“IL POTERE DI ADESSO” – Venerdì del libro

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“Siate coscienti di essere coscienti”

Eckhart Tolle è stato, per anni, almeno per me, uno dei segreti meglio custoditi dell’universo. Nemmeno gli algoritmi di Amazon erano riusciti a svelarlo ai miei occhi, ed ogni volta che ci penso mi pare una coincidenza alquanto bizzarra e misteriosa.

Il primo libro di Tolle “Il potere di adesso” è entrato in casa mia per vie traverse e fortuite, non era neppure destinato a me, che l’ho preso in mano, animata da uno scetticismo delle dimensioni del’intero continente americano, solo perché ad un certo punto non avevo a disposizione altro da leggere. Dopo una decina di pagine il mio scetticismo si era ridotto alle dimensioni del paesino di montagna abbarbicato sulle Alpi Svizzere e, tempo di terminare la lettura, avevo maturato la percezione di aver letto la cosa più importante che mi fosse capitata sotto gli occhi da tutta la vita. 

L’effetto quello di un velo squarciato, non all’improvviso certamente, ma grazie ad un lavoro ed esperienze di anni che, però, grazie a quelle pagine (segnaletica stradale, come la definisce l’autore…) rendevano il TUTTO assolutamente chiaro e incontrovertibile. Lo scopo, il senso, la forma, assumevano significati che, inconsciamente, avevo cercato di svelare senza esito fino a quel momento, dando semplicemente un ordine ed una logica – se è possibile definirla così – ad una informe massa di sensazioni.

“L’attesa è uno stato mentale. In pratica, significa che desideri il futuro e che non vuoi il presente. Non vuoi quel che hai, ma quel che non hai. Con ogni tipo di attesa non fai altro che creare inconsapevolmente un conflitto interiore tra il tuo qui e ora, dove non vuoi essere, e il futuro proiettato, dove desideri stare. Ciò riduce drasticamente la qualità della tua vita, facendoti perdere il presente”.

Un nuovo mondo è entrato in casa mia consapevolmente, anche grazie agli algoritmi di Amazon, comunque accompagnato da un’altra dose – minima stavolta – di scetticismo: non sarebbe stato, magari, un doppione del primo enorme successo editoriale (a me totalmente sconosciuto per una mezza vita), solo per far cassa in diritti d’autore? Le briciole di scetticismo si sono stavolta volatilizzate due o tre pagine più tardi, portandomi a domandare all’universo perché mai la lettura di questi due libri non sia resa obbligatoria in tutto il maledetto mondo conosciuto.

E’ impossibile argomentare di più, inutile provare a sintetizzare qualsiasi cosa. Se nutrite un certo interesse per la Vita, per il Senso, per il Sé; per la consapevolezza e per la mente. Se ci sono cose che credete possano essere svelate da qualcuno di illuminato, provate a leggerlo/li. Se non ne comprendete il senso o vi viene da pensare che siano tutte sciocchezze, lasciate perdere, vuol dire che non è ancora giunto il momento.

“L’ego è la mente non osservata che governa la tua esistenza quando non sei presente come testimone consapevole. L’ego si percepisce come un frammento separato in un universo ostile, senza alcuna reale connessione con gli altri esseri, circondati da altri ego che considera alternativamente come potenziali minacce o risorse da sfruttare. Gli schemi di base sono progettati per contrastare la sua paura profondamente radicata e il suo senso di mancanza. Sono schemi di controllo, resistenza, potere, attacco. Alcune delle sue strategie sono molto scaltre, tuttavia non risolvono mai definitamente nessuno dei suoi problemi, semplicemente perché l’ego stesso è il problema”.

Qualcosa, al di là di tutto, certamente e drammaticamente attuale.

 

 

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma.

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“GIORNI GIAPPONESI” – Venerdì del libro

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Ho scovato casualmente “Giorni giapponesi” in una libreria, in una delle mie – non così frequenti – incursioni italiane. Non avevo mai letto nulla dell’autrice, che conoscevo indirettamente per essere la moglie di Tiziano Terzani, e sono rimasta incuriosita dalla possibilità di provare a leggere qualcosa dell’altra faccia della medaglia (o meglio, dell’altra metà della famiglia). Non essendo neppure mai stata in Giappone c’era dunque anche un certo interesse nel conoscere qualcosa su questo Paese che conserva, comunque sia, un aspetto tendenzialmente misterioso, scritto da di una persona che vi ha trascorso diversi anni della propria vita e che conosceva molto bene la realtà asiatica per esperienza diretta di vita personale e familiare.

