THIS IS THE END. OVVERO DELLA FERREA LEGGE DI MARZO

Non ricordo che tempo facesse quel giorno di maggio dell’anno 2000, quando, per la prima volta, varcavo la soglia dell’ufficio del mio nuovo lavoro. 
Probabilmente c’era il sole, era primavera inoltrata e vicina al giorno del mio compleanno.
Ieri pioveva, forte anche. E pensavo, mentre rientravo a casa nel pomeriggio, eccezionalmente in auto, in un traffico cittadino insolitamente benevolo, che pioveva anche quel giorno dello scorso novembre quando mi ero trovata a fare lo stesso percorso, esattamente al contrario.
Per ritirare i miei nuovi attrezzi da telelavoro. Il pc, la connect card, il cellulare. E la famosa sedia ergonomica che avrebbe allietato molti pomeriggi invernali del Patato. 
Utilizzata come giostra più che altro, quando salendo lui iniziava a gridare: “Gira forte, mamma! forte! forte!”
Ieri ho riconsegnato tutto. Anche il badge, che ho rischiato più volte di dimenticare in borsa, per troppa abitudine.
Ho mandato saluti, ricevuto saluti. Auguri, complimenti e tutto il corredo di cose dovute in queste circostanze.
Sono uscita per l’ultima volta da una odiosa porta girevole nella quale ho rischiato l’infortunio qualche centinaio di volte, e ho pensato che quella, proprio, non mi mancherà.
Ho detto “ciao” a persone che sono abituata a considerare parte del mio vissuto, che ho incontrato per tutti i giorni lavorativi di lunghi anni. 
E che, anche in caso di momentaneo distacco – la mia maternità, l’anno sabbatico – erano comunque lì, sullo sfondo del mio orizzonte e in qualunque momento a portata di telefonata o email. 
Anche ora lo sono, chiaramente. Ma la prospettiva è diversa. 
Io sono quella che se ne va. Che se ne è andata. Definitivamente, questa volta.
Sono quella che, tra poche settimane, varcherà un confine prima delle Alpi, diretta verso il suo mondo nuovo.
Riflettevo e, nel riflettere, mi sono resa conto di una coincidenza strana.
Negli ultimi anni, moltissimi degli eventi significativi della mia vita si sono verificati nel mese di marzo.
Quando ho lasciato la casa dei miei genitori, per trasferirmi a vivere con quello che sarebbe poi diventato mio marito.
L’acquisto della nostra casa. 
L’inizio del congedo di maternità e, l’anno successivo, il rientro al lavoro. 
L’avvio del mio anno sabbatico e, un anno dopo, il saluto ai colleghi al termine di più di dodici anni di cammino.
La ferrea legge di marzo.
Delle cose che finiscono per poi ricominciare, del nuovo che avanza, insieme alla primavera.

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HOME MADE DIDÒ

Dovrebbe essere primavera.
E in questi giorni i condizionali si sprecano, dato che è quasi tornata la neve, il cielo è più plumbeo che mai e i malanni della peggiore stagione (ormai in teoria quasi archiviata) continuano a prosperare come letame in una stalla (perdonate la metafora poco chic, ma quando ci vuole ci vuole).
Il Patato è nuovamente ko. E non voglio dilungarmi nei dettagli della sventura se no questo blog diventa in un attimo un bollettino medico di sfighe raccapriccianti.
Cercando il lato creativo della situazione, stasera ho deciso di scrivere il post nonostante lo sfinimento prima di andarmene a letto in beata solitudine, sperando che stanotte l’antinfiammatorio funzioni meglio di quello di ieri. Sennò son dolori (letteralmente, e per la terza notte consecutiva).
Per sopravvivere alle giornate di reclusione forzata in casa, per maltempo e malanni, ho rispolverato la ricetta del “Didò casalingo” ricevuta a Natale dalle fantastiche educatrici del nido.
Che avevano per l’occasione prodotto una quantità industriale di pasta da modellare, tutta colorata, da donare ai bimbi insieme a formine artigianali per scatenare la fantasia.
Se si rispettano alla lettera le dosi la consistenza è davvero favolosa: super morbida al tatto e facilissima da manipolare.

