HO CONOSCIUTO UN VERO IRONMAN

L'albero della siesta (foto Carlotta G.)

L'albero della siesta (foto Carlotta G.)

Ieri ho conosciuto un vero Ironman. L’uomo di ferro capace di affrontare, in una sola giornata, qualcosa come quattro chilometri di nuoto (nel lago), 180 chilometri in bicicletta e 40 chilometri di corsa.
Ne avevo sentito parlare, avevo letto anche qualche articolo, ma mai e poi mai avrei pensato di incontrarne uno in carne ed ossa.
È il fidanzato di mia cugina che ha partecipato all’edizione di questa estate 2013 dell’Ironman Zürich che si è tenuta, appunto, ieri sulle rive del lago. In una bella giornata caratterizzata da pioggia all’alba (mentre nuotavano), 35 gradi bollenti mentre biciclettavano e maratonavano, per poi terminare con una bufera di vento e pioggia che ha salutato degnamente le migliaia di coraggiosi che hanno partecipato all’impresa.
Inutile dire che per me tutta la vicenda ha del fantascientifico spinto. Non riuscirò mai a capacitarmi di come un essere umano possa (di sua spontanea volontà e pagando pure) affrontare una simile tortura.
Ma, al di là delle mie opinabilissime opinioni, ho visto per l’ennesima volta una città in festa, vivace e organizzata nell’accogliere migliaia di persone da tutto il mondo. I concorrenti, le loro famiglie, gli amici e i supporters, i normali turisti, i curiosi e chi ci era capitato per caso. I bambini in passeggino accampati lungo il percorso per tifare il papà, i fotografi dilettanti pronti ad immortalare momenti di gloria. Questo gioco per “ONLY the BRAVE” è stato l’occasione per noi per scoprire un posto da favola: perfetto per una bella giornata d’estate e impagabile per i bambini. Una volta entrato ti puoi tranquillamente dimenticare che esiste anche un mondo, fuori. Fino a che non ti cacciano per raggiungimento dell’orario di chiusura.
E mentre gli Uomini di ferro correvano la maratona, noi eravamo a fare il sonnellino sotto l’albero secolare. Meglio di così :-)!

Questo post partecipa all’iniziativa “Fotoviaggiando del lunedì” di Patato Friendly

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A.A.A. CONSIGLIO CERCASI

Questo, più che un post vero e proprio, è una simpatica richiesta di aiuto di madre con figlio quasi treenne alle prese con i deliri da spannolinamento.
Abbiamo iniziato il processo ormai un mese fa, in occasione del soggiorno al mare (che, di per sé, effettivamente un po’ aiuta). 
Sul fronte pipì direi che ormai il peggio è passato. Sto parlando delle condizioni di veglia, ovviamente, che per la notte mi sa che dovremo aspettare qualche altro anno ;-), ma va bene così, non c’è fretta. 
Dopo le prime due settimane di follia e pisciata anarchica in ogni dove il Patato sembra rinsavito e addirittura in questi giorni arriva ad annunciare direttamente la necessità di andare sul wc, senza che ci si debba ricordare, ogni due per tre, di chiedergli: “ti scappa? sei sicuro di no?!”
La situazione paurosamente problematica si presenta, invece, sul fronte cacca.
Lì non c’è verso. Nel senso che lui capisce benissimo quando ha lo stimolo ed è tranquillamente in grado di dirlo, ma non vuole affrontare il water. Sembra, in effetti, che sul wc proprio non riesca a farla, tanto che nelle ultime settimane è pure diventato stitico, cosa inaudita in questa casa, con la sola eccezione di un breve periodo all’inizio dello svezzamento.
Il risultato é che:
A) non la fa proprio: e via mal di pancia, digiuni e pasti saltati
B) la fa nelle mutande e buonanotte 
C) annuncia con anticipo l’esigenza e chiede di avere il pannolino, almeno non sporca l’impossibile due volte al giorno.
Sinceramente non so cosa sia peggio e come venirne fuori. Sto cercando di assecondarlo per evitare strani “traumi”, che mi dicono essere poi potenzialmente micidiali per il proseguimento e il buon fine di tutto l’iter, ma a tratti sono parecchio perplessa.
Consigli???