Occorre anzitutto premettere che non si tratta né di un romanzo né di un saggio, ma sostanzialmente di un diario durato cinque anni (1995-2000), periodo della permanenza nel Paese del Sol Levante, immediatamente successivo agli anni trascorsi in Cina e precedente al trasferimento della famiglia in Thailandia. Lo stile, dunque, risente dei “limiti” dell’essere un diario, non sempre scorrevolissimo e a tratti un po’ ripetitivo. Chi cercasse recensioni sull’opera troverebbe numerose stroncature, non solo per ragioni stilistiche, quanto anche per la fortissima impronta “giudicante” con cui la storia e la cultura del Paese ospitante vengono raccontate e valutate. Dalla lettura emerge, in effetti, un’impronta fortemente critica – al limite del disprezzo – sulle strutture sociali, politiche ed economiche di quello che (negli anni in cui Angela Terzani Staude scrive) è il momento del massimo boom economico giapponese, quasi interpretato come un (in)diretto attacco ai valori e alle strutture di Europa e Stati Uniti d’America.

Non avendo nessuna diretta conoscenza della specifica realtà, e considerando anche che alcuni aspetti descritti risultano sicuramente datati e superati dalla storia, non sono certamente in condizioni di esprimere un giudizio critico con cognizione di causa. Stupisce comunque la durezza del giudizio, soprattutto da parte di una persona che per cultura, formazione ed esperienze di vita, dovrebbe essere stata avvezza a vivere e valutare la diversità come un valore. Resterà, dunque, per me un sostanziale mistero, se la realtà di una società e di una cultura siano state almeno parzialmente svelate, o al contrario completamente fraintese.

Tutta qui la cerimonia del tè?

Non ne ho capito il significato mistico – ho detto a Ulli

Non c’è – mi ha risposto prontamente – In questa cerimonia si tratta semplicemente di preparare, nel modo più estetico possibile, una tazza di tè per un amico.

L’estetica come paravento per il vuoto che vi si nasconde dietro?”

 

 

(Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma)

“MAMME ITALIANE NEL MONDO”

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Questa volta non è ancora una recensione, ma un inserimento nella mia personale “wish list“. Da alcune settimane è stato pubblicato “Mamme italiane nel mondo“, libro completamente dedicato a storie “mammesche” di espatrio, di donne (e mamme) italiane che hanno deciso di raccontare le loro esperienze di vita oltre i confini del Belpaese (si chiama ancora così?!)

Storie diversissime tra loro (delle quali per ora ho avuto modo di leggere alcuni estratti, essendo nelle ultime settimane molto rallentata nelle letture per diletto a causa del solito corso di tedesco…) per provenienza, motivazione, destinazioni ed…esito. Non tutte a “lieto fine” naturalmente. La vita, come si sa, non offre alcuna garanzia da questo punto di vista, e ciò indipendentemente da dove si viva, ma ciò che tutte le persone che hanno avuto possibilità di vivere in un Paese diverso da quello di origine dicono è che, di sicuro, si tratta di un’esperienza che cambia il modo di vedere le cose, che apre una diversa prospettiva sul mondo e sull’esistenza, ciò anche indipendentemente dal livello di soddisfazione raggiunto nella propria meta di espatrio.

Ho la fortuna di conoscere personalmente una delle mamme che hanno contribuito con la loro storia alla costruzione del libro, essendoci incontrate in quella metropoli di spaventose dimensioni che è Zurigo 😉 ed è sempre particolare e molto bello conoscere “dal vero” le persone che si leggono.

