“IL MIRACOLO DELLA PRESENZA MENTALE” – Venerdì del libro

Quando si parla di meditazione si ha sempre l’impressione di affrontare un argomento estremamente misterioso, ai confini dell’esoterico e del soprannaturale, collegato a pratiche strane, potenzialmente capaci di catapultare il praticante di turno in chissà quale universo parallelo. E’ spesso così anche nel mondo degli “addetti ai lavori”, di coloro che addirittura lavorano con queste pratiche. Esistono naturalmente diverse modalità e approcci meditativi, che divergono a seconda della tradizione di provenienza e per gli scopi ultimi che si propongono, ma quello che è certo è che si tratta di una condizione molto più semplice di quello che si potrebbe immaginare e, altrettanto sicuramente, difficile da raggiungere se non adeguatamente allenati a portare la coscienza su un diverso piano di ascolto e apertura rispetto alla realtà e al mondo che ci circondano. Tale dovrebbe, in effetti, essere la condizione umana “naturale”, ormai persa invece non si sa da quanti millenni per misteriose circostanze nell’evoluzione della specie.

Il libro di Thich Nhan Hanh, monaco e notissimo esponente del buddismo zen vietnamita, nonché autore di numerosi libri sul tema della meditazione e della non-violenza, sgombera il campo da qualsiasi dubbio esistenziale sulla vera essenza e sul senso del meditare: tornare alla presenza mentale, alla totale consapevolezza del momento e di ciò che in quel momento semplicemente è. “Come praticare la presenza mentale? La mia risposta è: concentratevi su quello che state facendo, siate vigili e pronti a gestire ogni situazione con abilità e intelligenza. Ecco la presenza mentale”.

Nessun rituale complesso o misterioso, nessun rito iniziatico, nessun guru a indicarci strade segrete: solo noi, la nostra consapevolezza e ciò che circonda, di momento in momento. Facile: per niente proprio 😉

Se mentre laviamo i piatti pensiamo solo alla tazza di tè che ci aspetta e ci affrettiamo a toglierli di mezzo come se fossero una seccatura, non stiamo “lavando i piatti per lavare i piatti”. Direi di più, in quel momento non siamo vivi.
Questo perché, mentre siamo davanti al lavandino, siamo assolutamente incapaci di accorgerci del miracolo della vita. Se non sappiamo lavare i piatti, è probabile che non riusciremo nemmeno a bere la nostra tazza di tè. Mente beviamo il tè, non faremo che pensare ad altre cose, accorgendoci a stento della tazza che teniamo tra le mani. 
Così ci facciamo risucchiare dal futuro, incapaci di vivere veramente un solo minuto della nostra vita”
.

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

Annunci

“IL SILENZIO è COSA VIVA” – Venerdì del libro

Chandra Livia Candiani è prima di tutto una poetessa, fatto che traspare in modo evidente e indubitabile sin dalle prime righe di questo piccolo libro (piccolo solo per dimensione fisica, visto che il relativo contenuto ha qualcosa di immenso in sé). E’ indubbiamente un testo sulla meditazione, ma forse considerarlo “solo” questo potrebbe rischiare di essere (per il lettore) riduttivo.

Me lo sono letto appositamente con studiata calma, io che nella lettura tendo spesso ad essere parecchio veloce e a volte anche frettolosa, diluendolo nel corso delle settimane, poche pagine per volta, magari la sera prima di andare a dormire. E ogni tanto lo riapro a caso, solo per leggere qualche riga che, sicuramente, porterà consiglio.

Il silenzio è cosa viva” (sottotitolo: l’arte della meditazione) credo sia prima di tutto un libro sulla vita (e sulla morte: che sono poi la stessa cosa, due facce della stessa medaglia, ma cose che nel nostro mondo di oggi non si possono dire a voce alta senza provocare “scandalo”). E’ un libro sul silenzio, quindi sul suono e sullo spazio, quell’infinito imprescindibile dentro e fuori di noi, spesso così disatteso e bistrattato. E’ un libro sull’accoglienza di ciò che accade, sul quotidiano, sul nostro io. Insomma su tutti i temi che i saggi trattano. Naturalmente, dipende come lo fanno.

Questo è un modo sublime.

