“IL CANE A TESTA IN GIU'” – Il venerdì del libro

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Non è (affatto) facile trovare libri di yoga “leggibili”. Quando capita che qualcuno mi chieda: “Cosa potrei leggere per imparare qualcosa sullo yoga?” la risposta sincera e immediata è: “Niente. Lo yoga non si studia sui libri, si vive e si sperimenta. Il resto è tutto tempo buttato”.

Ha sicuramente senso “leggere sullo yoga” quando si pratica già da un po’ e tutta una serie di sensazioni fisiche e mentali sono già parte dell’esperienza della persona. Ciò detto è comunque parecchio difficile trovare letture abbordabili anche per chi non ha un minimo di conoscenza della storia e della filosofia che stanno alla base di questa tradizione millenaria. Alcuni testi sono complessi ed estremamente faticosi, altri bellissimi, ma richiedono decisamente un minimo di preparazione specifica. Di conseguenza quando sento parlare di un libro “divertente”, che racconta per lo più un’esperienza personale, difficilmente riesco a resistere.

“Il cane a testa in giù – Le 23 posizioni yoga che mi hanno cambiato la vita” un po’ questo promette: essere un libro “facile”, alla portata di tutti coloro che sono forse incuriositi da questa disciplina. Il libro è di piacevole e scorrevole lettura, nonostante le sue 350 pagine, ma NON è sicuramente un libro di yoga in senso stretto: è un’autobiografia della giornalista americana Claire Dederer, nella quale l’esperienza personale della scrittrice con lo yoga riveste un ruolo consistente, ma non certamente il tema centrale della narrazione. I temi centrali del racconto sono sicuramente l’esperienza della maternità, nonché l’ampio excursus sulle trasformazioni della società americana – in particolar modo con riferimento al ruolo della donna – dagli anni ’70 ai giorni nostri.

La pratica dello yoga, dal punto di vista della narratrice, riveste un ruolo importante negli anni oggetto del racconto, ma, pur trovando nel testo ottimi spunti di riflessione sul tema, ho un po’ faticato a capire davvero quale fosse davvero il suo punto di vista con riferimento alla pratica nella vita sua quotidiana. Come se tutto l’impegno profuso nella disciplina non avesse mai portato ai famigerati “risultati sperati”:  dato che, come qualche maestro saggio direbbe, nello yoga i risultati non esistono.

 

“L’idea era quella di migliorare, di diventare più snodata e più forte durante la lezione di yoga, e poi di estendere quell’eccellenza a tutti gli ambiti della vita.
Imparavi a comportarti nel modo giusto a yoga, e poi facevi altrettanto mentre guidavi l’auto, andavi in un negozio o mettevi a letto i bambini.
E se, invece, ci fossimo semplicemente goduti le sensazioni fisiche e mentali che provavamo a yoga, smettendo di caricarlo di aspettative?
E se il fine dello yoga non fosse stato quello di prepararsi al futuro, bensì di trovare il massimo piacere possibile nel presente?”

 

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

FACCIAMO UN PO’ I TURISTI

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                     (Il centro storico di Appenzell – foto Carlotta G.)

 

Me lo ridico tutte le volte che ci capita di farlo: “la Svizzera è bellissima e merita di essere visitata”, città per città, lago per lago e montagna per montagna. Peccato che, pur vivendoci da ormai quattro anni, abbiamo fatto i turisti relativamente poco. I motivi sono diversi: la stagione propizia a livello meteorologico spesso non è lunghissima, la stanchezza – e la pigrizia – dei fine settimana, soprattutto nel periodo invernale, non sempre favoriscono la voglia di mettersi in viaggio, e i periodi pur frequenti di vacanza sono spesso dedicati a tappe in Italia o alla ricerca del mare. Da ultimo, i costi elevati della vita in Svizzera si ripercuotono chiaramente alle sulle attività turistiche, motivo per cui anche escursioni di una sola giornata, senza pernottamenti in albergo, possono alla lunga diventare impegnative.

Sabato scorso, complici previsioni meteo incoraggianti (anche se rivelatesi azzeccate solo al 50%) e un Marito con voglia di fuga, abbiamo deciso di dedicare una giornata fuori porta per visitare due destinazioni non troppo lontane da casa (un centinaio di chilometri scarsi da Zurigo) e sulla carta attraenti: la città di St. Gallen (San Gallo in lingua italiana) e il paesino di Appenzell (Appenzello) che dista dalla prima una quindicina di chilometri.