DELLA BELLEZZA

La bellezza salverà il mondo“. Probabilmente non sono molto originale, ben prima di me uomini illustri (donne non so) hanno riflettuto, dibattuto e scritto su questo tema.
Ovviamente non parlo delle bellezze da copertina, della modella in prima pagina con i lineamenti ritoccati, la piega e il make up perfetti, senza rughe, senza occhiaie, senza l’odiata cellulite.
Parlo della bellezza “vera” quella dall’anima e per l’anima, quella delle meraviglie che la natura e l’uomo (alleati, per una volta, e non nemici) hanno creato unendo le proprie forze.
Voglio parlare della bellezza di luoghi meravigliosi creati con lo scopo di innalzare lo spirito, di spazi infiniti dove rigenerare l’anima, di sguardi generosi e benevoli come quelli che accompagnano i cuccioli nei loro primi giorni di vita.
Della bellezza del silenzio e della musica, le due cose più potenti dell’universo per noi poveri umani.
Della bellezza di una mano tesa e inaspettata, di un sorriso sconosciuto, di una parola che conforta.
Della bellezza di un cammino di speranza, della certezza che sempre esista un perché a ciò che siamo e, sopra ogni cosa, a ciò che vogliamo diventare.
Della bellezza della forza che spesso nasce dalla più profonda debolezza, dal coraggio scaturito dall’abisso delle nostre inconfessabili paure.
Della bellezza della parola, della pagina scritta, infinito specchio di mente e di cuore.
Della bellezza di tutto ciò che è verità, accoglienza, armonia e pace.
E di tutto questo io ho una profonda e incrollabile certezza, non un punto di domanda.
Questa bellezza, sola, salverà il mondo.

IL VENERDÌ DEL LIBRO: “MANGIA, PREGA, AMA”

"Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert

"Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert

So di aver letto questo libro di Elizabeth Gilbert molto “in ritardo” rispetto a quando è stato “di moda”, ormai alcuni anni fa, soprattutto dopo l’uscita dell’omonimo film con Julia Roberts (che purtroppo non ho visto, dato che dopo la nascita del Patato la mia love story col cinema si è, ahimè, assai compromessa).
L’ho letto al mare, in occasione delle recenti vacanze, dopo averlo pescato in extremis nel cesto del supermercato appena prima della partenza.
Non avevo grandissime aspettative sul libro, solo un po’ di curiosità, ma devo ammettere che ha superato le attese.
Mi é piaciuto molto, l’ho trovato ben scritto e ben strutturato (beh, si dirà, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo….ma per esperienza non è mica detto!), soprattutto, l’ho trovato sincero e genuino nel raccontare quella che, alla fine, è parte dell’autobiografia dell’autrice, basata sugli eventi di un periodo particolarmente difficile della sua vita, dopo la fine del suo matrimonio con la conseguente crisi esistenziale che si trova ad affrontare.
Sono convinta che, anche se forse infarcito di qualche elemento tipicamente americano “yeah yeah”, sia comunque un bell’esempio di speranza, dalla voce di una persona che “ce l’ha fatta” a superare le difficoltà del buio che più o meno tutti a volte dobbiamo attraversare.
Da appassionata di yoga ho molto amato soprattutto il secondo capitolo, dedicato all’India e all’esperienza che l’autrice vive in un ashram locale, durante la quale si dedica a tempo pieno alla pratica e alla meditazione. Nonostante il fatto che la “corrente” di yoga da lei seguita differisca parecchio dalla mia (assolutamente priva dell’elemento più strettamente devozionale della disciplina, che è molto presente, se non prevalente, invece, nell’esperienza della Gilbert), credo che tanti passaggi riescano ad esprimere benissimo, anche a chi non conosce da vicino questi temi, diversi concetti, principi ed esperienze vissute di un sapere che, a volte, non è di così facile divulgazione e che, a mio parere, contiene davvero in se stesso un messaggio di grande libertà e speranza per l’essere umano che sia interessato ad accoglierlo.

Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma.

