COME UNA PIANTA GRASSA

La mia echeveria, oggi (foto di Carlotta G.)

Tre anni fa, nel periodo in cui ero incinta, un’amica mi regalò per il compleanno una piccola pianta grassa, del tipo “echeveria agavoides“. Stava in un vasetto minuscolo e, sorprendentemente, le foglie erano di un colore rosso abbastanza inusuale. L’amica mi riferì che il fioraio le aveva detto che era stata colorata con speciali vernici atossiche e che, nell’arco di breve tempo, sarebbe tornata del suo color verde naturale.
Così accadde (anche se recentemente mi è capitato di leggere che questi coloranti, utilizzati per motivi estetici, così innocui non sono e che possono compromettere, anche in modo irreversibile, le sviluppo della pianta).
Dopo qualche settimana la mia echeveria venne spostata in un vaso più grande, visto che il suo cominciava ad andarle strettino. Posizionata sul mio balcone rivolto a sud beneficiò di una fantastica estate. Nell’arco di pochi mesi le sue dimensioni erano più che triplicate.
Arrivato l’inverno mi preoccupai di ripararla il meglio possibile dalle intemperie, ma il mio pollice verde è così scarso da essere quasi inesistente e non riuscì ad evitarle una buona dose di vento gelido, pioggia e neve.
Sopravvisse con qualche inevitabile danno. Da rigogliosa qual era l’autunno precedente, la ritrovammo con le foglie ingiallite, bruciacchiate dal freddo, e parecchi rami morti che dovemmo tagliare. Ma non appena il clima tornò a migliorare anche la pianta, in tempi incredibilmente rapidi, ritornò al suo antico splendore.
Lo scorso inverno ci dotammo di una piccola serra da balcone, così da assicurare alle nostre poche piante un ambiente più protetto e confortevole. Effettivamente è andata meglio. Nonostante il protrarsi nel clima freddo, della pioggia e della scarsità di sole le condizioni della mia echeveria risultavano del tutto soddisfacenti.
Era però arrivato il momento della prova del fuoco: il trasloco oltre frontiera, l’espatrio al nord, anche per lei, pianta tropicale per eccellenza, nata per vivere nelle roventi lande messicane.
È stata portata a Zurigo in auto, con tutti gli onori, che i traslocatori si rifiutano di provvedere a questo genere di trasporti. È stata installata con il suo vaso sul balcone più assolato. Speriamo, mi sono detta.
Quando siamo arrivati qui, ad inizio maggio, era ancora freschino, ma mi sembrava decisamente finito il tempo della serra. Peccato che, nell’arco di pochi giorni, del tutto inaspettatamente, fossimo ripiombati in pieno inverno, con temperature minime neanche così lontane dallo zero. A quel punto eravamo troppo impegnati dal deliro dell’ambientamento, delle incombenze da novelli immigrati per pensare troppo a lei, al vento, al freddo, alla sporadica grandine.
Ogni tanto buttavo un occhio al suo vaso e dicevo “mah, speriamo“, così come lo dicevo rivolta al rosmarino e al prezioso basilico per il pesto.
La scorsa settimana, all’improvviso, nell’arco di un pomeriggio, è arrivata (quasi) l’estate. Cielo azzurro, sole caldo, brezza piacevolissima.
Passando per caso sul balcone guardo la pianta: nonostante la mancata primavera, lo shock climatico e tutto il resto, in poche settimane è raddoppiata. E si è improvvisamente riempita dei suoi bellissimi fiori rosa e gialli. Chi ci sperava?
E son due giorni che mi ripeto: ecco, io vorrei tanto avere la miracolosa capacità di adattamento di una pianta grassa.

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