“L’AMANTE GIAPPONESE” – Il venerdì del libro

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Ho un amore sconfinato e viscerale per Isabel Allende dalla notte dei tempi. Tra le sue pagine credo di aver trascorso alcuni dei momenti più belli della mia vita, letterariamente parlando.

Ovviamente, col passare del tempo e dei volumi, ho dovuto constatare che, purtroppo, non sempre è così facile mantenere il livello dei primi suoi indimenticabili scritti, com’è nell’ordine delle cose e per quasi tutti gli artisti. Pur essendo normalmente di piacevole lettura alcune delle più recenti storie non hanno in sé nulla di particolarmente memorabile e in esse non si scorge più traccia del celeberrimo realismo magico tipico della narrativa sudamericana e che caratterizzava capolavori come “La casa degli spiriti” o “Il piano infinito”.

Fa, a mio parere, parzialmente eccezione l’ultimo libro che ho letto nelle scorse settimane: “L’amante giapponese” che, sicuramente senza raggiungere vette eccelse, offre comunque una storia intrigante e commovente, tenendo il lettore in sospeso fino alle ultime pagine, e riscoprendo in qualche passaggio quella magia di scrittura che per decenni ha reso famosa l’autrice in tutto il mondo. Sicuramente consigliato per una lettura rilassante, comunque di elevata qualità.

Fu Nathaniel a presentare ad Alma i Fukuda. Lei li aveva visti dalle finestre, ma non uscì in giardino se non agli inizi della primavera, quando il clima migliorò. Un sabato Nathaniel le bendò gli occhi, promettendole che le avrebbe fatto una sorpresa, e la condusse per mano attraverso la cucina e la lavanderia fino al giardino. Quando le tolse la benda e lei aprì gli occhi, si trovò sotto un frondoso ciliegio in fiore, una nuvola di  cotone rosa. Vicino all’albero c’era un uomo con indosso una tuta da lavoro e un cappello di paglia, dal viso asiatico, la pelle indurita, basso di statura e ampio di spalle, appoggiato a una pala. In un inglese spezzato difficile da comprendere, disse ad Alma che quel momento era bello, ma sarebbe durato solo qualche giorno, perché i fiori sarebbero caduti come pioggia; sarebbe stato meglio il ricordo dei ciliegi in fiore, perché sarebbe restato per tutto l’anno, fino alla primavera successiva. Quell’uomo era Takao Fukuda, il giardiniere giapponese che lavorava nella proprietà da molti anni, l’unica persona davanti alla quale Isaac Belasco si toglieva il cappello in segno di rispetto.”

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

 

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“IL CANE A TESTA IN GIU'” – Il venerdì del libro

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Non è (affatto) facile trovare libri di yoga “leggibili”. Quando capita che qualcuno mi chieda: “Cosa potrei leggere per imparare qualcosa sullo yoga?” la risposta sincera e immediata è: “Niente. Lo yoga non si studia sui libri, si vive e si sperimenta. Il resto è tutto tempo buttato”.

Ha sicuramente senso “leggere sullo yoga” quando si pratica già da un po’ e tutta una serie di sensazioni fisiche e mentali sono già parte dell’esperienza della persona. Ciò detto è comunque parecchio difficile trovare letture abbordabili anche per chi non ha un minimo di conoscenza della storia e della filosofia che stanno alla base di questa tradizione millenaria. Alcuni testi sono complessi ed estremamente faticosi, altri bellissimi, ma richiedono decisamente un minimo di preparazione specifica. Di conseguenza quando sento parlare di un libro “divertente”, che racconta per lo più un’esperienza personale, difficilmente riesco a resistere.

“Il cane a testa in giù – Le 23 posizioni yoga che mi hanno cambiato la vita” un po’ questo promette: essere un libro “facile”, alla portata di tutti coloro che sono forse incuriositi da questa disciplina. Il libro è di piacevole e scorrevole lettura, nonostante le sue 350 pagine, ma NON è sicuramente un libro di yoga in senso stretto: è un’autobiografia della giornalista americana Claire Dederer, nella quale l’esperienza personale della scrittrice con lo yoga riveste un ruolo consistente, ma non certamente il tema centrale della narrazione. I temi centrali del racconto sono sicuramente l’esperienza della maternità, nonché l’ampio excursus sulle trasformazioni della società americana – in particolar modo con riferimento al ruolo della donna – dagli anni ’70 ai giorni nostri.

