IL FENOMENO DELLA “SPESA EXPAT”

Ci vorrebbe uno psicologo, forse, o un sociologo addirittura. Perché io non mi spiego il fenomeno irresistibile e inevitabile. Ogni certo periodo di tempo io devo fare la spesa in Italia. Di solito mi capita non più spesso di una volta al mese che, per fortuna, è anche la scadenza media con cui la famiglia rimpatria per un fine settimana, ma può anche capitare che il periodo sia leggermente più lungo; e allora son dolori.

Arriva, sicuro come la morte, il momento in cui le provviste a lunga durata della visita precedente si assottigliano inesorabilmente. Che la pasta, l’olio, i biscotti, il prosciutto e le altre innumerevoli cibarie (e non) vedono il loro ultimo giorno e allora la programmazione della trasferta diventa improcrastinabile.

Il fatto sarebbe logico e comprensibile se io vivessi in un Paese a rischio di carestia, o in lande desolate in cui è prossima la morte per fame. O, forse, in un continente in cui certi prodotti sono irreperibili, ma è più difficilmente spiegabile in Svizzera, luogo in cui, problema dei prezzi criminali a parte, si trova obiettivamente quasi tutto l’indispensabile, compresi moltissimi prodotti italiani, assolutamente identici a quelli dei supermercati della penisola. Non si soffre la fame, non devo rinunciare a cucinare piatti a cui sono abituata perché non trovo le materie prime (salvo qualche dettaglio davvero poco rilevante) e, ad essere onesti, può capitare di comprare qui prodotti locali di qualità decisamente superiore a quella italiana (la carne, soprattutto, anche se sarebbe più economico fare la spesa dal gioielliere, ma lo strano è che anche coi pomodori in estate qui non scherzano…)

Eppure. Non ne posso fare a meno. La bellezza di un supermercato italiano non è neppure lontanamente comparabile con quella di un equivalente svizzero. L’assortimento di un supermercato italiano non è neppure lontanamente comparabile con quello di un equivalente svizzero. Magari ci sono decine di prodotti nella sostanza inutili, che non comprerai mai, ma ci sono e tu hai l’impressione di poter scegliere davvero quello che ti piace di più. Quello davvero adatto a te. Forse è solo l’italica arte dell’illusione, o un’abitudine pluridecennale dura a morire,  o l’unica convinzione patriottica per cui “italiano è meglio“. Ma una volta arrivata oltre frontiera non riesco più a controllarmi e compro, compro, compro. (Quasi) tutto quello che vedo e che credo potrà essermi anche solo lontanamente utile nelle settimane successive. So di stare esagerando, ma non posso farci nulla. Sia chiaro, non acquisto nulla che poi non sarà utilizzato, ma poi mi pento appena mi rendo conto  di dover caricare e scaricare l’auto di tutti i sacchi della spesa e all’idea di un rientro notturno con chili di provviste da sistemare nella notte. Ma anche questo è inutile, la volta successiva si riparte da capo, senza possibilità di alternativa.

E allora mi diventa estremamente chiara una cosa: se mai un giorno dovessi decidere di andarmene da Zurigo i motivi saranno solo due. La lingua infame che parlano qui e la mancanza dell’Esselunga.

 

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