PICCOLI MIRACOLI

 

Stamattina mi sono svegliata con uno strano ritornello in testa, che avevo dimenticato da anni:

“Ogni mattina in Africa una gazzella si alza e sa che dovrà correre più veloce del leone per non essere mangiata.
Ogni mattina in Africa un leone si alza e sa che dovrà correre più veloce della gazzella per non morire di fame.
Non importa che tu sia leone o gazzella: comincia a correre.”

Il motto era diventato celeberrimo parecchi anni fa, forse anche grazie alla pubblicità di una nota marca di articoli sportivi che lo proponeva in inglese, lingua che, come si sa, ha spesso il merito di rendere indimenticabili anche detti che indimenticabili necessariamente non sono.

Non ho idea del motivo per cui proprio oggi mi sia ritornato con prepotenza alla mente, forse la ragione ha a che fare con una certa “scadenza annuale” che dovrei festeggiare, ma che tra fatti agghiaccianti di cronaca e la ricorrente (sacrosanta) celebrazione della strage di Capaci, che mi accompagna dal diciottesimo compleanno, ogni tanto mi passa la voglia.

Tra gazzelle e leoni, corse disperate per la sopravvivenza, stragi di innocenti e invecchiamento inevitabile, c’è però anche altro. Per fortuna.

Ieri sera sono rientrata a casa dopo l’abituale lezione di yoga del lunedì e il Marito mi chiedeva conto di qualche info e novità, seguite da una domanda:

“Ma perché sei così contenta quanto fai lezione?”

“Perché lo Yoga è sempre un piccolo miracolo. Ed è meraviglioso vedere come i miracoli accadano.”

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EFFETTI COLLATERALI

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(Immagine tratta dal sito http://www.huffingtonpost.it)

 

Improvvisamente è arrivato il caldo, caldo caldo, circa 28 gradi ieri ore centrali della giornata. Niente panico, ovviamente, oggi già la situazione è ridimensionata e per domani prevedono il diluvio e temperature in picchiata.

In tutto ciò si pongono i soliti dilemmi materni (e non solo): cosa c… mi metto addosso e soprattutto cosa GLI metto? L’altro pomeriggio mio figlio ha deciso che non poteva sopportare oltre calze e scarpe, così di sua iniziativa si è rinfilato i sandali dello scorso anno, di almeno un numero più piccoli. “Mi vanno benissimo!” Certo, come no, e magari quest’estate risparmiamo qualche Franco o Euro per un paio di calzature che, se siamo molto fortunati, vengono sfruttate per poche settimane.

Comunque volevo dire che tutta ‘sta vita svizzera, e le frequentazioni del pargolo con individui indigeni, stanno iniziando ad avere i primi evidenti effetti collaterali di svizzeritudine. Ieri a mezzogiorno è uscito da scuola completamente scalzo: come se niente fosse ha varcato il cancello con in mano calze e scarpe (bagnate peraltro) e ha preteso di percorrere il tragitto fino a casa (assai breve, per fortuna) in quelle pietose condizioni.

“Guarda che se per terra ci sono vetri o qualcosa che taglia ti fai molto male ai piedi! Metti le scarpe!”

“No, io ho trooooppoooo caldo, e poi tutti i miei amici se le sono tolte!”

“Sì, ma adesso non siete nel giardino e in strada non si può sapere cosa c’è per terra! E poi non mi pare di aver visto tutti ‘sti bambini uscire a piedi nudi, sto vedendo solo te adesso”

Il rapporto un po’ controverso tra la popolazione locale e le calzature in periodi caldi è un tema significativo da queste parti. In ogni caso ieri non c’è stato verso: Lui è arrivato in casa coi piedi color carbone. Li abbiamo lavati e amen. Ma, di nuovo, il senso di questa mania tende a sfuggirmi 😉

5 ANNI

 

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Me l’ha ricordato ieri Facebook, ché figurarsi io che talento ho per i compleanni. Dopo cinque anni, poi, una vita fa, ormai avevo perso il conto e non pensavo neppure fosse così rilevante ricordarmelo.