La pratica dello yoga, dal punto di vista della narratrice, riveste un ruolo importante negli anni oggetto del racconto, ma, pur trovando nel testo ottimi spunti di riflessione sul tema, ho un po’ faticato a capire davvero quale fosse davvero il suo punto di vista con riferimento alla pratica nella vita sua quotidiana. Come se tutto l’impegno profuso nella disciplina non avesse mai portato ai famigerati “risultati sperati”:  dato che, come qualche maestro saggio direbbe, nello yoga i risultati non esistono.

 

“L’idea era quella di migliorare, di diventare più snodata e più forte durante la lezione di yoga, e poi di estendere quell’eccellenza a tutti gli ambiti della vita.
Imparavi a comportarti nel modo giusto a yoga, e poi facevi altrettanto mentre guidavi l’auto, andavi in un negozio o mettevi a letto i bambini.
E se, invece, ci fossimo semplicemente goduti le sensazioni fisiche e mentali che provavamo a yoga, smettendo di caricarlo di aspettative?
E se il fine dello yoga non fosse stato quello di prepararsi al futuro, bensì di trovare il massimo piacere possibile nel presente?”

 

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

L’ULTIMO DEI WEYNFELDT – Il venerdì del libro.

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E’ una Zurigo presente in ogni pagina, forse ogni riga, di questo piacevole romanzo, anche se mai chiamata espressamente con il suo nome. Una Zurigo che si riconosce dalle descrizioni dei luoghi, delle abitudini dei personaggi, dal clima (con le sue improvvise “estati indiane” e il suo altrettanto repentino precipitare in un gelo improvviso, nel tempo in cui una finestra viene sbattuta dal vento), dai suoi onnipresenti tram, i suoi locali, dai soldi – tanti, tantissimi – che sembrano muovere quasi tutto.

Martin Suter è un autore zurighese vivente, del quale da tempo volevo leggere qualcosa e speravo di farlo in tedesco: avendo stabilito che l’impresa sarebbe al momento oltre le mie realistiche possibilità, ho deciso di provare con la traduzione italiana, dopo aver scoperto, proprio grazie al “Venerdì del libro” che alcuni suoi libri sono editi da Sellerio (e la cosa mi è parsa pure parecchio curiosa: uno scrittore svizzero pubblicato da una casa editrice siciliana ;-)).

Ho scelto il titolo a caso, o forse pescando quello che su Amazon aveva recensioni migliori. Beh, mi è piaciuto moltissimo, onestamente oltre le aspettative, ragion per cui  leggerò sicuramente anche altro. 

“L’ultimo dei Weynfeldt” è un romanzo ambientato nel mondo dell’arte e ha per protagonista una vera opera d’arte, le cui vicende si intrecciano inestricabilmente con quelle del ricco novero di personaggi tratteggiati da Suter, indiscussi signori di una “Zurigo bene” forse in via d’estinzione, come il titolo del libro parrebbe suggerire, i cui giochi vengono sparigliati dall’apparizione di una misteriosa donna proveniente da tutt’altro rango.

“Fu durante la lunga attesa di un segno di vita da parte di Lorena che arrivò l’ondata di freddo da tempo annunciata. Weynfeldt vide letteralmente arrivare il fronte freddo. Era da Diaco per l’ultima prova dei due vestiti che aveva fatto confezionare apposta per quell’inverno insolitamente caldo, quando nella stanza si fece buio.Una nuvolaglia compatta come un tappeto di feltro grigio aveva coperto il sole che ancora un attimo prima sfolgorava in un cielo appena striato. Quasi nello stesso istante un vento gelido gonfiò la tenda di tulle davanti alla finestra semiaperta.”

 

Questo post partecipa a “Il Venerdì del libro”

 

 

“SOLO BAGAGLIO A MANO” – Il venerdì del libro

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Ho approfittato della settimana di vacanza invernale per recuperare un po’ di letture arretrate. Ormai sono abbastanza rassegnata al fatto che durante il ménage settimanale standard i tempi da dedicare ai libri sono ridotti al lumicino, salvo l’ipotesi di abbandonare Vanity Fair e di avere particolari energie serali che ormai sono un lontano ricordo.

Ho letto recentemente un post che mi ha molto incuriosito sul libricino di cui vi parlo, lettura veloce, ma assolutamente intensa in meno di un centinaio di pagine, di Gabriele Romagnoli che io rimpiango sempre come firma di Vanity e di cui credo di avere letto i più indimenticabili articoli della vita.

