“OPEN”

Nei i primi anni della mia adolescenza ho vissuto una bruciante passione per il mondo del tennis. Il solo sport che mi abbia in qualche modo entusiasmato e coinvolto personalmente, dopo numerosi quanto inutili tentativi di appassionarmi alla pallavolo (sulla scia dei successi di Mimì e Mila e Shiro ;-)), al nuoto, all’atletica e chi più né ha più ne metta.

La mia stagione tennistica è stata abbastanza breve (superata dal fatto che, a quanto pare, in questa vita io e lo sport viaggiamo in due universi paralleli), ma estremamente intensa. Ricordo pomeriggi di agosto passati a giocare, sotto la canicola nei campi in cemento, improbabili match con l’amica del cuore (ora rischierei l’infarto al solo pensiero, ma a quattordici anni è tutto permesso), mio padre trascinato a riesumare la vecchia racchetta (di legno!) e palle che nemmeno rimbalzavano più, col solo effetto di procurargli una ricaduta del famigerato “gomito del tennista”.

Ero una grandissima fan dei tennisti svedesi (che, dalla loro, avevano anche altre qualità oltre alla bravura sul campo ;-)), nutrivo un profondo, quanto insensato, odio nei confronti di Boris Becker e di Ivan Lendl, così come ricordo di aver fatto in tempo a vedere l’ascesa di uno strano personaggio che giocava a Wimbledon vestito come una specie di cantante punk, con pantaloncini in jeans e una strana chioma bicolore, scandalizzando il tempio del tennis mondiale. Ricordo i commenti sul suo famoso rovescio a due mani, sulla discontinuità delle sue prestazioni agonistiche, sullo strano rapporto col coach Nick Bollettieri, altro personaggio alquanto sui generis, fondatore di una famosa e discussa scuola per giovani talenti con base in Florida.

Non mi piaceva Andre Agassi, non lo capivo, o, forse, avevo paura di capirlo, dall’alto della fragilità della mia adolescenza. Non ho fatto in tempo, poi, a seguire gli anni dei suoi massimi trionfi, né quelli delle sue rovinose cadute, della sua risurrezione, seguita infine dal suo ritiro a 36 anni, avvenuto nel 2006.

Ho iniziato a sentir parlare della sua biografia “Open” alcuni mesi fa e, dopo un primo momento di indifferenza mista a perplessità, ho iniziato a sentire che dovevo leggerla. E quando succede così, quando mi capita quella strana quanto categorica esigenza di avere davanti a me un certo libro, raramente sbaglio. Perché “Open” è un grande libro, o meglio un libro che racconta una grande storia. Potente e coinvolgente, racconta la vita del protagonista come se fosse un thriller, senza lasciare nulla al caso. E’ un libro sulla vita, sulla caduta e sulla rinascita, soprattutto è un libro sulla consapevolezza che (strano a dirsi, eh?) risulta essere l’elemento salvifico di un’esistenza difficile e che spesso sembra destinata alla più completa rovina. E’ un libro che racconta la contraddizione, quale elemento distintivo ed inevitabile della vita, ma che, se messo in gioco nel modo giusto, diventa la carta vincente del match più importante di tutti: quello contro se stessi.

Potrei scrivere molto altro, ma non credo ne valga la pena. Leggetelo: ne vale davvero la pena.

“Penso che parlerò delle contraddizioni. Un amico si suggerisce di rispolverare Walt Whitman. Mi contraddico? Certo che mi contraddico. Non sapevo che il mio fosse un punto di vista accettabile. Adesso è la mia guida, la mia Stella Polare. Ed è quello che dirò agli studenti. La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. E’ utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno ammetteteli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli”.

Questo post partecipa all’iniziativa: “Il Venerdì del libro” di Homemademamma.

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