DI PRIMULE E VIOLE, UNIONE E DISTACCO

Stamattina mi hanno detto che è meglio non traslocare le piante.
Che il trasporto in quelle condizioni può “stressarle” parecchio e, quindi, non ne viene garantita la sopravvivenza.
Da me alberga tutto fuorché il pollice verde. Gli unici vegetali con una discreta speranza di futuro sono le piante grasse, più o meno predisposte a vivere nelle peggio condizioni. 
E i ciclamini, d’inverno, che esposti al gelo del balcone non fanno una piega fino a primavera, quando per forza li devo traslocare (dalla suocera di solito) che se no si arrostiscono al primo caldo.
Nella bella stagione aggiungiamo qualche fiorellino colorato, dall’incerto destino, e le piante aromatiche.
Negli anni il rosmarino ha subito pessima sorte. L’ultima, bellissima pianta è stata affogata dal marito, in un periodo di mia assenza, che pensava di dover gestire l’annaffiatura di un prato inglese, invece che di un arbusto mediterraneo avvezzo alla canicola del solleone.
Sopravvive, invece, alla grande il solito basilico, fino all’autunno. E meno male, con tutto quello che il Patato mi costa di pesto.
Questo sarà un primo non indifferente problema.
Dovrò trovare il modo di traslocarne almeno un paio di piantine. Sempre ammettendo di trovare una casa con un minimo di balcone ed esposizione adeguata. Che nella terra degli orologi cucù dubito di trovare il pesto fresco alla coop.
Col rischio, altrimenti, di dover gestire a ripetizione richieste frustranti e frustrate di “pappa con pesto, io!”
Ma, si sa, l’essere umano è una bestia strana. Stamattina mi sono alzata con una inattesa e inaudita voglia di piantare primule, di riempire il balcone di violette e azalee, di qualsiasi cosa fosse e verde e colorato.
Sono andata al supermercato e ho dovuto schivare un enorme vivaio, pieno di qualsiasi vegetale esistente sulla terra, che se no mi mettevo a piangere.
Sono andata alla mia lezione di yoga e riflettevo. Quanto è difficile il pensiero di staccarsi da quanto ci circonda e siamo abituati a considerare scontato.
Che magari non consideriamo neppure, in condizioni normali.
Che magari consideriamo addirittura una scocciatura, un qualcosa a cui badare, che ci fa perdere tempo e energie.
Fino a quando incontri la prospettiva di perderlo, di cambiare mondo e abitudini. 
E lì la millenaria saggezza dello yoga, l’esercizio di praticare in modo armonico il distacco dalle cose, valutate per quello che sono, provvisori strumenti della nostra esistenza, dovrebbe servire da grande lezione.
Unione e distacco. La vita e così.
Un flusso ininterrotto di eventi che dovremmo riuscire ad assecondare.
Se solo fossimo potenti e saggi.

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