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(La primavera è alle porte – foto Carlotta G.)

St. Gallen è una città neppure piccola per gli standard svizzeri, non lontana dal confine austriaco, famosa per i suoi Olma-Bratwurst (i migliori della Svizzera, dicono), per i tessuti e, dal punto di vista turistico, per la spettacolare biblioteca benedettina che fa parte del complesso conventuale ove si trova anche la cattedrale cattolica, che è nota per avere una delle più importanti raccolte di libri di epoca medievale del mondo, al punto da far parte del patrimonio UNESCO. Si narra che Umberto Eco si fosse recato proprio  in questo sito per le ricerche precedenti alla stesura del suo “Il nome della rosa”.

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(St. Gallen – foto Carlotta G.)

Ma la vera scoperta del weekend, per quanto ci riguarda, è stato Appenzell: immerso nel verde abbagliante dei pascoli, e circondato da alte vette ormai non più innevate, è davvero un piccolo gioiello: noto in tutta la Svizzera per la produzione di birra e del suo formaggio tipico (l’Appenzeller) è composto da un nucleo che si snoda lungo il fiume e caratterizzato da un centro storico di case storiche dai colori pastello e finemente decorate. Oltre alle botteghe che vendono i prodotti tipici del territorio e souvenir, balzano all’occhio caffé, pasticcerie e cioccolaterie, nonché localini di tendenza abbastanza sorprendenti per un centro così piccolo e sperduto in mezzo ai monti, al punto da essere diventato “tristemente famoso” per essere l’ultimo cantone svizzero ad aver concesso, solo nel 1990 (!!!), il voto alle donne per intervento del Tribunale Federale. 

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(Caffé “di tendenza” ad Appenzell – foto Carlotta G.)

Al rientro, stanchi ma felicissimi, ci siamo ripromessi di non far passare più così tanto tempo tra un giro da turisti e l’altro!

FORMALITA'(e Sandwich-Abend)

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Immagine tratta da http://www.informamolise.com)

 

La Svizzera è un Paese estremamente formale, dove qualsiasi comunicazione viaggia per iscritto e preferibilmente con carta e francobollo. Abituata da tempo ad una certa smaterializzazione, cerco sempre di ricordarmi di vivere in un luogo lontano dalle mie origini, di cui conosco e comprendo solo parzialmente cultura e abitudini, così da agire di conseguenza.

Devo però ammettere che anche gli svizzeri non sono proprio sempre coerenti con sé medesimi e che gli esempi di “informalità”, pur se in una loro propria forma, tendono a diventare abbastanza comuni. 

All’inizio dell’anno scolastico ho scritto un’email alla maestra di mio figlio, dato che avevo necessità di alcune informazioni e che avevo sempre sentito parlare di un sacco di lettere tra scuola e famiglie: lei mi ha risposto con un sms e una proposta di appuntamento. Oggi era la giornata delle “porte aperte” delle scuole zurighesi: chiunque – e non solo i genitori degli alunni o le persone ad altro titolo interessate – poteva liberamente visitare le scuole pubbliche della città e osservare le modalità di svolgimento delle lezioni. Stamattina, dopo che la mia giornata ha subito un imprevisto e improvviso cambio di rotta a causa della febbre dell’insegnate di tedesco, ho fatto un salto alla scuola primaria che la Creatura potrebbe frequentare il prossimo anno scolastico. Mi aspettavo all’ingresso una qualche istruzione, indicazione di aule e spazi visitabili dal pubblico. Nada de nada. Ho vagato per qualche minuto per il corridoio, fino a quando ho visto aprirsi la porta di un’aula e mi sono accodata ad un altro genitore che si accingeva ad entrare.

Lì ho casualmente incontrato la mamma di un compagno di scuola (l’unica in verità che mi rivolga la parola, a parte l’altra famiglia di origine italiana che vive a due numeri civici di distanza)  e che mi ha casualmente informata del fatto che la scuola primaria vicino a casa non è necessariamente quella a cui saranno assegnati tutti i bambini dei Kindergarten del quartiere, essendo piccola e con posti non sufficienti per tutti. 

