IL VENERDI’ DEL LIBRO: “IL BORDO VERTIGINOSO DELLE COSE”

Premessa uno: dopo non so più quanti mesi sono finalmente riuscita a leggere un libro, a finirlo soprattutto, e a gustarmi le benedette pagine senza troppe pressioni di altre priorità più rilevanti (parentesi: la vacanza senza figlio termina questo fine settimana, dunque non ho idea di quando riuscirò nuovamente a scrivere un altro post “libresco”)

Premessa due (molto più letteraria della prima): sono orfana dell‘avvocato Guerrieri. Da anni attendo che l’autore si decida a proseguire la serie, ogni tanto sbircio in rete e in libreria quando mi capita – fatto purtroppo sempre più raro – Niente. Vorrei chiedere a Carofiglio perché ha iniziato a scrivere libri col protagonista più riuscito del mondo e poi basta, così, senza neppure una parola di commiato.

Non ho però resistito ad una delle altre fatiche dello scrittore, acquistato tempo fa e rimasto ad attendermi per un bel po’ sulla libreria: “Il bordo vertiginoso delle cose”, che alla fine ho letto in pochi giorni, affascinata dalla trama e dal mistero che circonda il suo protagonista.  Anche qui troviamo un uomo, Enrico, non più giovanissimo che, giunto alla soglia dei cinquant’anni, si trova a dover fare i conti con ricordi della sua adolescenza improvvisamente portati alla ribalta da un sanguinoso fatto di cronaca. Ritroviamo Bari e un uomo ferito dalla vita che, con più di qualche similitudine con l’avvocato Guerrieri, cerca il senso della sua esistenza, ripercorrendo le strade della città della sua infanzia dopo un volontario esilio durato decenni.

Il racconto è avvincente e l’autore, col suo caratteristico stile essenziale, ma allo stesso tempo incredibilmente coinvolgente, cattura letteralmente la tua attenzione dalla prima all’ultima pagina, fino ad un epilogo quasi inatteso che potrebbe, forse, far immaginare un lieto fine.

Questo post partecipa a: “Il Venerdì del Libro” di Homemademamma.

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PARIGI, SECONDO ME

Non saprei affatto spiegarmi il perché, eppure ci sono luoghi in cui, dal primo momento in cui ci metti piede , sai che sarà inevitabile tornare, ancora e ancora. Alla vita piacendo, naturalmente, ma la tua volontà è ben ferma ed incrollabile.
Parigi è uno di questi e ora, a poco più di mezza giornata dal rientro a casa, ancora fisicamente provata da tre giorni di maratona turistica, mi sto ossessivamente domandando per quale bizzarro motivo io abbia aspettato di avere quarant’anni per vederla per la prima volta.
E’ abbastanza singolare pensare che per decenni, ormai si può dire, trovandomi a scegliere un luogo nuovo da visitare, una città europea vicina, a poche ore di viaggio, mai avessi avuto l’istinto di esclamare Paris! . E solo arrivata qui, a questa significativa età, l’idea del Marito “Per i tuoi 40 anni andiamo a Parigi, visto che non ci sei mai stata?” mi sia sembrata ottima, ma neppure così irresistibile in un primo momento e, forse, ipoteticamente barattabile con un qualunque altro regalo.

Sarebbero necessari mesi, forse anni, per “vedere davvero Parigi”, non certamente tre giorni scarsi, e così mi spiego i viaggiatori del secolo scorso, i pochi che, potendo permetterselo, facevano durare i loro viaggi per l’Europa mesi e mesi, quando non anni davvero.
Ma ieri sera io sono ripartita fieramente consapevole che, vita permettendo, tornerò a Parigi, anche con mio figlio magari, quando sarà un po’ cresciuto e in grado di sopportare i chilometri e chilometri sotto il sole (o la pioggia), guardando all’insù i palazzi, le piazze, gli archi, i tetti, e Lei, “La Torre”, splendente nel cielo terso come noi abbiamo avuto l’immensa (e assai rara, pare) fortuna di ammirare. Quando la priorità del viaggio potrà essere semplicemente il viaggio stesso e le emozioni che vivono in te in quel momento, senza le preoccupazioni del “Ci sarà da mangiare qualcosa che vada bene per lui?” o del “Si stancherà troppo e renderà la giornata un inferno?”, “Dovrà andare a letto non più tardi delle otto e mezza o fare il sonnellino”.