2 bicchieri di farina bianca
2 bicchieri acqua
2 cucchiai olio
2 cucchiai cremortartaro
1 bicchiere sale fino
Colore alimentare qb

Mescolare bene gli ingredienti in una pentola evitando che si formino grumi
Mettere la pentola sul fuoco a fiamma bassa sempre mescolando finche il composto raggiunge la giusta consistenza
Rovesciare la pasta su un piano lasciarla raffreddare manipolare di tanto in tanto.
Si conserva anche per lunghi periodi nella pellicola trasparente per alimenti o in contenitori chiusi ermeticamente!

WORK IN PROGRESS

Andata e tornata, e ripartita poco dopo per i lidi nostrani della nonna.
Approfittiamo del fine settimana, tra le pieghe del pendolarismo spinto del marito, per salutare i suoi amici (che, in realtà, già erano stati salutati un po’ di anni fa, ma ora i chilometri aumenteranno ulteriormente).
Tra un po’ non saprò più neppure chi sono, ma il bello è che in un giorno di “housing tour”, come lo chiamano, ho scoperto alcune cose simpatiche sul Paese della mia nuova dimora.
Tipo l’esistenza del “bomb shelter”, il bunker anti bomba, che per legge è obbligatorio in tutti gli edifici e che, qualora mancante, obbliga ad acquistare un posto in uno dei rifugi pubblici a disposizione di chi ne è sprovvisto.
Temo che le nostre facce fossero in quel momento un capolavoro da MoMa. Peccato non aver avuto la prontezza di un autoscatto.
Ho avuto poi la conferma che da quelle parti avere in casa una lavatrice privata è una specie di lusso. Nell’assoluta maggioranza dei casi la lavatrice è condivisa a livello condominiale, sistemata in un locale apposito (normalmente nel sotterraneo) e corredata di relativa asciugatrice (… E vorrei vederti mettere ad asciugare biancheria sottoterra in un posto in cui d’inverno fa – 15!) Nella “migliore” delle ipotesi i condòmini devono pure prenotare anticipatamente l’uso dell’attrezzo, tramite compilazione dell’agenda settimanale.
Dopo aver trascorso l’ultimo fine settimana con un fuori programma di tre (TRE) lavatrici in notturna, causa ennesimo malanno di mio figlio, sarei a questo punto disposta a vendermi l’anima per una che sia tutta mia, solo mia.
Pare siano abbastanza diffuse, e assai apprezzate, le cucine dotate di fornetti a vapore (mi dicono soprattutto per cuocere le verdure); i fornelli a gas non esistono, tutti i piani cottura sono elettrici in vetroceramica.
Molti appartamenti, anche di dimensioni non eccessive, hanno due bagni. Meglio: un bagno e una sorta di ripostiglio senza finestre dotato di un wc e un lavandino, o, nel migliore dei casi, un wc, un lavandino e una doccia. E qui conferma scontata per la notizia più temibile e avversata: il bidè non sanno neppure cosa sia
E arrivati ad una certa età cambiare così radicalmente alcune abitudini rischia di diventare un problema. 🙂

DOV’È PAPÀ?!

Festa del papà con papà lontano per mio figlio.
E anche la mamma è in partenza, per la terra degli orologi a cucù, alla ricerca della casa nuova.
Stanotte il Patato si è svegliato intorno alle 3 (solito orario maledetto), chiamando a gran voce: “Papà! Dov’è papà?”
Stamattina la mamma, prima di accompagnarlo all’asilo ha spiegato: “Patato, oggi anche la mamma va nella terra degli orologi a cucù, perchè deve andare a cercare la casa nuova. Domani sera ritorna insieme a papà. Tu rimani qui con la nonna”
Voglio venire anche io nella terra degli orologi a cucù! Anche io!”
“La prossima volta, tesoro, vieni anche tu. Ma adesso non è possibile. Mamma e papà devono prima trovare la casa.

La nonna è il grande amore di mio figlio. Con tutti i pro e contro che ne derivano. E, in questo momento, è una delle poche cose che mi consolano. 
Il Patato non sembra prendere benissimo il via-vai del padre, pur se, fino a questo momento, non pare subire particolari disagi oltre a quello di reclamarlo ad oltranza nei momenti più disparati del giorno e della notte.
Speriamo.

FAI UN INVESTIMENTO PER LA TUA CARRIERA. E LA VITA, NO?