Gradualmente, col tempo, man mano che ci apriamo ad essere dove è il corpo e a sentire come stiamo in quel momento, il qui si dilata, diventa immenso, un luogo in cui la presenza dello spazio vuoto si estende fino a farci assaporare la spaziosità fondamentale in cui abitiamo, non solo la spaziosità della coscienza ma quella dell’universo stesso. E l’adesso non è più il contingente, il senso del presente si amplia nel sapore della pura, nuda presenza. Niente di straordinario, si avverte solo e gradualmente ciò che già esiste. Una volta, in un giardino con un gruppo di bambini, dissi: “Che bell’aria che c’è oggi!” e uno di loro, fissandomi scandalizzato: “Perché chiami aria il cielo?” Solo allora, guardandomi i piedi intimidita, mi accorsi che il cielo arriva fino a terra.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

“UN’IDEA DI DESTINO” – venerdì del libro


Due pensieri hanno caratterizzato la lettura di questo libro. Il primo, corrispondente più o meno alla prima metà del testo, ha esordito con un mio personalissimo interrogativo, ovvero se fosse davvero il caso di pubblicare – postumi, a distanza di diversi anni dalla morte – i testi dei diari personali di Tiziano Terzani, che abbracciano una durata di circa trent’anni, dal momento in cui venne espulso dalla cina comunista, fino a poco prima della sua morte, avvenuta nell’estate 2004. Il secondo, emerso al termine delle circa 400 pagine di lettura, è che se non avessi letto questo libro sarei sicuramente un po’ più povera.

Spiego il primo pensiero, perché potrebbe essere malinteso, nel senso di non considerare degni di valore i diari di quegli ormai lontani anni. Non è così, naturalmente, ma mi sono domandata se mostrare al mondo la più assoluta intimità della persona, senza filtri, senza revisioni editoriali che rendano certi pensieri più “pubblici o pubblicabili” avesse davvero un senso e non potesse essere considerato un atto poco rispettoso nei confronti di qualcuno che non ha più possibilità di esprimere il proprio punto di vista.

Ed è proprio la seconda parte del libro che meglio risponde a questo interrogativo: mostra il Terzani uomo, con tutte le caratteristiche di umane, inclusi fragilità e difetti, che paradossalmente sembrano in qualche modo passare in secondo piano negli ultimi anni di vita, dopo la scoperta della malattia che gradualmente pare diventare il suo vero percorso di vita, aprendogli la strada verso una consapevolezza prima sconosciuta o solamente intravista.

Per chi già conoscesse l’autore è possibile apprezzare numerosi “dietro le quinte”, incontri, esperienze e spunti utilizzati per la stesura di alcuni tra i suoi libri più noti e di successo. Per me è stata una grande sorpresa conoscere la realtà del processo creativo che ha portato alla pubblicazione di quello che considero un assoluto capolavoro “Un altro giro di giostra”, e che nell’esperienza di Terzani pare essere stato un parto complesso e sofferto, con continui blocchi e ostacoli che lo porteranno a terminare il libro a ridosso degli ultimi momenti di vita.

Ciò che comunque emerge è la grandissima forza interiore di quest’uomo, che al termine di una vita straordinaria (letteralmente “fuori dall’ordinario”) e sicuramente caratterizzata da una forte inquietudine esistenziale, che lo ha infatti portato a una continua ricerca del senso dell’esistenza, arriva a far pace con ciò che è, con la sua storia e le sue radici, andando fiero della propria individualità e unicità che rimarrà orgogliosamente tale anche quando le esperienze di vita sembrano averlo portato lontano anni luce dal luogo di partenza.

Il mio essere qui, ora, a cercare di scrivere, fa continuare la storia e le dà l’ultimo capitolo, il più vero: non ci sono scorciatoie, tanto meno quella di un guru che ti apre la via. Questo è un aspetto che varrà la pena di sottolineare, anche per mettere in guardia futuri giovani viaggiatori dal restare intrappolati da questa idea che “c’è bisogno di uno che fa luce”. Che la faccia, ma poi tocca a noi giudicare, valutare, fare la nostra esperienza. Vivek mi ha aiutato moltissimo (…) perché mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista, nel quale ho trovato conforto, forza e ispirazione per mettere a punto un mio modo di vedere la mia vita. Non per comprare a scatola chiusa un pacchetto di idee che – a essere cattivo – non vedo funzionare bene neppure col suo rivenditore.”

