PICCOLE PESTI

La spiaggia, si sa, è un osservatorio privilegiato di varia umanità e non solo. Da quando mi capita di viaggiare con un figlio al seguito (che, come secondo nome, dopo “Patato” fa “Iena“) le mie osservazioni antropologiche sono inevitabilmente attratte da quei piccoli esseri sotto il metro di altezza che colonizzano i litorali della Riviera a partire dai primi (teorici) caldi del mese di giugno.
Io confesso di essere stata una di quelle persone mosse dalla convinzione abbastanza profonda che gli esseri umani crescono e si sviluppano prevalentemente grazie (o a causa) al loro ambiente circostante. Non che sia mai arrivata a credere ciecamente in un meccanico rapporto di causa-effetto, ma per anni ho pensato che l’avere intorno a sé condizioni di crescita armoniche e positive, invece che dover sopravvivere in famiglie disfunzionali, potesse determinare un certo vantaggio competitivo per l’equilibrio psicofisico della persona in questione.
Devo altrettanto ammettere di stare cambiando idea. 
Sulla spiaggia vedi pupattoli di pochi giorni, pochi mesi, poche settimane. E vedi quelli che farebbero invidia a un Cicciobello: lì, immobili come bambolotti, per ore, nel loro passeggino o nella piscinetta, a osservare l’orizzonte manco fossero filosofi consumati. 
E poi vedi gli altri, che neppure la rappresentazione del moto perpetuo, indomiti e perennemente indemoniati, bizzosi ed incazzosi, in continua lotta col mondo, la mamma, la pappa e l’acqua del bagnetto.
E continui ad interrogarti, come del resto ti interroghi con una certa frequenza ed intensità da quando tuo figlio è nato. Che, per carità, disastri da spannolinamento a parte, in questi giorni di vacanza si sta comportando pure benino. Probabilmente deve farsi perdonare i mesi infernali che si è lasciato alle spalle.
E, proprio parlando con diverse mamme nei mesi infernali, le mie radicate convinzioni filosofiche hanno ricevuto il colpo di grazia.
Che non si spiegherebbero molto i casi di fratelli, o gemelli, diversi come il giorno e la notte, e han così da spiegare le differenze dicendo che i rispettivi genitori non si comportano necessariamente nello stesso modo con tutti i figli, che ogni maternità e paternità è diversa e che, dunque, i figli di stessi genitori sono assai frequentemente l’uno l’opposto dell’altro. Si ricorda una frase epocale di mia suocera, atta ad evidenziare in modo drammatico le differenze tra i suoi due figli: “Lei non sarà mica sorella di suo fratello!”
C’è qualche ultima radicata e fortissima resistenza nella mia testa che si oppone ad accettare l’evidenza, l’ovvia osservazione che la storia dell’umanità è piena di casi umani diventati illustri per le proprie esclusive capacità, meriti e talenti, come pure di persone cresciute nelle migliori condizioni possibili (umanamente parlando) che sono diventate una iattura per se stessi e per il genere umano.
Forse c’è solo una piccola, banale risposta a tutto ciò. A cui io fatico terribilmente ad arrendermi: si chiama DNA.

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2 pensieri su “PICCOLE PESTI

  1. Anch’io, soprattutto dopo la nascita della seconda, ho molto rivalutato il ruolo che svolgono l’educazione e l’ambiente. Non che non contino, per carità, a volte quando trovo dei bimbi veramente antipatici, a volte non appena conosco i genitori capisco tutto e quei bimbi iniziano a farmi pena, però il carattere, come banalmente si diceva una volta, è già lì, nei loro geni, l’educazione è fondamentale per far venire l’alberso su dittro, ma se ti ritrovi con un ciliegio non ti crescerà mai una palma (alberi presi a caso per la metafora, visto che sono la regina dei pollici neri :D)

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    • Eh sì, la metafora ha chiarissima. Mia nonna diceva che il pero non può fare mele 😉 e, a dispetto di quello che ci/mi piacerebbe pensare, dobbiamo arrendermi a certe evidenze.

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