Giorni fa ero in metropolitana e, non essendo dotata delle solite letture da mezzo pubblico, trascorrevo il tempo del viaggio osservando distrattamente i pannelli pubblicitari esposti nella carrozza.
Ad un certo punto, un dettaglio di uno di questi attirava inaspettatamente la mia attenzione.
Era la pubblicità di un campo estivo in lingua inglese per ragazzini, non ricordo più da quale scuola fosse organizzato.
Il dettaglio sul quale la mia testolina distratta si era soffermata diceva più o meno questo: “fai un investimento per la tua futura carriera”.
Ora, partiamo da un presupposto: ho l’assoluta consapevolezza che, negli ultimi tempi, il termine “carriera” a me scatena un istantaneo attacco orticaria, a prescindere dal contesto in cui è inserito.
Partiamo anche da un presupposto ulteriore: che il messaggio in questione era apparentemente destinato ad adolescenti, bambini grandi, o ragazzi piccoli, come li vogliamo chiamare, a seconda dei punti di vista. Che, in realtà, il messaggio in questione era destinato ai loro genitori.
Ora, io non avrei assolutamente nulla da ridire se il suddetto slogan fosse stato così concepito: “fai un investimento per la tua VITA”.
Ho avuto la grande, enorme, fortuna di vivere da adolescente dei periodi di vacanza-studio all’estero. Credo siano tra i ricordi più belli di tutta la mia vita. Anzi, ho la certezza assoluta e incrollabile che lo siano.
Ma non mi sognerei nemmeno per un istante di dire a qualcuno, a un ragazzo, o ai suoi genitori, che quelle fantastiche esperienze siano state un investimento per la mia carriera.
Non perchè, dal punto di vista di un futuro lavorativo, non mi fossero poi servite. Anzi.
Ma, in primo luogo, e per ciò che ai miei occhi conta davvero, quello che io ho avuto la fortuna di imparare in quelle occasioni ė stato qualcosa di importantissimo ed insostituibile per ciò CHE SONO, non per quello che SO FARE, o potrei saper fare.
Da quando la mia vita ha preso una piega diversa da prima, più o meno da quando sono rimasta incinta di mio figlio e, ancor di più, dopo la sua nascita, con le scelte “strane” che ciò ha comportato, spesso mi trovo a riflettere sul rapporto vita-lavoro.
Che, in questo senso, non è solamente il famoso o famigerato work-life balance, cioè quell’impossibile attività di trovare il modo di sopravvivere ad entrambi senza impazzire del tutto. 
Ma qualcosa di ben più sostanziale e profondo.
E qui, davvero, vorrei non essere fraintesa, perchè sono sinceramente convinta che una vita professionale “sana” sia un aspetto fondamentale della propria persona, oltre che, naturalmente, l’unica fonte di auto sostentamento, (con le sole eccezioni rappresentate qualche fortunato che non ne ha la necessità).
Quello che, però, mi capita spesso di notare, soprattutto in questi tempi di crisi, è una sorta di perdita della capacità di distinguere tra mezzo e fine, quasi che il LAVORO, LA CARRIERA fossero diventati i fini dell’esistenza umana e non semplicemente dei mezzi, degli strumenti per la realizzazione di sé, dei propri progetti, con i quali poter gestire la propria famiglia e i propri affetti.
E, lo dico sempre molto sinceramente, a me questo scambio non piace per nulla.
E penso a quei casi, drammatici casi, di persone morte suicide perchè rimaste senza lavoro. E le frasi che sempre in questi casi si sentono dire: “Avendo perso il lavoro aveva perso tutto” , “Non aveva più la sua dignità”, “Si vergognava”. 
I ladri e gli assassini si devono vergognare, non certo chi perde il lavoro.
Il lavoro è parte della tua vita, certamente, ma tu NON SEI il tuo lavoro.
Se no, appunto, qualora capiti qualcosa di brutto a quello, tu muori.
Tra due settimane esatte io non avrò più un lavoro.
Cambiare vita, cambiare Paese comporta, può comportare, anche quello.
Più di dieci anni di fatica, impegno, sofferenza anche, che si chiudono alla fine del mese, con una firma su una lettera di dimissioni.
Non ho in questo momento la più pallida idea di cosa troverò là dove andrò. Se non la certezza di dover prima imparare una lingua sconosciuta e ostica. Chissà se poi un lavoro potrò davvero trovarlo là, e quale.
Quindi, secondo questa logica, non avendo più una carriera, io sarei una persona inutile?
Che dovrebbe perciò considerare la sua vita finita?