5 anni di blog, 5 anni di “vita a modo mio”: non mi interessano particolari celebrazioni, più passa il tempo e più la situazione assomiglia ai compleanni umani, forse meglio dimenticarsi che ricordare 😉

Però, poi, mi sono detta: “Ma 5 anni sono davvero tanti, soprattutto per un blog personale e piccolissimo, sopravvissuto a tormente e tempeste, vicissitudini lavorative e geografiche, traslochi ed espatrio compreso…

Perché, in effetti, 5 anni sono davvero tanta roba, o meglio, tanta vita.

 

 

 

(Immagine tratta dal sito http://www.englishinrosario.com)

TORNARE (O NO?)

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(Immagine tratta dal sito http://www.studiozuliani.net)

 

Ricordo che, da poco arrivata a Zurigo, conobbi una famiglia italiana il cui figlio era alla scuola materna con il mio: anche loro si erano trasferiti da qualche mese, ma non arrivarono a terminare l’autunno. La mamma non riuscì ad ambientarsi, nonostante la scuola italiana e un nutrito gruppo di nuove conoscenze. Non tornarono mai in Svizzera dopo le vacanze di ottobre.

Negli anni ho conosciuto chi è dovuto rientrare (quando avrebbe pagato oro per poter restare dove stava), chi vuole rientrare e non ce la fa, chi non rientrerebbe per tutto l’oro del mondo e chi potrebbe pensare di farlo solo se fosse pagato oro.

I motivi di chi non ce la fa a restare sono molteplici: quasi sempre declinati al “femminile”, perché le mogli, le madri, hanno spesso dovuto lasciare in Italia famiglia e lavoro, pezzi di sé a cui magari erano molto legate, e, nonostante promesse e speranze, reinventarsi una professione a nord delle Alpi, specialmente se con figli al seguito e senza pregresse competenze linguistiche, è tutt’altro che una passeggiata.

C’è chi resiste, chi si rassegna, chi si inventa altro, chi continua a studiare la lingua, nonostante risultati anche scoraggianti e frustranti. Chi sogna un improvviso miracolo, al di qua o al di là delle Alpi, che permetta come per magia alla vita di diventare perfetta (ho scritto “diventare” e non “ritornare” perché ne sono convinta, non perché abbia semplicemente sbagliato verbo).

Gli ostacoli più grandi da queste parti sono due: il tedesco (o meglio sarebbe dire lo svizzero) e la cultura che, mediamente parlando, per “l’italiano tipo” (ammesso che esista) risultano un po’ ostiche. Oggi, 9 maggio, con temperatura esterna di una decina di gradi scarsi, mi verrebbe da dire anche il clima. Ma credo che, se le prime due fossero più accoglienti, il calore meteorologico potrebbe passare anche in secondo piano 😉

Ho provato diverse volte a domandarmi dove mi potrei collocare io: tra quanti vogliono tornare o tra quelli che sperano di restare a vita? La prima risposta è che, al momento, nonostante tutto (e sottolineo nonostante tutto), me ne andrei da qui solo per ragioni di vita o di morte. Più difficile rispondere in prospettiva: tra 5, 10 anni, quando ormai sarò davvero una signora anziana, ma con un ragazzino più svizzero che italiano che dovrà trovare il suo posto nel mondo.

A questo non ho ancora trovato nessuna risposta sensata, nonostante spesso mi capiti di pensarci. Alla fine ho semplicemente concluso che si tratta, in verità, di un grande vantaggio: io vivo qui, ora. E questo basta.

COSE CHE NON CAPIRO’ MAI

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(Immagine tratta dal sito http://www.vandemoortele.com)

 

Un paio di giorni fa ero al supermercato per un giro veloce di approvvigionamenti di emergenza, nei dintorni dell’ora della pausa pranzo. E’ un momento che detesto, perché di solito sono parecchio affamata e rischio di comprare cose inutili spinta da impulsi dissennati, ma anche perché è una delle poche situazioni in cui si rischia di dover far coda pure alle casse self-service e i cassieri umani hanno l’unico picco di stress della giornata lavorativa.

