo paura di capirlo, dall’alto della fragilità della mia adolescenza. Non ho fatto in tempo, poi, a seguire gli anni dei suoi massimi trionfi, né quelli delle sue rovinose cadute, della sua risurrezione, seguita infine dal suo ritiro a 36 anni, avvenuto nel 2006.

Ho iniziato a sentir parlare della sua biografia “Open” alcuni mesi fa e, dopo un primo momento di indifferenza mista a perplessità, ho iniziato a sentire che dovevo leggerla. E quando succede così, quando mi capita quella strana quanto categorica esigenza di avere davanti a me un certo libro, raramente sbaglio. Perché “Open” è un grande libro, o meglio un libro che racconta una grande storia. Potente e coinvolgente, racconta la vita del protagonista come se fosse un thriller, senza lasciare nulla al caso. E’ un libro sulla vita, sulla caduta e sulla rinascita, soprattutto è un libro sulla consapevolezza che (strano a dirsi, eh?) risulta essere l’elemento salvifico di un’esistenza difficile e che spesso sembra destinata alla più completa rovina. E’ un libro che racconta la contraddizione, quale elemento distintivo ed inevitabile della vita, ma che, se messo in gioco nel modo giusto, diventa la carta vincente del match più importante di tutti: quello contro se stessi.

Potrei scrivere molto altro, ma non credo ne valga la pena. Leggetelo: ne vale davvero la pena.

“Penso che parlerò delle contraddizioni. Un amico si suggerisce di rispolverare Walt Whitman. Mi contraddico? Certo che mi contraddico. Non sapevo che il mio fosse un punto di vista accettabile. Adesso è la mia guida, la mia Stella Polare. Ed è quello che dirò agli studenti. La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. E’ utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno ammetteteli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli”.

Questo post partecipa all’iniziativa: “Il Venerdì del libro” di Homemademamma.

AUTUNNO

Ieri a Zurigo: giornata sulla mobilità sostenibile

Ieri a Zurigo: giornata sulla mobilità sostenibile

E’ comparsa la nebbia. Ieri mattina, all’improvviso, a dispetto del meteo che prevedeva una giornata soleggiata. E il sole, in effetti, c’era, ma nascosto da una densa coltre grigia pronta a coprire il cielo e tutto ciò che stava nelle immediate vicinanze, quasi a dare al paesaggio uno strano effetto “San Francisco“, pur se l’oceano manca qui, abbiamo solo il lago. E il fiume, magnifico fiume.

L’autunno è arrivato. Da qualche settimana, ormai, anche se solo ora anche per il calendario. L’aria è fredda, soprattutto al mattino e alla sera, gelida nelle giornate di tempo brutto che hanno già fatto la loro comparsa. Che le stagioni cambiano in fretta al nord. Succede che le giornate, poi, riservino ancora bellissime sorprese, pomeriggi tiepidi e accoglienti, accompagnati da cielo terso ed incantevole, quando la nebbia si dirada.

Stamattina è stato lo stesso: buio cupo e profondo, con le case della collina come coperte di fumo denso, che fatichi quasi a distinguere da quello dei camini, non fosse che quello è più chiaro. Ed ecco che, ad est, pian piano, una luce chiarissima: il sole che sorge, scacciando pian piano il grigiore dalle cime degli alberi del bosco.

E io che pensavo di essermi lasciata alle spalle la nebbia della Pianura Padana, giusto adesso che, quasi, è un fenomeno dimenticato. Mi devo attrezzare, gli autunni e gli inverni son così, mi dicono, a nord delle Alpi. Che a volte non è vero che il tempo è brutto, il grigio non è di nuvole minacciose, ma solo di nebbia. Che basta salire di quota, in montagna, per trovare un blu accecante.

In ogni caso, la città non si ferma mai. Dopo una scintillante #summerinzürich anche ora si susseguono eventi e manifestazioni di tutti i generi e per tutti i gusti. C’è solo l’imbarazzo della scelta e i bambini sono sempre protagonisti o, quantomeno, ospiti di grande riguardo.

L’estate è finita, anche ufficialmente ora. Ma abbiamo avuto una meravigliosa #summerinzürich.

