UNA VOCE DI NOTTE. E UNA DOMANDA

Il commissario Salvo Montalbano è un mio fedele compagno di letture da quando, ancora studentessa, pendolavo tristemente su e giù dalle ferrovie lombarde e ha tanto spesso contribuito a dare alle mie ore di viaggio quella leggerezza mediterranea che mi è sempre mancata.

Al netto del primo tentativo di lettura, in conseguenza del quale avevo avuto il sospetto di dover imparare ex novo una lingua straniera (eh, sì, il siciliano è una lingua ;-)) ed ero stata fortemente tentata di mollare il colpo (poi meno male che non l’ho fatto!!!), sono un’affezionata lettrice delle avventure del commissario. Negli ultimi tempi, causa lentezze materne e traslochi oltre frontiera, mi è capitato di essere un po’ in ritardo con l’ultimo appuntamento in libreria, ma conto di recuperare prima o poi.

In questi giorni queste settimane sto leggendo Una voce di notte che, oltre ad essere per me una bellissima storia, contiene proprio in apertura una domanda sulla quale mi sono trovata a riflettere negli ultimi tempi e che è stata fortemente amplificata in seguito al mio trasferimento all’estero, trovandomi a vivere in una nuova realtà che, almeno in apparenza, sembra indenne da questo tipo di “male”.

“Ma come erano addivintati in questo paìsi? Nell’urtimi anni pariva che erano arretrati di secoli, forsi, se gli livavi i vistiti, sutta avresti attrovata la pelli di percora dell’òmini primitivi. Pirchì tanta insofferenza reciproca? C0m’è che non si sopportava cchiù il vicino di casa, il collega d’ufficio e macari il compagno di banco?”

Questo post partecipa all’iniziativa: “Il Venerdì del libro” di Homemademamma.

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6 pensieri su “UNA VOCE DI NOTTE. E UNA DOMANDA

  1. Bella domanda…ho provato l’insofferenza dei vicini di casa appena mi sono trasferita nel palazzo in cui abito ora, ed è stata veramente un’esperienza veramente sgradevole…sembra che non ci sia più spazio per la buona educazione, la tolleranza e la possibilità di lasciare al prossimo “il beneficio del dubbio”
    Ciao,
    Serena

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    • Credo diventi un circolo vizioso, a volte si inizia con la piccole cose quotidiane, poi lo stress amplifica qualsiasi fastidio. Per arrivare poi magari a fatti purtroppo ben più grandi che, a volte, rischiano di rovinare la vita. E l’individuale diventa inevitabilmente collettivo.

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    • Temo tu abbia ragione. L’Italia è la patria del “mio orticello”, delle case pulite come specchi e delle strade piene di immondizia. Il “noi” come collettività non esiste.

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