PERPLESSITÀ

Sto iniziando a sentirmi un pochino perplessa, o, forse, meglio sarebbe dire confusa.
Non ho dormito bene, con il sottofondo dell’ennesima tosse stagionale di mio figlio.
Ho fatto sogni strani, che ora non saprei riferire, ma in ogni caso poco tranquillizzanti.
E mi sono svegliata così, poco tranquillizzata.
Ho compresso nelle prime ore della giornata tutto quanto sono riuscita a far stare: il Patato, il lavoro, il preparare la cena, il pensare e decidere le strategie per il trasloco, l’elenco infinito delle cose da fare e che non finiranno mai. Non nei prossimi mesi almeno.
Il marito ha preso il suo treno ed è partito.
E io non credo riuscirò mai ad abituarmi  fino in fondo alla cosa. A sentire poi la sua voce al telefono, proveniente da un’altra dimensione, e non riuscire a evitare di pensare che si tratta di una persona diversa da quella che conosco io.
Sono uscita per andare all’asilo. Sono rientrata e ho acceso il pc. Ho notato che oggi è un’altra data un po’ strana: 13-03-13 e fatto in serie una serie di cose. 
Tra cui tentare l’aggiornamento delle mappe del TomTom, che non si sa mai. Peccato che penso non fossero aggiornate da qualche decennio e l’impresa si stia rivelando parecchio impegnativa.
Ho ricevuto una email in cui mi si chiede una foto del nucleo familiare per supportare il lavoro dell’agenzia immobiliare nella ricerca dell’appartamento in affitto. Sarebbe, anzi, ancor più gradito un profilo completo dei membri della famiglia, stile cv, corredato dalla suddetta foto.
Dovrò abituarmi agli usi e costumi che, con tutta evidenza, possono essere ben più lontani dei 300 km geografici.
Mia nonna diceva che “il mondo è bello perché è vario” (beh, in realtà era in auge una versione molto meno politically correct) e sono abbastanza convinta che sia vero.
Almeno per tutte quelle cose che riesci a capire, o che sembrano avere una loro logica possibilmente non stramba o discriminatoria.
Tipo che nel paese degli orologi a cucù le donne pagano un’assicurazione sanitaria più elevata degli uomini, a causa del “rischio maternità”. 
Cosa che avrà anche una sua logica economica, non dubito, ma a me fa un po’ strano.
Quasi di più della perplessità derivante dal dover mettere la foto di famiglia sull’application form per l’agenzia immobiliare.

P.s. L’unica foto disponibile che risponde ai parametri richiesti ci ritrae tutti e tre, in costume da bagno, durante la vacanza al mare la scorsa estate. Non so, sono perplessa.

DI PRIMULE E VIOLE, UNIONE E DISTACCO

Stamattina mi hanno detto che è meglio non traslocare le piante.
Che il trasporto in quelle condizioni può “stressarle” parecchio e, quindi, non ne viene garantita la sopravvivenza.
Da me alberga tutto fuorché il pollice verde. Gli unici vegetali con una discreta speranza di futuro sono le piante grasse, più o meno predisposte a vivere nelle peggio condizioni. 
E i ciclamini, d’inverno, che esposti al gelo del balcone non fanno una piega fino a primavera, quando per forza li devo traslocare (dalla suocera di solito) che se no si arrostiscono al primo caldo.
Nella bella stagione aggiungiamo qualche fiorellino colorato, dall’incerto destino, e le piante aromatiche.
Negli anni il rosmarino ha subito pessima sorte. L’ultima, bellissima pianta è stata affogata dal marito, in un periodo di mia assenza, che pensava di dover gestire l’annaffiatura di un prato inglese, invece che di un arbusto mediterraneo avvezzo alla canicola del solleone.
Sopravvive, invece, alla grande il solito basilico, fino all’autunno. E meno male, con tutto quello che il Patato mi costa di pesto.
Questo sarà un primo non indifferente problema.
Dovrò trovare il modo di traslocarne almeno un paio di piantine. Sempre ammettendo di trovare una casa con un minimo di balcone ed esposizione adeguata. Che nella terra degli orologi cucù dubito di trovare il pesto fresco alla coop.
Col rischio, altrimenti, di dover gestire a ripetizione richieste frustranti e frustrate di “pappa con pesto, io!”
Ma, si sa, l’essere umano è una bestia strana. Stamattina mi sono alzata con una inattesa e inaudita voglia di piantare primule, di riempire il balcone di violette e azalee, di qualsiasi cosa fosse e verde e colorato.
Sono andata al supermercato e ho dovuto schivare un enorme vivaio, pieno di qualsiasi vegetale esistente sulla terra, che se no mi mettevo a piangere.
Sono andata alla mia lezione di yoga e riflettevo. Quanto è difficile il pensiero di staccarsi da quanto ci circonda e siamo abituati a considerare scontato.
Che magari non consideriamo neppure, in condizioni normali.
Che magari consideriamo addirittura una scocciatura, un qualcosa a cui badare, che ci fa perdere tempo e energie.
Fino a quando incontri la prospettiva di perderlo, di cambiare mondo e abitudini. 
E lì la millenaria saggezza dello yoga, l’esercizio di praticare in modo armonico il distacco dalle cose, valutate per quello che sono, provvisori strumenti della nostra esistenza, dovrebbe servire da grande lezione.
Unione e distacco. La vita e così.
Un flusso ininterrotto di eventi che dovremmo riuscire ad assecondare.
Se solo fossimo potenti e saggi.

