COSE CHE NON CAPIRO’ MAI

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(Immagine tratta dal sito http://www.vandemoortele.com)

 

Un paio di giorni fa ero al supermercato per un giro veloce di approvvigionamenti di emergenza, nei dintorni dell’ora della pausa pranzo. E’ un momento che detesto, perché di solito sono parecchio affamata e rischio di comprare cose inutili spinta da impulsi dissennati, ma anche perché è una delle poche situazioni in cui si rischia di dover far coda pure alle casse self-service e i cassieri umani hanno l’unico picco di stress della giornata lavorativa.

Non era di questo, però, che volevo parlare. Ero alla cassa, in attesa del mio turno, e mi cade l’occhio nel cestino della cliente davanti a me: una busta di insalata, una confezione di feta greca, una barbabietola e un panino. Tralasciando la barbabietola (che, ahimé, proprio non sono mai riuscita ad apprezzare) nulla di strano, si dirà, non fosse per le condizioni del panino. Sfuso, pescato nel cesto del pane a libero servizio, e appoggiato con nonchalance alla rinfusa sopra il resto della merce acquistata: senza un sacchetto, senza un tovagliolo, così, nudo come il fornaio l’ha prodotto. Ad un certo punto è anche rotolato giù dalla confezione di insalata sopra cui la signora l’aveva appoggiato, e si è fatto un bel giretto sul nastro trasportatore. Per un attimo ho visto anche nel cassiere un istante di smarrimento, non sapendo bene come maneggiarlo.

Ho osservato qualche volta di troppo la proprietaria del panino, cercando nel suo aspetto un qualche indizio di cotanta noncuranza delle più elementari (secondo me) norme igieniche. Non ne ho trovato. Una signora sulla cinquantina, col cappotto, i capelli a caschetto che, dopo aver pagato, ha infilato la spesa in un sacchetto di plastica evidentemente ri-utilizzato (evviva il riciclo, eh!), sempre senza alcuna specifica attenzione al povero panino.

La Svizzera è un luogo pulitissimo, probabilmente il più pulito al mondo. Mai altrove mi è capitato di trovare condizioni di pulizia degli spazi pubblici (WC inclusi) che oserei definire maniacali. Forse è per questo che qualcuno osa entrare nei bagni a piedi scalzi, appoggiare cibo sulle panchine dei parchi, mettere serenamente in bocca ai propri figli bocconi sportivamente raccolti da terra e ciucci che si sono rotolati nel fango. O acquistare il pane al supermercato senza servirsi del sacchetti a disposizione e appoggiarlo ovunque capiti.

Ma, confesso, ciò va ben oltre la mia capacità di comprensione e temo che, pure restassi qui altri cent’anni, non mi abituerò mai.

 

“L’AMANTE GIAPPONESE” – Il venerdì del libro

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Ho un amore sconfinato e viscerale per Isabel Allende dalla notte dei tempi. Tra le sue pagine credo di aver trascorso alcuni dei momenti più belli della mia vita, letterariamente parlando.

Ovviamente, col passare del tempo e dei volumi, ho dovuto constatare che, purtroppo, non sempre è così facile mantenere il livello dei primi suoi indimenticabili scritti, com’è nell’ordine delle cose e per quasi tutti gli artisti. Pur essendo normalmente di piacevole lettura alcune delle più recenti storie non hanno in sé nulla di particolarmente memorabile e in esse non si scorge più traccia del celeberrimo realismo magico tipico della narrativa sudamericana e che caratterizzava capolavori come “La casa degli spiriti” o “Il piano infinito”.

Fa, a mio parere, parzialmente eccezione l’ultimo libro che ho letto nelle scorse settimane: “L’amante giapponese” che, sicuramente senza raggiungere vette eccelse, offre comunque una storia intrigante e commovente, tenendo il lettore in sospeso fino alle ultime pagine, e riscoprendo in qualche passaggio quella magia di scrittura che per decenni ha reso famosa l’autrice in tutto il mondo. Sicuramente consigliato per una lettura rilassante, comunque di elevata qualità.