Da lì è partita una breve investigazione sugli scenari possibili, al termine della quale ho deciso di tagliare la testa al toro e scrivere un’email direttamente alla segretaria del circolo scolastico, la quale efficientemente mi ha risposto dopo un paio d’ore, sostanzialmente confermando quanto mi era stato riferito in mattinata: “La scuola prende in considerazione eventuali preferenze della famiglia, ma non è in alcun modo vincolata a soddisfarle e non può comunicare nessuna assegnazione degli alunni prima del mese di giugno”.

Tutto chiarissimo, quindi, come faccio a comunicare eventuali “preferenze della famiglia”? Devo scrivere alla direzione scolastica esplicitando le motivazioni della richiesta? “Ma questa sua email non è già indicazione della preferenza rivolta alla scuola più vicina a casa?”

Ehm, in effetti sì, ma mi aspettavo qualche formalità più formale, tipo una lettera da spedire con il francobollo al dirigente della scuola in cui dover elencare i motivi per cui preferiremmo che nostro figlio frequentasse la scuola vicina a casa. E dove, tra l’altro, ho sempre casualmente scoperto che c’è una pluriclasse che ospita bambini dalla prima alla terza, mentre le altre due sezioni sono “normali”.

Avrei probabilmente dovuto indagare pure i motivi di tale differenziazione e i relativi criteri, ma per oggi la Svizzera mi ha sfinita. Questo miscuglio per me incomprensibile di formalità e informalità, di cose dichiarate e cose assolutamente non comunicate, mi causa una confusione mentale fatale che, unita alle solita fatica linguistica, mi stronca sul nascere qualsiasi energia. Al punto che stasera, vista anche l’assenza per cena del Marito, ho deciso di inaugurare un nuovo trend-familiare da osservare almeno una volta al mese: “la serata-sandwich” o “Sandwich-Abend” che dir si voglia.

 

 

 

FURIA CIECA

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(Immagine tratta dal sito http://www.greenme.it)

 

Non so se capita, o è capitato, qualche volta anche a voi. E per voi intendo la categoria genitore (madre o padre, ma forse, per diretta esperienza, questi fenomeni capitano più frequentemente alle madri). Quando mi succede penso davvero di essere una madre pessima, ma non per modo di dire, e non per le reazioni istintive che difficilmente riesco a controllare in quei frangenti, quanto non non aver saputo gestire adeguatamente il “prima”. Cioè l’educazione del figlio seienne che, a più riprese e in contesti diversi, tende a dimostrarsi ribelle e ingestibile, almeno non con l’applicazione del comune buon senso.

Ieri mattina, ore 6.45, abbiamo rischiato il disastro, perché davvero, come si dice in gergo, “non ci ho visto più”. La scorsa settimana la Creatura si è presa una “bella” (ovviamente si fa per dire) faringite da streptococco: febbre da cavallo, dolori lancinanti e insopportabili a gola, testa, pancia e ovunque. Situazione poco simpatica, ma, grazie al cielo, facilmente risolvibile con qualche giorno di antibiotico. Ieri mattina al risveglio Lui ha fatto il diavolo a quattro perché non voleva prendere la medicina: “Mai, mai, mai più”.

Fosse stato come ai miei tempi, in cui ti massacravano di iniezioni gigantesche e dolorosissime, potrei pure capire, ma non sono disposta a farlo per mezzo bicchierino di sciroppo al gusto vaniglia. E vagli a spiegare che deve continuare la cura fino alla fine, come ha detto il dottore, se no si riammala di nuovo e sarà più difficile curarlo, come già diverse volte gli è stato ripetuto negli ultimi giorni.

A me non sembrano concetti difficili da capire, neppure per un bambino di sei anni e mezzo, ma pare che a volte nulla di ciò che gli si dice abbia un effetto sensato. Sono quindi arrivata a minacciarlo che, se si fosse riammalato, non l’avrei più riportato dal medico e non gli avrei dato più nessuna medicina per curarlo, perché non se lo sarebbe meritato. Gli ho brutalmente ribaltato addosso il fatto che esistono milioni di bambini nel mondo che sono malati e non hanno la possibilità di curarsi, e che ogni giorno rischiano di morire – e davvero muoiono – per mancanza di quelle medicine che lui vuole rifiutare per capriccio. 