Come non essere incuriositi da un libro che inizia con l’incipit “Sono stato al mio funerale…” e termina col capitolo “…e sono rinato” e si intitola “Solo bagaglio a mano”.

Poche decine di pagine di lucidissime riflessioni sulla vita, sul suo “peso” (costituito da un accumulo, a volte disperato e incontrollato di cose, persone, ricordi, che non lasciano alcuno spazio per altro), sull’importanza del “viaggiare leggeri”, sia nei viaggi reali così come in quello metaforico dell’esistenza umana. La dote personale, o la capacità acquisita, di viaggiare con solo quanto un bagaglio a mano può contenere (e con l’agile riserva di una “duffel bag“) che può fare la differenza tra disperazione e la salvezza, l’inutile e l’essenza pura, declinata in decine di illuminanti casi di “less is more”.

Per me una lettura consigliatissima, fermo restando il fatto che appaia del tutto evidente come l’autore non abbia figli 😉

“Salendo si può cadere rumorosamente, estendendosi mal che vada ci si china. Non c’è miglior modo di prepararsi ad affrontare qualsiasi crisi che abituarsi al “meno” e, addirittura, al senza. “Senza” è una parola che ai più mette paura. La associano alla mancanza o alla perdita di qualcosa. Spesso importante. (…) Eppure, la vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni”.

Questo post partecipa all’iniziativa “Il venerdì del libro”.

 

 

IL METODO DANESE PER CRESCERE BAMBINI FELICI

metodo danese

 

Un paio di premesse: sono stata per anni un’avida lettrice di “manuali d’aiuto per genitori e prole”, soprattutto durante il periodo della gravidanza e dei primi anni di vita di mio figlio. Ne ho trovati vari interessanti e utili, anche se, alla fine dei conti, sono arrivata serenamente a condividere una massima sentita anni dopo da una amica (non italiana) qui a Zurigo:

“Ci sono bambini per cui hanno scritto libri e per i quali, se applichi i principi, tutto funziona perfettamente. Ci sono poi altri bambini per cui i libri ancora non sono stati scritti”. (credits M.C.) AMEN.

Alla luce di ciò sono ormai mooolto scettica su qualsiasi ricetta magica e ho di conseguenza diradato parecchio questo genere di letture. Ho comprato “Il metodo danese” dietro richiesta del Marito che, dopo aver molto letto sulla stampa che in questi mesi ha dato ampio spazio alle recensioni, mi ha detto “lo voglio leggere“. Alla fine l’ho letto prima io 😉

E’ un testo assolutamente easy, con un po’ di tempo a disposizione si legge di filato in poche ore, lo stile è molto anglosassone, comprensibile e pragmatico, sicuramente non un capolavoro di stile letterario, ma non serve ovviamente a questo.

Vorrei esprimere alcune mie impressioni, senza entrare nel merito di tutti i contenuti del libro che, comunque, ritengo offra interessanti spunti di riflessione non solo dal punto di vista dell’educazione dei figli, ma anche su un certo tipo di cultura e di stile di vita  sui quali credo che anche in Italia servirebbero serie considerazioni.

Ciò detto, a grandi linee e semplificando al massimo, il contenuto della trattazione è un impietoso paragone tra la cultura statunitense e quella danese dal punto di vista di educazione, obiettivi personali e sociali, nonché modi di vita riferiti in particolare alle famiglie con figli. Ormai da decenni la Danimarca è considerata uno dei Paesi “più felici al mondo” (inutile dire a che punto della classifica si trovino gli USA, nonostante il loro diritto alla felicità costituzionalmente garantito) e le autrici hanno provato ad indagare nel dettaglio alcune ipotesi per spiegare questo risultato.