Ciò che mi viene da pensare, scorrendo rapidamente i luoghi, le storie e le persone, è che davvero le donne a volte mostrano un immenso coraggio, incredibili risorse e spaventosa tenacia, perché chi vive – o ha vissuto – all’estero lo sa bene: non sempre è tutt’oro quel che luccica e, in ogni caso, una buona dose di spirito di adattamento (nonché di sacrificio, per lo meno nelle prime fasi della nuova vita) è sicuramente da mettere in conto. Immaginando poi alcune realtà un po’ “aliene”, non certo equiparabili alla Svizzera, mi dico che, in tutta onestà, io non ce la farei, sicuramente non dopo i quarantanni ormai suonati da un po’!

Io mi dichiaro sempre un’espatriata “facile”, con una destinazione a poche centinaia di chilometri “da casa” e una realtà in cui basta andare in un qualsiasi supermercato per trovare (quasi) tutto quello a cui eri abituata 😉 La lingua è un’altra storia, ma è chiaro che non si può avere tutto e, dal mio punto di vista, questa ormai è la “casa” da cui non vorrei andarmene mai, pur avendo la consapevolezza che, qualora dovesse succedere, la meta sarebbe con estrema probabilità quella da cui sono partita.

 

I LIBRI “delle VACANZE” – Venerdì del libro

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Durante le scorse vacanze estive – ormai un lontano ricordo 😦 – sono riuscita a leggere, con grande soddisfazione, diversi libri, a differenza di altre occasioni simili in cui gli ottimi propositi pre-partenza non hanno poi avuto effettiva realizzazione.

Voglio segnalare tre titoli, diversissimi tra loro, ma che ho profondamente apprezzato, anche se i temi trattati, in generale, non potessero dirsi tipicamente “vacanzieri”. Dovendo trovare un difetto alla mia selezione per il mare direi che, forse, avrei potuto inserire qualcosa di più “leggero”, fermo restando che si tratta comunque di tre letture consigliatissime.

  1. Chiamami con il tuo nome” di André Aciman. Libro acquistato casualmente al supermercato in occasione di una breve trasferta italiana, con lettura iniziata un po’ a rilento e abbandonata per qualche settimana, prima di essere ripresa e terminata con slancio durante le vacanze. La narrazione parte a mio parere un po’ lenta, con un po’ troppo “parlato interiore”, e si riscatta alla grande dopo un po’, per finire in una commozione incontenibile, su un tema certamente non facilissimo.
  2. Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio. Scelto dopo aver letto “L‘Arminuta” ed esserne rimasta folgorata. Tema sempre al femminile, ma radicalmente diverso dal precedente, racconta – tra le altre cose – l’Abruzzo e la vita delle sue genti dagli anni successivi la fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni. Cose che, già di per sé, meriterebbero la lettura. Bellissimo e straziante, la scrittrice senza dubbio la (mia) migliore scoperta della narrativa italiana degli ultimi anni. STRACONSIGLIATO
  3. Il nero e l’argento” di Paolo Giordano. Sono tornata a Giordano dopo i lunghi anni trascorsi dalla lettura de “La solitudine dei numeri primi” a cui “il nero e l’argento” non è sicuramente paragonabile. Ma Giordano a me fa un effetto particolare, come se mentre scrive mettesse inevitabilmente e drammaticamente a nudo parti di me che non sapevo – o non ricordavo – di avere. E’ un libro sulla morte, sulla solitudine umana, sulla famiglia e su molte altre cose. Scomodo, di nuovo, ma che lascia tracce.

 

Questo post partecipa al “Venerdì del libro” di Homemademamma 🙂

Il venerdì del libro -“La verità sul caso Harry Quebert”

 

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Arrivo molto in ritardo, lo so. Si tratta di un best-seller di qualche anno fa, che inizialmente mi aveva un po’ scoraggiato per la mole (strano, visto che non sono mai stata spaventata dalla lunghezza dei libri, anzi) e che poi avevo acquistato, salvo lasciarlo per mesi e mesi nella libreria, fino a quasi scordarmi di averlo comprato. Si potrebbe pensare che le premesse non fossero delle migliori, a volte il buongiorno si vede dal mattino. E invece.