E’ stato un grande regalo questo weekend, non solo perché erano anni che a me e al Marito non capitava una cosa del genere, ma soprattutto perché ho trovato molta più bellezza di quanta, in verità, mi aspettassi. Sì, Parigi è Parigi (e sicuramente “Val bene una Messa” ;-)), ma ogni luogo è diverso per ciascuno di noi e non è che chi ritorna da lì sia  sempre e necessariamente pieno di elogi e meraviglia. Per qualcuno Parigi “è vecchia“, per qualcuno “i Francesi sono scortesi e maleducati“, per qualcun altro “c’è troppa folla”(mamma mia, questo è vero davvero!).
Penso che si possa dire che un posto è davvero nel tuo cuore quando tu riesci ad amarlo pur essendo nel contempo lucidamente consapevole anche dei suoi difetti e dei lati oscuri, quando, pur essendo straniero, riesci per qualche misteriosa ragione a non sentirti estraneo. E potrei scrivere un trattato a sé su questa ultima affermazione, sull’effetto che, ultimamente, mi fa visitare luoghi di “cultura latina”, effetto abbastanza diverso, probabilmente, da quello che avrei avuto solo qualche anno fa.
Ma qui sto andando davvero fuori tema e aprirei, tra le altre cose, parentesi molto impegnative, da parecchi punti di vista.
Au revoir, Paris!

La Tour Eiffel dal Quartiere Latino, al tramonto.

IL VERO “DOWNSHIFTING”

Tutto ebbe inizio, ormai, alcuni (lontani) anni fa, quando la lettura di “Adesso Basta” di Simone Perotti, contribuì a dare forte e logico raziocinio ad alcuni imperativi intimi del mio pensiero che, negli anni, non avevo avuto modo o coraggio di esprimere neppure a me medesima in modo così consapevole e razionale. Non che questo fosse, poi, stato sufficiente a produrre chissà quale svolta esistenziale, che per me continuava a trascinarsi faticosamente secondo i binari stereotipati di una vita lavorativa che credevo, almeno a grandi linee, di avere scelto. D’altra parte, e l’autore lo dice chiaramente, non è che certe decisioni si possano magicamente realizzare dalla sera alla mattina, ma, al contrario, necessitano di una lunga e accurata fase di gestazione e relativa pianificazione strategica: non meno di anni, secondo il suo consiglio, per evitare che il “cambio vita!” diventi uno sciagurato salto nel buio, con conseguenze nefaste per chiunque.

C’è anche un ulteriore aspetto che Perotti considera, seppur non molto diffusamente, nel suo libro: la presenza di figli che, in modo abbastanza ovvio, può rendere ancor più difficoltoso e complesso il passaggio ad un nuovo modus vivendi. Sembra un’affermazione scontata e, da un certo punto di vista, sicuramente lo è, e non solo per implicazioni di tipo esclusivamente economico, dato che l’impegno per il mantenimento di una persona single, o anche di una coppia, non è neppure lontanamente assimilabile a quello di un nucleo familiare con uno o più figli. Quello che lui non ha avuto modo di approfondire nel merito (non avendo, tra l’altro, prole) è che la sola e semplice presenza di un figlio sembri spesso essere in assoluta antitesi con il concetto di “downshifting”, di rallentare, di riappropriarsi dei propri ritmi fisiologici e vitali.

E questo riesci a metterlo a fuoco davvero quando magari la creatura per qualche giorno non c’è. Quando la tua giornata non è completamente centrata sull’esserino intorno al metro che monopolizza qualsiasi attività e programma a breve termine. Quando magari, la mattina, riesci a startene a letto quei dieci minuti in più senza che si scateni il finimondo, o senza che venga pregiudicata la speranza di rispettare qualsiasi appuntamento della giornata. Quando riesci a pranzare e cenare in orari dignitosi, senza la pressione del “faccio tardi a prenderlo a scuola“, o del “oddio, mi stramazza morto di stanchezza nel piatto, saltando irrimediabilmente la cena” se il pasto ritarda rispetto all’ora X. Quando, se durante la giornata ti capita un calo di pressione da caldo, ti puoi stendere un momento a testa in giù e a gambe in su, dando tempo a te medesima di riprendere le funzioni vitali, senza trascinarti  per il resto della giornata come uno zombie inutilmente drogato di zuccheri e caffeina.