Non era di questo, però, che volevo parlare. Ero alla cassa, in attesa del mio turno, e mi cade l’occhio nel cestino della cliente davanti a me: una busta di insalata, una confezione di feta greca, una barbabietola e un panino. Tralasciando la barbabietola (che, ahimé, proprio non sono mai riuscita ad apprezzare) nulla di strano, si dirà, non fosse per le condizioni del panino. Sfuso, pescato nel cesto del pane a libero servizio, e appoggiato con nonchalance alla rinfusa sopra il resto della merce acquistata: senza un sacchetto, senza un tovagliolo, così, nudo come il fornaio l’ha prodotto. Ad un certo punto è anche rotolato giù dalla confezione di insalata sopra cui la signora l’aveva appoggiato, e si è fatto un bel giretto sul nastro trasportatore. Per un attimo ho visto anche nel cassiere un istante di smarrimento, non sapendo bene come maneggiarlo.

Ho osservato qualche volta di troppo la proprietaria del panino, cercando nel suo aspetto un qualche indizio di cotanta noncuranza delle più elementari (secondo me) norme igieniche. Non ne ho trovato. Una signora sulla cinquantina, col cappotto, i capelli a caschetto che, dopo aver pagato, ha infilato la spesa in un sacchetto di plastica evidentemente ri-utilizzato (evviva il riciclo, eh!), sempre senza alcuna specifica attenzione al povero panino.

La Svizzera è un luogo pulitissimo, probabilmente il più pulito al mondo. Mai altrove mi è capitato di trovare condizioni di pulizia degli spazi pubblici (WC inclusi) che oserei definire maniacali. Forse è per questo che qualcuno osa entrare nei bagni a piedi scalzi, appoggiare cibo sulle panchine dei parchi, mettere serenamente in bocca ai propri figli bocconi sportivamente raccolti da terra e ciucci che si sono rotolati nel fango. O acquistare il pane al supermercato senza servirsi del sacchetti a disposizione e appoggiarlo ovunque capiti.

Ma, confesso, ciò va ben oltre la mia capacità di comprensione e temo che, pure restassi qui altri cent’anni, non mi abituerò mai.

 

“L’AMANTE GIAPPONESE” – Il venerdì del libro

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Ho un amore sconfinato e viscerale per Isabel Allende dalla notte dei tempi. Tra le sue pagine credo di aver trascorso alcuni dei momenti più belli della mia vita, letterariamente parlando.

Ovviamente, col passare del tempo e dei volumi, ho dovuto constatare che, purtroppo, non sempre è così facile mantenere il livello dei primi suoi indimenticabili scritti, com’è nell’ordine delle cose e per quasi tutti gli artisti. Pur essendo normalmente di piacevole lettura alcune delle più recenti storie non hanno in sé nulla di particolarmente memorabile e in esse non si scorge più traccia del celeberrimo realismo magico tipico della narrativa sudamericana e che caratterizzava capolavori come “La casa degli spiriti” o “Il piano infinito”.

Fa, a mio parere, parzialmente eccezione l’ultimo libro che ho letto nelle scorse settimane: “L’amante giapponese” che, sicuramente senza raggiungere vette eccelse, offre comunque una storia intrigante e commovente, tenendo il lettore in sospeso fino alle ultime pagine, e riscoprendo in qualche passaggio quella magia di scrittura che per decenni ha reso famosa l’autrice in tutto il mondo. Sicuramente consigliato per una lettura rilassante, comunque di elevata qualità.