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

“IL POTERE DI ADESSO” – Venerdì del libro

IMG_8251

“Siate coscienti di essere coscienti”

Eckhart Tolle è stato, per anni, almeno per me, uno dei segreti meglio custoditi dell’universo. Nemmeno gli algoritmi di Amazon erano riusciti a svelarlo ai miei occhi, ed ogni volta che ci penso mi pare una coincidenza alquanto bizzarra e misteriosa.

Il primo libro di Tolle “Il potere di adesso” è entrato in casa mia per vie traverse e fortuite, non era neppure destinato a me, che l’ho preso in mano, animata da uno scetticismo delle dimensioni del’intero continente americano, solo perché ad un certo punto non avevo a disposizione altro da leggere. Dopo una decina di pagine il mio scetticismo si era ridotto alle dimensioni del paesino di montagna abbarbicato sulle Alpi Svizzere e, tempo di terminare la lettura, avevo maturato la percezione di aver letto la cosa più importante che mi fosse capitata sotto gli occhi da tutta la vita. 

L’effetto quello di un velo squarciato, non all’improvviso certamente, ma grazie ad un lavoro ed esperienze di anni che, però, grazie a quelle pagine (segnaletica stradale, come la definisce l’autore…) rendevano il TUTTO assolutamente chiaro e incontrovertibile. Lo scopo, il senso, la forma, assumevano significati che, inconsciamente, avevo cercato di svelare senza esito fino a quel momento, dando semplicemente un ordine ed una logica – se è possibile definirla così – ad una informe massa di sensazioni.

“L’attesa è uno stato mentale. In pratica, significa che desideri il futuro e che non vuoi il presente. Non vuoi quel che hai, ma quel che non hai. Con ogni tipo di attesa non fai altro che creare inconsapevolmente un conflitto interiore tra il tuo qui e ora, dove non vuoi essere, e il futuro proiettato, dove desideri stare. Ciò riduce drasticamente la qualità della tua vita, facendoti perdere il presente”.

Un nuovo mondo è entrato in casa mia consapevolmente, anche grazie agli algoritmi di Amazon, comunque accompagnato da un’altra dose – minima stavolta – di scetticismo: non sarebbe stato, magari, un doppione del primo enorme successo editoriale (a me totalmente sconosciuto per una mezza vita), solo per far cassa in diritti d’autore? Le briciole di scetticismo si sono stavolta volatilizzate due o tre pagine più tardi, portandomi a domandare all’universo perché mai la lettura di questi due libri non sia resa obbligatoria in tutto il maledetto mondo conosciuto.

E’ impossibile argomentare di più, inutile provare a sintetizzare qualsiasi cosa. Se nutrite un certo interesse per la Vita, per il Senso, per il Sé; per la consapevolezza e per la mente. Se ci sono cose che credete possano essere svelate da qualcuno di illuminato, provate a leggerlo/li. Se non ne comprendete il senso o vi viene da pensare che siano tutte sciocchezze, lasciate perdere, vuol dire che non è ancora giunto il momento.

“L’ego è la mente non osservata che governa la tua esistenza quando non sei presente come testimone consapevole. L’ego si percepisce come un frammento separato in un universo ostile, senza alcuna reale connessione con gli altri esseri, circondati da altri ego che considera alternativamente come potenziali minacce o risorse da sfruttare. Gli schemi di base sono progettati per contrastare la sua paura profondamente radicata e il suo senso di mancanza. Sono schemi di controllo, resistenza, potere, attacco. Alcune delle sue strategie sono molto scaltre, tuttavia non risolvono mai definitamente nessuno dei suoi problemi, semplicemente perché l’ego stesso è il problema”.

Qualcosa, al di là di tutto, certamente e drammaticamente attuale.

 

 

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

I LIBRI “delle VACANZE” – Venerdì del libro

libri

Durante le scorse vacanze estive – ormai un lontano ricordo 😦 – sono riuscita a leggere, con grande soddisfazione, diversi libri, a differenza di altre occasioni simili in cui gli ottimi propositi pre-partenza non hanno poi avuto effettiva realizzazione.

Voglio segnalare tre titoli, diversissimi tra loro, ma che ho profondamente apprezzato, anche se i temi trattati, in generale, non potessero dirsi tipicamente “vacanzieri”. Dovendo trovare un difetto alla mia selezione per il mare direi che, forse, avrei potuto inserire qualcosa di più “leggero”, fermo restando che si tratta comunque di tre letture consigliatissime.