E invece, qualche settimana fa, mi sono decisa ad iniziarlo…e non ho più messo di leggere (non ci sono più riuscita) fino alla fine delle circa 700 pagine, divorate in meno di una settimana. E’ un libro particolare “il caso Quebert“, scritto in modo piuttosto originale dallo scrittore svizzero di lingua francese che si è imposto in tutto il mondo con questo romanzo. La trama è tipicamente quella di un giallo, un’indagine sull’omicidio di una ragazzina avvenuto in un tranquillo paesino americano decenni prima e riportato improvvisamente alla ribalta della cronaca in singolari circostanze. Ma è sicuramente anche un libro sul mondo dei libri e della scrittura, sulla fama e sulla solitudine, sull’amore e sull’amicizia tra adulti. E, sicuramente, un libro con uno dei finali migliori che credo di avere mai letto (“Via col vento” a parte ;-)) anche se non sta proprio nell’ultima pagina.

“Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.” 

Sicuramente un libro da leggere e perfetto per una full-immersion estiva.

 

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma)

Il venerdì del libro – “L’Arminuta”

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Manco da un’eternità dal “Venerdì del libro”, in questi mesi ho letto poco e non sempre quel poco è stato sufficientemente stimolante da farmi vincere la pigrizia di scriverci sopra un post 😉

In queste ultime settimane ho letto qualche libro che mi è piaciuto particolarmente e che recensisco molto volentieri. Siamo tra l’altro in zona vacanze estive, e quindi qualche consiglio di lettura può far comodo a molti.

Inizio con un libro che ho acquistato dietro consiglio di un’amica e che ho letteralmente divorato in un paio di giorni: “l’Arminuta” di Donatella di Pierantonio, scrittrice (e dentista pediatrica) abruzzese, che ho scoperto aver scritto diversi romanzi ambientati nella propria terra di origine, dei quali “l’Arminuta” è sicuramente il più noto anche per aver vinto il premio Campiello 2017.

E’ una storia tipicamente “al femminile”, genere che io amo particolarmente, scritta con un linguaggio essenziale, a tratti quasi brutale, e di una incisività rara, che basta a se stesso nel trasmettere ogni minima sfumatura dei sentimenti e delle vicende dei protagonisti. E’ la storia di una figlia e di due madri, eppure di due maternità mancate, sulle quali è meglio non rivelare molto di un mistero che sarà improvvisamente svelato nelle ultime pagine.

Sicuramente da leggere. Io ho già ordinato il prossimo delle stessa autrice.

«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza»

 

 

 

 

 

(Questo post partecipa a “Il venerdì del libro” di Homemademamma)

“L’AMANTE GIAPPONESE” – Il venerdì del libro

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Ho un amore sconfinato e viscerale per Isabel Allende dalla notte dei tempi. Tra le sue pagine credo di aver trascorso alcuni dei momenti più belli della mia vita, letterariamente parlando.

Ovviamente, col passare del tempo e dei volumi, ho dovuto constatare che, purtroppo, non sempre è così facile mantenere il livello dei primi suoi indimenticabili scritti, com’è nell’ordine delle cose e per quasi tutti gli artisti. Pur essendo normalmente di piacevole lettura alcune delle più recenti storie non hanno in sé nulla di particolarmente memorabile e in esse non si scorge più traccia del celeberrimo realismo magico tipico della narrativa sudamericana e che caratterizzava capolavori come “La casa degli spiriti” o “Il piano infinito”.

Fa, a mio parere, parzialmente eccezione l’ultimo libro che ho letto nelle scorse settimane: “L’amante giapponese” che, sicuramente senza raggiungere vette eccelse, offre comunque una storia intrigante e commovente, tenendo il lettore in sospeso fino alle ultime pagine, e riscoprendo in qualche passaggio quella magia di scrittura che per decenni ha reso famosa l’autrice in tutto il mondo. Sicuramente consigliato per una lettura rilassante, comunque di elevata qualità.