Fu Nathaniel a presentare ad Alma i Fukuda. Lei li aveva visti dalle finestre, ma non uscì in giardino se non agli inizi della primavera, quando il clima migliorò. Un sabato Nathaniel le bendò gli occhi, promettendole che le avrebbe fatto una sorpresa, e la condusse per mano attraverso la cucina e la lavanderia fino al giardino. Quando le tolse la benda e lei aprì gli occhi, si trovò sotto un frondoso ciliegio in fiore, una nuvola di  cotone rosa. Vicino all’albero c’era un uomo con indosso una tuta da lavoro e un cappello di paglia, dal viso asiatico, la pelle indurita, basso di statura e ampio di spalle, appoggiato a una pala. In un inglese spezzato difficile da comprendere, disse ad Alma che quel momento era bello, ma sarebbe durato solo qualche giorno, perché i fiori sarebbero caduti come pioggia; sarebbe stato meglio il ricordo dei ciliegi in fiore, perché sarebbe restato per tutto l’anno, fino alla primavera successiva. Quell’uomo era Takao Fukuda, il giardiniere giapponese che lavorava nella proprietà da molti anni, l’unica persona davanti alla quale Isaac Belasco si toglieva il cappello in segno di rispetto.”

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

 

I MIRACOLI DEL PASTO A SCUOLA

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(Immagine tratta dal sito http://www.wealthrevolution.it)

 

Ho letto recentemente sulla stampa italiana del triste destino che sembra essere segnato per l’istituzione della mensa scolastica. In seguito a diverse pronunce giudiziali che ne hanno dichiarato la non obbligatorietà, pare che un numero sempre crescente di famiglie decida di ricorrere a soluzioni alternative per la fornitura del pranzo ai figli.

Uno di questi, sicuramente il più sbrigativo e, a mio parere, anche il più criticabile, è la fornitura del fantomatico panino da casa. Mi piacerebbe valutare, così a occhio, e facendo la famosa media del pollo, come vengono arricchiti questi fantastici panini, così da poter fare un mini-bilancio settimanale sulla qualità e varietà della dieta dei bambini.

Perché si sa, che ciò che preparano le mani di mamma è in assoluto il meglio che alle creature possa capitare, non è vero? Ne siamo da sempre fermamente convinti. E, sicuramente, cinque pasti a settimana formati da pane – rigorosamente bianco, mi raccomando – e da qualche tipo di carne conservata è certamente il meglio che si possa offrire (e non lo dico certo perché sono vegetariana e vegana, addirittura lo dico nonostante il pane con prosciutto e salame lo mangi anche mio figlio. Ma una volta ogni tanto, non certo tutti i santi giorni).

La cosa che, però, più mi sbigottisce di questo trend non è neppure il tema della dieta equilibrata dei bambini, quanto la questione strettamente educativa: la consapevolezza di quello che un bambino, a partire da pochi anni e andando avanti nel suo sviluppo, può imparare mangiando in mensa, insieme ai suoi compagni di scuola, quello che mangiano tutti gli altri. La frase classica della madre pro-lunchbox, che mi ha sempre procurato un’orticaria fulminante, è giusto la seguente: “Perché il mio/la mia non mangia niente…almeno gli preparo qualcosa che so che gli/le piace!

Un genio. Perfetto, vuol proprio dire aver capito tutto, e non avere la minima idea dei quasi-miracoli che trovarsi seduti insieme a propri simili, mangiando la stessa minestra, possono verificarsi sull’educazione all’adattamento e al gusto dei bambini, pur se molto piccoli. E lo dice una madre che non può certo dire di aver avuto, da questo come da altri vari punti di vista, “un bambino facile”. Ma ormai non conto più le volte in cui, a partire dall’asilo nido, fino ad oggi, a quasi sette anni, mi sia capitato che Lui abbia voluto (o dovuto ;-)) provare qualcosa che a casa si era sempre rifiutato di mangiare perché “l’hanno dato a scuola”.

Non entro neppure nel merito della questione qualitativa del cibo offerto dalle mense: sicuramente migliorabile (quasi) ovunque, in Italia come altrove, senz’altro, ma con il grande beneficio di far anche capire che nella vita non tutto è sempre scontato e perfetto come si vorrebbe, che capita anche di trovarsi nella situazione di mangiare ciò che non piace un granché e, dulcis in fundo, di provare qualcosa di nuovo perché si pensava che non piacesse o, semplicemente, perché quel piatto non fa parte della tradizione gastronomica di casa propria.

