SE NON SUCCEDE è MEGLIO

hospital

(Immagine tratta dal sito http://www.rsi.ch)

 

Ci sono eventi nella vita di un genitore che sarebbe meglio dimenticare in fretta, possibilmente archiviandoli come mai avvenuti. Difficilmente ciò è possibile, in particolar modo quando “il fatto” riguarda qualche disavventura relativa alla salute dei propri figli.

La scorsa settimana ne abbiamo, purtroppo, vissuta una in prima persona, causata molto probabilmente da una brutta influenza con febbre alta, i cui effetti ci hanno costretto a portare d’urgenza la Creatura al pronto soccorso e a trascorrere poi una mezza giornata in ospedale.

Per gli italiani che vivono all’estero ho notato che il tema “sanità e salute” è sempre qualcosa di molto delicato e complesso: anche chi risiede in Paesi teoricamente “più avanzati” dell’Italia c’è spesso la tendenza a pensare che “da noi è meglio”, essendo sostanzialmente portati a diffidare di consuetudini e approcci alla malattia magari anche molto diversi rispetto a quelli cui siamo abituati in Patria.

Da quando viviamo a Zurigo, con figlio piccolo al seguito, abbiamo avuto nostro malgrado varie occasioni di confrontarci con questa tematica, incluso un ricovero con intervento chirurgico pochi mesi dopo il trasferimento, quando il bambino aveva poco più di tre anni.

La sanità svizzera, secondo dati ufficiali, è considerata una delle migliori al mondo; l’esperienza di chi la vive – certificata anche da ricerche condotte da istituti appositi – mostra il fatto che non è necessariamente tutto oro ciò che luccica: il sistema elvetico si collocherebbe in realtà più o meno a metà strada tra l’eccellenza e i livelli bassi.

Dal punto di vista personale devo dire che mi sento di concordare abbastanza con queste conclusioni: ho avuto (sia a livello strettamente personale che familiare) esperienze ottime e esperienze agghiaccianti che ci hanno portato, ad esempio, a cambiare il medico curante di mio figlio che si ostinava a non voler curare otiti purulente con perforazione del timpano (o meglio, a curarle senza antibiotici perché “tanto passano da sole”). Peccato che l’osservazione ripetuta della realtà fenomenica avesse evidenziato – ahinoi – indicazioni contrarie!

Ho una mia intima convinzione, sicuramente determinata da pregiudizi nazionalistici (nonostante io sia tutt’altro che patriottica), e cioè che, mediamente, la preparazione del personale sanitario sia migliore in Italia che non altrove. Diverso è, purtroppo, tutto quanto attiene all’efficienza e all’organizzazione di risorse e strutture, ove notoriamente le pecche italiche mostrano il loro lato peggiore. Si dirà: “Certo, però meglio avere sostanza che forma!” Sicuramente vero, sotto certi punti di vista. Se devo essere curato per una malattia grave è certamente prioritario potersi affidare ai migliori medici e chissenefrega se l’ospedale è vecchiotto e magari cade un po’ a pezzi.

Posso però testimoniare che, in tante circostanze, la struttura e l’organizzazione possono fare la differenza, anche a livello di approccio psicologico al disagio che una malattia propria o di un familiare porta inevitabilmente con sé. Dover ricoverare un bambino in strutture dove, dal primo momento in cui ti presenti, ti senti adeguatamente accolto e sostenuto con professionalità e cortesia, dove se suoni un campanello qualcuno si presenta dopo massimo 30 secondi, dove sembra che nulla sia lasciato al caso (dal pigiama d’emergenza fornito direttamente dall’ospedale, alla colazione e ai pasti – ovviamente a pagamento – forniti a richiesta al genitore che pernotta insieme al bambino, al ristorante interno accessibile a tutti “gli ospiti”) permettono di togliere di mezzo l’ulteriore peso e disagio di questioni pratiche e spicce che, però, in quei momenti, sarebbero necessariamente un ulteriore peso nel bilancio di situazioni già difficili.

Resta uno scoglio, per me al momento ancora grandissimo e, almeno dal punto di vista psicologico, non superabile: il disagio in questi frangenti di non poter utilizzare la mia lingua e di dover fare sforzi immensi per capire e farmi capire su tematiche estremamente delicate e anche complesse, non solo dal punto di vista linguistico.

 

 

 

 

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