Fu Nathaniel a presentare ad Alma i Fukuda. Lei li aveva visti dalle finestre, ma non uscì in giardino se non agli inizi della primavera, quando il clima migliorò. Un sabato Nathaniel le bendò gli occhi, promettendole che le avrebbe fatto una sorpresa, e la condusse per mano attraverso la cucina e la lavanderia fino al giardino. Quando le tolse la benda e lei aprì gli occhi, si trovò sotto un frondoso ciliegio in fiore, una nuvola di  cotone rosa. Vicino all’albero c’era un uomo con indosso una tuta da lavoro e un cappello di paglia, dal viso asiatico, la pelle indurita, basso di statura e ampio di spalle, appoggiato a una pala. In un inglese spezzato difficile da comprendere, disse ad Alma che quel momento era bello, ma sarebbe durato solo qualche giorno, perché i fiori sarebbero caduti come pioggia; sarebbe stato meglio il ricordo dei ciliegi in fiore, perché sarebbe restato per tutto l’anno, fino alla primavera successiva. Quell’uomo era Takao Fukuda, il giardiniere giapponese che lavorava nella proprietà da molti anni, l’unica persona davanti alla quale Isaac Belasco si toglieva il cappello in segno di rispetto.”

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

 

“IL CANE A TESTA IN GIU'” – Il venerdì del libro

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Non è (affatto) facile trovare libri di yoga “leggibili”. Quando capita che qualcuno mi chieda: “Cosa potrei leggere per imparare qualcosa sullo yoga?” la risposta sincera e immediata è: “Niente. Lo yoga non si studia sui libri, si vive e si sperimenta. Il resto è tutto tempo buttato”.

Ha sicuramente senso “leggere sullo yoga” quando si pratica già da un po’ e tutta una serie di sensazioni fisiche e mentali sono già parte dell’esperienza della persona. Ciò detto è comunque parecchio difficile trovare letture abbordabili anche per chi non ha un minimo di conoscenza della storia e della filosofia che stanno alla base di questa tradizione millenaria. Alcuni testi sono complessi ed estremamente faticosi, altri bellissimi, ma richiedono decisamente un minimo di preparazione specifica. Di conseguenza quando sento parlare di un libro “divertente”, che racconta per lo più un’esperienza personale, difficilmente riesco a resistere.

“Il cane a testa in giù – Le 23 posizioni yoga che mi hanno cambiato la vita” un po’ questo promette: essere un libro “facile”, alla portata di tutti coloro che sono forse incuriositi da questa disciplina. Il libro è di piacevole e scorrevole lettura, nonostante le sue 350 pagine, ma NON è sicuramente un libro di yoga in senso stretto: è un’autobiografia della giornalista americana Claire Dederer, nella quale l’esperienza personale della scrittrice con lo yoga riveste un ruolo consistente, ma non certamente il tema centrale della narrazione. I temi centrali del racconto sono sicuramente l’esperienza della maternità, nonché l’ampio excursus sulle trasformazioni della società americana – in particolar modo con riferimento al ruolo della donna – dagli anni ’70 ai giorni nostri.

La pratica dello yoga, dal punto di vista della narratrice, riveste un ruolo importante negli anni oggetto del racconto, ma, pur trovando nel testo ottimi spunti di riflessione sul tema, ho un po’ faticato a capire davvero quale fosse davvero il suo punto di vista con riferimento alla pratica nella vita sua quotidiana. Come se tutto l’impegno profuso nella disciplina non avesse mai portato ai famigerati “risultati sperati”:  dato che, come qualche maestro saggio direbbe, nello yoga i risultati non esistono.

 

“L’idea era quella di migliorare, di diventare più snodata e più forte durante la lezione di yoga, e poi di estendere quell’eccellenza a tutti gli ambiti della vita.
Imparavi a comportarti nel modo giusto a yoga, e poi facevi altrettanto mentre guidavi l’auto, andavi in un negozio o mettevi a letto i bambini.
E se, invece, ci fossimo semplicemente goduti le sensazioni fisiche e mentali che provavamo a yoga, smettendo di caricarlo di aspettative?
E se il fine dello yoga non fosse stato quello di prepararsi al futuro, bensì di trovare il massimo piacere possibile nel presente?”

 

Questo post partecipa all’iniziativa de “Il venerdì del libro”.

L’ULTIMO DEI WEYNFELDT – Il venerdì del libro.

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E’ una Zurigo presente in ogni pagina, forse ogni riga, di questo piacevole romanzo, anche se mai chiamata espressamente con il suo nome. Una Zurigo che si riconosce dalle descrizioni dei luoghi, delle abitudini dei personaggi, dal clima (con le sue improvvise “estati indiane” e il suo altrettanto repentino precipitare in un gelo improvviso, nel tempo in cui una finestra viene sbattuta dal vento), dai suoi onnipresenti tram, i suoi locali, dai soldi – tanti, tantissimi – che sembrano muovere quasi tutto.