Fu Nathaniel a presentare ad Alma i Fukuda. Lei li aveva visti dalle finestre, ma non uscì in giardino se non agli inizi della primavera, quando il clima migliorò. Un sabato Nathaniel le bendò gli occhi, promettendole che le avrebbe fatto una sorpresa, e la condusse per mano attraverso la cucina e la lavanderia fino al giardino. Quando le tolse la benda e lei aprì gli occhi, si trovò sotto un frondoso ciliegio in fiore, una nuvola di  cotone rosa. Vicino all’albero c’era un uomo con indosso una tuta da lavoro e un cappello di paglia, dal viso asiatico, la pelle indurita, basso di statura e ampio di spalle, appoggiato a una pala. In un inglese spezzato difficile da comprendere, disse ad Alma che quel momento era bello, ma sarebbe durato solo qualche giorno, perché i fiori sarebbero caduti come pioggia; sarebbe stato meglio il ricordo dei ciliegi in fiore, perché sarebbe restato per tutto l’anno, fino alla primavera successiva. Quell’uomo era Takao Fukuda, il giardiniere giapponese che lavorava nella proprietà da molti anni, l’unica persona davanti alla quale Isaac Belasco si toglieva il cappello in segno di rispetto.”

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

 

I MIRACOLI DEL PASTO A SCUOLA

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(Immagine tratta dal sito http://www.wealthrevolution.it)

 

Ho letto recentemente sulla stampa italiana del triste destino che sembra essere segnato per l’istituzione della mensa scolastica. In seguito a diverse pronunce giudiziali che ne hanno dichiarato la non obbligatorietà, pare che un numero sempre crescente di famiglie decida di ricorrere a soluzioni alternative per la fornitura del pranzo ai figli.

Uno di questi, sicuramente il più sbrigativo e, a mio parere, anche il più criticabile, è la fornitura del fantomatico panino da casa. Mi piacerebbe valutare, così a occhio, e facendo la famosa media del pollo, come vengono arricchiti questi fantastici panini, così da poter fare un mini-bilancio settimanale sulla qualità e varietà della dieta dei bambini.

Perché si sa, che ciò che preparano le mani di mamma è in assoluto il meglio che alle creature possa capitare, non è vero? Ne siamo da sempre fermamente convinti. E, sicuramente, cinque pasti a settimana formati da pane – rigorosamente bianco, mi raccomando – e da qualche tipo di carne conservata è certamente il meglio che si possa offrire (e non lo dico certo perché sono vegetariana e vegana, addirittura lo dico nonostante il pane con prosciutto e salame lo mangi anche mio figlio. Ma una volta ogni tanto, non certo tutti i santi giorni).

La cosa che, però, più mi sbigottisce di questo trend non è neppure il tema della dieta equilibrata dei bambini, quanto la questione strettamente educativa: la consapevolezza di quello che un bambino, a partire da pochi anni e andando avanti nel suo sviluppo, può imparare mangiando in mensa, insieme ai suoi compagni di scuola, quello che mangiano tutti gli altri. La frase classica della madre pro-lunchbox, che mi ha sempre procurato un’orticaria fulminante, è giusto la seguente: “Perché il mio/la mia non mangia niente…almeno gli preparo qualcosa che so che gli/le piace!

Un genio. Perfetto, vuol proprio dire aver capito tutto, e non avere la minima idea dei quasi-miracoli che trovarsi seduti insieme a propri simili, mangiando la stessa minestra, possono verificarsi sull’educazione all’adattamento e al gusto dei bambini, pur se molto piccoli. E lo dice una madre che non può certo dire di aver avuto, da questo come da altri vari punti di vista, “un bambino facile”. Ma ormai non conto più le volte in cui, a partire dall’asilo nido, fino ad oggi, a quasi sette anni, mi sia capitato che Lui abbia voluto (o dovuto ;-)) provare qualcosa che a casa si era sempre rifiutato di mangiare perché “l’hanno dato a scuola”.

Non entro neppure nel merito della questione qualitativa del cibo offerto dalle mense: sicuramente migliorabile (quasi) ovunque, in Italia come altrove, senz’altro, ma con il grande beneficio di far anche capire che nella vita non tutto è sempre scontato e perfetto come si vorrebbe, che capita anche di trovarsi nella situazione di mangiare ciò che non piace un granché e, dulcis in fundo, di provare qualcosa di nuovo perché si pensava che non piacesse o, semplicemente, perché quel piatto non fa parte della tradizione gastronomica di casa propria.

