IL VIAGGIO

Siamo appena tornati da un breve viaggio di pochi giorni a Barcellona. Programmato senza grande preavviso un mese fa per incontrare alcuni lontani parenti che vivono (per davvero) dall’altra parte del mondo e coi quali, ogni tanto e quando si può, proviamo a vederci in giro per i continenti. Loro stavolta erano in Europa e abbiamo deciso di approfittare della vicinanza.
Per noi è stata una vacanza piccola piccola, la prima un po’ “itinerante” con il Patato, col quale, sino ad ora, ci eravamo limitati a esperienze meno movimentate: mare, spiaggia, terme, ma con giornate sempre molto calibrate sui suoi ritmi e le sue esigenze. Abbastanza diverse dal traffico della rutilante Barcellona e dai “fusi orari” della movida, anche se formato famiglia.
Questi giorni in Spagna hanno stimolato alcune riflessioni su bambini e viaggi e di questo vorrei brevemente parlare. Sulla vera esperienza barcellonese con figli al seguito, magari, scriverò in un altro post.
Da sempre esistono, come in tutte le questioni connesse all’allevamento ed educazione dei figli, due principali scuole di pensiero in tema di bambini e viaggi.
La prima ritiene che le creature, almeno nei primi anni di vita, dovrebbero spostarsi il meno possibile dal loro ambiente di riferimento, se non per periodi mediamente lunghi ed andando preferibilmente sempre negli stessi luoghi di vacanza, così da non far perdere ai piccoli i propri principali punti fermi, e soprattutto, mantenendo i ritmi delle giornate pressoché immutati rispetto alle abitudini domestiche. C’è chi afferma anche che per i bambini viaggiare sia pressoché inutile, in quanto solo faticoso e stancante, non avendo gli stessi la capacità di rielaborare in modo consapevole quelle esperienze che, in ogni caso, non potranno poi ricordare da adulti.
La seconda, au contrarie ovviamente, sostiene che sia meglio abituare i piccoli ai viaggi, e a molte altre cose, già nei primi mesi o anni, così che crescendo acquisiscano in modo naturale l’abitudine ad adattarsi ad ambienti e stimoli nuovi e diversi, acquistando senza sacrifici o sforzi una buona flessibilità personale.
Devo dire che, in linea di principio, mi convincono entrambe a metà. Come tutte le teorie necessitano di essere calate nella vita reale, su “quel” bambino, “quella” famiglia e sulla loro storia. 
Ci sono bambini che, dalla nascita, dimostrano una tranquillità invidiabile e che sembrano non risentire troppo di spostamenti fisici o cronologici, che sono in grado di mangiare e dormire ovunque senza colpo ferire.
Poi ci sono “gli altri”, quelli per cui lo spostamento dal proprio letto provoca insonnie di giorni, un pasto fuori casa digiuni irrimediabili. Pianti disperati, nervosismo e agitazione. 
Mio figlio appartiene più alla seconda categoria che non alla prima (pur se con qualche favorevole eccezione) e con mio grande dispiacere, visto che io vivrei quasi sempre viaggiando, se solo potessi farlo. In questi tre anni non abbiamo rinunciato a spostarci da casa, ci mancherebbe, ma abbiamo scelto vacanze abbastanza a misura di bimbo, al mare, con viaggi non troppo lunghi e in luoghi in cui potessimo sempre essere a portata di mano di comodità ed emergenze. Il Patato ha fatto il suo primo viaggio in aereo a sei mesi appena compiuti e non mi pare ne avesse risentito, non si potrebbe dire invece che per sua madre e suo padre quella sia da ricordare come una vacanza riposante!
Credo che, come sempre, la verità stia nel mezzo, che le grandi teorie vadano sempre aggiustate dal sano buonsenso e buongusto. Sono abbastanza convinta che forse non valga così la pena imporre un bimbo molto piccolo viaggi interminabili dall’altra parte del pianeta, con ore di fuso orario e totale sconvolgimento di ritmi ed esigenze fisiologiche, ma anche che sia possibile, pian piano e coi dovuti accorgimenti, abituare i bambini a viaggiare, a conoscere  cose diverse da quelle a cui sono abituati, vedere posti nuovi, assaggiare cibi differenti. Ad adattarsi  un po’ alla volta a non avere a disposizione tutto quello che hanno a casa, a partire dai giochi fino al piatto preferito che, nella vita, non sempre potranno avere a disposizione al solo schioccar delle dita.
E poi c’è un’altra cosa in cui credo, forse la più importante di tutte. I luoghi del mondo hanno uno spirito, unico e irripetibile. E anche se, ovviamente, un bambino di tre anni tra venti non si ricorderà dei viaggi della sua prima infanzia, sono convinta che il bello di quelle esperienze, vissute coi genitori o con altre persone amiche, resterà comunque dentro di lui, aiutandolo a crescere, a capire, a scegliere e a vivere il mondo che lo circonda.

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3 pensieri su “IL VIAGGIO

  1. Lo spero anche io!
    Quanto alle teorie, credo che il problema sia più nostro, di genitori, che non dei figli, anche piccoli.
    Siamo noi che ci creiamo paranoie e abbiamo difficoltà ad adattarci in posti nuovi e magari senza le solite comodità a quelle che rimangono le loro abitudini di orari e vita…
    Certo, non farei un viaggio dall’altra parte del mondo ora ma in Europa sto viaggiando con il nano…è faticoso per noi, non mi pare per lui, se solo lo si ascolta.
    Come al solito, probabilmente il meglio e’ la via di mezzo tra i due estremi opposti, come dici tu!

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    • Sicuramente il più delle volte è un “problema” dei genitori. Mi è capitato di vedere (in tempi non sospetti, quando i figli erano di là da venire) bambini di pochi mesi con 39 di febbre su aerei per Cuba, visto che il viaggio era stato prenotato. Beh, sinceramente non me la sentirei di fare lo stesso, mentre non vedo affatto controindicazioni a tutti quegli spostamenti ragionevoli in cui, come dici tu, i bimbi sono “ascoltati” nei loro fondamentali bisogni.

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      • Ecco, con bimbi piccoli non mi sognerei mai di prenotare una vacanza a Cuba…neppure per me, se per questo, ma per altri motivi..

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