300 KM A NORD

Diverse persone, in questi giorni, mi stanno dicendo, anche in modi leggermente diversi tra loro, qualcosa di sostanzialmente molto simile. 
Che quando scegli qualcosa di radicalmente diverso per la tua vita è probabile, o almeno possibile, che a catena succeda qualcosa d’altro.
Di altrettanto radicalmente nuovo, magari ben più imprevisto e imprevedibile.
Che tu possa trovarti di fronte a scelte inaspettate, a svolte impensabili.
Attenta a ciò che desideri, potrebbe avverarsi.
Avevi detto di voler cambiare vita, ed eccoti accontentata.
C’è un dettaglio, non irrilevante a mio avviso.
Che se non sai esattamente quali siano i tuoi desideri, quale è il cambiamento che vorresti, capita che la vita scelga per te.
E allora ti rimane solo un SÌ o un NO.
Entrambi non scontati, né facili.
Che il cambiamento è bellissimo, una gran cosa. Soprattutto quando riguarda qualcun altro.
Quando riguarda te vedi solo, improvvisamente, milioni di punti di domanda e buchi neri, da riempire disperatamente con certezze istantaneamente svanite.
E dubbi, dubbi. Infiniti dubbi.
Che la perfezione non è di questo mondo e, a quasi quarant’anni, ormai, credo di averlo imparato. 
Che non è tutto oro quello che luccica, ma fino a che non lo tocchi con mano non lo puoi davvero sapere.
Ho vissuto con tutto questo. Lunghi giorni e notti.
Settimane e mesi.
Alla fine qualcuno decide. E non sai mai se sei tu davvero, o qualcun altro per te.
Adesso una sola certezza. Ma una, almeno.
300 km a nord.

UNA TEORIA

Il Patato parla, finalmente potrei dire. A due anni e mezzo suonati 🙂
Parla davvero, con le frasi tutte intere (nella maggior parte dei casi, almeno).
Con vocaboli cercati e scelti, in quel computerino che è la sua testa, non più alla rinfusa, ma pure con una certa orgogliosa e quasi esibita precisione, come quando dice: “Mamma, tu vuoi un altro biscottino, per caso?!”
Ormai l’ho imparato, dovrei averlo imparato. I bambini progrediscono per lo più con apparentemente strambi balzi di crescita.
Una mattina ti svegli ed ecco che, quello che fino al giorno prima pareva proprio fantascienza, si è materializzato in una notte davanti ai tuoi occhi.
In questi giorni ci pensavo un po’ su e riflettevo.
Per mio figlio le ultime settimane sono state abbastanza impegnative. La scarlattina prima, il virus intestinale poi, da ieri (l’ennesimo) raffreddore.
Ma nonostante questo sembra riuscito a trovare in sé stesso anche la forza per crescere “dentro”, in qualcosa che non è così urgente o indispensabile, che potrebbe anche essere rimandato di qualche giorno, che tanto mica cambierebbe nulla.
Riflettevo su quanto avevo letto in questo libro tempo fa. E che ho riletto di recente.
 “La salute del bambino” è un manuale scritto da due pediatri tedeschi, di ispirazione steineriana, che comprende sia consigli medici in senso stretto, quanto indicazioni pedagogiche ed educative per la crescita dei bambini, dalla nascita all’adolescenza.
È ispirato ad una filosofia che mi incuriosisce molto, di cui so abbastanza poco, ed in relazione alla quale mi sento di condividere alcune posizioni e non condividerne altre, ma che, in linea di principio, percepisco ispirata ad un grande buon senso di fondo, anche se spesso si scontra con ritmi e stili di vita un po’ “di un altro mondo”,  quindi difficilmente realizzabili nella nostra vita quotidiana un po’ folle, ma che possono essere tenuti in considerazione come obiettivi, modelli ideali, spunti su cui ragionare anche nella babele delle contrastanti e contraddittorie informazioni di cui siamo bombardati circa la cura dei nostri piccoli.
E proprio in questo senso rileggevo un capitolo sul significato della malattia nei bambini, in particolare delle malattie esantematiche dell’infanzia (tra le quali è compresa anche la scarlattina).
Gli autori ritengono che, con grande frequenza, capita di osservare che subito dopo la guarigione da una di queste malattie, spesso “impegnative” per l’organismo, il bambino è come se “rinascesse”, manifestando tratti caratteriali, di sviluppo affettivo e cognitivo, o addirittura anche somatici, prima assenti.
Come se l’esperienza della febbre, del disagio fisico e psicologico che si accompagna inevitabilmente al malessere, fossero serviti a far progredire  la piccola persona verso il suo vero sé.
Non so se sia davvero così. È una teoria. 
A mio avviso comunque affascinante, che potrebbe anche aiutare a dare un senso alle “sofferenze” che vediamo nei nostri figli e che evidentemente sopportiamo, a nostra volta, con fatica e inquietudine.

