IO VEDO UNA COSA CHE TU NON VEDI…

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(Immagine tratta dal sito http://www.stampantieplotter.com)

 

Prima di partire ho pensato di condividere questo giochino, imparato da mio figlio al Kindergarten, che ritengo possa essere un ottimo diversivo nei momenti in cui “mi annoio…non so cosa fare!!!”

L’affermazione (o meglio, la lamentela) normalmente mi manda in bestia, ma in periodo di vacanze, con viaggi e spostamenti, i tempi possono essere obiettivamente lunghi e difficili da gestire. Si tratta di un gioco banalissimo, che non richiede nessuno strumento materiale, solo capacità di osservazione del mondo circostante e, fatto eventualmente in una lingua straniera, può diventare anche un ottimo modo per imparare tante parole nuove!

Si gioca minimo in due persone, ma i partecipanti possono essere anche molti di più. Si inizia con una persona che domanda alle altre: “Io vedo una cosa che tu non vedi e comincia con la lettera….cos’è?!” Gli altri naturalmente devono indovinare l’oggetto individuato da chi ha posto la domanda, che si trova nell’ambiente e il cui nome inizia con la lettera dichiarata. Chi indovina acquisisce il diritto a porre la domanda successiva e così via, fino ad esaurimento delle energie! Per esperienza diretta posso dire che, nonostante la sua semplicità, il gioco può durare anche parecchio se c’è entusiasmo e voglia di sfidarsi a chi indovina di più!

Buon divertimento e buone vacanze!!!

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C’è SPAZIO

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(Immagine tratta dal sito http://www.ai-net.it)

 

C’è spazio per un po’ di riflessioni di “fine anno“, dove “fine anno“, necessariamente, è la fine del lungo inverno, degli impegni quotidiani, della scuola, del lavoro.

C’è spazio per una pausa, vera, e si spera rigenerante, anche da qui, anche da queste pagine. Ché si sa che le connessioni vacanziere non sono mai un granché e lo scrivere rischia di diventare intenso motivo di stress alla ricerca del wi-fi perfetto.

C’è spazio per pensare a un po’ di cose che mi sono capitate in queste ultime settimane. Per provare a metabolizzare la consapevolezza che il tempo scorre inesorabile e, con sé, rischia di portare anche regali poco graditi, gli acciacchi dell’età, il dover correre a aggiornare con urgenza le lenti degli occhiali, perché no, non ci vedi proprio più, dannazione.

C’è spazio per riflettere sul fatto che le cose della vita, a volte, si sistemano da sole, ma altre, purtroppo, anche no, e tu devi proprio deciderti, quando è il caso, a prendere atto che è il momento di andare dal medico, dall’oculista, dal fisioterapista e fare tutto ciò che serve per provare a stare meglio.

C’è spazio (si spera) per ragionare un po’ su quel figlio che tra poco compirà sette anni, e solo scriverlo ti fa impressione, inizierà la scuola – quella vera – e prima o poi toccherà scendere definitivamente a patti con la realtà di una Creatura che continua a crescere in modo radicalmente diverso da come potevi immaginare o sperare. In un modo che, quasi mai, tu riesci davvero a capire.

C’è spazio per raccogliere le idee, purificarsi dalle polemiche social, anche solo a distanza, per raccogliersi in sé e ritrovare nel profondo ciò che si è e ciò che si crede, lontano dagli schemi, qualunque essi siano. C’è spazio per il pensiero magico, quello che trae energia e forza dalla parte migliore di noi, da quanto sappiamo immaginare e creare dalle nostre convinzioni profonde e dal nostro istinto, così come c’è spazio per la forza del reale, dell’esperienza, dell’osservazione della realtà e del dato di fatto che si manifesta intangibile sotto i nostri occhi.

C’è spazio per questo e per quello, per il buio della notte e il sole accecante del giorno. Per il canto e per il riso, il silenzio ed il pianto, per l’esplorazione di mondi sconosciuti e l’immobilità assoluta da cui tutto è cominciato.

Deve esserci spazio per tutto, per tutto insieme, in alternanza incessante, dentro e fuori di noi. Come in una danza perpetua, i cui passi per magia si susseguano l’uno dopo l’altro, in forme sconosciute, dando vita ad un risultato perfetto.

Deve esserci questo spazio, si sappia e se ne tenga conto. Senza saremmo morti, malati, o ancora peggio, avremmo perso il contatto con la realtà del mondo, con quell’equilibrio che giustifica la nostra sana esistenza su questa terra: ricordiamocelo sempre.