IN TERRA STRANIERA

Un sottile equilibrio, come la vita di chi va altrove (foto Carlotta G.)Le informazioni ufficiali, quelle che si trovano sui libri o nelle riviste specializzate destinate alle persone espatriate, parlano di un periodo di adattamento alla nuova realtà di circa sei – dodici mesi.
Tecnicamente lo chiamano “cultural shock”: trovarsi improvvisamente a vivere stabilmente in un luogo estraneo, più o meno lontano da quello che si è abituati a chiamare “casa”, condito da ritmi, abitudini, convenzioni, lingue diversi da quelle a cui si è avvezzi da un vita può provocare disagi più o meno grandi ai novelli “expats” (termine radical chic oggi usato per definire quello che, fino a non molto tempo fa, veniva semplicemente definito “emigrato“).
Mi piace pensare che, forse, se avessero evitato di utilizzare il termine “shock” i diretti interessati sarebbero stati meno terrorizzati all’idea e che, di conseguenza, anche l’ambientamento potrebbe esserne favorito.
È chiaro che un conto è trasferirsi, che so, in Giappone, un altro in Spagna o in uno Stato della vecchia Europa a portata di autostrada rispetto a “casa”.
È altrettanto ovvio che, poi, la percezione della nuova realtà e delle difficoltà che vi sono inevitabilmente collegate sia estremamente soggettiva: c’è chi non fa un plissé rispetto al fatto di essere finito in Siberia e chi non si dà pace per il trasferimento Roma – Milano 😉 Io scherzo, ma, in realtà, mi dicono che anche gli spostamenti all’interno dello stesso Paese frequentemente non sono affatto esenti da problematiche.
Nel periodo di cui sono tornata in Italia per le vacanze ho avuto occasione di parlare con un po’ di persone, amici, conoscenti e non, coi quali, quasi inevitabilmente, mi toccava il confronto sul tema dell’espatrio svizzero. Dovendo un po’ generalizzare potrei dividere i commenti grosso modo nelle due macro-categorie del “beati voi” e del “ma chi ve l’ha fatto fare”.
Confesso che la cosa che mi ha sorpreso di più, in una realtà normalmente esterofila come quella italiana, è che la categoria più nutrita apparteneva più o meno dichiaratamente al secondo gruppo:
Ma come fai a vivere lontano da tutti?” (lontano da tutti vivevo anche prima)
In un posto dove parlano una lingua terrificante?” (vero, purtroppo)
Dove c’e un clima di m….., si gela e piove tutti i giorni?” (p.s. per inciso non piove da dieci giorni e c’è un clima per il quale farei una firma a vita. Ovviamente non durerà)
Ma cosa mangiate là? (patate e crauti, no?!)
E se hai bisogno di qualcosa come fai?” (come facevo anche prima, per lo più: arrangiandomi)
Lo so, io sono un’italiana atipica, una che adora la pasta, ma dovendo scegliere una cucina esotica voterebbe Messico & China forever.
Sono quella che crede tantissimo nel genio del Bel Paese, ma ha sempre mal sopportato una certa cialtroneria del tiriamo a campare.
Sono quella un po’ asociale di suo che, se capita, non parla con nessuno fuori dalla porta di casa anche per giorni e che non sente di questo nessuna particolare mancanza.
Sono l’italiana anomala a cui non frega niente del caffè espresso (anche se qui te lo offrono tutti), ma piuttosto sceglie una bella tazza di té nero.
Sono quella che ama la puntualità e il rigore, anche se negli anni (e col figlio) da questo punto di vista sono assai peggiorata.
Sono quella che ama i paesaggi mozzafiato, gli spazi infiniti, le spiagge senza sdraio e ombrelloni ogni dieci centimetri. Il cielo blu, il vento teso del mare e i tramonti infuocati con le rondini che volano sopra la testa.
Ma, soprattutto, sono quella che crede che, alla fine,”casa sono io” e “terra è ciò che ti sostiene“. Il resto è solo illusione.