1. In Danimarca i bambini vivono da bambini: vengono lasciati giocare, il più a lungo possibile e all’aria aperta, non vengono forzati a svolgere un numero spropositato di attività extrascolastiche, tanto meno allo scopo di essere riconosciuti come “i migliori, o i più bravi degli altri”;

2. Non vengono forzati a imparare a leggere e a scrivere prima del tempo e sono educati sin da piccolissimi a gestire i conflitti interpersonali in modo autonomo, senza l’intervento degli adulti. Nello stesso tempo, anche in ambito scolastico, viene dato grande rilievo all’educazione all’empatia e ai programmi di prevenzione dei fenomeni di bullismo;

3. Non vengono lodati in continuazione (e spesso a sproposito) per qualsiasi sciocchezza facciano: in Danimarca l’umiltà (anche per i più bravi) è considerata una dote importantissima, viene loro insegnato che la cosa più importante della vita non è il talento innato, ma la capacità di sapersi impegnare per imparare;

4. Il “noi” viene sempre prima dell’ “io”: l’educazione al gioco di squadra e alla prevalenza dell’interesse collettivo rispetto a quello del singolo individuo è connaturata nella società, il livello di conflitto sociale rimane così molto basso, in considerazione del fatto che i bambini imparano a non giudicare in modo assoluto gli altri, avendo le competenze anche per relativizzare la gravità di presunti torti presunte ingiustizie subite;

5. I bambini vengono educati sin da piccoli ad imparare ad affrontare la realtà in modo non edulcorato e fittizio: nella tradizione danese sono importantissime le favole e in generale tutte le narrazioni non a lieto fine (versione originale della “Sirenetta” vs. cultura Hollywoodiana imperante, dove tutto deve per forza finire bene), così da far comprendere gradualmente, e in modo adeguato all’età, che non si può e non si deve essere “felici per forza”. Nello stesso tempo, la cultura danese possiede in modo quasi innato la capacità di vedere i lati positivi anche di situazioni non gradevoli.

C’è anche dell’altro, naturalmente, ma questi a me sono sembrati i contenuti più significativi. Se siete curiosi del resto, leggetelo…

“In Danimarca non si pone l’enfasi solo sull’istruzione e sugli sport, ma piuttosto sul bambino nella sua interezza. I genitori e gli insegnanti si concentrano su cose come la socializzazione, l’autonomia, la coesione, la democrazia, l’autostima. Vogliono che i loro figli imparino la resilienza e sviluppino una bussola interna forte che li guidi nella vita. Sanno che riceveranno una buona istruzione e acquisiranno varie competenze. Ma la vera felicità non deriva solo da una buona istruzione. Un bambino che impara a gestire lo stress, che si fa degli amici, e che è sempre realistico nei confronti del mondo acquisisce una serie di capacità per la vita che sono tutt’altra cosa rispetto all’essere un genio della matematica, per esempio. E tali capacità, per i danesi sono quelle che riguardano tutti gli aspetti della vita, non solo quello lavorativo.”

Questo post partecipa a: “Il venerdì del libro” di Homemademamma.

 

 

 

 

 

 

RAUS!

(Foto Carlotta G.)

(Foto Carlotta G.)

Credo sia un fatto dimostrabile al di là di ogni dubbio che nei Paesi del nord, mediamente avari di sole e caldo, le persone sono particolarmente propense a godersi le condizioni meteo favorevoli non appena possibile e con modalità che spesso stupiscono chi non è così abituato a certe manifestazioni. Zurigo sicuramente non è l’Islanda e le condizioni atmosferiche possono essere anche in media migliori di quello che si potrebbe pensare, eppure, soprattutto uscendo dalla stagione invernale, non appena spunta un raggio di sole, anche in mezzo a qualche nuvoletta, o accompagnato da un venticello non proprio caldissimo, spuntano come funghi i tavolini fuori da bar e ristoranti e decine di persone si siedono all’aperto per godersi la pausa pranzo, su una panchina o direttamente su un prato o un’aiuola, mangiandosi un panino.

Il fenomeno ha qualcosa che ricorda un rito collettivo di ringraziamento al sole e alla vita ed è sinceramente una delle cose che amo di più di questo Paese. Del resto è un rito che si impara molto velocemente anche per chi arriva da altrove: la regola aurea di uscire di casa almeno una volta al giorno (e che da queste parti è legge sacrosanta da rispettare con qualsiasi condizione meteorologica: “FUORI! FUORI! FUORI!”) ha un grandissimo fondamento di verità, per la salvaguardia della salute fisica e psichica. E se, a sud delle Alpi, in caso di dubbio, ti raccomandano di stare tranquillo e chiuso in casa un paio di giorni per riprenderti da qualcosa che non va, direi che a nord il principio è praticamente ribaltato. Tra l’altro mi è capitato recentemente di sentire che nei paesi occidentali sono in notevole aumento le malattie collegate alla carenza di vitamina D, e ovviamente non perché la gente è denutrita, ma perché non trascorre abbastanza tempo all’aperto esposta alla luce! Cosa che dovrebbe far seriamente riflettere su tutta una serie di abitudini e stili di vita, in primis relativi ai bambini.

