PERCHÈ NON ESISTONO LE MAMME PERFETTE

Ho conosciuto direttamente il primo esemplare di Mamma Perfetta nel reparto di ostetricia dell’ospedale in cui ho partorito.
Venivo ricoverata, dopo qualche ora di osservazione in pronto soccorso, per la rottura prematura del sacco amniotico alla trentasettesima settimana (leggi: rottura delle acque e zero contrazioni). 
Ero sinceramente un po’ spaesata e preoccupata. Ero alla prima gravidanza e alla vigilia del mio primo parto e, dalle conoscenze acquisite in quei mesi, la prospettiva di trascorrere ore o giorni in un letto di ospedale, con una bella flebo di antibiotico nel braccio, in attesa che la creatura si decidesse ad attivarsi nel modo giusto, o, in mancanza, di un bel parto indotto non mi solleticava granché.
Da quello che sarebbe successo nei giorni successivi avrei già dovuto capire un paio di cose su mio figlio. Ma questa è un’altra storia.
Entrando nella camera del reparto trovai già sistemata un’altra ragazza, ricoverata da qualche giorno per un motivo simile al mio, ma in un’epoca gestazionale decisamente più preoccupante: era agosto e la sua data prevista del parto era in ottobre. 
L’obiettivo nel suo caso era, quindi, quello di posticipare il più possibile l’evento, in attesa che il bambino acquistasse l’autonomia necessaria ad evitare la terapia intensiva al momento della nascita che, in ogni caso, sarebbe stata prematura.
Mi colpì la grande naturalezza con cui viveva quelle ore, mostrando solo ogni tanto qualche preoccupazione per suo figlio (“l’importante è che stia bene”) e coordinando nel frattempo alcuni lavori di casa rimasti in sospeso dopo la corsa in ospedale nel cuore della notte (“sai, stavamo cambiando le porte di casa, laccate bianche abbiamo deciso“) e le indicazioni al marito per gli acquisti di emergenza di un corredino extra small.
Io avrei partorito circa quarantotto ore dopo, ma avremmo continuato a vederci per qualche giorno, fino al momento della mia (nostra) dimissione.
Mi parlava di DVD del corso pre-parto (DVD!?!), di massaggi neonatali, di marche super affidabili di prodotti per l’infanzia.
Io ero (sono) quella che non era riuscita a decidere il nome di suo figlio fino al sesto mese inoltrato. Quella che non era neppure riuscita ad allattarlo mezza volta, tanto che pure le ostetriche super motivate alla tetta erano arrivate a “consigliarmi” il biberon.
Non riuscivo a scrollarmi di dosso una strana sensazione di disagio quando parlavo con lei. 
Sensazione che sarebbe proseguita per qualche tempo, dopo la nascita di suo figlio, la nostra visita augurale in ospedale (il piccolo, nato alla trentaquattresima settimana, per fortuna stava benissimo e non era neppure servita l’incubatrice), qualche telefonata e sms di saluti vari e una pizza a casa sua, coi due nanetti neonati.
Credo che la visione della sua casa sia stata un po’ la chiusura del cerchio. Uscita da un numero patinato di AD, tutto perfettamente ordinato e organizzato, le porte laccate bianche finalmente al loro posto, la cucina senza neppure un ciuccio in vista. Fasciatoio e accessori baby organizzati che neppure sulle riviste specializzate. 
Il bimbo, ovviamente angelico come da manuale di Tracy Hogg, mangiava, dormiva e se ne stava nella sua sdraietta a guardare il mondo.
Lei sarebbe rientrata al lavoro all’inizio dell’anno nuovo: il lavoro vicino a casa, i nonni a disposizione e gli orari della sua attività le consentivano di gestire il piccolo senza troppi problemi.
Allora il mondo perfetto esiste, mi dicevo. Anche se non è il mio.
Restava però una grande sensazione di finto, di costruito, forse prima ancora ai suoi occhi che non a quelli del mondo.
Un giorno ricevo un sms, in cui mi domanda alcune info sui pasti di mio figlio. Quanto mangia, ogni quanto tempo. Rispondo e le sue domande si moltiplicano. Non riesco bene a capire quali siano i suoi dubbi, la chiamo.
È disperata, perché ha portato il bimbo da una pediatra privata, “una brava” , mi dice. E quella le ha detto che il piccolo mangia troppo, che deve diminuire le poppate. Che anche se è nato prematuro non importa, ormai sta bene.
Che deve sostituire uno dei pasti notturni con un biberon di camomilla, e non importa se lui piange, se grida disperato per ore perché ha fame. Avrà anche solo un mese, ma mica è scemo e capisce benissimo che la camomilla è un po’ di acqua riscaldata e non il suo latte.
Mi chiede cosa ne penso. Le dico che, ovviamente, non ho alcun titolo per confermare o smentire le teorie della “pediatra brava” che le ha dato dell’incapace perché non riesce a turlupinare il bebè con la camomilla. 
Ma le dico che io non avrei lasciato urlare dalla fame mio figlio per tre o quattro ore, di notte, a un mese di vita.
Le mamme perfette non esistono. Neppure i pediatri perfetti, ma questa è un’altra storia.

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2 pensieri su “PERCHÈ NON ESISTONO LE MAMME PERFETTE

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