  1. Chiamami con il tuo nome” di André Aciman. Libro acquistato casualmente al supermercato in occasione di una breve trasferta italiana, con lettura iniziata un po’ a rilento e abbandonata per qualche settimana, prima di essere ripresa e terminata con slancio durante le vacanze. La narrazione parte a mio parere un po’ lenta, con un po’ troppo “parlato interiore”, e si riscatta alla grande dopo un po’, per finire in una commozione incontenibile, su un tema certamente non facilissimo.
  2. Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio. Scelto dopo aver letto “L‘Arminuta” ed esserne rimasta folgorata. Tema sempre al femminile, ma radicalmente diverso dal precedente, racconta – tra le altre cose – l’Abruzzo e la vita delle sue genti dagli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni. Cose che, già di per sé, meriterebbero la lettura. Bellissimo e straziante, la scrittrice senza dubbio la (mia) migliore scoperta della narrativa italiana degli ultimi anni. STRACONSIGLIATO
  3. Il nero e l’argento” di Paolo Giordano. Sono tornata a Giordano dopo i lunghi anni trascorsi dalla lettura de “La solitudine dei numeri primi” a cui “il nero e l’argento” non è sicuramente paragonabile. Ma Giordano a me fa un effetto particolare, come se mentre scrive mettesse inevitabilmente e drammaticamente a nudo parti di me che non sapevo – o non ricordavo – di avere. E’ un libro sulla morte, sulla solitudine umana, sulla famiglia e su molte altre cose. Scomodo, di nuovo, ma che lascia tracce.

 

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma 🙂

Il venerdì del libro -“La verità sul caso Harry Quebert”

 

quebert

 

Arrivo molto in ritardo, lo so. Si tratta di un best-seller di qualche anno fa, che inizialmente mi aveva un po’ scoraggiato per la mole (strano, visto che non sono mai stata spaventata dalla lunghezza dei libri, anzi) e che poi avevo acquistato, salvo lasciarlo per mesi e mesi nella libreria, fino a quasi scordarmi di averlo comprato. Si potrebbe pensare che le premesse non fossero delle migliori, a volte il buongiorno si vede dal mattino. E invece.

E invece, qualche settimana fa, mi sono decisa ad iniziarlo…e non ho più messo di leggere (non ci sono più riuscita) fino alla fine delle circa 700 pagine, divorate in meno di una settimana. E’ un libro particolare “il caso Quebert“, scritto in modo piuttosto originale dallo scrittore svizzero di lingua francese che si è imposto in tutto il mondo con questo romanzo. La trama è tipicamente quella di un giallo, un’indagine sull’omicidio di una ragazzina avvenuto in un tranquillo paesino americano decenni prima e riportato improvvisamente alla ribalta della cronaca in singolari circostanze. Ma è sicuramente anche un libro sul mondo dei libri e della scrittura, sulla fama e sulla solitudine, sull’amore e sull’amicizia tra adulti. E, sicuramente, un libro con uno dei finali migliori che credo di avere mai letto (“Via col vento” a parte ;-)) anche se non sta proprio nell’ultima pagina.

“Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.” 

Sicuramente un libro da leggere e perfetto per una full-immersion estiva.

 

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma)

Il venerdì del libro – “L’Arminuta”

arminuta

Manco da un’eternità dal “Venerdì del libro”, in questi mesi ho letto poco e non sempre quel poco è stato sufficientemente stimolante da farmi vincere la pigrizia di scriverci sopra un post 😉

In queste ultime settimane ho letto qualche libro che mi è piaciuto particolarmente e che recensisco molto volentieri. Siamo tra l’altro in zona vacanze estive, e quindi qualche consiglio di lettura può far comodo a molti.

Inizio con un libro che ho acquistato dietro consiglio di un’amica e che ho letteralmente divorato in un paio di giorni: “l’Arminuta” di Donatella di Pierantonio, scrittrice (e dentista pediatrica) abruzzese, che ho scoperto aver scritto diversi romanzi ambientati nella propria terra di origine, dei quali “l’Arminuta” è sicuramente il più noto anche per aver vinto il premio Campiello 2017.