Martin Suter è un autore zurighese vivente, del quale da tempo volevo leggere qualcosa e speravo di farlo in tedesco: avendo stabilito che l’impresa sarebbe al momento oltre le mie realistiche possibilità, ho deciso di provare con la traduzione italiana, dopo aver scoperto, proprio grazie al “Venerdì del libro” che alcuni suoi libri sono editi da Sellerio (e la cosa mi è parsa pure parecchio curiosa: uno scrittore svizzero pubblicato da una casa editrice siciliana ;-)).

Ho scelto il titolo a caso, o forse pescando quello che su Amazon aveva recensioni migliori. Beh, mi è piaciuto moltissimo, onestamente oltre le aspettative, ragion per cui  leggerò sicuramente anche altro. 

“L’ultimo dei Weynfeldt” è un romanzo ambientato nel mondo dell’arte e ha per protagonista una vera opera d’arte, le cui vicende si intrecciano inestricabilmente con quelle del ricco novero di personaggi tratteggiati da Suter, indiscussi signori di una “Zurigo bene” forse in via d’estinzione, come il titolo del libro parrebbe suggerire, i cui giochi vengono sparigliati dall’apparizione di una misteriosa donna proveniente da tutt’altro rango.

“Fu durante la lunga attesa di un segno di vita da parte di Lorena che arrivò l’ondata di freddo da tempo annunciata. Weynfeldt vide letteralmente arrivare il fronte freddo. Era da Diaco per l’ultima prova dei due vestiti che aveva fatto confezionare apposta per quell’inverno insolitamente caldo, quando nella stanza si fece buio.Una nuvolaglia compatta come un tappeto di feltro grigio aveva coperto il sole che ancora un attimo prima sfolgorava in un cielo appena striato. Quasi nello stesso istante un vento gelido gonfiò la tenda di tulle davanti alla finestra semiaperta.”

 

Questo post partecipa a “Il Venerdì del libro”

 

 

“SOLO BAGAGLIO A MANO” – Il venerdì del libro

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Ho approfittato della settimana di vacanza invernale per recuperare un po’ di letture arretrate. Ormai sono abbastanza rassegnata al fatto che durante il ménage settimanale standard i tempi da dedicare ai libri sono ridotti al lumicino, salvo l’ipotesi di abbandonare Vanity Fair e di avere particolari energie serali che ormai sono un lontano ricordo.

Ho letto recentemente un post che mi ha molto incuriosito sul libricino di cui vi parlo, lettura veloce, ma assolutamente intensa in meno di un centinaio di pagine, di Gabriele Romagnoli che io rimpiango sempre come firma di Vanity e di cui credo di avere letto i più indimenticabili articoli della vita.

Come non essere incuriositi da un libro che inizia con l’incipit “Sono stato al mio funerale…” e termina col capitolo “…e sono rinato” e si intitola “Solo bagaglio a mano”.

Poche decine di pagine di lucidissime riflessioni sulla vita, sul suo “peso” (costituito da un accumulo, a volte disperato e incontrollato di cose, persone, ricordi, che non lasciano alcuno spazio per altro), sull’importanza del “viaggiare leggeri”, sia nei viaggi reali così come in quello metaforico dell’esistenza umana. La dote personale, o la capacità acquisita, di viaggiare con solo quanto un bagaglio a mano può contenere (e con l’agile riserva di una “duffel bag“) che può fare la differenza tra disperazione e la salvezza, l’inutile e l’essenza pura, declinata in decine di illuminanti casi di “less is more”.

Per me una lettura consigliatissima, fermo restando il fatto che appaia del tutto evidente come l’autore non abbia figli 😉

“Salendo si può cadere rumorosamente, estendendosi mal che vada ci si china. Non c’è miglior modo di prepararsi ad affrontare qualsiasi crisi che abituarsi al “meno” e, addirittura, al senza. “Senza” è una parola che ai più mette paura. La associano alla mancanza o alla perdita di qualcosa. Spesso importante. (…) Eppure, la vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni”.

Questo post partecipa all’iniziativa “Il venerdì del libro”.