Ho avuto oggi l’ennesima riconferma della mia convinzione, su un palato, ripeto, non proprio facilissimo, ma sul quale negli anni è stato fatto un continuo (e obiettivamente faticoso…tanto faticoso) lavoro di educazione al “cosa si mangia”. Dopo un bel piatto di pasta con pesto di broccoli si è letteralmente avventato su una piccola porzione di falafel con salsina allo yogurt che stamattina avevo comprato al supermercato come rapido antipasto, più per me che per lui, non immaginando certo che avrei dovuto contendere le poche polpettine della confezione:

“Queste polpettine ogni tanto le danno anche a scuola” …

“Ah, bene, e ti piacciono?”

“Sì, un po’, però quello che mi piace di più è la salsina!”

Sono ancora in attesa del miracolo per le verdure cotte non frullate.

 

 

LA VIA DEI CASTELLI

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(Schloss Habsburg – Foto Carlotta G.) 

Pochi chilometri e qualche collina separano il Canton Zurigo dal Canton Argovia (Aargau in tedesco), anche se il motto popolare sostiene che le differenze vadano ben oltre una sottile linea di confine geografico-politica.

Le auto targate Aargau (AG) vengono dagli zurighesi indiscriminatamente ribattezzate Achtung Gefahr! (attenzione pericolo!) e i relativi abitanti spesso considerati retrogradi reazionari rispetto alle prevalenti convinzioni progressiste della più grande città della Svizzera ;-). Ciò detto, le questioni turistiche sono tutt’altra faccenda e già tempo addietro mi era stato consigliato un giretto da quelle parti: soprattutto per chi ha bambini, o per gli appassionati di storia, il Canton Argovia offre (oltre ad un paesaggio spettacolare, svizzero al 100%) una interessantissima “via dei castelli”.

Si tratta di ben quattro castelli, distanti tra loro pochi chilometri e che possono essere visitati anche nella stessa giornata (andando rapidi), oppure in un fine settimana. Domenica scorsa, approfittando di un meteo oltre l’incredibile che ci ha addirittura permesso di pranzare all’aperto, in camicia (all’ombra!), abbiamo fatto tappa in due: il castello di Habsburg (Schloss Habsburg) e quello di Hallwyl (Wasserschloss Hallwyl). Mancano ancora al nostro appello due ulteriori mete sicuramente affascinanti: i castelli di Lenzburg e Wildegg che certamente visiteremo alla prossima occasione utile.

L’ingresso al castello di Habsburg (risalente all’anno 1020 e roccaforte della casata degli Asburgo) è gratuito, in considerazione del fatto che la parte del castello ancora conservata è occupata per la maggior parte da un ristorante (nel quale appunto abbiamo pranzato e che consiglierei vivamente: il cibo è ottimo e la posizione con vista sulle colline circostanti è mozzafiato). Gli ingressi agli altri tre sono, invece, a pagamento e costano 14 CHF per gli adulti e 8 CHF per i bambini (dai 6 ai 16 anni). Sono anche disponibili biglietti famiglia più convenienti e, per chi fosse interessato a percorrere interamente la vita dei castelli, una tessera cumulativa che consente l’ingresso a tutti e tre (www.museumaargau.ch)

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(Schloss Hallwyl – Foto Carlotta G.)

Il castello di Hallwyl, circondato da un vero fossato riempito dal fiume che scorre sulle terre su cui è stato costruito, e considerato uno dei più belli della zona, è interamente visitabile all’interno e offre agli ospiti uno scorcio della storia del casato degli Hallwyl (i cui discendenti sono tutt’ora viventi, ma hanno donato il castello al Cantone) dall’epoca medievale fino agli inizi del 1900.

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(Schloss Hallwyl – panoramica dall’esterno – Foto Carlotta G.)

 

QUATTRO ANNI, NERO SU BIANCO.

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(Immagine tratta dal sito http://www.francopaniniragazzi.it)

 

Tra poche settimane la nostra vita zurighese compirà quattro anni. In realtà mi sembra un secolo.