Ho avuto oggi l’ennesima riconferma della mia convinzione, su un palato, ripeto, non proprio facilissimo, ma sul quale negli anni è stato fatto un continuo (e obiettivamente faticoso…tanto faticoso) lavoro di educazione al “cosa si mangia”. Dopo un bel piatto di pasta con pesto di broccoli si è letteralmente avventato su una piccola porzione di falafel con salsina allo yogurt che stamattina avevo comprato al supermercato come rapido antipasto, più per me che per lui, non immaginando certo che avrei dovuto contendere le poche polpettine della confezione:

“Queste polpettine ogni tanto le danno anche a scuola” …

“Ah, bene, e ti piacciono?”

“Sì, un po’, però quello che mi piace di più è la salsina!”

Sono ancora in attesa del miracolo per le verdure cotte non frullate.

 

 

LA VIA DEI CASTELLI

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(Schloss Habsburg – Foto Carlotta G.) 

Pochi chilometri e qualche collina separano il Canton Zurigo dal Canton Argovia (Aargau in tedesco), anche se il motto popolare sostiene che le differenze vadano ben oltre una sottile linea di confine geografico-politica.

Le auto targate Aargau (AG) vengono dagli zurighesi indiscriminatamente ribattezzate Achtung Gefahr! (attenzione pericolo!) e i relativi abitanti spesso considerati retrogradi reazionari rispetto alle prevalenti convinzioni progressiste della più grande città della Svizzera ;-). Ciò detto, le questioni turistiche sono tutt’altra faccenda e già tempo addietro mi era stato consigliato un giretto da quelle parti: soprattutto per chi ha bambini, o per gli appassionati di storia, il Canton Argovia offre (oltre ad un paesaggio spettacolare, svizzero al 100%) una interessantissima “via dei castelli”.

Si tratta di ben quattro castelli, distanti tra loro pochi chilometri e che possono essere visitati anche nella stessa giornata (andando rapidi), oppure in un fine settimana. Domenica scorsa, approfittando di un meteo oltre l’incredibile che ci ha addirittura permesso di pranzare all’aperto, in camicia (all’ombra!), abbiamo fatto tappa in due: il castello di Habsburg (Schloss Habsburg) e quello di Hallwyl (Wasserschloss Hallwyl). Mancano ancora al nostro appello due ulteriori mete sicuramente affascinanti: i castelli di Lenzburg e Wildegg che certamente visiteremo alla prossima occasione utile.

L’ingresso al castello di Habsburg (risalente all’anno 1020 e roccaforte della casata degli Asburgo) è gratuito, in considerazione del fatto che la parte del castello ancora conservata è occupata per la maggior parte da un ristorante (nel quale appunto abbiamo pranzato e che consiglierei vivamente: il cibo è ottimo e la posizione con vista sulle colline circostanti è mozzafiato). Gli ingressi agli altri tre sono, invece, a pagamento e costano 14 CHF per gli adulti e 8 CHF per i bambini (dai 6 ai 16 anni). Sono anche disponibili biglietti famiglia più convenienti e, per chi fosse interessato a percorrere interamente la vita dei castelli, una tessera cumulativa che consente l’ingresso a tutti e tre (www.museumaargau.ch)

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(Schloss Hallwyl – Foto Carlotta G.)

Il castello di Hallwyl, circondato da un vero fossato riempito dal fiume che scorre sulle terre su cui è stato costruito, e considerato uno dei più belli della zona, è interamente visitabile all’interno e offre agli ospiti uno scorcio della storia del casato degli Hallwyl (i cui discendenti sono tutt’ora viventi, ma hanno donato il castello al Cantone) dall’epoca medievale fino agli inizi del 1900.

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(Schloss Hallwyl – panoramica dall’esterno – Foto Carlotta G.)

 

QUATTRO ANNI, NERO SU BIANCO.

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(Immagine tratta dal sito http://www.francopaniniragazzi.it)

 

Tra poche settimane la nostra vita zurighese compirà quattro anni. In realtà mi sembra un secolo.

