IL VERO “DOWNSHIFTING”

Tutto ebbe inizio, ormai, alcuni (lontani) anni fa, quando la lettura di “Adesso Basta” di Simone Perotti, contribuì a dare forte e logico raziocinio ad alcuni imperativi intimi del mio pensiero che, negli anni, non avevo avuto modo o coraggio di esprimere neppure a me medesima in modo così consapevole e razionale. Non che questo fosse, poi, stato sufficiente a produrre chissà quale svolta esistenziale, che per me continuava a trascinarsi faticosamente secondo i binari stereotipati di una vita lavorativa che credevo, almeno a grandi linee, di avere scelto. D’altra parte, e l’autore lo dice chiaramente, non è che certe decisioni si possano magicamente realizzare dalla sera alla mattina, ma, al contrario, necessitano di una lunga e accurata fase di gestazione e relativa pianificazione strategica: non meno di anni, secondo il suo consiglio, per evitare che il “cambio vita!” diventi uno sciagurato salto nel buio, con conseguenze nefaste per chiunque.

C’è anche un ulteriore aspetto che Perotti considera, seppur non molto diffusamente, nel suo libro: la presenza di figli che, in modo abbastanza ovvio, può rendere ancor più difficoltoso e complesso il passaggio ad un nuovo modus vivendi. Sembra un’affermazione scontata e, da un certo punto di vista, sicuramente lo è, e non solo per implicazioni di tipo esclusivamente economico, dato che l’impegno per il mantenimento di una persona single, o anche di una coppia, non è neppure lontanamente assimilabile a quello di un nucleo familiare con uno o più figli. Quello che lui non ha avuto modo di approfondire nel merito (non avendo, tra l’altro, prole) è che la sola e semplice presenza di un figlio sembri spesso essere in assoluta antitesi con il concetto di “downshifting”, di rallentare, di riappropriarsi dei propri ritmi fisiologici e vitali.

E questo riesci a metterlo a fuoco davvero quando magari la creatura per qualche giorno non c’è. Quando la tua giornata non è completamente centrata sull’esserino intorno al metro che monopolizza qualsiasi attività e programma a breve termine. Quando magari, la mattina, riesci a startene a letto quei dieci minuti in più senza che si scateni il finimondo, o senza che venga pregiudicata la speranza di rispettare qualsiasi appuntamento della giornata. Quando riesci a pranzare e cenare in orari dignitosi, senza la pressione del “faccio tardi a prenderlo a scuola“, o del “oddio, mi stramazza morto di stanchezza nel piatto, saltando irrimediabilmente la cena” se il pasto ritarda rispetto all’ora X. Quando, se durante la giornata ti capita un calo di pressione da caldo, ti puoi stendere un momento a testa in giù e a gambe in su, dando tempo a te medesima di riprendere le funzioni vitali, senza trascinarti  per il resto della giornata come uno zombie inutilmente drogato di zuccheri e caffeina.

Il vero “downshifting” è una giornata senza figli, salvo che siate un genitore svizzero, come quelli di qui, apparentemente imperturbabili e costantemente rilassati per DNA anche con tre o quattro marmocchi  urlanti attaccati alle sottane, in realtà così “fortunati” perchè i loro marmocchi non urlano. O come i genitori francesi, magari, che riescono a girare il mondo con le Citroen decappottabili sotto il sole cocente dei tropici, anche con quattro pargoli tra gli zero e i quattro anni, senza che nessuno batta ciglio. Senza che loro si prendano la febbre, il mal di gola e di orecchie, la dissenteria e tutto quello che per le madri italiane è “la normalità” se ti capita di strapazzarli troppo, anche senza volerlo. Ma, d’altra parte, le madri francesi sono pure state studiate e oggetto di libri e libri.

Il vero “downshifting” è passare mezz’ora sul divano, col cervello totalmente disconnesso dal mondo, a guardare programmi idioti di cui, in verità, non ti potrebbe fregare di meno, giusto per il gusto di poterlo fare, di poterti prendere una pausa in cui nessuno si possa intromettere tra te e i tuoi cinque minuti di stupidità. Quello per cui passi ore a sentire e risentire e risentire vecchie canzoni che non hai neppure mai scaricato, anche se ti piacevano da impazzire, perché c’era sempre qualcosa di più urgente da fare. Quello in cui può permetterti di impiegare ore a scrivere un post, che a volte ci vogliono, senza dover sforzarti in un continuo esercizio di sintesi ermetica.

Ebbene, io adesso le sento “quelle altre madri”, subito pronte all’immediata levata di scudi, sdegnata e risentita: “Ah beh, ma allora che hai fatto un figlio a fare?!”

Con la debita e sacrosanta premessa che il perché e il percome ho fatto un figlio sono beati fattacci miei, dico anche che mio figlio (ogni tanto) mi manca; che non vedo l’ora di vederlo la sera su Skype, con la sua facciotta sullo schermo a fare il pagliaccio mentre racconta la sua giornata al mare. Che ogni tanto vorrei averlo qui per riempirlo di morsi e di baci (e qui, sempre loro, a dire che “I bambini non sono mica bambolotti da spupazzare!“), ma che ritengo un diritto e un dovere sacrosanto quello di avere per un po’ il proprio downshifting personale, intimo e lontano dai figli. Che, come già ho avuto modo di ribadire tempo fa “non è più possibile riempire ciò che è troppo pieno” e che, mai come oggi, una madre, e un qualsiasi essere umano, ha bisogno di un po’ di vuoto per non impazzire.

E se qualcuno non sente queste esigenze io gli consiglierei di farsi un paio di domande. Cercando poi, onestamente e pure in fretta, qualche risposta. Perché quelle risposte potrebbero, secondo me, essere anche un pochino pericolose.

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Un pensiero su “IL VERO “DOWNSHIFTING”

  1. Io le sento, le sento eccome. Peccato che al momento non si profili all’orizzonte nessuna occasione per assecondarle, a parte la mia mezz’ora di corsa, tre volte alla settimana, che però non basta perchè è fatta con l’ansia di correre a prenderlo /preparargli cena ecc.
    Ogni tanto (ogni tanto??), vorrei saper essere più mamma francese o mamma svizzera o magari tutte e due!
    Buon riposo!

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