Casualmente, in questi giorni mi è capitato di parlare con una collega della precedente vita milanese che non sentivo di persona da tutto questo tempo e parlare con lei è stato come riaprire un libro chiuso solo qualche ora fa. Ma da un altro punto di vista, quello dell’ “amarcord” dei ritmi di vita e lavoro, mi ha fatto capire come io abbia sepolto, sotto una colata di cemento armato, tutto ciò che era la mia vita di prima. In qualcosa come una frazione di secondo. Il tempo di uscire dall’ufficio per l’ultima volta e sentire, con un infinito sospiro di sollievo, la porta chiudersi alle mie spalle. Ed erano qualcosa come tredici anni, non qualche mese.

Tra tutti i dubbi esistenziali che mi hanno tormentato nelle fasi pre e post espatrio neppure per un minuto ho avuto il dubbio che lasciare il mio lavoro in Italia fosse la cosa giusta da fare. Non avrei avuto alternative, in ogni caso, ma anche se ci fossero state, dubito che le avrei seriamente considerate. Oggi, dopo quattro anni, e col senno di poi, posso dire di avere avuto una immensa fortuna, di cui ogni volta che ricordo la mia vita di prima non posso che ringraziare il Fato, o colui che così ha disposto.

La possibilità di varcare un confine e traslocare quei famosi 300 km a nord mi ha regalato la grandiosa opportunità di uscire da una prigione in cui, mio malgrado, mi trovavo ormai da (troppo) tempo, senza vederne seriamente una reale via d’uscita. Già sapevo come ormai fosse diventata una questione di vita o di morte (la mia) e non in senso metaforico.

Nulla è stato facile, in questi quattro anni, e nulla lo è tutt’ora. Non sto a ripetere adesso quanto possa essere complicato mollare anni di presunte certezze per un inevitabile salto nel buio, con un bambino di pochi anni al seguito, senza nessuno su cui poter contare, se non te stessa e la persona con cui hai deciso di costruire una famiglia. Ma non cambierei la mia scelta per nulla al mondo.

Pur se con diversi salti mortali, e spesso con una fatica immensa, sono riuscita a terminare la formazione quadriennale come insegnante di yoga, che avevo già iniziato prima di trasferirmi, e successivamente iniziare ad insegnare. Sono all’inizio di una nuova professione – a più di quarant’anni – e sono sempre da sola: ciò che riesco o non riesco a fare dipende esclusivamente dalla mie capacità, voglia, impegno, intenzione e dedizione. Dai miei giorni sì e dai miei giorni no. Nessuno mi ha regalato, né mi regala nulla: come nella vita di prima, del resto. Ma la grande vittoria è che, ugualmente, non ho nessuno a cui rendere conto, giustificare, scusare ciò che credo, ciò che penso, ciò che sono. Nessuno a cui mendicare rispetto e libertà, perché il rispetto e la libertà non possono essere merce di scambio, mai. In nessun caso e per nessuna presunta ragione: non per presunti amori, amicizie, convenienze. Men che meno, per nessun lavoro.

I punti si possono unire solo alla fine di un pezzo di strada: nessuno, prima, può sapere come andranno davvero le cose. Ma è la possibilità di voltarsi indietro, guardare, e vedere che i punti qualche volta si uniscono, a dare la forza di proseguire il cammino.

BAMBINI E TEMPO LIBERO: tra divertimento e stress

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(Immagine tratta dal sito http://www.newsrimini.it)

Il titolo del post è stato l’oggetto di una serata di formazione continua per genitori” organizzata alcune settimane fa dalla scuola di mio figlio e destinata appunto alle famiglie dei bambini in età del Kindergarten (4-6 anni).  A condurre la conferenza una psicologa e terapeuta familiare esperta nell’età evolutiva.

Ho partecipato con molto piacere perché credo che il tema sia di notevole attualità, evidentemente anche qui in Svizzera ove, tra l’altro, la cultura prevalente tende a fare iniziare ai bambini le attività diverse da quelle esclusivamente ludiche abbastanza tardi, rispetto alla media di altre parti del mondo, Italia compresa, ove da alcuni anni si assiste al tentativo di “anticipare” il più possibile l’apprendimento strutturato dei piccoli tramite attività “stimolanti” di vario genere e contenuto.

Premesso che, secondo il parere e l’esperienza della relatrice, non vi sono a questo proposito regole valide indiscriminatamente per qualsiasi situazione, e dunque per qualsiasi bambino, possono comunque essere riassunte alcune fondamentali linee guida, derivanti da studi internazionali in materia di apprendimento – e relativi disturbi – nonché dall’esperienza della pratica clinica degli addetti ai lavori.