 

THE BEST OF

Siamo alla fine della terza settimana di inserimento alla materna (ehm…scuola dell’infanzia), oggi pomeriggio ci sarà anche la prima riunione con i genitori in cui suppongo verrà più o meno spiegato il programma o gli obiettivi dell’anno scolastico.
Il Patato, dopo un avvio un po’ problematico – e un immediato potente raffreddore – sembra essersi assestato discretamente, anche se persevera un inaudito “effetto cozza” ogni mattina quando lo devo lasciare.
Non ci ero abituata
, nelle precedenti esperienze di nido non era mai capitato (e mi pareva quasi strano), certamente considerando che questo è stato il terzo inserimento in un anno esatto di calendario qualche spiegazione tende a proporsi quasi automaticamente.
Devo anche confessare che le modalità di avvio dell’anno avevano un po’ impensierito anche me, in considerazione del fatto che, fino al weekend immediatamente precedente l’inizio delle lezioni, non c’era stata nessuna comunicazione da parte della scuola, nessun incontro informativo per chi, come noi, era in lista d’attesa per il posto che si é poi liberato nel corso dell’estate. Telefonate ed email (mie) con domande e chiarimenti serenamente ignorate, regolamento scolastico e elenco delle “attrezzature” necessarie gentilmente forniti da altre mamme.
Insomma, una prima impressione non proprio brillante di un’organizzazione “all’italiana” che mi ha lasciata parecchio perplessa e, contemporaneamente, il riaffiorare di mille dubbi sull’effettiva validità della scelta della scuola italiana bilingue, al posto di una del luogo.
Da quando siamo a Zurigo, e anche da ben prima, in verità, sento alternativamente opinioni contrastanti sulla “bontà” dell’uno o dell’altro sistema scolastico. Sui motivi di chi ha scelto da subito la scuola del Paese di espatrio e chi, al contrario, ha sostenuto l’importanza di mantenere un legale culturale con le proprie origini, essendocene la possibilità.
Temo che, come sempre accade, i risultati si vedranno “poi”. Per il momento posso dire che, al di là dei miei timori sull’efficacia organizzativa dell’istituzione, mi pare che il clima in cui si svolge l’attività didattica sia sereno e tranquillo, le classi non eccessivamente affollate, l’attenzione ai bambini e alle loro peculiarità osservata, così come il rispetto del bilinguismo che prevede la metà delle ore di lezione in lingua italiana e l’altra metà in lingua tedesca.
Penso che questa sia la cosa più importante in questo momento. Avremo tempo, negli anni, se rimarremo effettivamente qui, di capire e approfondire altre possibilità educative ed eventualmente rivalutare la scelta.
Il Patato ha appena tre anni e io sono abbastanza convinta che, in questa fase, i suoi bisogni primari siano quelli di essere inserito in un ambiente positivo, che lo aiuti a crescere aprendosi al nuovo e al diverso (imparando una lingua sconosciuta), pur salvaguardando quelle abitudini e quella cultura da cui arriva e che gli è maggiormente familiare. Non voglio stressarlo oltre l’indispensabile, visto che già gli è stato chiesto molto in questi ultimi mesi e che il passaggio di frontiera non è stato sempre così indolore anche per lui.
Mi piacerebbe, e ci spero, che tra un po’ di tempo tutta la fatica fatta lo ripaghi con buoni frutti. Che riesca a farne tesoro per crescere più forte e sicuro, scegliendo il meglio delle opportunità che ha avuto la possibilità di cogliere, il meglio dei due Paesi nei quali ha avuto la possibilità di vivere.

IL PATATO E L’ANACONDA

Il Patato e l'anaconda (foto di Carlotta G.)

Il Patato e l'anaconda (foto di Carlotta G.)

Non ho mai amato gli zoo: la consapevolezza della vita che gli animali devono sopportare, al di fuori del loro habitat naturale, mi ha sempre provocato un più o meno evidente senso di disagio e stretta allo stomaco. Il massimo di questo fastidio si verifica alla vista degli elefanti in cattività che, letteralmente, mi è insopportabile. Ho dovuto, però, constatare che per i bambini la visita di un parco zoologico costituisce una irresistibile attrazione e una grandissima fonte di stimoli e di costante apprendimento.

A Zurigo c’è uno zoo molto noto, uno dei più belli d’Europa, dicono, e una visita per chi ha figli, piccoli o grandi, è una tappa quasi irrinunciabile. Nonostante la mia iniziale diffidenza, anche noi non abbiamo fatto eccezione ed, effettivamente, ho dovuto constatare che per il Patato sperimentare da vicino la vista di tanti animali che abitualmente vede solo in fotografia sui libri, o in TV, è fonte di grande gioia ed entusiasmo.

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo fatto diverse visite, anche grazie ad un abbonamento annuale molto conveniente che consente ingressi illimitati per 365 giorni (per i bambini sotto i sei anni, comunque, l’entrata è gratuita), ed ormai mio figlio si sente a casa. E’ molto affezionato soprattutto alle scimmie (per lui tutti i primati hanno questo nome, indipendentemente da specie e dimensioni, che siano oranghi, scimpanzé o gorilla poco importa :-)) e alle tartarughe giganti delle Galapagos, poi, periodicamente, le sue preferenze variano e spaziano a seconda dell’umore e delle circostanze: un giorno le civette delle nevi, un altro i lupi, un altro i rinoceronti. Ieri è stato il “serpente day”: lunghi minuti davanti alla vasca dell’anaconda, che per i suoi innocenti occhi infantili era “molto, molto calina!”, “gualda mamma, gualda papà, che bellaaaa!”