Ovviamente non sto consigliando di andarsene a spasso in mezzo ad un uragano con la febbre a quaranta, ma l’esperienza personale insegna che uscire anche solo a fare due passi per il quartiere in una giornata di sole fa svoltare drammaticamente la giornata, se poi i due passi sono in mezzo a un po’ d’erbetta, qualche fiorellino colorato e gli uccellini che cinguettano il risultato è sostanzialmente garantito.

Provare per credere 🙂

p.s oggi sono costretta a casa da un figliolo super-raffreddato mentre fuori splende il sole come se non ci fosse domani. Inutile dire di che umore mi trovo.

Il venerdì del libro: “LA REGOLA DELL’EQUILIBRIO”

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Erano anni che aspettavo di leggere un nuovo romanzo dell’avvocato Guerrieri, dopo aver letteralmente divorato i precedenti volumi ed aver più volte pensato che nulla avrebbe potuto competere con quelle pagine di Gianrico Carofiglio. Col tempo i ricordi si sono un po’ affievoliti, ma il livello di aspettativa restava ovviamente altissimo.

“La regola dell’equilibrio” per trama non mi ha fatto impazzire: sicuramente il tema (il super-giudice accusato di essere corrotto) è interessante e attuale, ma a mio parere la storia in sé non riesce a competere con quelle precedenti per pathos, suspense e complessità. C’è però da dire una cosa, che ho sempre pensato e che ritengo di confermare: Carofiglio scrive da dio e l’analisi psicologica dei personaggi, così come la loro descrizione, è sicuramente qualcosa di sublime. Ci sono pagine che rendono meglio di un trattato chi è l’essere umano e “come funziona”.

Io aspetto quindi la prossima puntata.

P.s. e punta di italico orgoglio: i romanzi di Gianrico Carofiglio, così come quelli di Andrea Camilleri, sono sempre tra i best-seller stranieri nelle librerie di Zurigo.

“Mi ero sentito fragile. Avevo pensato che se non era successo in quell’occasione sarebbe potuto succedere tra qualche mese, tra qualche anno. Era subentrata una paura diversa da quella del giorno prima. Una era un dolore acuminato, l’altra una febbre flaccida. Tutte e due umilianti, in modo differente. Quando il medico mi aveva telefonato per dirmi che gli esami erano sbagliati, avevo pensato che le lancette venivano riportate indietro, che la mia vita sarebbe ripresa uguale lì da dove si era interrotta. Ma non era così. La mia vita era cambiata, e in modo irreversibile, dopo quelle ventiquattro ore”.

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma).

“LA FIGLIA OSCURA” – Il venerdì del libro

 

Dopo aver letto questo libro di Elena Ferrante qualche settimana fa (il terzo per me, dopo i primi due capitoli della quadrilogia de “L’amica geniale”, mentre il successivo mi attende sulla libreria), ho finalmente capito cos’è che attrae nei libri di questa misteriosa scrittrice.

In considerazione del fatto che, sin dalla prima pagina di qualsiasi suo volume, mi sento inevitabilmente avviluppata in una spirale buia e tempestosa e che, dovendo utilizzare un aggettivo a caso, il primo che sceglierei per descrivere le sue storie sarebbe “angoscianti”, mi sono chiesta da tempo per quale motivo una volta cominciate le sue storie non riuscissi più a smettere di leggerle, nonostante le sensazioni non propriamente positive che suscitano.

Questo breve romanzo di poco più di un centinaio di pagine mi ha aiutato a risolvere il dilemma. Elena Ferrante riesce sempre, con un’abilità credo non comune, a mostrare “il lato oscuro” della vita nelle sue innumerevoli sfumature. In questo caso i panni sono quelli una madre “strana e sbagliata” che ripercorre con la memoria, a distanza di anni e col pretesto di una strana esperienza, il suo difficile rapporto con le due figlie ormai adulte e trasferitesi a vivere all’estero al seguito dell’ex marito, loro padre. E, ad una madre si sa (salvo che per la categoria delle mammeperfette, a cui certamente io non sento di appartenere) certe ombre difficilmente lasciano indifferenti.

