STORIE EDUCATIVE

Non riesco più a ricordare quanti anni avessi, forse qualcuno in più di quanti ne abbia mio figlio ora, anche se posso ancora ricordare perfettamente le sensazioni (fisiche ed emotive) che mi procurò al tempo di uno dei primi libri di cui io abbia memoria, fiabe classiche a parte. Il titolo mi pare fosse “Senza famiglia e, dando un’occhiata in rete, pare si tratti di un romanzo anche abbastanza famoso per l’epoca (poi passato di moda) da cui sembra siano state tratte varie opere Tv, film, cartoni animati e una lunga serie di adattamenti per libri per l’infanzia. Appunto.

La notte del giorno in cui mi fu raccontata la storia per la prima volta credo non avessi dormito, o, nella migliore delle ipotesi, avessi lottato fino al mattino successivo contro incubi tremendi. Un bimbo lasciato solo, senza la mamma, senza i genitori. Senza casa. Che deve in qualche modo arrangiarsi per sopravvivere e lottare contro fame, freddo, destino avverso. Senza la sua famiglia. Che non può contare su nessuno per essere, protetto, incoraggiato, curato, aiutato a crescere. Per la bambina ipersensibile che ero, motivo sufficiente per farsi passare l’appetito per una settimana almeno, per sognare eventi catastrofici (vedi morte improvvisa di tutti congiunti) almeno per due, e per evitare come la peste letture simili per tutto il resto della vita. Guai a sentir nominare “Cuore“, non ho mai letto Heidi (anche se adesso, ogni tanto, mi dico che dovrei ;-)), né guardato i cartoni di Pollyanna che mi cugina più piccola amava follemente e che io facevo l’impossibile per schivare. Piuttosto rinunciando alla TV.

Col senno di poi, e della psico-pedagogia dei nostri giorni, qualcuno potrebbe etichettare la cosa come: “trauma infantile”, dovuto all’esposizione precoce di un esserino in fase evolutiva a qualcosa di troppo grande e brutto rispetto a quello che emotivamente era in condizioni di affrontare. Possibile. Tant’è che a mio figlio non ho ancora letto “Senza Famiglia”, né “Heidi”, né “Pollyanna”. Mi era già sembrata un’enormità “Pollicino”, che ricordavo molto poco dalle mie frequentazioni dell’infanzia e che, capitato per le mani alcuni mesi fa mi aveva lasciato basita: “Ma come??? Due genitori che abbandonano nel bosco i loro sette figli???? E lo rifanno pure una seconda volta???????? E loro (i figli) dopo essere stati scientemente lasciati soli in mezzo ad una foresta, a disposizione di qualsiasi belva feroce, decidono di tornare a casa come se nulla fosse???!!!!! E, ancora peggio, ritornano tutti, Pollicino incluso, dopo l’incresciosa vicenda dell’Orco malvagio, sempre a casa di mamma e papà????” “MA CHE STORIE RACCONTANO AI BAMBINI!!!???” Stavo per censurare anche Pollicino, non fosse che i nonni (da cui proviene il libro) avevano già prodotto il danno, ragion per cui la Creatura, per giorni e giorni, non avesse fatto altro che reclamare: “Pollicino! Pollicino! Leggiamo Pollicino!”

Col senno di poi, di una serie di riflessioni recenti, e dell’osservazione di alcuni comportamenti di mio figlio, sono giunta alla conclusione che avrei fatto malissimo a non leggergli “Pollicino”, così come credo di aver drammaticamente sbagliato a non esporlo a certi racconti “orribili e orrendi” di bambini che restano soli per aver perso la propria famiglia, dovendo cavarsela improvvisamente nel mondo ostile, senza più nessun appoggio di coloro che sono preposti ad amarli e proteggerli. Le favole, tutte le storie per l’infanzia, hanno (o dovrebbero avere) un profondo valore morale ed educativo: quello di far conoscere al piccolo essere anche le cose meno belle dell’esistenza, spingendolo a riflettere, a ragionare sulle proprie fortune e sfortune, a capire che non sempre si può avere tutto dalla vita, la quale, anzi, se ci si mette per bene, è in grado di toglierti davvero tutto in un battito di ciglia.

Difficile? Sicuramente. Duro? Certo che sì. Spaventoso? Dovremmo auguracelo. Non voglio certamente demonizzare “Peppa Pig” (il cui valore pedagogico, comunque, continua a sfuggirmi), meno ancora la mitica “Pimpa” e il suo mondo fatato, ci mancherebbe. Il problema è che la vita vera non sempre è un luogo magico dove capitano solo cose belle, anzi. La vita vera è fatta (anche) di bambini che restano orfani, che non hanno una casa, non possono andare a scuola, non hanno da mangiare. Che vivono sotto lo stesso tetto di un Orco e devono provare a salvarsi la pelle.

E la paura, a volte, salva la vita.

 


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