L’ho fatto in malo modo, perdendo totalmente la calma, e la cosa non mi piace affatto. Alla fine l’antibiotico l’ha preso, ma continuo ad essere profondamente infastidita da questa assoluta mancanza di ragionevolezza che Lui spesso dimostra nelle cose più banali e scontate.Ho parlato alcune settimane fa del tema dell’austerity: temo non sia affatto sufficiente e che, forse, la vera cura è smettere di proteggerlo dalle brutture del mondo e fargli capire che esistono le guerre, la fame, le malattie incurabili, la disperazione e la morte. La brutale legge di questo mondo a cui, in ogni modo, neppure lui potrà sottrarsi, neppure a sei anni.

L’ULTIMO DEI WEYNFELDT – Il venerdì del libro.

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E’ una Zurigo presente in ogni pagina, forse ogni riga, di questo piacevole romanzo, anche se mai chiamata espressamente con il suo nome. Una Zurigo che si riconosce dalle descrizioni dei luoghi, delle abitudini dei personaggi, dal clima (con le sue improvvise “estati indiane” e il suo altrettanto repentino precipitare in un gelo improvviso, nel tempo in cui una finestra viene sbattuta dal vento), dai suoi onnipresenti tram, i suoi locali, dai soldi – tanti, tantissimi – che sembrano muovere quasi tutto.

Martin Suter è un autore zurighese vivente, del quale da tempo volevo leggere qualcosa e speravo di farlo in tedesco: avendo stabilito che l’impresa sarebbe al momento oltre le mie realistiche possibilità, ho deciso di provare con la traduzione italiana, dopo aver scoperto, proprio grazie al “Venerdì del libro” che alcuni suoi libri sono editi da Sellerio (e la cosa mi è parsa pure parecchio curiosa: uno scrittore svizzero pubblicato da una casa editrice siciliana ;-)).

Ho scelto il titolo a caso, o forse pescando quello che su Amazon aveva recensioni migliori. Beh, mi è piaciuto moltissimo, onestamente oltre le aspettative, ragion per cui  leggerò sicuramente anche altro. 

“L’ultimo dei Weynfeldt” è un romanzo ambientato nel mondo dell’arte e ha per protagonista una vera opera d’arte, le cui vicende si intrecciano inestricabilmente con quelle del ricco novero di personaggi tratteggiati da Suter, indiscussi signori di una “Zurigo bene” forse in via d’estinzione, come il titolo del libro parrebbe suggerire, i cui giochi vengono sparigliati dall’apparizione di una misteriosa donna proveniente da tutt’altro rango.

“Fu durante la lunga attesa di un segno di vita da parte di Lorena che arrivò l’ondata di freddo da tempo annunciata. Weynfeldt vide letteralmente arrivare il fronte freddo. Era da Diaco per l’ultima prova dei due vestiti che aveva fatto confezionare apposta per quell’inverno insolitamente caldo, quando nella stanza si fece buio.Una nuvolaglia compatta come un tappeto di feltro grigio aveva coperto il sole che ancora un attimo prima sfolgorava in un cielo appena striato. Quasi nello stesso istante un vento gelido gonfiò la tenda di tulle davanti alla finestra semiaperta.”

 

Questo post partecipa a “Il Venerdì del libro”

 

 

DONNE (E SCIOPERI)

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C’è questa storia dello sciopero “al femminile”, indetto per l’8 marzo, che non ho capito molto. O meglio, ho capito perfettamente l’intento dell’iniziativa internazionale, che dovrebbe avere lo scopo di far sentire al resto della società la mancanza del lavoro delle donne nel momento in cui fanno venir meno il loro contributo.

Ho capito parecchio meno l’interpretazione italiana dell’evento e da ieri mi sto domandando se siano effettivamente solo le signore a prendere parte oggi allo sciopero generale, oppure indistintamente tutti. In tale secondo caso la cosa mi parrebbe una solenne presa in giro: tu, o maschio, in questa giornata ti dovresti rimboccare le maniche – cosa che nella vita fai, in media, piuttosto raramente – e lavorare il doppio del solito, così da poter sostituire le tue colleghe nella loro attività quotidiana oggi non prestata.

Al di là di questo, e al di là del solito armamentario di mimose (per carità no, mi fanno venire l’emicrania :-(), fiori, cene varie e quella tristezza infinita degli spogliarelli di maschi palestrati, confesso che questa volta avrei voluto scioperare anch’io: da mattina a sera, andandomene in giro tutto il santo giorno per i fatti miei, o comunque per dedicarmi alle “mie” cose che, chissà come mai, sono sempre e inevitabilmente in fondo alla lista delle priorità (tranne i compiti di tedesco, ma solo perché a lezione ho l’amor proprio di arrivare almeno sufficientemente preparata). Per tutto il resto stendiamo mediamente un velo pietoso, ma con la consapevolezza che, davvero, la colpa è solo mia (e solo nostra).