Il vero “downshifting” è una giornata senza figli, salvo che siate un genitore svizzero, come quelli di qui, apparentemente imperturbabili e costantemente rilassati per DNA anche con tre o quattro marmocchi  urlanti attaccati alle sottane, in realtà così “fortunati” perchè i loro marmocchi non urlano. O come i genitori francesi, magari, che riescono a girare il mondo con le Citroen decappottabili sotto il sole cocente dei tropici, anche con quattro pargoli tra gli zero e i quattro anni, senza che nessuno batta ciglio. Senza che loro si prendano la febbre, il mal di gola e di orecchie, la dissenteria e tutto quello che per le madri italiane è “la normalità” se ti capita di strapazzarli troppo, anche senza volerlo. Ma, d’altra parte, le madri francesi sono pure state studiate e oggetto di libri e libri.

Il vero “downshifting” è passare mezz’ora sul divano, col cervello totalmente disconnesso dal mondo, a guardare programmi idioti di cui, in verità, non ti potrebbe fregare di meno, giusto per il gusto di poterlo fare, di poterti prendere una pausa in cui nessuno si possa intromettere tra te e i tuoi cinque minuti di stupidità. Quello per cui passi ore a sentire e risentire e risentire vecchie canzoni che non hai neppure mai scaricato, anche se ti piacevano da impazzire, perché c’era sempre qualcosa di più urgente da fare. Quello in cui può permetterti di impiegare ore a scrivere un post, che a volte ci vogliono, senza dover sforzarti in un continuo esercizio di sintesi ermetica.

Ebbene, io adesso le sento “quelle altre madri”, subito pronte all’immediata levata di scudi, sdegnata e risentita: “Ah beh, ma allora che hai fatto un figlio a fare?!”

Con la debita e sacrosanta premessa che il perché e il percome ho fatto un figlio sono beati fattacci miei, dico anche che mio figlio (ogni tanto) mi manca; che non vedo l’ora di vederlo la sera su Skype, con la sua facciotta sullo schermo a fare il pagliaccio mentre racconta la sua giornata al mare. Che ogni tanto vorrei averlo qui per riempirlo di morsi e di baci (e qui, sempre loro, a dire che “I bambini non sono mica bambolotti da spupazzare!“), ma che ritengo un diritto e un dovere sacrosanto quello di avere per un po’ il proprio downshifting personale, intimo e lontano dai figli. Che, come già ho avuto modo di ribadire tempo fa “non è più possibile riempire ciò che è troppo pieno” e che, mai come oggi, una madre, e un qualsiasi essere umano, ha bisogno di un po’ di vuoto per non impazzire.

E se qualcuno non sente queste esigenze io gli consiglierei di farsi un paio di domande. Cercando poi, onestamente e pure in fretta, qualche risposta. Perché quelle risposte potrebbero, secondo me, essere anche un pochino pericolose.

FLESSIBILITA’

Mio figlio è partito, noi siamo partiti e ritornati nel solito weekend-maratona. Lui si gode il mare coi nonni (per ora solo i nonni, in verità, causa avverse condizioni meteo sulla penisola). Tutto secondo copione, più o meno insomma.

Nel caos pre-partenza i genitori snaturati hanno, infatti, dimenticato di caricare in auto lo zainetto con la selezione dei suoi pupazzi preferiti, quelli che, oltre a rappresentare la sua famiglia parallela ed essere tormentati ricercati senza tregua durante tutte le ore di veglia, sono i suoi inseparabili compagni di nanna notturna, sistemati ogni sera, con meticoloso rigore, sul cuscino, tutti intorno alla sua testa. Quelli che mai e poi mai devono essere persi di vista durante gli spostamenti, ma tenuti a debita vicinanza di sicurezza a non più di dieci centimetri dal seggiolino della vettura.

A volte, però, la vita scompiglia le carte e capita che Lui sia talmente stanco da addormentarsi non più di cinque minuti dopo essere usciti dal garage, che non abbia neppure avuto il tempo di pensare a cercare i suoi tesori. Che la madre snaturata sia, come sempre, stesa dagli odiosi preparativi e dalla marea inspiegabile di bagagli, che non veda l’ora di mettere piede nel letto di destinazione, nonostante l’ipotesi della prevista sauna notturna, e che a tutto pensi tranne allo zainetto, se non una volta superata addirittura la frontiera.