Casualmente, in questi giorni mi è capitato di parlare con una collega della precedente vita milanese che non sentivo di persona da tutto questo tempo e parlare con lei è stato come riaprire un libro chiuso solo qualche ora fa. Ma da un altro punto di vista, quello dell’ “amarcord” dei ritmi di vita e lavoro, mi ha fatto capire come io abbia sepolto, sotto una colata di cemento armato, tutto ciò che era la mia vita di prima. In qualcosa come una frazione di secondo. Il tempo di uscire dall’ufficio per l’ultima volta e sentire, con un infinito sospiro di sollievo, la porta chiudersi alle mie spalle. Ed erano qualcosa come tredici anni, non qualche mese.

Tra tutti i dubbi esistenziali che mi hanno tormentato nelle fasi pre e post espatrio neppure per un minuto ho avuto il dubbio che lasciare il mio lavoro in Italia fosse la cosa giusta da fare. Non avrei avuto alternative, in ogni caso, ma anche se ci fossero state, dubito che le avrei seriamente considerate. Oggi, dopo quattro anni, e col senno di poi, posso dire di avere avuto una immensa fortuna, di cui ogni volta che ricordo la mia vita di prima non posso che ringraziare il Fato, o colui che così ha disposto.

La possibilità di varcare un confine e traslocare quei famosi 300 km a nord mi ha regalato la grandiosa opportunità di uscire da una prigione in cui, mio malgrado, mi trovavo ormai da (troppo) tempo, senza vederne seriamente una reale via d’uscita. Già sapevo come ormai fosse diventata una questione di vita o di morte (la mia) e non in senso metaforico.

Nulla è stato facile, in questi quattro anni, e nulla lo è tutt’ora. Non sto a ripetere adesso quanto possa essere complicato mollare anni di presunte certezze per un inevitabile salto nel buio, con un bambino di pochi anni al seguito, senza nessuno su cui poter contare, se non te stessa e la persona con cui hai deciso di costruire una famiglia. Ma non cambierei la mia scelta per nulla al mondo.

Pur se con diversi salti mortali, e spesso con una fatica immensa, sono riuscita a terminare la formazione quadriennale come insegnante di yoga, che avevo già iniziato prima di trasferirmi, e successivamente iniziare ad insegnare. Sono all’inizio di una nuova professione – a più di quarant’anni – e sono sempre da sola: ciò che riesco o non riesco a fare dipende esclusivamente dalla mie capacità, voglia, impegno, intenzione e dedizione. Dai miei giorni sì e dai miei giorni no. Nessuno mi ha regalato, né mi regala nulla: come nella vita di prima, del resto. Ma la grande vittoria è che, ugualmente, non ho nessuno a cui rendere conto, giustificare, scusare ciò che credo, ciò che penso, ciò che sono. Nessuno a cui mendicare rispetto e libertà, perché il rispetto e la libertà non possono essere merce di scambio, mai. In nessun caso e per nessuna presunta ragione: non per presunti amori, amicizie, convenienze. Men che meno, per nessun lavoro.

I punti si possono unire solo alla fine di un pezzo di strada: nessuno, prima, può sapere come andranno davvero le cose. Ma è la possibilità di voltarsi indietro, guardare, e vedere che i punti qualche volta si uniscono, a dare la forza di proseguire il cammino.

BAMBINI E TEMPO LIBERO: tra divertimento e stress

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(Immagine tratta dal sito http://www.newsrimini.it)

Il titolo del post è stato l’oggetto di una serata di formazione continua per genitori” organizzata alcune settimane fa dalla scuola di mio figlio e destinata appunto alle famiglie dei bambini in età del Kindergarten (4-6 anni).  A condurre la conferenza una psicologa e terapeuta familiare esperta nell’età evolutiva.

Ho partecipato con molto piacere perché credo che il tema sia di notevole attualità, evidentemente anche qui in Svizzera ove, tra l’altro, la cultura prevalente tende a fare iniziare ai bambini le attività diverse da quelle esclusivamente ludiche abbastanza tardi, rispetto alla media di altre parti del mondo, Italia compresa, ove da alcuni anni si assiste al tentativo di “anticipare” il più possibile l’apprendimento strutturato dei piccoli tramite attività “stimolanti” di vario genere e contenuto.