Del resto che ci vuole, mi sarebbe bastato non muovere un dito dal risveglio fino all’ora di tornare a dormire, ed evitare di preparare il figlio per la scuola, portarcelo, andarlo a riprendere, preparare il pranzo, fare la spesa, pulire la casa, fare il bucato e l’asciugatrice, andare a fare la spesa.

L’elenco non è casuale, è esattamente quello che ho fatto oggi dalle ore sette fino a pochi minuti fa, escludendo dal novero i compiti per la lezione di domani, e non considerando l’intrattenimento pomeridiano della Creatura, nonché tutti i preparativi serali e dulcis in fundo, la cena. Tanto qualcuno al mio posto avrebbe provveduto…no?!?!?!

Riflettevo in questi ultimi giorni sul fatto di come, guardando la mia vita a posteriori, siano state, nel bene e nel male, le donne a lasciare segni indelebili. E al di là del ruolo dei familiari stretti (mamme, nonne, zie, cugine, ecc.) e delle amiche, anche altrove quasi sempre solo le donne hanno fatto la differenza. E ripensavo anche alla mia esperienza a Zurigo, tra tutte le persone che ho conosciuto, espatriate come me o meno, dove l’impronta lasciata dal genere femminile è insostituibile.

Ripensavo alla mai abbastanza lodata S., probabilmente l’unica persona grazie alla quale ho resistito mille e mille volte alla tentazione di buttare alle ortiche lo studio di questa dannata lingua e mi dico che, se sono riuscita a tenere duro nei momenti peggiori, di totale demotivazione e sconforto, è stato tutto merito suo. E mi manca tantissimo adesso che non è più la mia insegnante, di un tanto che difficilmente riesco a quantificare ogni volta che mi devo sedere in quell’aula.

Perché alla fine è sempre vero: solo le persone e la loro essenza contano. Se sono donne ancora di più.

 

(Ovviamente ho comprato i tulipani. Foto Carlotta G.)

“SOLO BAGAGLIO A MANO” – Il venerdì del libro

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Ho approfittato della settimana di vacanza invernale per recuperare un po’ di letture arretrate. Ormai sono abbastanza rassegnata al fatto che durante il ménage settimanale standard i tempi da dedicare ai libri sono ridotti al lumicino, salvo l’ipotesi di abbandonare Vanity Fair e di avere particolari energie serali che ormai sono un lontano ricordo.

Ho letto recentemente un post che mi ha molto incuriosito sul libricino di cui vi parlo, lettura veloce, ma assolutamente intensa in meno di un centinaio di pagine, di Gabriele Romagnoli che io rimpiango sempre come firma di Vanity e di cui credo di avere letto i più indimenticabili articoli della vita.

Come non essere incuriositi da un libro che inizia con l’incipit “Sono stato al mio funerale…” e termina col capitolo “…e sono rinato” e si intitola “Solo bagaglio a mano”.

Poche decine di pagine di lucidissime riflessioni sulla vita, sul suo “peso” (costituito da un accumulo, a volte disperato e incontrollato di cose, persone, ricordi, che non lasciano alcuno spazio per altro), sull’importanza del “viaggiare leggeri”, sia nei viaggi reali così come in quello metaforico dell’esistenza umana. La dote personale, o la capacità acquisita, di viaggiare con solo quanto un bagaglio a mano può contenere (e con l’agile riserva di una “duffel bag“) che può fare la differenza tra disperazione e la salvezza, l’inutile e l’essenza pura, declinata in decine di illuminanti casi di “less is more”.

Per me una lettura consigliatissima, fermo restando il fatto che appaia del tutto evidente come l’autore non abbia figli 😉

“Salendo si può cadere rumorosamente, estendendosi mal che vada ci si china. Non c’è miglior modo di prepararsi ad affrontare qualsiasi crisi che abituarsi al “meno” e, addirittura, al senza. “Senza” è una parola che ai più mette paura. La associano alla mancanza o alla perdita di qualcosa. Spesso importante. (…) Eppure, la vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni”.

Questo post partecipa all’iniziativa “Il venerdì del libro”.