E’ una storia tipicamente “al femminile”, genere che io amo particolarmente, scritta con un linguaggio essenziale, a tratti quasi brutale, e di una incisività rara, che basta a se stesso nel trasmettere ogni minima sfumatura dei sentimenti e delle vicende dei protagonisti. E’ la storia di una figlia e di due madri, eppure di due maternità mancate, sulle quali è meglio non rivelare molto di un mistero che sarà improvvisamente svelato nelle ultime pagine.

Sicuramente da leggere. Io ho già ordinato il prossimo delle stessa autrice.

«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza»

 

 

 

 

 

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma)

“L’AMANTE GIAPPONESE” – Il venerdì del libro

libro

Ho un amore sconfinato e viscerale per Isabel Allende dalla notte dei tempi. Tra le sue pagine credo di aver trascorso alcuni dei momenti più belli della mia vita, letterariamente parlando.

Ovviamente, col passare del tempo e dei volumi, ho dovuto constatare che, purtroppo, non sempre è così facile mantenere il livello dei primi suoi indimenticabili scritti, com’è nell’ordine delle cose e per quasi tutti gli artisti. Pur essendo normalmente di piacevole lettura alcune delle più recenti storie non hanno in sé nulla di particolarmente memorabile e in esse non si scorge più traccia del celeberrimo realismo magico tipico della narrativa sudamericana e che caratterizzava capolavori come “La casa degli spiriti” o “Il piano infinito”.

Fa, a mio parere, parzialmente eccezione l’ultimo libro che ho letto nelle scorse settimane: “L’amante giapponese” che, sicuramente senza raggiungere vette eccelse, offre comunque una storia intrigante e commovente, tenendo il lettore in sospeso fino alle ultime pagine, e riscoprendo in qualche passaggio quella magia di scrittura che per decenni ha reso famosa l’autrice in tutto il mondo. Sicuramente consigliato per una lettura rilassante, comunque di elevata qualità.

Fu Nathaniel a presentare ad Alma i Fukuda. Lei li aveva visti dalle finestre, ma non uscì in giardino se non agli inizi della primavera, quando il clima migliorò. Un sabato Nathaniel le bendò gli occhi, promettendole che le avrebbe fatto una sorpresa, e la condusse per mano attraverso la cucina e la lavanderia fino al giardino. Quando le tolse la benda e lei aprì gli occhi, si trovò sotto un frondoso ciliegio in fiore, una nuvola di  cotone rosa. Vicino all’albero c’era un uomo con indosso una tuta da lavoro e un cappello di paglia, dal viso asiatico, la pelle indurita, basso di statura e ampio di spalle, appoggiato a una pala. In un inglese spezzato difficile da comprendere, disse ad Alma che quel momento era bello, ma sarebbe durato solo qualche giorno, perché i fiori sarebbero caduti come pioggia; sarebbe stato meglio il ricordo dei ciliegi in fiore, perché sarebbe restato per tutto l’anno, fino alla primavera successiva. Quell’uomo era Takao Fukuda, il giardiniere giapponese che lavorava nella proprietà da molti anni, l’unica persona davanti alla quale Isaac Belasco si toglieva il cappello in segno di rispetto.”

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

 

“IL CANE A TESTA IN GIU'” – Il venerdì del libro

libro

 

Non è (affatto) facile trovare libri di yoga “leggibili”. Quando capita che qualcuno mi chieda: “Cosa potrei leggere per imparare qualcosa sullo yoga?” la risposta sincera e immediata è: “Niente. Lo yoga non si studia sui libri, si vive e si sperimenta. Il resto è tutto tempo buttato”.

Ha sicuramente senso “leggere sullo yoga” quando si pratica già da un po’ e tutta una serie di sensazioni fisiche e mentali sono già parte dell’esperienza della persona. Ciò detto è comunque parecchio difficile trovare letture abbordabili anche per chi non ha un minimo di conoscenza della storia e della filosofia che stanno alla base di questa tradizione millenaria. Alcuni testi sono complessi ed estremamente faticosi, altri bellissimi, ma richiedono decisamente un minimo di preparazione specifica. Di conseguenza quando sento parlare di un libro “divertente”, che racconta per lo più un’esperienza personale, difficilmente riesco a resistere.

