RACCONTI DI NATALE

L’ultimo regalo del Patato è impacchettato, arrivato grazie ad Amazon sul filo del rasoio, e io che ero già nel panico alla ricerca di un “piano B”.
Manca l’ultima parte della grande sfida: caricare tutto in macchina, col favore delle tenebre, mentre lui dorme. Perchè altrimenti l’occhio di lince non lascia scampo.
Ripensavo un po’ al Natale in questi giorni, al Natale di mio figlio e ai miei di quando ero bambina.
Lui non ha avuto un Natale uguale all’altro da quando è nato, e oserei aggiungere per fortuna, visto che in alcuni casi abbiamo sfiorato il film dell’orrore, ma sono ricordi su cui ora è meglio soprassedere.
Probabilmente non ne avrà mai di identici, almeno non nell’immediato futuro, non fosse altro per il fatto di vivere in un altro Paese, di avere nonni un po’ qua e un po’ là, di condurre un’esistenza “a distanza”, con la scommessa ogni benedetto anno di dover decidere: “dove andiamo”, “cosa facciamo”, “magari restiamo a casa, noi da soli, dai!”
E poi ci sono i miei Natali, di quando ero piccola e anche quando ero un po’ cresciuta, in verità. Scanditi per decenni da rituali sacri ed immodificabili, attesi con un’inspiegabile trapidazione che portava inevitabilmente con sé, ormai a cose fatte, quell’ineffabile senso di vuoto incompiuto, quel retrogusto amarognolo che, nonostante le abbondanti libagioni di dolci, ti portava a domandare: “Beh, tutto qui?!”
Il mio Natale iniziava con la lunga giornata della vigilia
, giornata di duro lavoro, ad onor del vero. Non certo di shopping: i regali eran già tutti pronti da tempo e difficilmente si sarebbe usciti di casa il 24 dicembre. L’impegno era tutto concentrato nella preparazione del pranzo per il giorno successivo: un’interminabile sequenza di antipasti, primi e secondi piatti, oltre a frutta e dolci, che avrebbero ragionevolmente sfamato per un po’ mezzo continente. Da notare che a casa mia si è sempre mangiato poco e assai raramente ceduto a strane tentazioni culinarie, ma Natale è Natale.
Toccava apparecchiare la tavola nel modo in cui si faceva solo in quella giornata lì, prendere fuori dal fondo dei cassetti tovaglie ricamate, tovaglioli di lino, il servizio bello di posate e possibilmente i bicchieri di cristallo. Anche se a mia madre dopo un po’ era passata la voglia: capitava anche se se ne rompesse uno, ed eran dolori.
Preparare un degno centrotavola, verde, rosso e oro, rigorosamente artigianale. Peccato che dalle mie parti nessuno sia nato con la sacra dote per le creazioni artistiche.
A mio padre toccava scarpinare su e giù dalla cantina (una di quelle vere, coi gradini stretti, bui e scivolosi, mica come quelle moderne, comodamente servite dall’ascensore), per recuperare uno strano strumento di legno (sempre rigorosamente artigianale) idoneo ad allungare il tavolo della festa adeguandolo al numero di ospiti presenti.
Io ricordo un appetito insaziabile, ché mia nonna diceva che il pranzo della vigilia doveva essere “di magro”, tanto poi ci si sarebbe strafogati nelle ore successive. E sognavo quintali di insalata russa mentre montavo la maionese, spesse fette di salame e succulenti sott’oli mentre preparavo l’antipastiera.
Ma tutto aveva uno scopo: arrivare a sera.
La sera della vigilia era consacrata alla cena a casa della zia G. E ho usato il termine “consacrata” non a caso. Quello era, in verità, il mio Natale.
Il Natale della zia è sempre stato un po’ anarchico: niente piatti tradizionali delle feste, ma un infinito buffet di sfiziosità di cui i piccoli (di tutte le età) andavano matti, crêpes al formaggio e meringata con pezzetti di cioccolato fondente. Tutto rigorosamente home made, da lei.
Dulcis in fundo, a casa sua Babbo Natale arrivava prima, degnamente anticipato da uno stuolo di angioletti scampanellanti alle finestre, perchè, si sa, in una notte ha tanto da fare e un minimo gli tocca per forza scaglionare le consegne.
Ecco, se avevo la forza di sopportare gli estenuanti preparativi della giornata, così come il cappone bollito del giorno successivo, era solo grazie a quello.
E temo che se domani avrò la forza di mettermi in macchina, bagagli e pacchi a profusione, e viaggiare col Patato indemoniato fino al di là della frontiera, il motivo sarà ancora e sempre lo stesso.

BUON NATALE!

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2 pensieri su “RACCONTI DI NATALE

  1. Ciao Carlotta! mi ritrovo perfettamente nel tuo post che credo sia un fedele spaccato della famiglia italiana media eheheehh….diventerò zurighese tra pochi mesi…come contattarti in privato per un po’ di info?
    Grazie!!

    Mi piace

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