  1. I bambini imparano soprattutto giocando: da soli, con gli eventuali fratelli, e soprattutto con gli amici: è confrontandosi con un gruppo di propri pari che avviene l’apprendimento e la maturazione psico-fisica, anche dal punto di vista delle competenze sociali dell’individuo.
  2. Le attività organizzate per il tempo libero rivestono un ruolo positivo – non necessariamente indispensabile – per i bambini molto attivi che traggono benefici effetti rilassanti dal “fare qualcosa” (muoversi, correre, saltare, sperimentare), meno per coloro che, al contrario, si rilassano “da fermi” e non facendo nulla.
  3. E’ comunque indispensabile che ogni bambino possa avere a disposizione tempo “vuoto”, in cui è libero di fare ciò che preferisce, senza alcuna costrizione, e soprattutto che abbia la possibilità di ANNOIARSI. La noia, infatti, costituisce la radice principale di ogni processo creativo e, anche quando ciò non fosse, permette l’allenamento di una competenza indispensabile e oggi particolarmente carente nelle giovani generazioni: la tolleranza alla frustrazione. I piccoli devono iniziare ad imparare da subito, con modalità e tempi adatti all’età, che il mondo in cui tutti viviamo non è perfetto, che le cose nella vita non vanno (quasi mai!) come vorremmo e farsi quindi, progressivamente, gli anticorpi!
  4. L’utilizzo di strumenti tecnologici (TV, computer, tablet, smarphone) è tendenzialmente sconsigliato in toto fino almeno ai 5-6 anni. I più recenti studi condotti in materia in tutto il mondo hanno, infatti, dimostrato che gli effetti di tale esposizione sul cervello sono del tutto equiparabili all’utilizzo di sostanze quali fumo, alcool e droghe e causano, perciò, dipendenza. Minore è l’età, maggiori sono gli effetti negativi registrati. Nel caso in cui la condizione di completo inutilizzo sia impossibile (e anche per evitare il boomerang a lungo termine dell’effetto tabù) è importante limitare l’esposizione a non più di mezz’ora al giorno.
  5. Anche da punto di vista strettamente didattico le più recenti ricerche dimostrano che l’apprendimento dei bambini non sia in alcun modo agevolato dall’utilizzo di PC e simili: è stato provato, anzi, esattamente il contrario. In scuole nelle quali erano stati eliminati i tradizionali materiali cartacei a favore dei supporti digitali, dopo alcuni anni di sperimentazione si è visto che gli alunni imparavano meno e peggio di prima, e si è dunque tornati ai metodi classici. Le ragioni di tale fallimento risiederebbero nel principio fondamentale secondo cui l’apprendimento umano, e soprattutto quello dei più piccoli, è inscindibilmente legato all’esperienza sensoriale del toccare, sentire, vedere, creare, cose reali e non passa attraverso la semplice visione del virtuale in cui gli altri sensi sono come addormentati.

In conclusione, se la famiglia ritiene di volere e potere offrire ai propri figli attività extrascolastiche è bene che lo faccia con misura, sempre tenendo conto delle attitudini e delle preferenze dei bambini, evitando tassativamente di sovraccaricare l’agenda di tutta la famiglia (genitori e/o accompagnatori compresi): le esperienze e le possibilità di educazione e apprendimento devono essere piacevoli occasioni di crescita in tutti i sensi e non fonte di ulteriori stress rispetto a quelli inevitabili nella gestione del quotidiano!

 

 

“IL CANE A TESTA IN GIU'” – Il venerdì del libro

libro

 

Non è (affatto) facile trovare libri di yoga “leggibili”. Quando capita che qualcuno mi chieda: “Cosa potrei leggere per imparare qualcosa sullo yoga?” la risposta sincera e immediata è: “Niente. Lo yoga non si studia sui libri, si vive e si sperimenta. Il resto è tutto tempo buttato”.