 

Sento le lacrime della bambina sotto le dita, sto seguitando a picchiarla. Lo faccio piano, ho il controllo del gesto, ma a intervalli sempre più ridotti, con decisione, non un possibile atto educativo, ma violenza vera, trattenuta ma vera. Vai fuori, le dico senza alzare la voce, fuori, la mamma deve lavorare, e la prendo saldamente per un braccio, la trascino in corridoio, lei piange, strilla, ma tenta ancora di colpirmi, e io la lascio lì e mi chiudo la porta alle spalle con un colpo deciso della mano, non ti voglio vedere più”

 

Questo post partecipa all’iniziativa “Il venerdì del libro” di Homemademma.

IL PESCIOLINO D’ORO e ALTRE STORIE #leggerecirendepiùforti

(Immagine tratta dal sito www.itmk.it)

(Immagine tratta dal sito http://www.itmk.it)

 

Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è mio nonno che mi leggeva una, due, tre (tantissime) favole durante la mia giornata di figlia unica. Quando lui non poteva (e quando purtroppo non è più stato accanto a me per farlo) un mangiadischi arancione, esemplare ormai scomparso e sconosciuto di tecnologia pre-era digitale, sostituiva la sua voce, mediante il semplice inserimento di un 45-giri.

Avevo le mie storie preferite: “Biancaneve” (amavo alla follia la perfida matrigna), “Cenerentola”, “Cappuccetto Rosso”. C’erano altre favole che ascoltavo più sporadicamente perché mi mettevano troppa paura (“Hänsel e Gretel”) o tristezza (Pollicino – ma quanto è agghiacciante?! – o il “Pifferaio di Hammelin”). Ce n’era poi una che, non so bene per quale motivo, ascoltavo spesso a casa di mia zia: “Il pesciolino d’oro“, ricordo che mi faceva un effetto un po’ strano, non sapevo se amarla od odiarla. Oggi direi che, probabilmente, non la capivo. L’ho riscoperta in tempi recenti, quando i nonni hanno regalato a mio figlio un librone con la raccolta di alcune delle classiche fiabe per l’infanzia, la riedizione esatta di quelle che io ascoltavo da piccola: stesse voci, stesse musiche, identiche storie, solo il 45-giri sostituito da un moderno CD.

Lui adora ascoltare le favole e farsele raccontare e io credo sia un modo meraviglioso per impegnare il suo tempo (e anche il mio), quando la giornata è stata lunga e intensa, le energie per giocare sono ridotte al minimo e l’alternativa sarebbero ore e ore di televisione sulla quale io continuo ad essere (convintamente) abbastanza restrittiva. Temo che siano sempre di meno i bambini abituati a questi rituali, a sentirsi raccontare storie dai genitori o dai nonni, oppure ad ascoltare solo parole senza il supporto delle immagini, dovendo fare quel minimo sforzo per seguire il racconto e ricordare i fatti, i personaggi, quale fiaba viene prima e quale dopo.

Ormai da anni tantissimi studi internazionali hanno concluso che la strada migliore per crescere piccoli lettori (che poi diventeranno grandi lettori) sia proprio quella di leggere per loro sin da quando sono in tenerissima età. E niente mi potrà togliere dalla testa che una persona, di qualunque età, provenienza, cultura, istruzione, che legge possa avere l’opportunità di essere una persona “migliore”: più aperta verso il mondo, curiosa, capace di porsi domande e cercare risposte non preconfezionate. Di superare limiti e pregiudizi anche dell’ambiente in cui è cresciuta. Credo che qualsiasi buona lettura abbia un valore immenso per il futuro dell’umanità e, a maggior ragione, per coloro che a breve non saranno più solo bambini e diventeranno a tutti gli effetti “il nostro futuro”.

Oggi si celebra, tra l’altro, in tutto il mondo, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, di cui ormai quasi ogni giorno riceviamo drammatiche e disperanti notizie. Credo ragionevolmente che l’attitudine a leggere, ad informarsi, ad ampliare i propri orizzonti, non sia solo un ottimo strumento di difesa e prevenzione per le persone di sesso femminile, ma anche (e forse soprattutto, direi) per gli uomini che, guarda caso, sembrano essere coloro che leggono meno.