Ecco, a me “carina” non sarebbe proprio venuto in mente.

Questo post partecipa a Fotoviaggiando del lunedì di Patato Friendly.

UNA VOCE DI NOTTE. E UNA DOMANDA

Il commissario Salvo Montalbano è un mio fedele compagno di letture da quando, ancora studentessa, pendolavo tristemente su e giù dalle ferrovie lombarde e ha tanto spesso contribuito a dare alle mie ore di viaggio quella leggerezza mediterranea che mi è sempre mancata.

Al netto del primo tentativo di lettura, in conseguenza del quale avevo avuto il sospetto di dover imparare ex novo una lingua straniera (eh, sì, il siciliano è una lingua ;-)) ed ero stata fortemente tentata di mollare il colpo (poi meno male che non l’ho fatto!!!), sono un’affezionata lettrice delle avventure del commissario. Negli ultimi tempi, causa lentezze materne e traslochi oltre frontiera, mi è capitato di essere un po’ in ritardo con l’ultimo appuntamento in libreria, ma conto di recuperare prima o poi.

In questi giorni queste settimane sto leggendo Una voce di notte che, oltre ad essere per me una bellissima storia, contiene proprio in apertura una domanda sulla quale mi sono trovata a riflettere negli ultimi tempi e che è stata fortemente amplificata in seguito al mio trasferimento all’estero, trovandomi a vivere in una nuova realtà che, almeno in apparenza, sembra indenne da questo tipo di “male”.

“Ma come erano addivintati in questo paìsi? Nell’urtimi anni pariva che erano arretrati di secoli, forsi, se gli livavi i vistiti, sutta avresti attrovata la pelli di percora dell’òmini primitivi. Pirchì tanta insofferenza reciproca? C0m’è che non si sopportava cchiù il vicino di casa, il collega d’ufficio e macari il compagno di banco?”

Questo post partecipa all’iniziativa: “Il Venerdì del libro” di Homemademamma.

ALTROVE

L’odore umido di una calda sera di fine estate segue i miei passi sull’asfalto, è così nota la strada che l’olfatto ha il sopravvento su tutto e la mente ritorna ai lunghi anni in cui questo odore viveva tutti i giorni, fino all’autunno. L’estate in città per me ha quell’odore, unico e inconfondibile, che da solo risveglia antichi ricordi. 
Sono passate poco meno di ventiquattro ore da quando sono tornata e tra meno di ventiquattro me ne andrò nuovamente.
Un’umidità a cui ho perso l’abitudine con impressionante velocità  si appiccica addosso alla mia giornata e ventisette gradi mi sembrano ben altri.
Ho avuto pochissime nostalgie nei due mesi in cui sono stata lontana, semmai di persone, non di luoghi e neppure di casa. E mi par strano sentire quello che provo non appena ci rimetto piede.
Vorrei vederla meno vuota e abbandonata a se stessa, senza la cura di ogni giorno di una mano amica. Domani me lo sarò già dimenticato, ma questo presente è vivo e imponente. 
Mi stupisco ogni volta di quanto i luoghi sappiano parlare, pur nel più assoluto silenzio.
Ad un passo c’ero io, incinta, nel letto di un’alba d’estate di tre anni fa. C’era mio figlio neonato, il suo lettino colorato col nome intagliato nel legno, dono di un nonno che non c’è più.
C’erano lunghi mesi d’inverno e giornate di primavera, indistinte creature che hanno popolato le nostre vite fino a poco fa, lunghe ore nelle quali non avrei potuto dire di essere particolarmente felice, se non mentendo. 
C’era la mia casa piena di luce e io che vivevo e lavoravo, lì come altrove, nella speranza che tutto andasse nel migliore dei modi. Non sempre è stato così e ancora me ne dispiaccio, anche se non saprei bene come fare meglio, pur se potessi tornare indietro.
Tutto si confonde e sembra perdere di senso, anche la certezza che, tra poche ore, io sarò nuovamente altrove, al di là di montagne imponenti, sotto un cielo più grande e un orizzonte più verde.
La vera domanda sarebbe riposta in altro. Se domani potrò essere persona migliore di quanto non sia stata ieri o non sia oggi. Ma per questo non esiste risposta.

