PASSI

La strada è lucida di pioggia, i passi veloci, attenti a non scivolare. Uno sguardo al cielo plumbeo, la nebbia in agguato al primo crepuscolo, un’occhiata distratta alle due torri.
Che è tempo che non passavano di qui, da soli, loro soli, come ai vecchi tempi, quando un aperitivo di sera si poteva fare senza orario e senza l’imperativo di ricordarsi di rientrare per cena, con l’aerosol prima di metterlo a nanna, che la maledetta tosse non vuole passare e non puoi far finta di dimenticare, per un secondo neppure, che altro ha la priorità.
La pioggia copre ogni cosa, sempre più forte. L’ombrello non ripara dall’umidità implacabile che si insinua sotto la giaccia, nei capelli appena lavati. Siamo pochi chilometri a sud, con altri suoni e altri odori, di irresistibili tentazioni culinarie a cui vorrebbero rinunciare, senza riuscirci mai.

L’autunno non perdona, neppure a sud delle Alpi, ed è quasi un monito: il mito del paese del sole è ormai solo un vecchio adagio ammuffito, senza alcun significato se non quello che puoi attribuirgli per qualche romanticheria nostalgica. Perché la vita è altrove.

Solo altri passi infreddoliti e bagnati, la ghiaia ridotta a fanghiglia, l’odore intenso di fiori a macerare nell’acqua, inevitabile pur all’aperto.
Una mano accarezza una foto sul marmo freddo. Ogni volta lo stesso rapido gesto, in un rituale inconsapevole che sostituisce un addio.

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