U.R.P.

Questa mattina ho aperto l’email e, abbastanza inaspettatamente, ho trovato la risposta dell’ufficio relazioni col pubblico dell’ospedale, a cui avevo scritto dopo la vicenda della scarlattina del Patato.
Almeno han risposto, in un lasso di tempo anche ragionevole.
Il problema è il contenuto. Che, ovviamente, conferma al cento per cento la correttezza dell’operato del Pediatra (e chi dubitava?), visto che al momento della visita mio figlio non presentava CHIARAMENTE i sintomi della malattia, ragion per cui il medico non ha ritenuto opportuno prescrivere l’antibiotico in modo indiscriminato.
E certo: l’antibiotico non si prescrive in modo indiscriminato. Dare al Patato l’antibiotico è, per me, sempre un evento malaugurato e nefasto, figurarsi quando non serve!
Ma il punto non era esattamente quello. Era che, nel caso specifico, l’antibiotico SERVIVA ECCOME.
E a me interessava capire come mai non fosse stato effettuato il tampone in gola, unico strumento che permettesse di confermare o smentire il sospetto della scarlattina (come del resto fatto dalla Pediatra curante).
Ecco, qui arriva la risposta preoccupante: “Gli esami colturali non fanno parte delle prestazioni in urgenza di pronto soccorso ed in tale ambito non sono disponibili test rapidi per la ricerca dello streptococco”.
In tutta sincerità a me la cosa lascia basita, ma sicuramente sono io ad essere ingenua.
Il pronto soccorso non è in grado di fare un test di laboratorio a cui un qualsiasi medico provvede in dieci minuti nel suo studio?! 
Un ospedale non è in grado di provvedere alla diagnosi certa di una scarlattina??!! 
In ogni caso sappiatelo: qualora vi capitasse risparmiatevi la faticaccia del pronto soccorso, le attese, i disagi, il rischio di prendervi (o far prendere a vostro figlio) anche qualche altro malanno che non avete. 
Aspettate il lunedì e, nel frattempo, sperate che da lassù qualcuno provveda.

P.s. Ai margini di questa vicenda devo dire di aver avuto ulteriore conferma dei grandi benefici apportati dalla pratica continuativa dello yoga. Il punto sta nella parolina magica “continuativa”.
Stamattina, dopo aver letto la risposta dell’ospedale, mi è preso un istantaneo crampo allo stomaco, unito alla tentazione di andare a procurarmi con ogni mezzo un bel lanciafiamme. Probabile che il crampo dipenda dagli esisti della gastroenterite che mi ha ridotto uno straccio, ma la tentazione del lanciafiamme è certamente estranea al virus.
Nelle giornate in cui si svolgevano gli eventi (malattia, pronto soccorso, diagnosi) ero comunque parecchio provata dalle notti insonni, ma reduce da due giorni di yoga intensivo. Vi garantisco che, nel mettermi a scrivere l’email di reclamo, non avevo fatto un plissé. Neppure un battito cardiaco fuori posto. 
Ecco, mi devo impegnare decisamente di più.