La fortuna ha voluto che lui fosse così provato dalla settimana e dal caldo da non svegliarsi neppure una volta scaricato dalla macchina, caricato in ascensore e nuovamente scaricato nel letto. Che abbia dormito tutta la notte senza interruzioni di sorta, salvo poi recuperare con una precoce sveglia mattutina alle 5.45. Da parte dei genitori snaturati il panico assoluto: “E adesso che si fa?!” “Proprio questa volta dovevamo dimenticarci dei pupazzi??? Con la prospettiva di ben due settimane di separazione da casa, mamma e papà, e senza neppure il conforto degli amici?!”

“Va beh, ne compreremo uno nuovo domani. Sai che tragedia, però, appena si sveglia e non li trova nel letto….”; “Ma non abbiamo a casa qualcosa che possa andare bene?”

Alla fine la madre snaturata apre l’armadio della cameretta, con una flebile speranza sorretta da un vecchio ricordo. Un elefantino nuovo di zecca, regalato subito dopo la nascita e mai utilizzato, tanto era l’affollamento di quelli già in pista. Speriamo!”

Ed elefantino fu, portato da una fatina buona durante la notte, ché purtroppo gli altri amici sono stati dimenticati a Zurigo e non potranno andare al mare col Patato. Cinque minuti di lacrimeNo, io li voglio adessoooooo!!!!“, “Tolniamo subito a Zuligo a plendelliiii!”, e poi, per una volta, la flessibilità del treenne ha avuto la meglio su tutto e l’inseparabile nuovo amico (Pippo, e non Lillo come l’amico della Pimpa, “Pelché mica tutti gli elefanti si chiamano Lillo...”) che ora mangia, dorme, gioca ed esce con lui comunque e dovunque, è partito per le spiagge.

“Ma quando litolno a casa e litlovo gli amici la fatina me lo viene a poltale via?!”


NOTTI “AFRICANE”

 

Il cielo su Zurigo

Capiamoci, questa settimana ha fatto caldo. Anche molto caldo per gli standard di queste parti, tanto che qualche indigeno ha dichiarato con sofferenza di non riuscire a dormire bene la notte e che, insomma, era meglio che il clima rinfrescasse un po’.

 

 

A me veniva un po’ da ridere, pensando che, comunque, anche quando va male, qui la temperatura notturna scende sempre parecchio, si alza l’arietta serale dai monti e, se proprio, tieni aperta la finestra e sogni d’oro. Mica come quegli incubi della pianura padana degli ultimi anni, rispetto ai quali a Singapore, a confronto, il clima è quasi secco.
Sia chiaro che, causa vecchiaia incombente, qualche picco di pressione al ribasso in qualche momento l’ho avuto pure io, ma bastava un po’ d’ombra, un alberello e qualche sorso d’acqua in più.
In questi giorni ho scoperto una strana vocazione mediterranea di questa città, colori e profumi al limite della macchia mediterranea, sempre che non fossero allucinazioni da caldo 😉
Il cielo era meraviglioso, soprattutto di sera, al tramonto, e i profumi della vegetazione resi più intensi dalla temperatura. Sognavo il mare, confesso, ma come temporaneo palliativo Zurigo non si è dimostrato affatto male. Tra un paio d’ore mi tocca la trasferta, direzione sud, e l’arrivo notturno in una casa probabilmente infuocata e appiccicaticcia, in attesa che “condizioni meteorologiche avverse” riportino la Lombardia ad una normalità pseudo-autunnale.
No, gli svizzeri non si rendono conto.

GUINZAGLIO

Tra pochi giorni il Patato prenderà direzione sud, verso il mare, “bigiando” qualche giorno di scuola (che qui finirà tra un mesetto) per andarsene al mare coi nonni. Eravamo un po’ dubbiosi sul da farsi, ma alla fine ci siamo detti che queste cose si possono ancora fare quando non hai ancora quattro anni, dopo magari no, e che, quindi, è cosa buona e giusta approfittare delle occasioni di vacanza marittima per un bimbo che, secondo autorevoli pareri, al mare sarebbe bene ci vivesse, per beneficio della sua salute.

Saranno vacanze non solo per lui, ma anche probabilmente le sole “vere” per mamma e papà lasciati, a nord delle Alpi, a godere di una beata quanto surreale e silenziosa solitudine. Che ci vorrebbe, ogni tanto, e anche con frequenza auspicabilmente maggiore rispetto agli standard miserrimi inesistenti degli ultimi tempi.