Ha sicuramente senso “leggere sullo yoga” quando si pratica già da un po’ e tutta una serie di sensazioni fisiche e mentali sono già parte dell’esperienza della persona. Ciò detto è comunque parecchio difficile trovare letture abbordabili anche per chi non ha un minimo di conoscenza della storia e della filosofia che stanno alla base di questa tradizione millenaria. Alcuni testi sono complessi ed estremamente faticosi, altri bellissimi, ma richiedono decisamente un minimo di preparazione specifica. Di conseguenza quando sento parlare di un libro “divertente”, che racconta per lo più un’esperienza personale, difficilmente riesco a resistere.

“Il cane a testa in giù – Le 23 posizioni yoga che mi hanno cambiato la vita” un po’ questo promette: essere un libro “facile”, alla portata di tutti coloro che sono forse incuriositi da questa disciplina. Il libro è di piacevole e scorrevole lettura, nonostante le sue 350 pagine, ma NON è sicuramente un libro di yoga in senso stretto: è un’autobiografia della giornalista americana Claire Dederer, nella quale l’esperienza personale della scrittrice con lo yoga riveste un ruolo consistente, ma non certamente il tema centrale della narrazione. I temi centrali del racconto sono sicuramente l’esperienza della maternità, nonché l’ampio excursus sulle trasformazioni della società americana – in particolar modo con riferimento al ruolo della donna – dagli anni ’70 ai giorni nostri.

La pratica dello yoga, dal punto di vista della narratrice, riveste un ruolo importante negli anni oggetto del racconto, ma, pur trovando nel testo ottimi spunti di riflessione sul tema, ho un po’ faticato a capire davvero quale fosse davvero il suo punto di vista con riferimento alla pratica nella vita sua quotidiana. Come se tutto l’impegno profuso nella disciplina non avesse mai portato ai famigerati “risultati sperati”:  dato che, come qualche maestro saggio direbbe, nello yoga i risultati non esistono.

 

“L’idea era quella di migliorare, di diventare più snodata e più forte durante la lezione di yoga, e poi di estendere quell’eccellenza a tutti gli ambiti della vita.
Imparavi a comportarti nel modo giusto a yoga, e poi facevi altrettanto mentre guidavi l’auto, andavi in un negozio o mettevi a letto i bambini.
E se, invece, ci fossimo semplicemente goduti le sensazioni fisiche e mentali che provavamo a yoga, smettendo di caricarlo di aspettative?
E se il fine dello yoga non fosse stato quello di prepararsi al futuro, bensì di trovare il massimo piacere possibile nel presente?”

 

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

FACCIAMO UN PO’ I TURISTI

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                     (Il centro storico di Appenzell – foto Carlotta G.)

 

Me lo ridico tutte le volte che ci capita di farlo: “la Svizzera è bellissima e merita di essere visitata”, città per città, lago per lago e montagna per montagna. Peccato che, pur vivendoci da ormai quattro anni, abbiamo fatto i turisti relativamente poco. I motivi sono diversi: la stagione propizia a livello meteorologico spesso non è lunghissima, la stanchezza – e la pigrizia – dei fine settimana, soprattutto nel periodo invernale, non sempre favoriscono la voglia di mettersi in viaggio, e i periodi pur frequenti di vacanza sono spesso dedicati a tappe in Italia o alla ricerca del mare. Da ultimo, i costi elevati della vita in Svizzera si ripercuotono chiaramente alle sulle attività turistiche, motivo per cui anche escursioni di una sola giornata, senza pernottamenti in albergo, possono alla lunga diventare impegnative.

Sabato scorso, complici previsioni meteo incoraggianti (anche se rivelatesi azzeccate solo al 50%) e un Marito con voglia di fuga, abbiamo deciso di dedicare una giornata fuori porta per visitare due destinazioni non troppo lontane da casa (un centinaio di chilometri scarsi da Zurigo) e sulla carta attraenti: la città di St. Gallen (San Gallo in lingua italiana) e il paesino di Appenzell (Appenzello) che dista dalla prima una quindicina di chilometri.

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(La primavera è alle porte – foto Carlotta G.)

St. Gallen è una città neppure piccola per gli standard svizzeri, non lontana dal confine austriaco, famosa per i suoi Olma-Bratwurst (i migliori della Svizzera, dicono), per i tessuti e, dal punto di vista turistico, per la spettacolare biblioteca benedettina che fa parte del complesso conventuale ove si trova anche la cattedrale cattolica, che è nota per avere una delle più importanti raccolte di libri di epoca medievale del mondo, al punto da far parte del patrimonio UNESCO. Si narra che Umberto Eco si fosse recato proprio  in questo sito per le ricerche precedenti alla stesura del suo “Il nome della rosa”.