LUISA

Ho incontrato Luisa lo scorso mese di marzo, in occasione di una visita esplorativa alla scuola italiana di Zurigo, una conoscenza comune le aveva annunciato il nostro prossimo arrivo, come futuri vicini di casa italiani.
Avrò avuto, credo, una decina di occasioni di incontro con lei, non tante di più, dal momento del nostro trasloco all’inizio dell’estate zurighese. Non abbiamo avuto abbastanza tempo per diventare amiche.
Ciò nonostante è stata la persona che, nelle prime durissime settimane di vita svizzera, ho sentito più vicina e non solo perché fisicamente abitavamo a pochi metri di distanza.
È stata quella che mi ha prestato l’aerosol in un momento di disperazione, col Patato in apnea e il nostro apparecchio rotto, quella che mi ha fatto conoscere il macellaio dove il pollo costa un po’ meno di 35 franchi al chilo, che mi ha scaricata col figlio al seguito davanti al parco degli asinelli, dopo averci raccolti un po’ sperduti di fronte alla porta di casa in una delle tante gelide mattine da riempire.
È stata quella intervenuta in emergenza col marito dolorante un venerdì sera alle otto, quando lui, per la prima volta nella vita, urlava che stava male e voleva andare all’ospedale. Che Luisa è medico, anche se qui non lavorava per impedimenti linguistici e necessità di gestione familiare.
È quella che mi diceva ogni volta che la sentivo “Non farti problemi, se hai bisogno di qualcosa o vuoi fare due chiacchiere, suona e sali“.
Cosa che, incredibile per me, ho anche fatto davvero.
Luisa è tornata in Italia, rientrata in quella città dove so che mai avrebbe voluto.
A me dispiace infinitamente, soprattutto per lei, che con orgoglio diceva di aver investito tre anni in corsi intensivi per imparare decentemente il tedesco, che raccontava con gli occhi brillanti le meraviglie di una città a misura di famiglia dove era riuscita a sentirsi a casa, dei due bambini cresciuti “un po’ svizzeri”, sempre fuori in mezzo alla natura. Che stava cercando un modo per continuare la sua vita professionale anche qui e che non riusciva neppure a parlare della prospettiva di abbandonare Zurigo.
Sono riuscita a regalarle un fiore, prima che partissimo per il mare a giugno, non per sdebitarmi di qualcosa che non sarebbe stato quantificabile, ma perché ero stata infinitamente felice di incontrarla. E perché so che sarebbe potuta diventare mia amica.

LE CASCATE DEL RENO

Rheinfall (foto Carlotta G.)

Rheinfall (foto Carlotta G.)

Dopo aver trascorso i mesi estivi godendo al meglio possibile di quanto Zurigo offre nella bella stagione, prima che finisca l’estate, abbiamo deciso di dedicare una giornata ad una gita fuori porta di cui le guide turistiche e le persone del luogo parlano benissimo: le Cascate del Reno.
Le cascate si trovano effettivamente molto vicine a Zurigo (meno di 50 km) e a pochi minuti dalla città di Schaffausen. Sono raggiungibili comodamente in auto o in treno, oltre che con l’autobus di linea che parte dalla stazione di Schaffausen. Sono considerate tra le cascate più importanti d’Europa per lo spettacolo che offrono soprattutto nei mesi estivi, quando la portata d’acqua è ai massimi (700 metri cubi al secondo, con larghezza di 150 metri e altezza di 23 metri).

I punti di accesso alle cascate sono diversi, ma i principali si trovano nei pressi di due piccoli castelli medievali: Schlossi Worth e Schloss Laufen, posti rispettivamente sulla sponda settentrionale e meridionale del fiume. Partendo da Schloss Laufen (il più grande dei due) si accede a diverse terrazze panoramiche in punti di osservazione strategici, raggiungibili anche tramite ascensore per chi avesse difficoltà ad utilizzare le scale o fosse dotato di carrozzina o passeggino con bimbi al seguito.

Entrambi i punti di accesso alle cascate sono dotati di vari servizi a disposizione del pubblico (negozi, servizi igienici, bar e ristoranti, parco giochi per bambini) e da lì in estate partono anche i piccoli battelli che effettuano brevi escursioni nell’area delle cascate o che, semplicemente, consentono di raggiungere la riva opposta del Reno.

Noi abbiamo avuto la fortuna di visitarle in una giornata davvero bellissima, praticamente ancora estiva, e lo spettacolo dell’acqua che, cadendo, forma l’arcobaleno coi colori dell’iride merita davvero il viaggio. Il Patato, tra l’altro, ha apprezzato moltissimo tutto il programma: gli spruzzi dell’acqua, il giro col battello, la vista della torre del castello che per lui corrisponde a quello di un suo libro regalato dalla nonna ormai un paio d’anni fa e che ha sempre amato tantissimo.

Credo che i tre anni per i bambini costituiscano davvero un punto di svolta nella loro crescita: da qualche settimana mi sto accorgendo, anche nei momenti più impensati, di una nuova e diversa consapevolezza di quello che lo circonda ed anche viaggiare sta diventando sempre più facile ed entusiasmante per tutti!

Questo post partecipa all’iniziativa: “Fotoviaggiando del lunedì” di Patato Friendly.