CONCILIAZIONE: ASPETTARE SULLA RIVA DEL FIUME O IMPUGNARE LA SPADA?

Come avrà avuto modo di notare chi legge da un po’ questo blog, ho voluto attribuirgli sin dall’inizio il titolo di “Diario“. 
Diario di una mamma, soprattutto, ma in grado di raccogliere a ruota libera racconti, riflessioni, confronti e deliri di una persona, donna, alle prese con esperienze e avventure di vita.
Narrazione che, in realtà, ho effettivamente iniziato a raccogliere in un momento particolare della mia esistenza.
Ho parlato, e continuo a parlare, anche di lavoro, o meglio, di conciliazione e lavoro. Soprattutto in considerazione di una scelta, forse un po’ controcorrente di questi tempi, come quella dell’anno sabbatico che, poi, è stata lo spunto che ha dato inizio all’avventura del blog.
Credo continuerò in questo senso, anche in futuro. 
Qui continuerà ad esserci il mio diario, di persona, di madre, di moglie, di lavoratrice. E i pensieri liberi più o meno folli che mi attraversano la testa di giorno e di notte.
In queste settimane, anche in seguito a numerosi spunti che si susseguono in rete, sto continuando a riflettere sul tema delle donne, del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita e famiglia.
Ho raccolto diversi pensieri, qualche convinzione, alcune domande. 
Magari provocatorie, ma sicuramente mie.
Ho la certezza di aver letto le considerazioni più alte e da me condivisibili nel libro di Giuliana Mieli “Il bambino non è un elettrodomestico“, incontrato ormai parecchi mesi fa, solo perché incuriosita dallo “strano” titolo. 
Ne avevo accennato in uno dei primi post del blog e, a distanza di tempo, continuo a sostenere di non aver (ancora) trovato da altre parti un’analisi così reale, vera, spietata (e difficile da accettare, se vogliamo) sulla condizione non solo delle donne, ma delle famiglie in generale e, di conseguenza, di quelli che saranno i cittadini di domani. 
Sarà per quello che di questo testo si parla così poco, mi domando? 
Ci sono onestamente parti complesse, contenuti magari non alla portata di tutti, ma credo che la comprensione, anche per sommi capi, di alcune parti sia fondamentale per una analisi sincera e completa del tema.
Parliamo di famiglie, perché sono perfettamente d’accordo sul fatto che la conciliazione non è un “problema di donne” o di “donne madri” e basta. 
Anche ammettendo di avere una persona in casa (la madre, mettiamo), completamente dedicata a figli & co, senza una certa cultura, organizzazione, mentalità della famiglia nel suo complesso ci saranno sempre esigenze e bisogni non soddisfatti. 
La scorsa settimana si teneva un incontro di presentazione della scuola dell’infanzia dove iscriveremo mio figlio. Iniziava alle 17.30, dunque in orario teoricamente compatibile con i miei impegni di lavoro. Ma non sono riuscita a partecipare, visto che mio marito alla fine non è uscito dall’ufficio in tempo e, chiaramente, era impossibile andarci con il bambino.
Sono certa che i servizi per l’infanzia, per le donne che lavorano, così come la flessibilità che oggi mediamente il mondo del lavoro permette, siano ancora lontani anni luce dai livelli necessari a garantire veri supporti alle famiglie e alla parità di genere. 
Sono altrettanto certa, anzi, lo sono ben di più, che non sarebbe solo offrendo asili nido o scuole aperte 24 ore al giorno che si risolverebbero tutti i problemi del lavoro femminile e di questa benedetta conciliazione.
Senza nulla togliere al ruolo educativo di queste entità (e solo qui credo si potrebbero scrivere trattati), ho la personale e intima convinzione che un figlio, a qualsiasi età, e non solo quando è in fasce, ha necessità di una solida presenza emotiva dei genitori e dei famigliari di riferimento. 