Premesso che, secondo il parere e l’esperienza della relatrice, non vi sono a questo proposito regole valide indiscriminatamente per qualsiasi situazione, e dunque per qualsiasi bambino, possono comunque essere riassunte alcune fondamentali linee guida, derivanti da studi internazionali in materia di apprendimento – e relativi disturbi – nonché dall’esperienza della pratica clinica degli addetti ai lavori.

  1. I bambini imparano soprattutto giocando: da soli, con gli eventuali fratelli, e soprattutto con gli amici: è confrontandosi con un gruppo di propri pari che avviene l’apprendimento e la maturazione psico-fisica, anche dal punto di vista delle competenze sociali dell’individuo.
  2. Le attività organizzate per il tempo libero rivestono un ruolo positivo – non necessariamente indispensabile – per i bambini molto attivi che traggono benefici effetti rilassanti dal “fare qualcosa” (muoversi, correre, saltare, sperimentare), meno per coloro che, al contrario, si rilassano “da fermi” e non facendo nulla.
  3. E’ comunque indispensabile che ogni bambino possa avere a disposizione tempo “vuoto”, in cui è libero di fare ciò che preferisce, senza alcuna costrizione, e soprattutto che abbia la possibilità di ANNOIARSI. La noia, infatti, costituisce la radice principale di ogni processo creativo e, anche quando ciò non fosse, permette l’allenamento di una competenza indispensabile e oggi particolarmente carente nelle giovani generazioni: la tolleranza alla frustrazione. I piccoli devono iniziare ad imparare da subito, con modalità e tempi adatti all’età, che il mondo in cui tutti viviamo non è perfetto, che le cose nella vita non vanno (quasi mai!) come vorremmo e farsi quindi, progressivamente, gli anticorpi!
  4. L’utilizzo di strumenti tecnologici (TV, computer, tablet, smarphone) è tendenzialmente sconsigliato in toto fino almeno ai 5-6 anni. I più recenti studi condotti in materia in tutto il mondo hanno, infatti, dimostrato che gli effetti di tale esposizione sul cervello sono del tutto equiparabili all’utilizzo di sostanze quali fumo, alcool e droghe e causano, perciò, dipendenza. Minore è l’età, maggiori sono gli effetti negativi registrati. Nel caso in cui la condizione di completo inutilizzo sia impossibile (e anche per evitare il boomerang a lungo termine dell’effetto tabù) è importante limitare l’esposizione a non più di mezz’ora al giorno.
  5. Anche da punto di vista strettamente didattico le più recenti ricerche dimostrano che l’apprendimento dei bambini non sia in alcun modo agevolato dall’utilizzo di PC e simili: è stato provato, anzi, esattamente il contrario. In scuole nelle quali erano stati eliminati i tradizionali materiali cartacei a favore dei supporti digitali, dopo alcuni anni di sperimentazione si è visto che gli alunni imparavano meno e peggio di prima, e si è dunque tornati ai metodi classici. Le ragioni di tale fallimento risiederebbero nel principio fondamentale secondo cui l’apprendimento umano, e soprattutto quello dei più piccoli, è inscindibilmente legato all’esperienza sensoriale del toccare, sentire, vedere, creare, cose reali e non passa attraverso la semplice visione del virtuale in cui gli altri sensi sono come addormentati.

In conclusione, se la famiglia ritiene di volere e potere offrire ai propri figli attività extrascolastiche è bene che lo faccia con misura, sempre tenendo conto delle attitudini e delle preferenze dei bambini, evitando tassativamente di sovraccaricare l’agenda di tutta la famiglia (genitori e/o accompagnatori compresi): le esperienze e le possibilità di educazione e apprendimento devono essere piacevoli occasioni di crescita in tutti i sensi e non fonte di ulteriori stress rispetto a quelli inevitabili nella gestione del quotidiano!