Io ho qualche preoccupazione, però. Non solo per la tenuta psicofisica nonnesca sulla lunga distanza, che l’età un po’ si fa sentire, ma anche e soprattutto per la inattesa e non auspicabile propensione che mio figlio sta dimostrando verso la fuga in solitaria. Qualcuno, in occasione di questo recente post, mi aveva simpaticamente suggerito un bel guinzaglio in vista delle attività estive, e temo non avesse affatto sbagliato.

Nell’ultimo weekend lungo zurighese (ieri qui era festa per il lunedì di Pentecoste) abbiamo approfittato delle giornate finalmente estive per un po’ di (presunto) relax al lago e in piscina. In verità l’unico a godersi davvero le giornate tra bagni e corse nei prati con amichetti di varie età è stato, manco a dirlo, solo Lui che, ogni tanto, ad libitum, decideva di sfuggire alla vista genitoriale per andarsene a fare qualche giretto in autonomia. Idea che, nel delirio delle migliaia di persone richiamate dal triduo: sole, bagno, grigliata, poteva sortire effetti ben poco piacevoli se non drammatici. E a nulla sembrano essere valsi gli avvertimenti e i rimproveri: “non ti devi MAI allontanare da solo, devi restare dove mamma e papà possono vederti”, ecc., visto che ieri sera, per chiudere la giornata in bellezza, dopo l’ennesima mini-fuga, i cinque minuti di panico/10 anni di vita persi, ecc. all’ennesima lavata di capo del padre non ha trovato di meglio che rispondere: “Ma io lo so dove sei tu! Io non mi peldo!!!”

Non oso immaginare cosa potrebbe capitare lungo i chilometri e chilometri di spiagge romagnole, con tre mediamente settantenni al seguito. Mi sa che urge il braccialetto elettronico, o Google Maps installato nel costume da bagno 😦

COSE CHE NON VORREI NEMMENO PENSARE

In questi giorni mi sono inaspettatamente ritrovata a riflettere su cose che, confesso, imbarazzano persino me stessa.

Non è mia abitudine parlare in questo spazio di questioni relative alla cronaca, di qualsiasi natura esse siano, e l’ho sempre fatto volutamente, con la sola eccezione di qualche notizia che possa riguardare il mondo dei bambini o di qualche situazione relativa al luogo in cui vivo e che serva per dare un’idea a chi legge della cultura e delle abitudini del Paese.

Oggi però non parlo di Svizzera, né di tormenti esistenziali sull’educazione delle piccole iene di casa, né di aneddoti quotidiani nati dalla vita con loro.

Mi trovo, mio malgrado, a fare un paio di considerazioni sugli ultimi, agghiaccianti (perché davvero non riuscirei a trovare altro termine adatto), fatti di cronaca che arrivano da un luogo geograficamente noi lontano, l’India. Eventi che, ahinoi, non sono neppure una grossa novità in un Paese immenso dalla storia complessa e travagliata, come molta parte del nostro mondo peraltro, e da sempre preso ad esempio per esaminare le fortissime contraddizioni e ineguaglianze di una società che, malgrado alcuni proclamati, e forse solo apparenti, “venti di rinascita e sviluppo” pare non in grado di compiere definitivamente un salto di qualità non solo dal punto di vista materiale delle condizioni di vita, ma ancor più da quello etico e spirituale.

E proprio da qui nascono alcuni interrogativi. In un contesto come quello che ha permesso, ormai millenni fa, di far nascere e sviluppare grandi filosofie, come quella dello Yoga, arrivate fino a noi, e ancora riconosciute come alcune delle più alte espressioni delle spirito dell’uomo, come è potuto accadere e come può continuare ad accadere tutto ciò?

La sola “risposta” che mi sento in grado di dare è che nessuno potrà mai essere salvato, salvo che lo voglia e lo scelga con tutte le sue forze. La confessione imbarazzante che devo fare è che, in circostanze come queste, le condizioni miserevoli in cui  questi popoli e individui si trovano mi paiono, alla fine, ampiamente meritate. E che l’orrore quotidiano in cui sono immersi non consentirà loro di alzarsi davvero dalla polvere in cui sono caduti, sino a quando lo vorranno davvero.