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(St. Gallen – foto Carlotta G.)

Ma la vera scoperta del weekend, per quanto ci riguarda, è stato Appenzell: immerso nel verde abbagliante dei pascoli, e circondato da alte vette ormai non più innevate, è davvero un piccolo gioiello: noto in tutta la Svizzera per la produzione di birra e del suo formaggio tipico (l’Appenzeller) è composto da un nucleo che si snoda lungo il fiume e caratterizzato da un centro storico di case storiche dai colori pastello e finemente decorate. Oltre alle botteghe che vendono i prodotti tipici del territorio e souvenir, balzano all’occhio caffé, pasticcerie e cioccolaterie, nonché localini di tendenza abbastanza sorprendenti per un centro così piccolo e sperduto in mezzo ai monti, al punto da essere diventato “tristemente famoso” per essere l’ultimo cantone svizzero ad aver concesso, solo nel 1990 (!!!), il voto alle donne per intervento del Tribunale Federale. 

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(Caffé “di tendenza” ad Appenzell – foto Carlotta G.)

Al rientro, stanchi ma felicissimi, ci siamo ripromessi di non far passare più così tanto tempo tra un giro da turisti e l’altro!

FORMALITA'(e Sandwich-Abend)

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Immagine tratta da http://www.informamolise.com)

 

La Svizzera è un Paese estremamente formale, dove qualsiasi comunicazione viaggia per iscritto e preferibilmente con carta e francobollo. Abituata da tempo ad una certa smaterializzazione, cerco sempre di ricordarmi di vivere in un luogo lontano dalle mie origini, di cui conosco e comprendo solo parzialmente cultura e abitudini, così da agire di conseguenza.

Devo però ammettere che anche gli svizzeri non sono proprio sempre coerenti con sé medesimi e che gli esempi di “informalità”, pur se in una loro propria forma, tendono a diventare abbastanza comuni. 

All’inizio dell’anno scolastico ho scritto un’email alla maestra di mio figlio, dato che avevo necessità di alcune informazioni e che avevo sempre sentito parlare di un sacco di lettere tra scuola e famiglie: lei mi ha risposto con un sms e una proposta di appuntamento. Oggi era la giornata delle “porte aperte” delle scuole zurighesi: chiunque – e non solo i genitori degli alunni o le persone ad altro titolo interessate – poteva liberamente visitare le scuole pubbliche della città e osservare le modalità di svolgimento delle lezioni. Stamattina, dopo che la mia giornata ha subito un imprevisto e improvviso cambio di rotta a causa della febbre dell’insegnate di tedesco, ho fatto un salto alla scuola primaria che la Creatura potrebbe frequentare il prossimo anno scolastico. Mi aspettavo all’ingresso una qualche istruzione, indicazione di aule e spazi visitabili dal pubblico. Nada de nada. Ho vagato per qualche minuto per il corridoio, fino a quando ho visto aprirsi la porta di un’aula e mi sono accodata ad un altro genitore che si accingeva ad entrare.

Lì ho casualmente incontrato la mamma di un compagno di scuola (l’unica in verità che mi rivolga la parola, a parte l’altra famiglia di origine italiana che vive a due numeri civici di distanza)  e che mi ha casualmente informata del fatto che la scuola primaria vicino a casa non è necessariamente quella a cui saranno assegnati tutti i bambini dei Kindergarten del quartiere, essendo piccola e con posti non sufficienti per tutti. 

Da lì è partita una breve investigazione sugli scenari possibili, al termine della quale ho deciso di tagliare la testa al toro e scrivere un’email direttamente alla segretaria del circolo scolastico, la quale efficientemente mi ha risposto dopo un paio d’ore, sostanzialmente confermando quanto mi era stato riferito in mattinata: “La scuola prende in considerazione eventuali preferenze della famiglia, ma non è in alcun modo vincolata a soddisfarle e non può comunicare nessuna assegnazione degli alunni prima del mese di giugno”.

Tutto chiarissimo, quindi, come faccio a comunicare eventuali “preferenze della famiglia”? Devo scrivere alla direzione scolastica esplicitando le motivazioni della richiesta? “Ma questa sua email non è già indicazione della preferenza rivolta alla scuola più vicina a casa?”

