(DELIRIO) AMARCORD

Premessa: doveva essere un’ordinaria domenica d’estate, allietata, quasi inaspettatamente, da sole e temperature degne di luglio e con una festa di compleanno a cui partecipare. Non fosse che la creatura si svegli in condizioni di salute non esattamente smaglianti, che la situazione tenda a peggiorare nel corso della giornata e che i programmi di vita sociale necessitino all’improvviso di una decisa revisione.

Esito: pomeriggio domenicale con figlio febbricitante e il resto della famiglia davanti alla tv per la (lunga e appassionante) finale maschile di Wimbledon. Il resto è amarcord.

Non ho neppure più idea di quanti anni fossero passati dalla visione di una finale di Wimbledon. Sarà che, ormai da secoli, per la tv italiana “normale” questo genere di eventi non è neppure degno di considerazione e che, anche volendo, l’impresa sarebbe stata tutto sommato ardua. Sarà che sono passati millenni dall’epoca mia fervente militanza tennistica che mi spingeva a passare caldi pomeriggi estivi incollata alla tv per la dannazione di mia madre, che, in ogni modo e del tutto inutilmente, cercava di sganciarmi dalla poltrona per agevolare attività ricreative più idonee alla stagione. Allora, forse, le estati erano estati e non ancora quello strano frullato delle quattro stagioni che capita di recente. Ho passato ore, nella mia adolescenza, oscillanti tra esaltazione e disperazione, immobile davanti allo schermo, alla mercé del campione del cuore sugli allori degli altari  o nella polvere della sconfitta.

Di tutto ciò, naturalmente, mi ero pressoché completamente dimenticata. Fino a ieri pomeriggio. Quando, complici i fatti in premessa, mi sono ritrovata all’improvviso catapultata sul Centrale di Wimbledon, per la finale del torneo più affascinante del mondo, a guardare due giocatori di cui uno conosciuto in pratica solo di fama, l’altro per me un perfetto estraneo. Eppure è bastato un momento. Per ritornare indietro di più di vent’anni – quasi trenta – alle atmosfere magiche di un luogo che avrei pagato oro pur di poter visitare (cosa che, tra parentesi, avrei fatto qualche tempo più tardi, senza però avere davvero il privilegio di assistere al grande evento della finale), alle schiere di ragazzini raccattapalle (gran bel lavoro, mi sembrava all’epoca), alle signore giudici di linea coi gonnelloni sotto al polpaccio, alle schiere di VIP che occupavano le tribune e che diventavano oggetto di cronaca quasi quanto quella dell’evento sportivo in sé. Alle signore coi cappellini, ai gentiluomini in giacca e cravatta (sì, per vedere una partita di tennis), al profumo immaginato delle fragole con panna, ai gadget griffati “The Championships”, che il nome completo mica è necessario. Wimbledon è Wimbledon, che piaccia o no.

Mi ci sono rituffata, senza esitazioni, nonostante un marito accanto a me e un figlio con la febbre qualche metro più in là. Ho assaporato quei momenti lontani fino a quando la dura realtà ha presentato il conto. Ho intravisto due signori in tribuna, inquadrati spesso, che mi sembrava di conoscere. Due vecchi campioni, non si può ormai che dire così, nell’attuale veste di allenatori dei due in campo. Flash. Come può essere crudele la vita. Nella mia testa c’erano due ragazzi, che non esistono (ovviamente) più. Ho preso l’iPhone e l’onnisciente Wikipedia mi ha aggiornato in pochi secondi sui decenni di vita che ci separavano rispetto a quando li avevo lasciati. Sono andata a cercare informazioni sui miei idoli, su cosa hanno fatto negli anni. Ho scoperto che sono ancora sposati con la stessa moglie di allora (l’avevo sempre sostenuto che fossero ragazzi seri e affidabili ;-)), hanno figli, impegni importanti nel mondo del loro sport. Sembra non abbiamo sprecato il loro talento, anche “dopo”. Che il signor Stefan Edberg da qualche mese sia coach di Roger Federer e che tra i due mi pare esista una certa affinità di stile e aplomb. Che il signor Stefan Edberg porti i suoi anni infinitamente meglio del suo rivale di una vita, seduto in tribuna pochi metri più in là, in veste di allenatore ufficiale dell’altro giocatore: bravo, per carità, ma la classe è un’altra cosa. Che, anche a distanza di quei venticinque anni, vedere che Boris Becker sia invecchiato come il classico tedesco bevitore di birra mi dia una certa soddisfazione. Perché certe cose non cambiano davvero mai. Neppure quando tu sei ormai diventata un’altra persona.

 

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2 pensieri su “(DELIRIO) AMARCORD

  1. Allora, se non lo hai ancora fatto, devi leggere “Open” di Andre Agassi!!

    Io purtroppo sono sempre stata una schiappa a tennis, anche se mi piaceva e pure tanto.

    Mi piace

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