“Il cane a testa in giù – Le 23 posizioni yoga che mi hanno cambiato la vita” un po’ questo promette: essere un libro “facile”, alla portata di tutti coloro che sono forse incuriositi da questa disciplina. Il libro è di piacevole e scorrevole lettura, nonostante le sue 350 pagine, ma NON è sicuramente un libro di yoga in senso stretto: è un’autobiografia della giornalista americana Claire Dederer, nella quale l’esperienza personale della scrittrice con lo yoga riveste un ruolo consistente, ma non certamente il tema centrale della narrazione. I temi centrali del racconto sono sicuramente l’esperienza della maternità, nonché l’ampio excursus sulle trasformazioni della società americana – in particolar modo con riferimento al ruolo della donna – dagli anni ’70 ai giorni nostri.

La pratica dello yoga, dal punto di vista della narratrice, riveste un ruolo importante negli anni oggetto del racconto, ma, pur trovando nel testo ottimi spunti di riflessione sul tema, ho un po’ faticato a capire davvero quale fosse davvero il suo punto di vista con riferimento alla pratica nella vita sua quotidiana. Come se tutto l’impegno profuso nella disciplina non avesse mai portato ai famigerati “risultati sperati”:  dato che, come qualche maestro saggio direbbe, nello yoga i risultati non esistono.

 

“L’idea era quella di migliorare, di diventare più snodata e più forte durante la lezione di yoga, e poi di estendere quell’eccellenza a tutti gli ambiti della vita.
Imparavi a comportarti nel modo giusto a yoga, e poi facevi altrettanto mentre guidavi l’auto, andavi in un negozio o mettevi a letto i bambini.
E se, invece, ci fossimo semplicemente goduti le sensazioni fisiche e mentali che provavamo a yoga, smettendo di caricarlo di aspettative?
E se il fine dello yoga non fosse stato quello di prepararsi al futuro, bensì di trovare il massimo piacere possibile nel presente?”

 

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

L’ULTIMO DEI WEYNFELDT – Il venerdì del libro.

libro

 

E’ una Zurigo presente in ogni pagina, forse ogni riga, di questo piacevole romanzo, anche se mai chiamata espressamente con il suo nome. Una Zurigo che si riconosce dalle descrizioni dei luoghi, delle abitudini dei personaggi, dal clima (con le sue improvvise “estati indiane” e il suo altrettanto repentino precipitare in un gelo improvviso, nel tempo in cui una finestra viene sbattuta dal vento), dai suoi onnipresenti tram, i suoi locali, dai soldi – tanti, tantissimi – che sembrano muovere quasi tutto.

Martin Suter è un autore zurighese vivente, del quale da tempo volevo leggere qualcosa e speravo di farlo in tedesco: avendo stabilito che l’impresa sarebbe al momento oltre le mie realistiche possibilità, ho deciso di provare con la traduzione italiana, dopo aver scoperto, proprio grazie al “Venerdì del libro” che alcuni suoi libri sono editi da Sellerio (e la cosa mi è parsa pure parecchio curiosa: uno scrittore svizzero pubblicato da una casa editrice siciliana ;-)).

Ho scelto il titolo a caso, o forse pescando quello che su Amazon aveva recensioni migliori. Beh, mi è piaciuto moltissimo, onestamente oltre le aspettative, ragion per cui  leggerò sicuramente anche altro. 

“L’ultimo dei Weynfeldt” è un romanzo ambientato nel mondo dell’arte e ha per protagonista una vera opera d’arte, le cui vicende si intrecciano inestricabilmente con quelle del ricco novero di personaggi tratteggiati da Suter, indiscussi signori di una “Zurigo bene” forse in via d’estinzione, come il titolo del libro parrebbe suggerire, i cui giochi vengono sparigliati dall’apparizione di una misteriosa donna proveniente da tutt’altro rango.

“Fu durante la lunga attesa di un segno di vita da parte di Lorena che arrivò l’ondata di freddo da tempo annunciata. Weynfeldt vide letteralmente arrivare il fronte freddo. Era da Diaco per l’ultima prova dei due vestiti che aveva fatto confezionare apposta per quell’inverno insolitamente caldo, quando nella stanza si fece buio.Una nuvolaglia compatta come un tappeto di feltro grigio aveva coperto il sole che ancora un attimo prima sfolgorava in un cielo appena striato. Quasi nello stesso istante un vento gelido gonfiò la tenda di tulle davanti alla finestra semiaperta.”

 

Questo post partecipa a “Il Venerdì del libro”