ARMONIA


È stato uno dei primi sabati “normali” da quando viviamo a Zurigo. Senza strascichi da incombenze post trasloco, senza scarpiere da montare, lampadari da fissare al soffitto, senza rimpatri Il lago di Zurigo (foto Carlotta G.)temporanei, senza viaggi al di là della frontiera.
Un giorno normale di un fine settimana normale, per una famiglia normale che, pian piano, sta cercando nuovi ritmi, nuovi equilibri e la sua dimensione.
Eppure mi trovo a scriverne perchè, nella sua assoluta normalità, è stato un sabato stranamente eccezionale. Nell’atmosfera, nel semplice relax di fare cose niente affatto eclatanti, respirando un clima diverso.
Un giro al parco del quartiere, la mattina. Un’oasi di verde, animali, acqua e sole a due passi da casa. Bambini che possono trascorrere il tempo vicino agli asinelli, ai pony, conigli, galline e uccellini delle più diverse specie. Possono arrampicarsi verso il cielo, volare con l’altalena, costruire castelli di sabbia e sguazzare nell’acqua.
Un breve giro in battello sul lago, poco più di un’ora tra le due sponde, ad ammirare un sole incredibile, un clima invidiabile che mai avrei immaginato potesse esistere qui anche solo poche settimane fa.
Il Patato curioso ed eccitato per essere salito per la prima volta su “una nave glandeee“, ubriaco di luce e di vento, col suo gelato multicolor della merenda fuori orario.
E ammirare dal largo un verde infinito lungo le rive, le piccole spiagge, i pontili ordinati e curatissimi, le bandiere che svolazzano nella brezza del pomeriggio.
Le persone all’aperto, sui terrazzi e nei giardini, a godersi l’estate con una birra, un bicchiere di vino o, semplicemente, a guardare l’orizzonte in attesa del tramonto.
Poi tornare a casa in tram, così come eri venuto, dopo cinque minuti di attesa, e gustarti il piacere di quel tragitto da cui non scenderesti quasi mai più. Senza una coda, senza un semaforo, senza smog da respirare a ogni angolo.
La famiglia non ha fatto nulla di straordinario oggi. Da donna di lago quale sono altre volte ho ammirato sponde, sono salita e scesa da imbarcazioni, sono stata accecata dalla luce e dall’acqua, gustando luoghi meravigliosi.
Il punto vero qui non è il COSA, ma il COME. Quel come che, tra le nostre frontiere, sembra ormai svanito nelle pieghe di un mondo dimenticato. Quasi che nessuno sappia e comprenda più il senso di qualche momento di semplice relax, riposo, pausa, sosta e contemplazione del mondo che ci circonda.
Forse che qualcosa sia stato dato troppo per scontato per troppo tempo e, forse, alla fine si sia miseramente smarrito?
Ed è un qualcosa che qui, in una terra del nord raramente baciata dal sole e dalla tiepida brezza, senza le meraviglie della cucina mediterranea o le gioie del mare, senza il conforto di una lingua calda e musicale o di quell’arte che tutto il mondo ci invidia, si respira in ogni angolo di un fine settimana qualsiasi, o di una sera di un giorno qualsiasi, non appena allietati da un cielo sereno e da un po’ di tepore. E quella cosa si chiama ARMONIA.
E sto ancora pensando a cosa mi ha detto il marito, mentre tornavamo a casa: “Se io fossi in loro questa cosa continuerei a difenderla con ogni mezzo possibile. Con ogni mezzo possibile”

AMBIZIOSI PROPOSITI

Avevo propositi ambiziosi per oggi. Tipo scrivere due post sul rientro, uno qui e uno su Mammeonline dove manco da un paio di settimane abbondanti.
Peccato che la Svizzera mi risucchia, o meglio, mio figlio in Svizzera mi risucchia di più, come per il fatto che continua a cagarsi nelle mutande (scusate la finezza), e non perchè non è in grado di capire che deve andare sul WC, quanto perché lo dice proprio che non gli va, che la cacca nel water non gli aggrada farla.
Che poi, non ho ancora ben capito perché, ma da quando sono a Zurigo mi pare d’essere tornata indietro di un secolo e quasi tutti i giorni passo il dopopranzo a sbrigare corrispondenza e non intendo necessariamente corrispondenza via email, ma lettere proprio.
Oggi mi è pure toccato scrivere sulla richiesta di iscrizione all’anagrafe residenti all’estero che di professione sono “casalinga”. Al massimo family manager. Lo stavo per scrivere davvero, dopo mi son detta che mi sarei guadagnata un appuntamento direttamente col Console, o con la psichiatria dell’ospedale universitario.
Va beh, i buoni propositi li rinviamo a domani, adesso vado a stendere il bucato, visto che la belva ancora dorme.