Ehm, in effetti sì, ma mi aspettavo qualche formalità più formale, tipo una lettera da spedire con il francobollo al dirigente della scuola in cui dover elencare i motivi per cui preferiremmo che nostro figlio frequentasse la scuola vicina a casa. E dove, tra l’altro, ho sempre casualmente scoperto che c’è una pluriclasse che ospita bambini dalla prima alla terza, mentre le altre due sezioni sono “normali”.

Avrei probabilmente dovuto indagare pure i motivi di tale differenziazione e i relativi criteri, ma per oggi la Svizzera mi ha sfinita. Questo miscuglio per me incomprensibile di formalità e informalità, di cose dichiarate e cose assolutamente non comunicate, mi causa una confusione mentale fatale che, unita alle solita fatica linguistica, mi stronca sul nascere qualsiasi energia. Al punto che stasera, vista anche l’assenza per cena del Marito, ho deciso di inaugurare un nuovo trend-familiare da osservare almeno una volta al mese: “la serata-sandwich” o “Sandwich-Abend” che dir si voglia.

 

 

 

FURIA CIECA

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(Immagine tratta dal sito http://www.greenme.it)

 

Non so se capita, o è capitato, qualche volta anche a voi. E per voi intendo la categoria genitore (madre o padre, ma forse, per diretta esperienza, questi fenomeni capitano più frequentemente alle madri). Quando mi succede penso davvero di essere una madre pessima, ma non per modo di dire, e non per le reazioni istintive che difficilmente riesco a controllare in quei frangenti, quanto non non aver saputo gestire adeguatamente il “prima”. Cioè l’educazione del figlio seienne che, a più riprese e in contesti diversi, tende a dimostrarsi ribelle e ingestibile, almeno non con l’applicazione del comune buon senso.

Ieri mattina, ore 6.45, abbiamo rischiato il disastro, perché davvero, come si dice in gergo, “non ci ho visto più”. La scorsa settimana la Creatura si è presa una “bella” (ovviamente si fa per dire) faringite da streptococco: febbre da cavallo, dolori lancinanti e insopportabili a gola, testa, pancia e ovunque. Situazione poco simpatica, ma, grazie al cielo, facilmente risolvibile con qualche giorno di antibiotico. Ieri mattina al risveglio Lui ha fatto il diavolo a quattro perché non voleva prendere la medicina: “Mai, mai, mai più”.

Fosse stato come ai miei tempi, in cui ti massacravano di iniezioni gigantesche e dolorosissime, potrei pure capire, ma non sono disposta a farlo per mezzo bicchierino di sciroppo al gusto vaniglia. E vagli a spiegare che deve continuare la cura fino alla fine, come ha detto il dottore, se no si riammala di nuovo e sarà più difficile curarlo, come già diverse volte gli è stato ripetuto negli ultimi giorni.

A me non sembrano concetti difficili da capire, neppure per un bambino di sei anni e mezzo, ma pare che a volte nulla di ciò che gli si dice abbia un effetto sensato. Sono quindi arrivata a minacciarlo che, se si fosse riammalato, non l’avrei più riportato dal medico e non gli avrei dato più nessuna medicina per curarlo, perché non se lo sarebbe meritato. Gli ho brutalmente ribaltato addosso il fatto che esistono milioni di bambini nel mondo che sono malati e non hanno la possibilità di curarsi, e che ogni giorno rischiano di morire – e davvero muoiono – per mancanza di quelle medicine che lui vuole rifiutare per capriccio. 

L’ho fatto in malo modo, perdendo totalmente la calma, e la cosa non mi piace affatto. Alla fine l’antibiotico l’ha preso, ma continuo ad essere profondamente infastidita da questa assoluta mancanza di ragionevolezza che Lui spesso dimostra nelle cose più banali e scontate.Ho parlato alcune settimane fa del tema dell’austerity: temo non sia affatto sufficiente e che, forse, la vera cura è smettere di proteggerlo dalle brutture del mondo e fargli capire che esistono le guerre, la fame, le malattie incurabili, la disperazione e la morte. La brutale legge di questo mondo a cui, in ogni modo, neppure lui potrà sottrarsi, neppure a sei anni.