Le fiabe tradizionali per l’infanzia, con il loro mondo magico, ma al contempo spesso drammatico e crudele, sono un ottimo “allenamento protetto” per far conoscere ai più piccoli i fatti meno piacevoli della vita e contemporaneamente interiorizzare metafore morali di valore universale, dato che, come recitava un aforisma grandemente utilizzato nel fantastico asilo nido di mio figlio, “Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere” (G.K. Chesterton)

Ritorno un attimo al nostro “Pesciolino d’oro”. Mio figlio la sente spesso, ma non ho ancora capito se ne ha davvero compreso la morale. A me, oggi, piace da impazzire e in alcuni momenti me la ascolterei pure da sola: è una metafora inarrivabile della psicologia dell’essere umano, di quel “voglio tutto” che inizia da bambini e che per molti segna il leit-motiv di tutta l’esistenza. Salvo scoprire, poi, magari per fatti drammatici e imprevedibili che, come si usa dire oggi, less is more.

Se non vi ricordate la storia, andate a rileggerla (o a riascoltarla).

 

IL VENERDì DEL LIBRO: “MI SA CHE FUORI E’ PRIMAVERA”

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Ne avevo letto alcune recensioni mesi fa, al momento della sua pubblicazione, oltre all’articolo scritto dall’immancabile Vanity. Mi ero ripromessa di leggerlo alla prima occasione, anche in considerazione del fatto che apprezzo molto la scrittura di Concita De Gregorio, di cui ho già letto negli anni “Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto e Così è la vita. Imparare a dirsi addio”.

Non sono mai “neutri” i libri della De Gregorio, affrontando situazioni umane e vicende che, in un modo o nell’altro, toccano sempre profondamente l’anima del lettore. Ho comprato “Mi sa che fuori è primavera” in occasione dell’ultima vacanza in Italia, finalmente in libreria, e l’ho letto in due giorni scarsi.

La vicenda si riferisce ad un drammatico fatto di cronaca accaduto qualche anno fa, di cui i media si erano a lungo occupati: una domenica del mese di gennaio 2011, le figlie gemelle seienni di una cittadina italiana residente in Svizzera scompaiono improvvisamente insieme al padre. L’uomo, svizzero-tedesco, dopo alcuni giorni di vagabondaggio tra la Francia e la Corsica, giunge infine via mare in Italia, in Puglia, dove si suicida lasciandosi travolgere da un treno a Cerignola. Delle bambine non viene mai trovata alcuna traccia.

Nel libro la vicenda è narrata tramite la voce della madre superstite che, in lunghe conversazioni con l’autrice, racconta la “sua storia”: cosa è accaduto prima del drammatico avvenimento, cosa dopo. Come è possibile sopravvivere alla perdita di due figlie, senza neppure avere una tomba su cui piangerle e senza, in verità, avere alcuna certezza di quella che è stata la loro sorte.

Recentemente ho letto anche alcuni post in cui questo libro viene considerato anche rappresentativo di alcune difficoltà della vita expat, visto che in realtà Irina è una donna che viveva in un Paese straniero e alcune situazioni da lei raccontate, in seguito alla scomparsa delle bimbe e dell’ex marito, possono in effetti far pensare ad un “trattamento particolare” da parte delle autorità svizzere in ragione del suo essere “straniera” (ma assolutamente cittadina del mondo, come viene raccontato nelle pagine). C’è anche un capitolo nel libro, intitolato: “Io di te. Svizzera” dedicato a questo tema. Che è sicuramente un tema, ma che, a mio avviso, non deve essere elevato a fulcro assoluto di tutta la drammatica vicenda.

“Mi sa che fuori è primavera” è in primo luogo un libro sulla vita, sulla storia forte (sì, un pugno nello stomaco, anche) di una donna suo malgrado “speciale”, per quello che ha vissuto e a cui è riuscita, nonostante tutto e tutti, a sopravvivere.

Per me consigliatissimo.

“Dici di queste indagini che non hanno indagato nulla, se non la tua colpa di aver scelto di separarti da Mathias. E allora parli del maschilismo, del razzismo. Di come una donna italiana in Svizzera sia veramente sola al mondo e dunque in pericolo, quando c’è pericolo, cento volte di più che in qualsiasi altro luogo. Ma poi no, ti correggi: sei in pericolo ovunque, in realtà, quando le persone attorno non ti vedono, non ti credono. Immagino che capiti in ogni luogo, sì. Ecco, pensi: non di un manuale di autodifesa dalla Svizzera c’è bisogno, ma di un prontuario su come una donna possa farsi ascoltare, a che debba appellarsi quando il paese in cui vive non ha gli strumenti – per qualche ragione, qualsiasi ragione – per ascoltarla”.

 

Questo post partecipa all’iniziativa di Homemademamma “Il venerdì del libro”