Si usa dire che la qualità è preferibile alla quantità. Affermazione di per sè abbastanza scontata, ritengo. 
Il punto è anche un altro. Quale qualità riescono a garantire genitori che escono di casa alle otto del mattino (se va bene) per rientrarvi solo dodici ore dopo, dopo aver lavorato, battagliato, combattuto col mondo? 
Quando io lavoravo full time, e ancora non avevo figli, uscivo di casa poco dopo le otto e rientravo mediamente verso le 19, senza fare straordinari. Mio marito abitualmente circa un’ora dopo.
A quell’ora io riuscivo a mala pena a farmi una doccia e abbozzare qualcosa per cena, mentre davo una sistemata alla casa. Ora, sicuramente io sono un caso un po’ patologico, mai stata dotata di grande energia. I quasi due anni di notti insonni dopo la nascita di mio figlio non hanno sicuramente aiutato a migliorare la situazione. 
Sicuramente ci sono persone che alle otto di sera sprizzano ancora energie da tutti i pori e non vedono l’ora di passare le successive due o tre ore coi figli, accudendoli, lavandoli, nutrendoli, giocandoci, parlandoci, consolandoli e coccolandoli, gestendo con perfezione da manuale i mille capricci intercorrenti e così via.
Mi si dirà che in molti, moltissimi casi, non esiste possibilità di scelta. Che per sopravvivere tutti devono lavorare tutto il giorno. Lo so, purtroppo. E chiaramente non è questo che sto contestando qui. 
In questi casi si fa, come si suol dire, di necessità virtù, da che mondo è mondo. Ci si rimbocca le maniche e avanti, nel modo migliore per quanto possibile.
Ma non è di questo che voglio parlare.
In queste riflessioni, tante, diverse, ricche, noi stiamo parlando del SOGNO, di come migliorare il futuro nostro e dei nostri figli. 
Di come andare avanti, pensando di poter diventare un Paese migliore in un mondo migliore. 
E visto che c’è chi ce la fa, pochi, d’accordo, ma ci sono, perché noi no? 
Perché solo in Norvegia e in Svezia? (e poi, perché solo in posti dove c’è buio pesto e un freddo cane!?)
Non sarà che persiste spesso una certa rassegnazione di fondo?
Che, tanto, che vuoi fare, è così e ce lo facciamo andare bene anche se bene proprio non va?!
Guardate, io sono da sempre una strenua sostenitrice del vecchio proverbio cinese “siediti sulla riva del fiume e aspetta di vedere passare il cadavere del tuo nemico trasportato dalla corrente“. Le cose, la vita, devono fare il loro corso. 
Molta parte dell’esistenza e, a volte, il segreto dell’esistenza, consiste nell’aspettare con infinita pazienza, lasciar fluire gli eventi, lasciar scorrere le cose verso la loro naturale destinazione.
Però.
Ci sono anche quei momenti in cui, che diamine, devi alzarti da quella stramaledetta riva, prendere in mano la spada e andare a combattere. 
Costi quel che costi, vada come vada.

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3 pensieri su “CONCILIAZIONE: ASPETTARE SULLA RIVA DEL FIUME O IMPUGNARE LA SPADA?

  1. peccato che questo post non abbia commenti. io come te credo che dobbiamo lottare. a cominciare per esempio da ottenere la meta’ delle rappresentanze femminili in tutte le istituzioni. cosi’ hanno fatto loro. perche’ sono d’accordo che non dovrebbe essere solo un problema femminile. ma al momento lo e’ e tocca affrontarlo come tale. c’era un articolo di giorni fa proprio su vanity che parlava di questo. del fatto che se aspettiamo naturalmente con i nidi e i cambiamenti nel lavoor devono passare altri 50 anni. e io non li voglio aspettare. per caso hai il link a quell’articolo o un riferimento sullo studio? lo stavo cercando e ho trovato questo tuo ottimo post. grazie.

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