SOGNANDO JANE AUSTEN A BAGHDAD

Poco prima del trasloco in Svizzera ho passato settimane a setacciare supermercati e negozi in una sfrenata corsa all’acquisto di beni di prima necessità che, per lo meno nella mia testa, non avrei trovato o avrei avuto difficoltà a reperire oltre confine.
Presa da questioni di pura sopravvivenza avevo praticamente trascurato quello che a me serve come aria per respirare. I libri.
Mi sono così ritrovata, pochi giorni prima della partenza, a raccogliere più o meno a caso alcuni libri dagli scaffali dell’ipermercato.
Ma sono stata fortunata, perchè questa volta ho “pescato” bene. Ho appena letto un bellissimo libro che non conoscevo e che avevo comprato con non molta convinzione: “Sognando Jane Austen a Baghdad“. 
È tra l’altro una storia vera, la corrispondenza via email di due donne che non si sono mai conosciute di persona, Bee, giornalista inglese che vive a Londra con marito e tre figlie piccole, e May, docente di letteratura inglese all’università di Baghdad.
La corrispondenza si snoda nell’arco di alcuni anni, dopo l’invasione americana dell’Iraq, e racconta in modo semplice, diretto e commovente la drammatica situazione dei cittadini iracheni in una realtà totalmente sconvolta dagli eventi bellici e dalla successiva caduta del regime di Saddam Hussein. Storie di vita che normalmente non si trovano sui quotidiani e non si raccontano nei Tg.
Le difficoltà e le ansie di May sono in qualche modo “bilanciate” dalla quotidiana normalità della vita di Bee, e della sua continua ricerca di un equilibrio tra una famiglia numerosa, un marito sempre in giro per il mondo e un lavoro che comunque ama e che la fa sentire realizzata.
È una lettura intensa, piacevole, avvincente e mai deprimente, nonostante il tema possa in un primo momento far sospettare l’ansia in agguato.

Questo post partecipa al Venerdì del libro di Homemademamma.

PICCOLE PESTI

La spiaggia, si sa, è un osservatorio privilegiato di varia umanità e non solo. Da quando mi capita di viaggiare con un figlio al seguito (che, come secondo nome, dopo “Patato” fa “Iena“) le mie osservazioni antropologiche sono inevitabilmente attratte da quei piccoli esseri sotto il metro di altezza che colonizzano i litorali della Riviera a partire dai primi (teorici) caldi del mese di giugno.
Io confesso di essere stata una di quelle persone mosse dalla convinzione abbastanza profonda che gli esseri umani crescono e si sviluppano prevalentemente grazie (o a causa) al loro ambiente circostante. Non che sia mai arrivata a credere ciecamente in un meccanico rapporto di causa-effetto, ma per anni ho pensato che l’avere intorno a sé condizioni di crescita armoniche e positive, invece che dover sopravvivere in famiglie disfunzionali, potesse determinare un certo vantaggio competitivo per l’equilibrio psicofisico della persona in questione.
Devo altrettanto ammettere di stare cambiando idea. 
Sulla spiaggia vedi pupattoli di pochi giorni, pochi mesi, poche settimane. E vedi quelli che farebbero invidia a un Cicciobello: lì, immobili come bambolotti, per ore, nel loro passeggino o nella piscinetta, a osservare l’orizzonte manco fossero filosofi consumati. 
E poi vedi gli altri, che neppure la rappresentazione del moto perpetuo, indomiti e perennemente indemoniati, bizzosi ed incazzosi, in continua lotta col mondo, la mamma, la pappa e l’acqua del bagnetto.
E continui ad interrogarti, come del resto ti interroghi con una certa frequenza ed intensità da quando tuo figlio è nato. Che, per carità, disastri da spannolinamento a parte, in questi giorni di vacanza si sta comportando pure benino. Probabilmente deve farsi perdonare i mesi infernali che si è lasciato alle spalle.
E, proprio parlando con diverse mamme nei mesi infernali, le mie radicate convinzioni filosofiche hanno ricevuto il colpo di grazia.
Che non si spiegherebbero molto i casi di fratelli, o gemelli, diversi come il giorno e la notte, e han così da spiegare le differenze dicendo che i rispettivi genitori non si comportano necessariamente nello stesso modo con tutti i figli, che ogni maternità e paternità è diversa e che, dunque, i figli di stessi genitori sono assai frequentemente l’uno l’opposto dell’altro. Si ricorda una frase epocale di mia suocera, atta ad evidenziare in modo drammatico le differenze tra i suoi due figli: “Lei non sarà mica sorella di suo fratello!”
C’è qualche ultima radicata e fortissima resistenza nella mia testa che si oppone ad accettare l’evidenza, l’ovvia osservazione che la storia dell’umanità è piena di casi umani diventati illustri per le proprie esclusive capacità, meriti e talenti, come pure di persone cresciute nelle migliori condizioni possibili (umanamente parlando) che sono diventate una iattura per se stessi e per il genere umano.
Forse c’è solo una piccola, banale risposta a tutto ciò. A cui io fatico terribilmente ad arrendermi: si chiama DNA.